Il Moltiplicatore di Di Maio e il Reddito di Cittadinanza

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DI MARCO GIANNINI

comedonchisciotte.org

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Una importante novità nell’anno 2018 compare di fronte agli elettori: l’analisi dei principali aspetti riguardanti i programmi dei partiti: soprattutto sul piano dei costi.
Tra le ricette che sono state presentate quella del Movimento 5 Stelle ha destato subito interesse quando ci si è resi conto che conteneva passi copiati da Wikipedia o addirittura dal programma PD.  Per quanto la vicenda possa apparire come un indice di scarsa competenza e conoscenza e quindi suscitare inquietudine, l’attenzione andrebbe focalizzata piuttosto sui concetti di fondo della proposta pentastellata.

Secondo gli economisti di stampo keynesiano per uscire dalle situazioni di crisi economica si deve “fare deficit” per attuare politiche di espansione (di crescita) dando lavoro, investendo in infrastrutture, detassando, conferendo nuovi diritti sociali ecc. In questo modo la disoccupazione si dovrebbe ridurre, i contribuenti dovrebbero aumentare e con essi le entrate andrebbero a ripianare non solo il nuovo deficit ma anche a ridurre lo stock del debito pregresso.  Di Maio apparentemente in linea con questo approccio, ha insistito sullo sforamento del parametro di bilancio del 3%, un parametro di scarsissima scientificità ma concordato con gli altri soggetti europei: “prenderemo un po’ di debito e lo investiremo per lo sviluppo” è stato lo slogan in diverse conferenze elettorali.  Va detto che in altre occasioni, sotto i riflettori europei, si è mostrato un po’ incerto paventando il rispetto della norma nel caso il “Piano Cottarelli” bastasse.

Un primo punto focale che sembra sfuggire allo staff economico del Movimento è che “fare deficit” non significa erogare beni e servizi aggiuntivi rimanendo scoperti ma significa ottenere prima un prestito da un investitore (sotto forma di Titolo di Stato cioè Bot, BTP ecc) per poterli pagare (se spesa corrente)/realizzare (se infrastruttura).

Il lettore comprenderà che non è un buon biglietto da visita (credibilità) dichiarare apertamente la prossima violazione delle regole comunitarie, ciò rende ostico (e costoso) cercare finanziatori visto che una simile prospettiva può comportare dinamiche punitive da parte di numerosi soggetti finanziari e/o da parte degli Stati dell’Eurozona.  Corrisponde al vero che altri paesi abbiano disatteso tale norma ma essi possiedono un debito pubblico minore del nostro e questo al netto dell’eccessiva enfatizzazione riguardante il concetto di debito pubblico, troppo spesso emotivamente confuso con il debito verso l’estero.

Il candidato premier grillino molto spesso dà per scontato che i propri interventi siano “ad altissimo moltiplicatore” e soprattutto che, in un tempo relativamente breve, comportino una crescita del PIL tale che comporti l’ottenimento di entrate fiscali maggiori utili ad onorare le scadenze con vecchi e nuovi creditori (pena la speculazione finanziaria e perfino il default). Di Maio pare confondere l’etica con la dinamica del moltiplicatore, il quale, si dispiega in tutta la sua forza quando il danaro proviene da capitali fino ad allora giacenti e finisce nelle tasche di chi, per vivere, consuma fino all’ultimo euro di stipendio (e nel Piano Cottarelli molti di questi soggetti finirebbero licenziati) e non certo nelle tasche delle Big Companies che stanno dietro larga parte della Green Economy, della Virtual Economy e delle infrastrutture.

Il moltiplicatore monetario è quel meccanismo secondo cui una banconota, poniamo da 100 euro, viene spesa da un cittadino (in cambio di un bene o servizio): essa  comporta un profitto all’attività che la riceve, come potrebbe essere una alimentari.  Considerando il profitto pari a 40 euro (100 – i costi per i dipendenti, per il materiale, per le tasse ecc ecc) essi verranno presumibilmente spesi dal titolare dell’alimentari, mettiamo caso, in una cena al ristorante. Il titolare di quest’ultimo a sua volta otterrà un profitto che a sua volta spenderà ecc ecc ecc.

Con 100 euro quindi in realtà si ha teoricamente una sorta di apparente moltiplicazione del denaro che fa girare l’economia. Ovviamente se una banconota viene spesa in una multinazionale (con alle spalle soggetti milionari) essa non si “moltiplicherà” perché si accumulerà nei soliti conti correnti (ammesso resti in Italia), fattore che genera disoccupazione. Sembrerà strano ma dal punto di vista del moltiplicatore, stipendiare un fannullone che guadagna 1200 euro o un serio dipendente che guadagna la stessa cifra, non cambia niente: cambia al massimo il benessere interno lordo (BIL o BES secondo simile versione) dei cittadini, i quali, se si rivolgono a un fannullone non ottengono un servizio pronto e decente. Non è corretto tuttavia confondere l’etica con l’economia.

Nel medio lungo periodo una burocrazia efficiente e un paese ricco di infrastrutture e sicuro, possono sicuramente attrarre investimenti, ma finché questo non avviene, parlare di immediata esplosione del PIL è un chimera, mentre i creditori pretendono subito il pagamento delle scadenze e nel caso lo Stato non riesca a farvi fronte fallisce. Sforare significa avere ulteriori creditori. Possiamo dire tutto il male del mondo del PIL e dei suoi limiti ma è l’unico indicatore ad oggi affidabile per valutare lo stato di salute di una economia e se perdiamo credibilità violando le regole europee (soprattutto in uno scenario di “cambio fisso” quale è la moneta unica) e non sappiamo “moltiplicare”, le scadenze iniziano a stringere il cappio al collo del paese che poi è costretto “a scenari greci” cioè ad operare soluzioni di urgenza come il dimezzamento dei livelli pensionistici e la privatizzazione/taglio dei beni/servizi che in campagna elettorale era stato promesso dovessero essere potenziati;
questo al fine di evitare il default che comporta l’evaporazione di tutti i risparmi dei cittadini (scenario “argentino”).

Ricordiamoci che quando uno Stato è nell’urgenza di ottenere finanziamenti, i potenziali “prestatori” chiedono interessi sempre più alti (speculazione/spread) e costoro sono solo teoricamente degli investitori ma in pratica sono speculatori, rappresentano la tipica “finanza volatile”, non portano di norma un incremento dell’economia reale, non portano industrie o lavoro, bensì provocano una emorragia di danaro e benessere verso l’estero (e in cambio otteniamo deflazione, anche salariale). Questo meccanismo è spontaneo quando alcune regole vengono disattese. Di norma questi investitori prima si arricchiscono a spese degli Stati alzando i tassi di interesse (come detto) poi nel momento in cui il paese è costretto a svendere assets strategici, per onorare le scadenze (ed evitare il default), sono sempre costoro ad acquisirli a prezzo di saldo.

Di  Maio è reduce da poco da incontri a porte chiuse con non ben definiti “investitori”: l’ideale sarebbe stato chiarire la tipologia di investitore secondo il principio della
trasparenza e il sacro valore dell’interesse nazionale perché la coincidenza è abbastanza sibillina. Ricordiamo che nel 1992 sul Panfilo Britannia il nostro Governo si
accordò per la vendita di importanti assets a soggetti esteri in coincidenza con l’uscita dell’Italia dallo SME che comportò una svalutazione a doppia cifra della Lira
e con essa l’automatico iper-sconto sui nostri “gioielli di Stato”. Una operazione che, a mio parere, andava evitata all’epoca e che non vorremmo si ripetesse, per giunta in farsa.

La storia la descriverebbe, comodamente ed erroneamente, come il fatale errore di una nuova classe politica impreparata e sprovveduta. A solo a titolo di esempio viene da citare il caso delle banche italiane: sebbene siano soggetti privati il rapporto con lo Stato è stretto (si pensi a certi salvataggi) e nel caso divenissero soggetti esteri, i capitali finirebbero ancora più verso il centro Europa con ulteriore desertificazione del “Belpaese”.

E’ fatto salvo comunque il principio che in epoche stagnanti o recessive, per abbassare il Debito/PIL, si debba “agire sul denominatore” cioè incrementare il PIL e non ridurre il debito con politiche di austerità, tuttavia l’economia non è una materia da affrontare in modo ideologico e vago bensì in modo chirurgico poiché il passaggio dal virtuale, dall’ideologico, al reale non è mai cosa da poco e le variabili (prevedibili e imprevedibili) sono numerose. Al minimo errore si rischia una macelleria sociale senza precedenti.

Uno dei “responsabili economici” del Movimento 5 Stelle è Fioramonti che pur essendo laureato in Scienze Politiche (per cui non è un economista) insegna economia in Sud Africa. E’ passato agli onori della cronaca per i legami (da lui smentiti) coni “gangli” dello speculatore internazionale Soros, delle famiglie Rockfeller e Rothschild, con Aspen Institute. In realtà ciò che andava rimarcato è l’essere uno dei teorici della “Decrescita Felice”.  Anche questo fattore, per quanto secondario, non è passato inosservato sulla stampa internazionale che vede in questa teoria rudimentale (esprimibile in pochi capitoli) un sintomo di scarsa preparazione ed un pericolo per un potenziale disimpegno sul lato dei conti pubblici da parte degli “italiani”.

Più serio e cauto da parte di chi si propone come “amministratore della cosa pubblica” limitarsi alla corretta ed auspicabile essenza di questa teoria che non scopre niente: la riduzione degli sprechi (per reinvestirli però). Detto questo il principio macroeconomico della politica grillina è riassumibile, quanto meno negli intenti dichiarati, nel quadro delle politiche di ‘”espansione della domanda” (i cittadini acquistano beni e servizi).

Sfugge ai più purtroppo che se si attuano queste politiche non tutto è rose e fiori perché ad incrementarsi è soprattutto l’import (ci indebitiamo con gli altri Stati per acquistare da loro merci) e se non temiamo conto degli equilibri della bilancia commerciale (import/export) finiamo di nuovo negli stessi meccanismi descritti in precedenza (avvitamento sugli interessi/spread) su un piano ancor più strettamente economico.   Ricordiamo che lo sbilanciamento della bilancia commerciale non può essere “compensato” da un sistema di cambi flessibili che rispecchi nella moneta la reale forza economica del paese quindi la situazione è ancor più delicata.

L’Argentina fu un esempio della dinamica cambio fisso, crisi economica, collasso monetario (chi vuole consulti il “Ciclo di Frenkel”) e le aziende italiane specializzate in export non sono agevolate dall’attuale sistema fiscale: se sono virtuose il merito è esclusivamente del marchio Made in Italy, del talento nostrano.

Concludiamo questa analisi con l’ormai storico cavallo di battaglia del M5S: il Reddito di Cittadinanza. Rispetto al testo presentato e bocciato in Parlamento (il Decreto Catalfo) l’attuale proposta è diversa e risulta oscura in un punto fondamentale:  il requisito ISEE.  Da ambienti pentastellati consultati personalmente è emerso che per poter ottenere il RDC sarà necessario avere una ISEE inferiore a 6000/6500 euro.  In questo caso chi disoccupato possedesse anche una modestissima casa di proprietà non beneficerà del sostegno in quanto considerato “reddito imputato” (poiché non deve pagare l’affitto). Un vero e proprio ribaltamento dei principi di base di tutti i Redditi Minimi Garantiti europei che sostengono ogni disoccupato con l’esclusione, in certi casi, solo dei possessori di grandi ville.   Si pensi nel Sud Italia dove la disoccupazione è più alta quanta rabbia scaturirà dopo il voto quando la prospettiva di questo sostegno non verrà
riconosciuta. A queste mie perplessità va ad affiancarsi l’opportuno studio di Baldini e Daveri (lavoce.info) che mostra che il costo di 15 miliardi determinato dall’ISTAT nel 2015 dà per presente il requisito summenzionato (senza questo requisito il RDC costerebbe sui 30 miliardi).

O il M5S dichiarerà di aumentare l’esborso per il RDC a circa 30 miliardi (prospettiva per me auspicabile) o dovrà informare chiaramente gli italiani della presenza di questo requisito ai più sconosciuto.

Una manovra, il Reddito di Cittadinanza, che se ben strutturata fornirà un incremento di giustizia sociale, sicurezza e una opportunità per il paese (sempre tenendo in equilibrio gli aspetti descritti con estrema competenza); allo stato attuale finirebbe solo ai senza tetto stranieri e ai giovani che vivono in casa con i genitori, lasciando fuori proprio chi ha a che fare col mondo del lavoro (precari, inoccupati e disoccupati).

Marco  Giannini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

14.02.2018

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