Il gioco più brutto del mondo

Il Grande Reset applicato al calcio

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Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. (Pier Paolo Pasolini)

 

Il calcio è stato l’ultima rappresentazione sacra di un tempo che se n’è appena andato. Negli ultimi trent’anni se lo sono mangiucchiato, brano a brano, i soliti noti, fino a trasformarlo in un sottoprodotto della televisione da un lato e in una terra di conquista per l’alta finanza dall’altro: in definitiva, un’articolazione del Sistema. Questo processo ha spogliato il calcio di tutto ciò che lo rendeva genuino fattore di aggregazione popolare, rimodellandolo ed adattandolo alle esigenze della  società “liquida” messa in piedi da lor signori, quella della fine della storia e del consumo assoluto. Eppure, un’ineffabile aura di sacralità sopravviveva fra l’erba sintetica ed il VAR, specie nella memoria nostalgica dei più vecchi. Il Grande Reset s’è portato via pure quella. Nell’epoca del distanziamento sociale innalzato a Primo Comandamento, il pallone può rotolare solo attraverso uno schermo piatto, e le partite al campetto rappresentano un sacrilegio. Perché il calcio è, per definizione, contatto, “assembramento”, vita: le marcature strette, le mischie furibonde, gli spalti gremiti, le folle festanti…Tutto questo è in avanzata fase di resettazione. Ogni regime che si rispetti, tuttavia, ha bisogno di elargire i suoi circenses alla plebe, specie quando sta per mancare il pane. Lo spettacolo è dunque continuato, malgrado tutto, dando vita alla prima stagione del Nuovo Telecalcio Sanificato.

 

Prima la salute

L’anno passato, nella stagione di transizione fra il Vecchio Calcio Malato ed il Nuovo Telecalcio Sanificato, il pallone s’era fermato, un po’ dappertutto, nel mese di marzo. Uniche eccezioni, i campionati  di quattro ruspanti realtà periferiche: la Bielorussia del “negazionista” Lukashenko, bersaglio dei consueti strali mediatici,  il Tagikistan (che s’è poi “arreso” alla fine di aprile), il Nicarugua ed il Burundi. I governi degli altri paesi avevano invece disposto, quasi all’unisono, come seguendo un’agenda, il blocco di tutte le attività sportive per arginare il fatale contagio. Il mondo del calcio aveva pure dato un contributo all’edificazione dell’immaginario covidista, grazie al mito della “partita assassina”, quell’Atalanta-Valencia del 19 febbraio 2020 presentata  come evento “super diffusore” del virus. Successivamente, era stato raggiunto un compromesso per coniugare le ragioni della salute e quelle degli affari: erano stati stabiliti paradossali “protocolli” e, pur fra presunti focolai e quarantene, le varie coppe e campionati erano terminate ad agosto inoltrato. Le partite si sono svolte rigorosamente a porte chiuse ed i calciatori hanno dovuto  salutarsi col pugno, indossare la mascherina quando erano seduti in panchina ed essere tamponati costantemente.  Il resto è stato come prima, con le marcature strette e le mischie furibonde, ma non per i giocatori che non hanno vinto mai, quelli del calcio dilettantistico, amatoriale, giovanile; per questi ultimi, hanno prevalso le ragioni della salute. Qualche zelante apostolo del verbo covidista aveva provato, in verità, a “salvare” il pallone dei poveri riformandone le regole attraverso ordinanze di dubbio gusto e legittimità:  Marco Marsilio, “governatore” dell’Abruzzo in quota Fratelli d’Italia, aveva deliberato il divieto di effettuare contrasti (specificando che la palla si poteva recuperare solo “per intercetto”) e scivolate, oltre a quello di marcare l’avversario. Sarebbe stato bellissimo: l’attaccante che si invola verso la porta avversaria con i difensori che si scansano.

 

Il centravanti mascherato e altre storiacce

Per la nuova annata, i padroncini del calcio si sono accordati coi Padroni del Discorso e le competizioni si sono svolte regolarmente, con qualche episodica interruzione che ha fatto comunque brodo  nel minestrone covidista. Il mondo del calcio è stato infatti incessante produttore di miti e storielle utili ad alimentare la “narrazione” pandemica, serbatoio inesauribile di dissonanze cognitive, fucina di grottesche idiozie.     I calciatori si sono beccati a rotazione il fatidico virus, hanno sofferto tanto e hanno condiviso le loro disgrazie coi “follower” sui “social”: hanno fatto, insomma,  il loro sporco lavoro di figurine. Nessun campione è, fortunatamente, morto di covid, ma qualche ex campione c’è andato molto vicino: è il caso di Daniele De Rossi, ritratto nella foto a fianco mentre agonizza giulivo allo Spallanzani di Roma nell’aprile scorso. Alla fine, “Capitan Futuro” ne è uscito, ma con un grande spavento; altri suoi omologhi hanno invece preso la cosa più alla leggera, organizzando cene e festoni gaudenti in barba alle sacre norme ed arrivando persino ad esternare proclami “negazionisti”. Cristiano Ronaldo, per dirne uno, l’ha fatta fuori dal vaso più volte: è stato ufficialmente richiamato per il mancato uso della mascherina in tribuna, ha violato isolamenti e restrizioni per andare a spassarsela e, dulcis in fundo, ha twittato ai suoi 250 milioni di seguaci il motto di ogni negazionista che si rispetti: “Il tampone è una cazzata”. Il portoghese, chiaramente, s’è dovuto rimangiare tutto: riportato all’ordine, s’è rassegnato al suo destino tamponato. Al “cattivo” CR7, i mass media hanno presto contrapposto un altro campione di umiltà nella parte del “buono”: lo showman apolide  Zlatan Ibrahimovic. Costui è stato arruolato come “testimonial” della regione Lombardia nella campagna per promuovere distanziamenti e mascherine e gli è stato messo in bocca uno slogan che avrebbe meritato miglior sorte: “Il virus mi ha sfidato ed io ho vinto, ma tu non sei Zlatan: non sfidare il virus!” Successivamente, però, è stato a sua volta “pizzicato” mentre violava tutte le norme possibili in un ristorante del centro di Milano fatto aprire apposta per lui. Questi figuranti della società dello spettacolo, insomma, si sentono parte dell’élite: recitano la loro parte nel teatrino propagandistico e praticano il godimento marchesegrillesco dei loro privilegi, esattamente come fanno le altre sagome della politica e della televisione.

Il pallone d’oro del covidismo sul rettangolo verde non può dunque andare ad uno dei campioni più blasonati, ma viene assegnato per acclamazione ad un esotico fuoriclasse del “rispetto delle regole”: l’attaccante honduregno Jerry Bengtson, che si è guadagnato la sua finestrella di fama (e di Overton) nel dicembre scorso, indossando una mascherina ben calcata sopra il naso durante tutti i novanta minuti di una partita. Mentre riceveva il plauso di tutto il mondo libero, il nostro gigante, fresco campione dell’Honduras col suo Olimpia Tegucigalpa, ha spiegato le ragioni della sua condotta: lo farebbe, semplicemente, per “ridurre le possibilità di contagio e proteggere la sua famiglia”. Nella foto a fianco, viene immortalato durante la fatidica partita mentre, pur di insidiare la porta avversaria, si espone a rischi spaventosi.

Il sole non batterà più sul campo di pallone

Il Grande Reset del pallone ha fatto piazza pulita: tutti i campionati dilettantistici (in Italia, dall’Eccellenza in giù) sono stati rinviati sine die e solo alla fine di marzo ne è stata disposta la ripartenza, su base volontaria e sottostando a norme paradossali in fatto di tamponi e quarantene.  Migliaia di società hanno, giocoforza, cessato le attività, e ciò ha determinato l’eclissi del calcio nelle realtà provinciali e periferiche. Stessa sorte è toccata al calcio giovanile, ma solo a quello dei poveri; dopo uno stop di sei mesi, nella scorsa primavera è stata autorizzata la ripresa degli allenamenti: consentiti solo corsa, stretching,  esercizi individuali e tiri in porta, tutti da svolgere con un pallone “personalizzato” per evitare pericolose promiscuità; al contempo,i ragazzi  dei settori giovanili delle società professionistiche (quelle, cioè, in cui lo sgambettare dei virgulti può produrre qualche tornaconto economico) si sono allenati regolarmente, dando vita all’ennesimo paradosso. Questi campioncini in erba, infatti, al mattino andavano a scuola di terrore, sottostando a tutte le “regole” ed al pomeriggio potevano sfogarsi, a differenza dei loro coetanei meno “promettenti”, fra mischie, contrasti e marcature strette. Il settore del calcio di base è economicamente  collassato: private delle rette, le piccole società hanno dovuto alzare bandiera bianca. Il messaggio è chiaro: la pratica del calcio, del gioco nazionalpopolare per eccellenza, sarà d’ora in poi un privilegio. Privilegio dal quale saranno esclusi, oltre ai bambini e ai ragazzi, i milioni di “amatori” del calcio sghembo e improvvisato, delle partite sotto casa, del calcetto e del calciotto, dei tornei parrocchiali… scapoli, ammogliati, vecchie glorie, panzoni frustrati…saranno tutti resettati.

Anche nell’ambito del calcio di vertice, quello dei miliardi e delle televisioni, pare in atto una tendenza alla concentrazione oligopolistica affine a quella di altri settori. In base a tale processo, è lecito prevedere che lo sfruttamento di questo prodotto dell’industria dell’intrattenimento sarà riservato a pochi pescecani della turbofinanza, delle petromonarchie  e del crimine globalizzato. La torta da spartire sarà magari più piccola, ma i commensali saranno assai meno: ad essere espulsi saranno tutti i capitalisti “nazionali”, cioè tutti gli operatori dell’economia “reale”. Il progetto, poi abortito,  della cosiddetta “Superlega”, rende l’idea di ciò che sta accadendo. Alcuni “grandi club” europei in mano ad opache oligarchie finanziarie (fra questi, Juventus, Inter e Milan) hanno provato a mettere in piedi un supercampionato dei ricchi, il cui fine ultimo sarebbe stato quello di “attirare gli investimenti” (accaparrarsi cioè la quasi totalità degli introiti legati ai diritti televisivi) e “svuotare” i campionati nazionali, i quali, privati delle squadre più rappresentative, delle risorse economiche e dei calciatori migliori sarebbero andati incontro ad una lenta agonia. Gli “scissionisti” hanno dovuto alla fine fare marcia indietro davanti alle minacce dei burosauri che governano i carrozzoni dell’UEFA e della FIFA, gli stessi che hanno perso ogni residua credibilità assegnando al Qatar i mondiali del 2022. Evidentemente, i tempi non sono ancora maturi.

 

Ce lo chiede l’Europa

Ieri ha preso il via la fase finale del campionato europeo di calcio, prevista inizialmente nel 2020 e posticipata poi  di un anno, ufficialmente a causa della “pandemia”, in realtà per lasciare spazio all’esaurirsi dei vari campionati e coppe. Questi ultimi erano un prodotto già venduto; l’europeo lo si poteva invece mettere in freezer e scongelare all’occorrenza, e così è stato.

A giudicare dalle settimane precedenti, la rappresentazione mediatica di questa kermesse calcistica rivaleggerà, in quanto a tenore e invadenza  della propaganda, con le Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle dell’apoteosi del nazismo hitleriano. Il sacro virus sarà il vero protagonista di ogni pallonata. Ulteriori dissonanze, sempre più folli, verranno irradiate da tutti i teleschermi. Intanto, si torna alla “normalità” e gli stadi riaprono al pubblico, ma è un diabolico algoritmo a stabilire in che misura: all’Olimpico di Roma è possibile riempire un quarto dei posti, a San Pietroburgo la metà e a Budapest, misteri della fede, lo stadio intero. Si tratta dunque di una “nuova” normalità ed i teleprofessionisti dell’informazione ce lo ricordano in continuazione: si accede allo stadio presentando il fantomatico “green pass” o un attestato di avvenuta tamponazione, si indossa la mascherina e si esulta, sì, ma con moderazione. Un altro fronte caldo della campagna propagandistica calcio-covidista è quello della vaccinazione. Gli azzurri si sarebbero sottoposti alla prima punturina all’inizio di maggio ed in quell’occasione il bomber Ciro Immobile ha recitato il copione di Stato: “Vogliamo essere un esempio”. E’ lecito tuttavia porsi dei dubbi sulla veridicità di tale esemplare inoculazione, dati i pesanti effetti collaterali previsti. I medici al seguito delle nazionali di Austria e Germania hanno parlato chiaro in tal senso, sostenendo che il siringamento a ridosso della manifestazione sarebbe stato troppo pericoloso per i calciatori e li avrebbe in buona sostanza debilitati. Sulla carta, ogni nazionale ha i suoi vaccinati (molte hanno lasciato “libertà di scelta”); in realtà, è molto improbabile che siano state messe a rischio le facoltà dei pedatori: la loro salute (quella sì) vale miliardi di euro.

Per chi se lo fosse perso, ieri l’Italia ha battuto la Turchia per tre a zero nella partita inaugurale di questo europeo “itinerante”. Roberto Mancini, già campione sregolato ed oggi mister paludato, è sull’orlo della beatificazione. Pochi mesi fa, invece, c’era mancato poco che lo lapidassero. Egli s’era reso infatti protagonista di una serie di dichiarazioni che avevano indotto il coro massmediatico a chiederne le dimissioni. “Speranza pensi prima di parlare” e “La vita deve andare avanti, riapriamo gli stadi” già avevano fatto scandalo; quando poi il “Mancio” ha condiviso un’innocua vignetta sui suoi profili (quella a fianco), è mancato poco venisse esonerato da Mattarella in persona, nonostante le mille vittorie consecutive e tutto il resto. Mancini è pure fascista e razzista, ovviamente: non ha convocato nessun giocatore nero e la cosa ha già destato scalpore. L’aitante attaccante Moises Kean del Paris Saint Germain, che si sentiva certo del posto, pare sia stato  scartato per scarso impegno a beneficio di tale Giacomo Raspadori, giovane e mingherlino attaccante del Sassuolo: qui siamo dalle parti del sovranismo più becero.  “Siamo in democrazia e ho espresso la mia idea” avrebbe pure detto Roberto Mancini rispondendo alle critiche: si tratta, insomma,  di un uomo pericoloso.

Un aneddoto caro ad una certa storiografia vuole che i moti del luglio 1948, quelli successivi all’attentato a Palmiro Togliatti, si fossero “sgonfiati” grazie alla miracolosa  vittoria del vecchio Gino Bartali, ciclista d’indole democristiana, al Tour de France. Gente che aveva appena sparato sui carabinieri avrebbe mollato tutto per festeggiare la vittoria dell’attempato “Ginettaccio”. Lo sport, dunque, come “oppio dei popoli” nell’era della società di massa: una tematica molto indagata nel corso del ‘900. Assecondando le suggestioni della storia, è bello ipotizzare, però, che i ludi circensi dispensati dai padroni del discorso producano per una volta un esito diverso. Se l’Italia dovesse andare avanti nella competizione, milioni di nostri concittadini si riverserebbero nelle strade, in barba al coprifuoco ed al distanziamento, come è già accaduto in altre circostanze (a Napoli per la morte di Maradona, a Milano per lo scudetto dell’Inter, ma anche a Salerno e Venezia per la promozione in serie A). Le terapie intensive non si intaserebbero, i politici  dovrebbero fare buon viso a cattivo gioco,  il coro massmediatico si ridurrebbe ad un balbettio…i milioni di ipnotizzati potrebbero, davanti all’evidenza dell’impostura, essere fulminati sulla via della consapevolezza. E’ solo una flebile speranza, ma nel dubbio vien da dire, con tutti i distinguo del caso… Forza Italia! Del resto, come pare abbia detto lo stesso Togliatti, Come puoi pensare di fare la rivoluzione senza sapere cosa ha fatto la Juventus? 

 

Moravagine per Comedonchisciotte.org

 

 

 

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