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IL DESPOTA E I FIGLI DAVANTI ALL'IRA DELLA NAZIONE DA LORO TERRORIZZATA

DI ROBERT FISK
Independent.co.uk

C’è stato un momento in cui una
nazione ha compreso che non solo la rivoluzione era reale, ma che anche le sue vittime lo erano

Proprio quando i dittatori arabi avrebbero un disperato bisogno di bere le sane e fresche acque di un’estate araba, ieri gli egiziani sono arrivati per avvelenargli il pozzo. In fondo ai propri abissi, questi dittatori hanno potuto vedere la loro faccia
tremolante tra le reti, fragile, con le dita che giocano intorno al naso e alla bocca, il braccio di un uomo alzato su una barella per impedire
che la luce arrivasse troppo vicina ma, solo per pochi momenti, con
gli stessi occhi arroganti. E poi il pesante microfono nero è apparso
nella sua mano sinistra. “Sono qui, vostro onore”, ha detto una voce tanto alta da essere raccapricciante. “Non ho commesso alcun crimine di questo tipo.”

Si, gli egiziani ieri hanno davvero portato il loro miserabile e antico dittatore in tribunale, con i suoi figli accigliati e effemminati, entrambi vestiti di bianco come se dovessero
andare a un altro party estivo di tennis, un’illusione spezzata
solo dal verde Corano stretto sotto il braccio di Alaa Mubarak. Un incoraggiamento allo smunto padre ottantatreenne, Hosni? O un insulto ai morti?

Gli avvocati hanno urlato il dolore
dei loro clienti; della tortura, dei cecchini, dell’assassinio del suo popolo nelle rivolte di gennaio-febbraio, della brutalità delle forze di sicurezza, della corruzione a livello della mafia. E a chi altri si possono addossare queste accuse terribili? Abbiamo pensato naturalmente a Damasco. E Tripoli. E alla capitale del Bahrein, Manama. E a Rabat e Amman e Algeri e Riyadh…

E sui vasti e aridi territori dei despoti arabi, le televisioni dei governi hanno continuato a mandare giochi a premi, lezioni di cucina, drammi familiari e folle festanti, tutti ad amare i loro re, presidenti e sovrani, che non potrebbero – giusto? – mai essere accusati di questi crimini terribili. Fuori dall’Egitto, l’unica messa in onda del processo è stata realizzata dalla Tunisia post-rivoluzionaria e dalle nemesi del regime di Mubarak, degli Stati Uniti e di Israele: la televisione degli Hezbollah, Al-Manar.

“Sei Mohamed Hosni Sayed Mubarak?”, ha chiesto il giudice Ahmed Refaat. O Bachar al-Assad? O Muammar Gheddafi? O Sua Maestà Re Hamad? O persino Sua Altezza Re Abdullah, Guardiano dei Tre Luoghi Sacri di un posto chiamato Arabia Saudita?

Per la storia – la storia araba, la storia occidentale e la storia mondiale – le scene si svolgeranno all’Accademia di Polizia Egiziana con tutti i capitoli, le note a piè di pagina e con tutti i riferimenti, il momento in cui un paese non solo si rende conto la rivoluzione è vera, ma che anche le vittime sono vere, la corruzione dei suoi dittatori dettagliata fino all’ultima sterlina egiziana e fino all’ultimo nome fasullo delle aziende, con la sofferenza del suo popolo forensicamente descritta.

Malgrado i suoi difetti, questa non
è giustizia sommaria, del tipo così amato dalla famiglia Assad e da quella di Gheddafi o, in effetti, della famiglia Mubarak. Il Califfo è stato deposto, e la “Primavera Araba” (una cosa persino sospetta in questo momento, con la macelleria in Siria e il nonsenso della guerra libica) ha ripreso forza. Anche quando l’elicottero che portava il vecchio ragazzo alla giustizia è comparso nei chiari e torridi cieli sopra il deserto, per un momento abbiamo scosso le nostre teste. Davvero.

L’infezione può essere fermata,

le acque avvelenate possono venire ripulite? Gli egiziani non ci credono.

Se questo era un bon-bon, un cioccolatino o due per rallegrare le masse

dal Comando Militare Supremo egiziano– che aveva garantito lo svolgersi

di questo processo con lo scetticismo annoiato del mondo arabo – è

sembrato essere in chiusura un affare molto più serio. Gli avvocati

della difesa e dell’accusa hanno squittito le loro domande, gli uomini

di Mubarak per prolungare il processo di settimane, mesi, anni, per

migliaia di ulteriori pagine di prove (5.000 contro il solo Mubarak),

per mandati di comparizione a tutti gli altri uomini nella cerchia dell’uomo

distrutto.

La lista lunghissima di personalità

che macchinano negli apparati di sicurezza dello stato, il “Direttorato

della Sicurezza” del Cairo, la “Police Security” di Giza

– dei generali Ali-Shadli e Ali Magi e Maher Mohamed e Mustafa Tawfiq

e il brigadiere Reza Masir, assieme ai generali Hassan Hassan e Fouad

Tawfiq e Yahyia al-Iraqi, Abdul-Aziz Salem, il brigadiere Rifaat Radwan

e il brigadere Hani Neguid e il tenente colonnello Ahmed Attallah, il

colonnello Ayman al-Saidi – si fa largo nei processi, tutti innocenti

per un uomo naturalmente, fin qui parte del segreto di stato il cui

lavoro è sempre stato anonimo, e le istituzioni in cui hanno vissuto

sempre avvolte in una discreta oscurità.

E poi gli avvocati “che pretendono

il rispetto dei diritti civili” – gli avvocati delle famiglie

dei morti e dei feriti – hanno gridato i nomi delle vittime. Stavano

camminando e sono stati abbattuti nelle strade del Cairo e di Alessandria

e di Giza, gente vera che è morta nello sbalordimento e nel dolore

mentre i teppisti di Mubarak si prendevano cura di loro. Ci sono stati,

lo devo dire, alcuni momenti cupi.

Al di fuori della corte, alcuni minuti

prima dell’inizio del procedimento, ho trovato avvocati come Mamdouh

al-Taf, che diceva che gli era stato reso noto di essere lui il rappresentante

delle vittime civili davanti al Ministro della Giustizia ma che ha visto

con i propri occhi, ha detto, come il suo nome sia stato cancellato

dalla lista del tribunale proprio dal ministro degli Interni.

C’era il padre di of Hossam Fathi

Mohamed Ibrahim, “martire di piazza Sehir a Alessandria”,

diciottenne ma più giovane, in un pullover rosso nella foto che il

padre aveva in mano. “Perché lui non è rappresentato dall’avvocato

in questo tribunale?”, mi ha chiesto. Non c’è da meravigliarsi

che le prime domande urlate al giudice Refaat giungessero dagli uomini

e dalle donne che rappresentavano i civili morti e feriti. “Perché

in questo tribunale ci sono più avvocati degli imputati rispetto a

quelli che tutelano le vittime?”, un avvocato donna ha preteso

di sapere. Interessante.

Il povero vecchio ex ministro degli

interni Habib al-Adli, vestito di blu e ignorato da Gamal e Alaa Mubarak

– che a volte sembrava porsi deliberatamente di fronte agli obbiettivi

egiziani per far sì che il loro padre venisse censurato dalle riprese

–, ronzava nella sua parte di cella per ricevere nuove imputazioni

di corruzione e di violenza. Ha già ricevuto una sentenza di dodici

anni e, nella sua scialba uniforme blu – in contrasto con il bianco

virginale dei Mubarak (Hosni sempre stretto al suo telo bianco attorno

alla gola) – è apparso come una figura patetica dietro le sbarre

e alle reti di ferro della gabbia nel tribunale. Tempo fa, gli proposi

un’intervista per discutere dei suoi affari, e mi fu detto che sarei

stato arrestato se lo avessi chiesto di nuovo.

“Nego tutto”, ha dichiarato

Alaa. “Rifiuto tutte le imputazioni”, ha annunciato Gamal.

C’è stato persino un mandato di comparizione in tribunale per il

Maresciallo di Campo Mohamed Tantawi, il comandante militare dell’Egitto

di questi giorni (e vecchio compare di Mubarak). Questo fatto porterebbe

le cose davvero troppo lontano. Da Damasco a Amman, da Rabat a Manama

e a Riyadh, naturalmente, si è avuto il silenzio. E, strano a dirsi,

non una parola da Washington, il cui vecchio amicone Hosni sta ora affrontando

(in teoria) la pena di morte. Forse anche Foggy Bottom (ndt: una metonimia

per indicare il Dipartimento di Stato) ha i suoi pozzi avvelenati.

Gli accusati…

1. Hosni Mubarak

L’ex presidente è accusato di aver

perpetrato l’omicidio premeditato e il tentato omicidio dei manifestanti.

Accusato di corruzione per aver accettato regali per facilitare una

vendita di terreni e in relazione un affare sulle esportazioni di gas

naturale.

2. Gamal Mubarak

Da lungo tempo nel partito con l’occhio

puntato alla presidenza, Gamal è imputato con suo padre di corruzione

sulla vendita di terreni. È accusato di aver accettato cinque ville

dal valore di 7 milioni di dollari da un uomo d’affari e in cambio

ha facilitato una trattativa immobiliare nella località di Sharm el-Sheikh.

3. Alaa Mubarak

Anche se è più gradito

al pubblico e viene riferito che abbia tentato di moderare gli istinti

del fratello Gamal, anche Alaa è imputato di corruzione.

4. Habib al-Adly

Il capo della sicurezza di Hosni Mubarak

ed ex ministro degli Interni, è anche lui coinvolto nelle accuse

di omicidio e tentato omicidio nel corso delle rivolte egiziane.

Sei altri dirigenti della polizia devono

affrontare le stesse accuse.

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Fonte: Robert Fisk: Once untouchable, the old despot and his sons faced the wrath of the nation they had terrorised

04.08.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Pubblicato da supervice

  • supervice

    Il ruolo di Al-Jazeera nel bombardamento imperialista della Libia e altri intrighi pro-imperialisti

    AL-JAZEERA: UN’ISOLA PRO-IMPERIALISTA

    DI SUKANT CHARDAN
    Panafrican News

    L’Impero ammette: senza al-Jazeera, non potevano bombardare la Libia

    Come ha fatto al-Jazeera, un tempo soprannominata la ‘rete del terrore’ da parte di alcuni e il cui personale è stato martoriato dalle bombe USA in Iraq e in Afghanistan, finire per diventare il propagandista mediatico per un’altra guerra occidentale contro un piccolo stato del Sud del mondo, la Libia? Non sapremo tutti i dettagli per qualche tempo, forse qualche wikileaks ci aiuterà a capire, in seguito. Ma una cosa è già certa: la stazione ha tradito un grave pregiudizio politico contro il suo pubblico anti-imperialista pan-arabo e pan-islamica, riflette la sua copertura discriminatoria nei confronti della regione, sulla base degli interessi del Qatar e dei suoi collegamenti e servizi con l’Occidente.

    Al-Jazeera spezza l’egemonia occidentale nei media

    Alla fine degli anni ’90, al-Jazeera ha inflitto un colpo storico all’egemonia occidentale dei media finora esercitato attraverso Sky, CNN e BBC. L’emergere di al-Jazeera è stata una parte del processo di crescita della multi-polarità nel Mondo – l’inizio della fine della fase dell’egemonia statunitense del ‘Nuovo Ordine Mondiale’. Nel mondo arabo, la regione del Golfo ha iniziato a vedere grandi sconvolgimenti politici negli anni ’90, quando i popoli della regione si resero conto che la loro principale risorsa nazionale – il petrolio – non era destinato a durare per sempre e che, se non usavano questo petrolio per sviluppare i propri paesi, allora sarebbero rimasti senza null’altro che le dune di sabbia. Furono questi i fattori che hanno portato alla nascita di un vivace movimento pro-democrazia nel Golfo, in particolare in Arabia ‘Saudita’.

    Tutti i media cercano di apparire indipendenti, ma i grandi media non lo sono mai, al-Jazeera compresa. Ha svolto un fondamentale ruolo di agit-prop nel primi anni del 2000, durante le intense battaglie tra l’Impero e le lotte dei popoli oppressi in Libano, Palestina, Afghanistan e Iraq. Avendo io stesso intrapreso un lavoro internazionale di solidarietà con il personale medico, durante il culmine dell’assedio di Ramallah, nell’aprile del 2002, posso attestare che, per coloro che erano sotto il coprifuoco militare dello Stato sionista e l’occupazione della Palestina, al-Jazeera è stata quasi gli occhi e le orecchie del persone di Ramallah, tenendoci informati sulle proteste di solidarietà in tutta la regione e internazionali, e anche a tenerci informati segnalando la resistenza in Afghanistan, la battaglia di Tora Bora all’epoca, per essere precisi.

    C’erano sempre contraddizioni politiche all’interno della stazione, il patrono della stazione è la monarchia del Golfo del Qatar, che ospita il Comando regionale Centrale dell’esercito degli Stati Uniti – Centcom. Nonostante le contraddizioni nella stazione, appare chiaro che le potenze occidentali non avrebbero consentito ad al-Jazeera in Arabo di lanciare una stazione in lingua inglese, con la stessa assertiva, anzi militante, posizione nei confronti della politica estera occidentale. Al-Jazeera in inglese (AJE), venne lanciata nel novembre 2006, ha dovuto procedere con cautela, non attraversare le invisibili linee ideologiche tirate dagli Stati Uniti e anche, ma non solo, dalla classe dirigente del Qatar. La programmazione di AJE dal 2006 ha coperto la regione nei limiti dell’opposizione liberale all’Occidente (qualsiasi flirt con il radicalismo era limitato a ciò che è tollerato dalle calde relazioni del Qatar con Hezbollah e Hamas), non favorendo l’unità africana (no al pan-africanismo nella sua linea editoriale), e nell’essere costantemente negativa nei confronti della Cina. (Al contrario, i reportage di AJE sull’America Latina è stato più vario, anche se chiaramente più positivo verso la ‘Sinistra Buona’ del Brasile che verso la ‘Sinistra Cattiva’ del Venezuela).

    Recentemente, AJE è stato determinante nella pubblicazione dei documenti sulla Palestina, che non hanno detto nulla di nuovo circa il fallimento del processo di pace, ma il cui effetto è stato un approfondimento della divisione tra Fatah e Hamas. Pochissimo tempo dopo, in Tunisia ed Egitto sono scoppiate le insurrezioni popolari, e le successive turbolenze nella regione hanno avuto inizio.

    I reportage di al-Jazeera sulla regione e l’egemonia occidentale

    AJE ha iniziato a perdere la sua pretesa di “ogni angolatura, ogni parte” durante la copertura di Tahrir Square. Milioni hanno guardato con orgoglio, ispirazione e nervosismo la battaglia delle masse a Tahrir con l’AJE che giocava il ruolo dell’agit-prop nella lotta. Tuttavia, c’erano due campi, in cui i reportage dell’AJE divennero sospetti. In primo luogo, alcuni dei suoi ospiti, analisti e opinion-maker sono andati oltre il programma liberale. Molti degli ospiti erano di Ong e think tank occidentali, nessuno dei quali ha mai dato alcun contributo significativo alla liberazione di un qualsiasi paese del Sud del mondo. AJE ha fatto in modo che non ci fosse alcuna analisi radicale anti-imperialista nella sua stazione. Era così difficile che ci fossero nasseriani, islamisti anti-imperialisti, o rivoluzionari di sinistra in Egitto? Certo che no, l’Egitto è ricco di esperienze e pensiero rivoluzionaria, come lo è in generale il mondo arabo, ciò conduce alla conclusione che esistesse una chiara decisione di censurare queste voci dalla stazione.

    Magari guardare l’ultima rivoluzione riuscita in Egitto è illustrativo su questo punto. La rivoluzione guidata dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser dichiarava apertamente che l’obiettivo centrale della lotta era combattere l’imperialismo e il sionismo e sviluppare una politica estera non-allineata, per la distribuzione della ricchezza e la riforma agraria nel paese di orientamento socialista. Tutti questi problemi sono stati spogliati dai reportage dell’AJE dall’Egitto, e gestiti dai liberali.

    In secondo luogo, i reportage da Tahrir sono stati ancora più interessanti, avendo avuto l’opportunità di confrontare la copertura di AJE con quella di Press TV dell’Iran in lingua inglese, entrambe presenti nello stesso posto, nello stesso momento e tra le stesse persone. Mentre AJE censurava quasi tutti gli slogan anti-imperialisti e pro-Palestina/anti-sionisti e i sentimenti delle masse a Tahrir, Press TV ha accentuato queste voci da Tahrir, voci che erano molto forti e massicce nei loro numeri. Una cosa è certa, nonostante il cambiamento della situazione nella regione, l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, vuole assicurarsi che le rivolte in Tunisia ed Egitto non diventino anti-imperialiste, e AJE è parte integrante nel mantenere queste lotte entro i limiti fissati dall’Occidente.

    E’ stato, tuttavia, sulla copertura della Libia e del Golfo, dove AJE ha completamente esposto la sua agenda, che è un’agenda filo-Golfo e filo-occidentale assai reazionaria. Sempre cavalcando la buona volontà nei reportage in Tunisia ed Egitto, nei primi giorni della rivolta libica, AJE ha rivolto tutta la sua attenzione e l’agit-prop alla ribellione libica e non ha detto nulla negativo della concomitante visita del primo ministro britannico Cameron in un viaggio da piazzista di armi nel Golfo – lungi da ciò, AJE ha effettivamente regalato ore di trasmissione a Cameron per indirizzare la propaganda di guerra contro la Libia. Era chiaro da quel momento AJE avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggere l’area del Golfo dalle insurrezioni, e concentrarsi su quei regimi che l’Occidente ha messo nel mirino del cambio di regime: la Libia e la Siria (e in misura minore, per il momento almeno, Algeria). E proteggere i regimi del Golfo è ciò che AJE ha esattamente fatto. AJE ha minimizzato i disordini in Arabia, mentre le proteste di livelli simili in Libia, sono state spacciate quali sollevazione in massa di tutto il popolo libico, e oggi appare sempre più chiaro che la rivolta in Libia ha scarso sostegno al di fuori di Bengasi, e anche lì non è propriamente totale. AJE ha appena accennato alle grandi proteste in Marocco o in Bahrain, spesso respingendo quelle del Bahrein come un problema della setta sciita collegata con l’Iran. Forse la copertura di AJE è comprensibile, se si considera che il Bahrein ospita la più grande flotta degli Stati Uniti nella regione; AJE non vuole mettere a repentaglio i suoi amici dei governi degli Stati Uniti e del Bahrein. AJE ha anche censurato il discorso di Nasrallah di pochi giorni fa, probabilmente ciò è dovuto al fatto che Nasrallah ha parlato troppo della giusta lotta del popolo del Bahrein.

    E’ diventato chiaro che i ribelli libici sono agganciati e appiattiti sugli interessi occidentali in Libia, ma sono stati descritti come patriottici ed eroici rivoluzionari da AJE. Dal sostenere la resistenza in Afghanistan, Iraq, Libano e Palestina, al sostenere di un movimento che balla letteralmente sui teschi dei libici che sono stati inceneriti dalle bombe statunitensi, francesi e inglesi, si può parlare piuttosto di una svolta.

    Il Financial Times inglese è il giornale che rappresenta la voce intelligente delle élite britanniche, più di ogni altro, e il 20 marzo ha pubblicato un articolo a pagina tre, sotto la voce “il sostegno di al-Jazeera è centrale per la Coalizione“:

    Nel disperato tentativo di distinguere tra la Libia e gli altri interventi occidentali nel mondo musulmano, che hanno acuito i sentimenti anti-occidentali, le tre principali potenze nella campagna di Libia stanno disegnando la legittimità delle proprie azioni, sottolineando che ciò deriva dalle richieste arabe. Mentre qualcuno si chiede dove siano i jet arabi, la coalizione internazionale – almeno per ora – ha un’arma più potente al suo fianco: il canale televisivo al-Jazeera. … I proprietari al-Jazeera, la famiglia reale del Qatar, sono tra coloro che sostengono lo sforzo internazionale. … Infatti, la crisi in Libia rappresenta un raro momento di unità tra i popoli ed i loro capi nel mondo arabo, con al-Arabiya, il canale saudita, anch’esso dalla parte dei ribelli.

    Un raro momento di unità tra le masse arabe e i più reazionari governanti filo-occidentali della regione? AJE è stato fondamentale nella conduzione di una guerra dell’Occidente per il cambiamento di regime contro un vecchio nemico? Questi sviluppi di AJE possono eventualmente portare il canale al centro di una forte ed estesa critica araba, e forse anche proteste aperte e visibili. Già un numero crescente di analisti e commentatori sta iniziando a mettere in discussione l’agenda di AJE. Dopo tutto, le mosse di Qatar e AJE sono tutt’altro che sottili, per non dire altro:

    Anche se Doha ha spesso usato al-Jazeera per sviare le critiche delle precedenti collaborazioni con gli Stati Uniti, i suoi governanti sono stati più aperti riguardo al loro sostegno ai ribelli libici, anche se il ruolo specifico del Qatar è ancora incerto. “Il Qatar parteciperà all’azione militare perché crediamo che devono essere gli stati arabi ad intraprendere questa azione, perché la situazione è intollerabile”, ha detto Sabato ad al-Jazeera lo sceicco Hamid bin Jassem, il primo ministro. (Financial Times, 20 marzo 2010)

    Il coinvolgimento dei militari del Qatar in Bahrain e Libia non è certo un atto amichevole di unità e di lotta pan-araba, ma piuttosto si tratta di una azione sfacciatamente contro-rivoluzionaria, svolgendo un ruolo minore nell’aggressione occidentale. Purtroppo le cose si fanno da abissali a peggiori.

    Il vergognoso reportage di al-Jazeera sulla Palestina

    Mentre l’Occidente si garantisce nel miglior modo possibile che l’attuale crisi nella regione non si orienti verso l’anti-imperialismo e l’anti-sionismo, gli atti aggressivi dello stato sionista possono ancora diventare il catalizzatore che radicalizzi i movimenti dei popoli nella regione, esattamente in quella direzione. Pertanto, l’Occidente deve gestire con molta attenzione la percezione dello stato sionista, le sue aggressioni selvagge nella regione. A sua vergogna, AJE ha iniziato ad allinearsi con l’Occidente anche su questa gestione d’immagine: ha grossolanamente sottovalutato i reportage del recente raid aereo sionista contro i palestinesi a Gaza, che ha causato la morte di otto persone tra cui diversi bambini, dando una copertura relativamente più ampia possibile all’attacco della resistenza palestinese a Gerusalemme, che ha provocato la morte di una persona. Il rispettato commentatore di politica arabo As’ad AbuKhalil, affronta tale questione:

    Il ruolo nefasto di al-Jazeera (in arabo) è peggiorata – è molto peggio. Ieri ribollivo tutto il giorno perché non smetteva la sua fastidiosa, ossessiva copertura non-stop della vicenda libica, per poter riferire ampiamente sull’omicidio israeliano di bambini palestinesi. Al-Jazeera e Al-Arabiyyah (la stazione del cognato, re Fahd) a malapena ha coperto la storia ed entrambi coprono ampiamente le storie in Libia e i “successi” del bombardamento della Libia occidentale. Peggio ancora, oggi, mentre la notizia dell’esplosione a Gerusalemme arrivava, al-Jazeera ha posto fine alla sua copertura sulla Libia (anche se temporaneamente) e ha fornito una diretta non-stop alla notizia dell’esplosione. Sembra che al-Jazeera ora operi secondo gli standard occidentali, secondo cui le vittime israeliane sono più preziose delle vittime palestinesi.

    Il fatto che AJE, avendo contribuito ad un approfondimento della spaccatura all’interno della famiglia politica palestinese attraverso la pubblicazione dei documenti sulla Palestina, è sceso a questo livello nel riferire sulla Palestina, lasciando la sensazione che AJE non ha più gli interessi dei palestinesi nella sua linea editoriale.

    La regione araba vede lo sviluppo dei movimenti popolari, che incorpora molte influenze politiche, anche se inficiati dall’inevitabile intromissione contro-rivoluzionaria delle intelligence occidentali e delle forze influenzate dalle intelligence occidentali. Il potenziale per la giustizia, lo sviluppo e l’indipendenza potrebbe ora diventare un po’ più grande, se un nuovo movimento anti-imperialista e anti-sionista potesse svilupparsi. Ma qui abbiamo di fronte AJE e al-Jazeera in arabo (che promuovono esattamente la stessa narrazione), rendendosi utili al riuscito svolgimento di una guerra di aggressione occidentale contro la Libia, un piccola nazione islamica, terzomondista, araba e africana. Entrambi coprono le vendite di armi della potenze occidentali nella regione, sminuiscono i movimenti popolari del Golfo (anche usando la carta settaria attraverso le parole con la ‘I’ e la ‘S’: Iran e sciiti), cioè nella zona strategica più importante per l’Occidente, ed ora giocano anche insieme all’Occidente nella loro copertura della rivoluzione palestinese. AJE e al-Jazeera in arabo, nei mesi scorsi, e ancora di più nelle ultime settimane, si sono mostrati come poco più che una versione leggermente più liberale dell’egemonia neo-colonialista occidentale sulla regione, uno strumento prezioso per uno stato del Golfo fedele all’Occidente; e che stanno sprofondando con esso, anche se soprattutto si stanno ancora crogiolando nella gloria riflessa dei sacrifici e delle lotte degli altri popoli della regione.

    Un cruciale media multipolare

    Prima dell’arrivo di al-Jazeera, e soprattutto di AJE, i media satellitari in lingua inglese erano dominati da un Occidente ostile nei suoi reportage sui diritti del nostro popolo. I media occidentali, che riflettono la politica estera occidentale, sono sempre stati e rimangono generalmente ostili alla lotta del Sud del mondo per l’indipendenza, il diritto ad esercitare il potere e di usare le nostre ricchezze naturali e dell’ambiente, per lo sviluppo della cooperazione reciproca e dell’amicizia mondiale, cioè, un mondo multipolare, lo sviluppo più importante della democratizzazione nelle relazioni internazionali, mai visto nella storia dell’umanità.

    Con questa crescente multi-polarità, stiamo assistendo all’emergere di un gran numero di stazioni satellitari delle potenze emergenti: AJE rappresenta il mondo arabo e islamico (nonostante l’analisi critica qui), Press TV dell’Iran, Russia Today della Russia; NDTV dell’India; CCTV-9 della Cina, e così via. Sulla crisi libica, Russia Today è stata l’unica voce critica fin dall’inizio, verso la ribellione pro-occidentale. La posizione della Cina contraria all’aggressione della Libia. è stata probabilmente la più importante di tutte le potenze mondiali emergenti dei paesi BRIC (che sono contro l’aggressione alla Libia), e CCTV-9 naturalmente trasportato la posizione cinese. Così come abbiamo bisogno di sviluppare un mondo multipolare, abbiamo anche bisogno di più mezzi di comunicazione multi-polari. Guardando avanti, l’Unione Africana o l’ASEAN avranno un proprio canale. Ci sono stati mormorii tra lo stato venezuelano e il Movimento dei Paesi Non Allineati, nell’avviare un canale in lingua inglese. Forse il Venezuela, con l’Alleanza progressista Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), potrebbe promuovere una assai sentita programmazione mondiale in lingua inglese, internazionalista, pro-lavoratori e pro-Sud, creativo e professionale. Questo è qualcosa che è sempre più importante, in quanto non stiamo ancora vincendo la battaglia dei media in linea con i profondi cambiamenti antimperialisti che si verificano nel mondo. Nel frattempo, il potere di Sky, Hollywood, con videogiochi, film e musica profondamente misogini, violenti e razzisti, sta plasmando la mente di ogni adulto, giovane o bambino che ha un telefono portatile o uno smartphone, in tutto il mondo. In altre parole, è ancora l’Occidente che sta utilizzando i media a suo vantaggio, interferendo maliziosamente negli affari degli altri popoli, con AJE che, ora, ha aderito a questa agenda.

    Conclusioni

    La vigilanza è importante per comprendere la vera agenda dietro la TV, ma soprattutto nel caso di AJE, in cui l’evidenza politica è sorprendente nella sua audacia. Ogni nazione nel Sud del mondo ha la sua agenda, e il Qatar, lo stato dietro AJE, ha la sua. Qatar non ha sempre sostenuto la resistenza regionale; negli ultimi dieci anni ha avuto rapporti amichevoli con Hezbollah e Hamas, ma ha anche sostenuto gli attacchi ad Afghanistan ed Iraq. Si deve rimanere consapevoli del grande pericolo rappresentato dalla vicinanza del Qatar all’egemonia occidentale e anche dalle sue relazioni con gli stati più reazionari, antidemocratici e brutali della penisola arabica. Questo è un fatto ineludibile. La vera sfida consiste nella capacità degli spettatori di riflettere criticamente su AJE, nonostante la sua reputazione per aver introdotto un discorso più approfondito e intelligente nel mainstream.
    AJE ha attraversato diverse linee rosse dell’anti-imperialismo, e l’anti-imperialismo è assolutamente centrale per la riuscita di ogni lotta araba, dalle battaglie del Saladino, secoli fa, al più recente Nasser e al nostro contemporaneo Sayyid Hassan Nasrallah. Resta da vedere come il personale dei diversi livelli di AJE, così come le diverse sezioni superiori della monarchia del Qatar, si comporteranno nell’inevitabile reazione contro di loro. AJE può districarsi dai regimi arabi e del Golfo neo-coloniali e dispotici, filo-occidentali e filo-sionisti? Come risponderanno i popoli quando AJE gli dice che, nonostante tutti i movimenti popolari che si oppongano fermamente ai regimi filo-occidentali di Marocco, Giordania, Yemen, Bahrain, Kuwait, Qatar e in generale nella penisola arabica, in realtà la vera ‘rivoluzione’ sta accadendo solo nei nemici ufficiali dell’Occidente, contro i regimi della Libia e della Siria? Nell’ultimo decennio, la storia ha cominciato a muoversi più velocemente, quindi dovremo conoscere le risposte a queste domande e a molte altre, prima di quanto si possa pensare.

    Sukant Chandan è un analista politico e cineasta di Londra, e gestisce il blog SonsofMalcolm.com.

    Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

    Fonte: Il ruolo di Al-Jazeera nel bombardamento imperialista della Libia e altri intrighi pro-imperialisti [aurorasito.wordpress.com]

    05.08.2011