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IL COSTO DELLA GUERRA AL WALTER REED

All’interno dell’ospedale militare Walter Reed, l’orribile realtà della guerra all’Iraq, una realtà che pochi statunitensi vedono, e che ancora meno vogliono vedere.

DI STEWART NUSBAUMER
Intervention Magazine

Washington, DC – Nella sala da pranzo, una famiglia di tre persone. Sulla maglia della madre si legge “Ringrazia un Soldato”, sul cappellino del padre “Veterano del Vietnam”, e sulla maglietta del figlio “Seattle Sonics”. Una famiglia normale, a parte il fatto che il ragazzo è senza gambe.

I rudi leoni dell’amministrazione Bush proclamavano a muso duro che “shock e timore reverenziale” avrebbero annientato la volontà di combattere degli iracheni, e che quindi sarebbe stato un “gioco da ragazzi”. Così questi presuntuosi borghesi scatenarono la “madre” di tutti gli attacchi aerei su Baghdad, e il nostro tronfio comandante in capo -agghindato in una bella uniforme di volo – annunciò: “Missione Compiuta”.
Ma il Presidente in uniforme di volo aveva schivato la Guerra del Vietnam, imboscandosi nella “Champagne Unit” (1) della Guardia Aerea Nazionale, supportando calorosamente la guerra dal Texas. Il Vice-Presidente “aveva fatto altre scelte”, anche se insisteva col dire che gli statunitensi non avevano altra scelta che combattere. Il Segretario alla Difesa si era arruolato all’Università di Princeton invece che alla guerra di Corea, e dopo la guerra era andato in Marina. Tutti i falchi neoconservatori erano insomma troppo occupati a discutere della guerra del Vietnam per poterla effettivamente combattere. Vergogna, hanno disatteso la loro “nobile” causa. Perciò, quando è scoppiata la guerra in Iraq, nessuno di questi uomini aveva la minima idea di cosa significasse la volontà di combattere.

Nei corridoi dell’Ospedale Walter Reed vedo soldati con stampelle e collari ortopedici, soldati con visi sfregiati dalle bombe e ricuciti dai medici. Soldati con gambe orribilmente storpiate, soldati senza gambe – amputate in monconi corti, in monconi più lunghi, o senza moncone, con arti mancanti del tutto. Un uomo senza un braccio mi passa accanto. All’improvviso torno con la mente ad un’altra guerra, ad un altro ospedale, dove ero io uno di quei giovani senza una gamba. Ma la carneficina e le perdite umane al Walter Reed sono troppo sconvolgenti per riuscire a distrarsi per più di un attimo.

In quello che è il principale reparto ospedaliero dell’esercito, dove transitano migliaia di soldati feriti, non ci sono imbrogli politici, né filtri dei mezzi di informazione o bugie presidenziali, e nessun patriottismo a costo zero, come invece è nel resto d’ America. Ci sono solo i feriti e i mutilati dall’Iraq. Questo è il punto zero per l’abietta realtà della guerra. Per questi uomini e donne non c’è stata nessuna tranquilla “Champagne Unit”, nessun’altra scelta, nessuna possibilità di imboscarsi nella Ivy League (2), di teorizzare mentre altri combattevano. Al Walter Reed non ci sono guerrafondai del tipo “armiamoci e partite”.

Anche mangiare diventa difficile

Nell’ampia sala da pranzo, le mamme preparano da mangiare ai loro figli: mettono il ketchup negli hamburger, tagliano le bistecche, sollevano i tavoli per far uscire da sotto le sedie a rotelle. I padri perlopiù rimangono a sedere, con flebili sorrisi stampati in volto. Le conversazioni vertono attorno ad argomenti ordinari, il tono è pacato. Si parla della famiglia, del tempo, del futuro. Guarire dalle ferite gravi è un processo lento, quindi è meglio non spingersi troppo in là nel futuro.

Un ragazzo che dimostra a malapena 17 anni mi passa accanto in sedia a rotelle, le gambe spappolate tipo “vittima della strada” (3) – gli spaghetti che sto mangiando mi si rimescolano nello stomaco -. Lo segue un soldato sulle stampelle che cammina alla Frankenstein, buttando all’infuori le gambe rigide. Qualche tavolo più in là, un soldato appena più vecchio, sulla trentina, una gamba orribilmente sfregiata appoggiata su una sedia, strofina le dita sulla superficie liscia della sua medaglia “cuore viola” (4). Questa è la medaglia che viene conferita per ferite avute in combattimento, a chiunque venga ferito dal fuoco nemico. Questa è la medaglia che i delegati del Partito Repubblicano hanno pubblicamente schernito (5) …ho bisogno di un po’ d’aria fresca.

Fuori, su una panchina di fronte all’ospedale, un uomo sui 25 anni mi si siede accanto. La sua gamba destra è gonfia almeno il doppio del normale; quasi tutta la pelle superficiale manca, e la ferita è rossastra, aperta. Il pus luccica al sole, o forse è l’effetto di qualche pomata.

“Pare che tu abbia avuto una brutta giornata”, lo stuzzico benevolmente.

“Già”, ridacchia lui.

“Un IED?” (Improvised Esplosive Device, bomba sul ciglio stradale o mina terrestre) (6).

“Nah, proiettile. Ha spaccato le ossa.”

Il sergente è tornato dall’Iraq a gennaio; nove mesi al Walter Reed, e l’aspetto della sua gamba è ancora ripugnante. Probabilmente resterà sempre ripugnante. Ma al Walter Reed l’apparenza non vale niente, quello che conta è camminare. Ricordo la mia stessa ossessione di camminare; un’ossessione che vinceva il dolore e il sangue…qualunque cosa pur di tornare a camminare. E il sergente cammina, con le grucce. Ma dubito che ne farà molta, di strada.

A volte sarebbe meglio semplicemente amputare la gamba, ma i medici non possono sempre fare ciò che è meglio. Il sergente si alza, fatica a percorrere qualche metro, si ferma per riposare. Getta un’occhiata alle sue spalle e dice, “ce la farò, ce la devo fare”.

“Sì, ce la farai”, dico, sapendo bene che col passare degli anni camminare diventerà per lui ancora più difficile, fino a che non camminerà più per niente. Tutto ciò che questo sergente del North Carolina desiderava era una vita normale, una famiglia normale, un bambino e una bambina. Sul suo viso serio si era aperto un sorriso mentre diceva “un bimbo, e una bimba”. Ma la sua vita normale ormai è persa, e tutto quello che gli resta è il sogno di tornare a casa in North Carolina; e, se tutto va bene, quel bimbo e quella bimba.

Le Regole della Guerra

Gli Stati Uniti dello shock e dell’orrore al Walter Reed ci sono delle regole. Vi dirò le quattro che reputo più importanti.

Regola 1: parlate alla persona e non alla ferita. All’inizio può risultare difficile, perché le ferite gravi tendono a sopraffarvi. Ma chi è afflitto da ferite impressionanti rimane comunque molto più di una persona ferita, e questo occorre rispettarlo. Si può domandare della ferita, ma non parlare solo alla ferita.

Regola 2 : lasciate che i soldati feriti facciano da soli tutto ciò che riescono a fare. Lasciate loro il modo e la possibilità di mantenere il controllo della loro vita, anche quando dipendono quasi totalmente dagli altri.

Quando stavo all’ospedale navale di Bethesda, alla fine degli anni ’60, con una gamba amputata e costretto a letto, frustrato per la mia costante dipendenza dagli altri, un visitatore mi chiese una sigaretta – allora si poteva fumare anche negli ospedali – , e mi sentii estasiato nell’allungargliela. E’ stato grande fare qualcosa da solo, in questo caso porgere semplicemente un oggetto ad un altro essere umano.

Regola 3 : dimenticate le questioni morali sulla guerra. L’etica è roba per coloro che supportano o osteggiano la guerra, non per quelli dentro la guerra. I reduci gravemente feriti stanno ancora combattendo, quindi cucitevi la bocca sull’immoralità di questa stupida guerra.

Un corollario a questa regola è: mai protestare contro la guerra davanti ad una struttura militare, specie davanti ad un ospedale. E’ lampante. Si deve manifestare contro coloro che sostengono una politica guerrafondaia, non contro chi è costretto ad eseguire l’ordine di andare in guerra.

Regola 4 : non date per scontato che questo sia un brutto periodo per chi è in via di guarigione. Per la maggior parte di loro il dolore fisico sta diminuendo o viene tenuto sotto controllo dai medicinali, e la vera angoscia mentale deve ancora far presa. Ora sono concentrati sul futuro, che dopo un incontro ravvicinato con la morte appare maledettamente roseo.

“Hey fratello, come va?” un soldato saluta un commilitone che sta salendo in ascensore.

“Alla grande” risponde. Noto con la coda dell’occhio che gli manca un pezzo di guancia, è ripugnante.

“indovina un po’? Sta per arrivare Smithy!”

“Davvero?”

“Già, viene su questo fine settimana”.

“Fantastico!”

Questo è lo spirito che gli USA vedono tutte le volte che incontra questi soldati feriti. Lo spirito che fa star bene gli statunitensi, che li rende orgogliosi del loro paese e fiduciosi nel loro esercito. Ma questa è solo parte della verità. C’è un’altra verità nascosta, ed è tremenda.

La Grande Domanda: “Per Quale Ragione…”

Il morale alto – be’, l’hanno fatta “in barba” alla morte – circondati da commilitoni giorno e notte, con la presenza premurosa di familiari ed amici, la vita non è male. Ma questo è un momento tranquillo di transizione, dopo lo shock iniziale di trovarsi gravemente feriti, e prima del tortuoso percorso di trasformazione della propria identità per accettare la nuova realtà. Questo tranquillo periodo di mezzo è relativamente facile.

Una volta dimessi dall’ospedale, la loro fitta rete di supporto sparisce, e il grande ottimismo per averla scampata bella comincia a vacillare. Adesso c’è tempo e modo per pensare, e farsi delle domande. Nella solitudine di un appartamento, probabilmente arredato in maniera spartana, o forse in uno squallido bar, la schiena appoggiata al muro, le domande si fanno strada. E’ sempre così, per i feriti gravi. Quelle domande “per quale ragione”: per quale ragione devo mettermi una protesi ortopedica ogni mattina? Per quale ragione devo convivere con questo tremendo dolore ogni giorno? Per quale ragione il mio amico è morto? Per quale ragione tutto quell’orrore?

Qualcuno di loro proverà ad evitare queste domande, ma non ci riuscirà. Hanno tutti pagato un prezzo troppo alto. Qualcuno si darà delle risposte di circostanza, del tipo “l’ho fatto per Dio, per la patria, per la famiglia”, che funzionano solo per tagliarsi fuori dalla realtà. Il Vietnam non è stato per Dio, per l’America, per la famiglia, e nemmeno lo è l’Iraq. La maggior parte dei feriti lo capiranno, e chiederanno una risposta concreta alla domanda “per quale ragione?”

L’unica risposta soddisfacente è “per la difesa del paese”. Nient’altro può giustificare i sacrifici; sacrifici che gli statunitensi dimenticano in fretta, ma che per questi uomini e queste donne durano tutta una vita. Le altre risposte – per la ricostruzione di un altro paese, per non cedere e far credere così che l’America sia debole, per assecondare l’idea sballata di qualche presidente di portare avanti un grande retaggio, per riempire i serbatoi dei nostri veicoli, per salvare il mondo dalle nuove forze del male – non reggono di fronte alle tremende domande che nascono dall’orrore e dal dolore. “Per quale ragione?” è una domanda troppo forte per risposte deboli.

Barbara Porchia, il cui figlio Jonathan è stato ucciso in Iraq, ha dichiarato che se suo figlio fosse deceduto nella guerra in Afghanistan la sua morte sarebbe forse stata più facile da accettare. Sempre terribilmente difficile, naturalmente, ma più sopportabile che sapere il suo Jonathan morto in una guerra stupida ed inutile come quella all’Iraq.
In difesa della patria è l’unica giustificazione per tutti i nostri soldati morti e feriti; nient’altro è accettabile, nel lungo corso. Nient’altro sarà mai accettabile.

Vado verso il padiglione 57, il reparto amputati, al quinto piano. Vedo scene raccapriccianti. Scene che dalla sala da pranzo o dalle panchine fuori dall’ospedale non vogliono vedere, che nemmeno io voglio vedere. Corpi avvolti in bende inzuppate di sangue. Sguardi carichi d’angoscia. Infermiere indaffarate con corpi straziati. L’aria è pesante al quinto piano, si respira a fatica. Il vessillo del patriottismo è sbandierato con meno veemenza, qui. Il dolore della guerra è più forte. Sento crescere in me la rabbia verso gli USA. Poi mi scuoto – cammino veloce, ho bisogno di un po’ d’aria fresca.

Ma al Walter Reed, punto zero per le mostruosità della guerra, non c’è tregua dall’orrore. Un giovane si siede sulla panchina di fianco a me -“mi ha portato via la parte inferiore della gamba… un IED… avrò la mia prima gamba nuova la prossima settimana… andrò all’università quando uscirò… viene la mia ragazza…”

Sia che rispondano al “per quale ragione?” con le frasi di rito, o con franchezza, molti veterani gravemente disabili diventeranno amari e cinici. Ma altri la manderanno giù a fatica, non si lasceranno schiacciare dal peso dell’ingiustizia, e andranno avanti con la loro vita. Comunque resteranno tutti profondamente segnati. Se i loro sacrifici fossero serviti davvero alla difesa del nostro paese, li aiuterebbe molto. Quella è una causa che può giustificare i sacrifici, ma una causa inutile non giustifica nulla.

Un veterano dell’associazione “Veterani dell’Iraq Contro la Guerra” (IVAW, Iraq Veterans Against the War), di recente ha commentato che quando i ragazzi torneranno a casa e si renderanno conto che agli statunitensi in patria quasi non importa nulla della guerra, che qui il patriottismo è solo di facciata perché nessuno personalmente sacrifica nulla, andranno in bestia.

Ancora oggi, a distanza di 38 anni, quando sento qualcuno alla radio parlare del torneo finale del Campionato di Baseball del 1967, o fare altre osservazioni sul 1967, fremo. Quello era l’anno in cui io combattevo in Vietnam; quello era l’anno in cui migliaia di giovani Americani morivano, perdevano le gambe, le braccia e la ragione per, a quanto sembra, il loro paese. Ma il nostro paese era elettrizzato per il campionato di baseball, e… se una guerra è tanto importante per i soldati da venire mutilati e morire, è abbastanza importante per tutti gli americani da indurli a sacrificare qualcosa. Qualcosa!

Il torneo finale del campionato di baseball avrebbe dovuto essere cancellato nel 1967, così come dovrebbe essere cancellato oggi, perché ci sono giovani statunitensi impegnati a combattere in una guerra.

Ma gli statunitensi vi prestano scarsa attenzione, e rifiuterebbero di dare corpo al loro patriottismo: un chiaro indizio che questa non è una guerra per la difesa degli Stati Uniti. Abbiamo un governo che non provvederà completamente allo stanziamento di fondi per la cura della salute dei veterani, così come non ha equipaggiato a dovere le nostre truppe in guerra. E noi siamo un popolo che non insiste per far avere ai nostri veterani cure adeguate, e ai nostri soldati equipaggiamenti appropriati. Questo è sbagliato, America. E’ sbagliato per quelli che si ritrovano con le gambe spappolate, è sbagliato per chi ha il volto sfigurato, è sbagliato per chi ha non ha più le gambe o le braccia.

Mi alzo dalla panchina; per me è difficile stare seduto per troppo tempo, ed è difficile camminare troppo a lungo. Invece di tornare su al quinto piano, torno alla macchina. Uscendo dal cancello del Walter Reed e andando verso Connecticut Avenue – un taxi sfreccia via, un furgone in velocità suona il clacson, una coppia sul marciapiede si abbraccia – la mia testa viene proiettata indietro, mentre una fitta di dolore mi lacera il moncone e se ne va. Ma so che il dolore tornerà. Sarà così per tutta la vita. Anche quello che c’è dentro il Walter Reed è per tutta la vita.

Stewart Nusbaumer
Fonte: http://www.truthout.org/

Link: http://www.truthout.org/docs_2005/102205Z.shtml
20.10.2005

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di COOKIE

Note del Trauttore:

(1) Champagne Unit” è un termine peggiorativo con cui si indicano le unità militari statunitensi formate da personaggi celebri o provenienti da famiglie ricche o politicamente influenti. Spesso a queste unità, affiliate alla Guardia Nazionale, venivano assegnati compiti a bassissimo rischio, entro i confini degli Stati Uniti).
(2) Ivy League è il nome collettivo con cui generalmente ci si riferisce ad otto Università: Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth, Harvard, Pennsylvania, Princeton e Yale, che hanno avuto interessi comuni nella didattica e nello sport. Stanley Woodward, giornalista sportivo del New York Herald Tribune, ha coniato questa definizione negli anni Trenta
(3) “road kill”: con questo termine specifico negli USA si indicano gli animali investiti e uccisi dai veicoli
(4) Medaglia a forma di cuore con un nastro viola. Vi è inciso il profilo di Gorge Washington, che per primo conferì questa medaglia ai feriti in guerra nel 1782.
(5) In una convention del Partito Repubblicano, alcuni delegati si sono applicati dei cerotti con un cuore viola per prendere in giro il candidato democratico John Kerry e le sue tre medaglie “purple heart”, giudicate di scarso valore. Ai veterani feriti in guerra questo atteggiamento ha dato molto fastidio.
(6) In genere sono ordigni fabbricati con materiali esplosivi vari, diversi da quelli usati nell’esercito, da terroristi e guerriglieri

Pubblicato da Olimpia