Home / ComeDonChisciotte / IL COSTO AMARO DEL CAFFE' EQUO E SOLIDALE

IL COSTO AMARO DEL CAFFE' EQUO E SOLIDALE

DI HAL WITZMAN
Financial Times

LIMA — Il colonnello Vasquez Bernardino, un venticinquenne allampanato che veste una t-shirt lercia della nazionale argentina di calcio e pantaloni sportivi distrutti, indica il pavimento di legno del capannone sul quale lui e altri 17 lavoratori hanno dormito per tutta l’estate. Fuori, c’è un piccolo rubinetto dal quale l’acqua fuoriesce costantemente. L’unico bagno è un buco nel terreno circondato da fragili muri di tela di sacco nero.

Mr Vasquez è venuto qui con alcuni amici dal suo villaggio in una zona remota del Cajamarca, regione degli altopiani nel nord del Perù, per raccogliere caffè nella regione Moyobamba, sul limitare della giungla. “E’ un buon lavoro,” borbotta goffamente. “Veniamo qui per l’estate, quando non c’è lavoro per i braccianti agricoli sugli altopiani”.
Lui e i suoi collaboratori lavorano dalle 6 del mattino fino alle 4.30 del pomeriggio, per questo sono pagati 10 soles al giorno (circa 3 dollari) – meglio degli 8 soles al giorno che alcuni coltivatori di caffè pagano, dice. Comunque, la somma è al di sotto degli 11.20 soles al giorno che sono il minimo legale che dovrebbe ricevere – anche tolta la detrazione del 30% dalla tariffa ufficiale di 16 soles che paga per il vitto e l’alloggio.

Mr Vasquez non è consapevole del fatto che la somma è al di sotto del salario minimo legale nazionale del Perù. Non è neppure consapevole del fatto che parte del caffè che raccoglie finisce sugli scaffali dei rivenditori del mondo sviluppato con il marchio Fairtrade o con un’altra certificazione, venduto a un prezzo superiore a consumatori pronti a pagare di più per un prodotto che sbandiera la propria produzione etica.

I proprietari delle fattorie, che coltivano 20 ettari di caffè, dicono che le somme superiori che Fairtrade e gli altri enti certificatori pagano alle organizzazioni dei coltivatori sono una fonte di reddito di cui si ha molto bisogno. Dicono anche che i certificatori li hanno resi più consapevoli dell’importanza di rendere la produzione completamente organica e di avere maggior cura dell’ambiente.

In ogni caso, pagando i loro lavoratori occasionali meno del minimo legale, stanno contravvenendo agli standard di Fairtrade per le piccole organizzazioni di coltivatori. Questi dispongono: “L’organizzazione di produttori deve pagare salari in linea o superiori a quelli stabiliti dalle leggi nazionali e dagli accordi sui salari minimi o alla media regionale” a “tutti i lavoratori, inclusi quelli occasionali, stagionali e fissi”.

Rainforest Alliance, un certificatore USA che rifornisce Kraft, la seconda compagnia alimentare al mondo per grandezza, e Utz Kapeh, un’organizzazione olandese sostenuta da Ahold, il quarto più grande rivenditore e distributore dei cibo del mondo, danno garanzie similari.

“Nessun certificatore è in grado di verificare che in nessun momento ci siano lavoratori pagati meno del salario minimo,” dice Luuk Zonneveld, Managing Director di Fairtrade Labelling Organizations International (FLO) di Bonn. “Questo problema viene fuori ovunque. La povera gente fa fatica a pagare i suoi lavoratori equamente.”

L’inchiesta del Financial Times (FT) fa sorgere dubbi sul processo di certificazione. “Il problema del basso salario non era stato inserito nella nostra verifica perché non si era presentato nella stagione del raccolto,” dice Chris Wille, Capo del settore Agricoltura Sostenibile in Rainforest Alliance. Tuttavia, Mr Wille dice che la sua organizzazione è consapevole del problema e sta sviluppando un piano per contrastarlo.

“Non c’è modo di verificare, controllare e monitorare – in una remota area rurale di un paese in via di sviluppo – quanto un piccolo proprietario agricolo paghi i propri lavoratori temporanei,” dice il fondatore di una delle produzioni di caffè peruviane certificate Fairtrade. “Molti proprietari guadagnano essi stessi meno del salario minimo.”

Anche se i produttori pagano i lavoratori occasionali meno del salario minimo in quattro su cinque delle fattorie certificate visitate dal FT, Mr Zonneveld ribatte che la paga bassa non è sistematica nel settore del caffè. Questo è un punto di vista contraddetto da Eduardo Montauban, capo della Camera del Caffè Peruviana, un gruppo di esportatori privati. “Nessuno nell’industria paga il salario minimo,” dice Mr Montauban. “Semplicemente non è fattibile per il produttore.”

Alcuni osservatori suggeriscono che la capacità dei certificatori di assicurare che i loro standard siano rispettati non combacia con la crescente domanda di caffè “etico”. Questa era anche una delle argomentazioni citate al FT da insider dell’industria che dicono di aver visto caffè non certificato esportato falsamente come Fairtrade.

“Ho visto falsificazioni in Perù e in altri paesi,” dice Geoff Watts di Intelligentsia Coffee, una famosa torrefazione di Chicago che recentemente ha smesso di lavorare con Fairtrade. Mr Watts è stata una delle poche persone a parlare del problema con FT davanti a un registratore.

Mr Zonneveld dice che finché FLO individua le “anomalie” nel sistema, l’estensione di ogni falsificazione è limitata. Anche se è impossibile determinare l’estensione della falsificazione, i casi portati all’attenzione del FT sono accaduti in molte differenti aree di coltivazione del caffè. “L’anno scorso ho visitato dieci stabilimenti,” dice una fonte dell’industria. “Tutti hanno venduto caffè non certificato alle cooperative come certificato.”

Al FT è anche stata fornita la prova che almeno una associazione del caffè che ha ricevuto la certificazione Fairtrade coltiva illegalmente circa il 20% del suo caffè su terreno appartenente alla foresta nazionale protetta. Mr Zonneveld non ha commentato il caso, ma dice che FLO ha introdotto degli standard ambientali quest’anno. Dice che nel passato, “le nostre linee guida ambientali non erano molto significative.”

Una critica emergente a Fairtrade all’interno dell’industria è che l’organizzazione inganna i consumatori circa la sua abilità di monitorare le pratiche produttive. FLO Cert, una branca ufficialmente indipendente di FLO, monitora il processo di certificazione. I critici dicono che è necessario un osservatore esterno. “Il modo in cui Fairtrade si promuove è un po’ irresponsabile,” dice Mr Watts. “I certificatori hanno bisogno di un cane da guardia esterno.”

Hal Witzman
Fonte: http://www.ft.com/
Link: http://www.ft.com/cms/s/364977d4-3f9f-11db-a37c-0000779e2340.html
09.09.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CAMPALLA

Pubblicato da Das schloss

  • marko

    Non vedo il problema. Falsificazioni ne esisteranno sempre. L’importante è mandare un segnale, il segnale che, quando possiamo scegliere, scegliamo di evitare le multinazionali, lo sfruttamento indiscriminato. Poi, per le falsificazioni esiste la magistratura. Giusto vigilare, ma non mi piace per niente il titolo di questo articolo. Par quasi che si è più criminali a comprare equo e solidale che non DelMonte…

  • marzian

    I prodotti del commercio “equo e solidale” sono mediamente più costosi dei prodotti che puoi comprare in un iper-market. Ergo: è un acquisto che solo dei privilegiati possono permettersi.

    Aggiungiamoci i casi documentati in questo articolo ed ecco che non si esce dalla logica perversa del capitalismo.

    Ovvio che – in ogni caso – è sempre meglio scegliere una banana Fair Trade che una Del Monte!