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IL CASO GENCHI: STORIA DI UN UOMO IN BALIA DELLO STATO

DI MARCO TRAVAGLIO
gioacchinogenchi.blogspot.com

Prefazione

Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti. Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo.

Nella foto: Gioacchino GenchiCon quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?

Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.

Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.

Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.

Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.

«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?

Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza «dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.

Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.

Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.

La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.

Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.

Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.

Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello».
Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.

Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.

Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.

Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.

Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.

Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.

Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.

Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?

Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.

È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.

E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.

Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Marco Travaglio
Fonte: http://gioacchinogenchi.blogspot.com
Link: http://gioacchinogenchi.blogspot.com/2009/12/il-caso-genchi-storia-di-un-uomo-in_08.html
8.12.2009

Tratto da: Edoardo Montolli , “Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato” – Alliberti Editore

Pubblicato da Davide

  • dana74

    avanti un’altra carta, magari de benedetti ha offerto di più che berlusca per il silenzio

  • lucamartinelli

    ogni tanto mi ripeto, amici: nulla di nuovo sotto il sole. è normale che in una finta democrazia le bande massonico-mafiose che ci saccheggiano giornalmente vengano sfiorate da qualche indagine e subito si attivino per neutralizzarle. hanno il potere e lo usano. non è la prima e non sara’ l’ultima volta. dobbiamo solo avere pazienza e aspettare la prossima. ma il problema non è questo. il problema consiste nella considerazione che non c’è nulla da fare. vedete, io penso che 25 anni di TV commerciale e di rincorsa al ribasso da parte della RAI abbiano tamente abbassato il livello di coscienza dei cittadini da rendere questi “illuminati” praticamente sicuri di impunita’. ci sono altri motivi, ovvio. sarebbe lungo elencarli tutti. speriamo che Genchi se la cavi. De Magistris si è salvato lasciando la magistratura e dandosi alla politica europea. bene ha fatto, non essendo stupido ha pensato bene che non valeva la pena di fare la fine di Falcone e Borsellino. comunque per terminare il mio modesto pensiero diro’ che il trucco meglio riuscito di questi personaggi consiste nell’avere convinto i cittadini a schierarsi che a destra e chi a sinistra, chi a nord e chi a sud,…..e loro si fregano le mani e anche i frutti del nostro lavoro. buona notte a tutti.

  • Longoni

    Mi viene in mente quel “vecchio rimbambito” di Montanelli quando ricordava un imperatore tedesco del 12° secolo, il quale fu convinto dai suoi consiglieri di non immischiarsi in quel nido di vipere della penisola. Il problema del Belpaese è da sempre il solito: i suoi abitanti nel loro insieme. Coi stessi italiani all’estero, si vive alla meraviglia e se riesci a convivere con una certa amarezza, puoi stare da Dio.
    Tutta la mia ammirazione a chi resiste e mette in atto la sua fede.

  • Bubba

    Tutto giusto (ma non ne sarei poi così sicuro).
    Ho notato però una cosetta. E poi alcune mie osservazioni.

    Prodi

    Travaglio scrive:

    Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto)

    Aridaje con il trattamento di favore per Prodi.
    Ecco cosa diceva De Magistris:

    “L’accelerata era evidente, cioè loro dovevano fermare l’inchiesta e l’inchiesta “Why Not” e si comprende perché. Perché coinvolge in modo serio Romano Prodi con ipotesi di reato serie e sicuramente già accertate nei confronti di suoi strettissimi collaboratori” (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/de-magistris/massoni-politici/massoni-politici.html )

    Non sembra un “solo”.

    Osservazioni

    Travaglio:

    O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
    Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»

    Questo non è successo. Non ha passato gli anni a difendersi. Allora, come mai sono fallite le profezie?

    C’è l’accusa di un avvocato, non coinvolto nelle tre inchieste più famose di De Magistris (almeno credo), che ha fatto accuse molto forti e che sono passate del tutto sotto silenzio. Eccole:

    “[…] l’on. de Magistris – lungi dall’immagine accreditata di Magistrato scomodo per il potere corrotto – da Pm catanzarese ha interferito in processi che altra autorità giudiziaria (Catania) da anni stava svolgendo, a carico di soggetti e magistrati poi condannati per mafia, indagando chi nell’altra sede aveva denunziato, con ipotesi accusatorie così inconsistenti e velleitarie che in breve hanno condotto a totale archiviazione, proscioglimenti e assoluzioni. Non ha esitato, sempre nello stesso procedimento, a mettere il bavaglio alla stampa che del processo catanese dava notizia, ottenendo anche – fatto per quanto mi consta unico in Italia – il sequestro di un giornale e richiedendo la custodia in carcere per chi dava pubblicità con interviste o facendo pubblicare i verbali delle pubbliche udienze, anche su quel giornale, del processo presso il Tribunale di Catania a carico di notabili, tutti poi condannati. E’ anche facile documentare che su tali poco edificanti vicende l’ex PM ha ricevuto “speciali impunità”. Con quale coerenza e credibilità oggi, da parlamentare, Luigi de Magistris parla di libertà di informazione e di indipendenza della magistratura? Certo, come lei dice, abbiamo un Ministro dell’Interno condannato per lesioni ad un agente della Polizia di Stato, ma non potrà non convenire che, coerentemente, affidare l’interlocuzione sui temi della libertà di stampa o sull’indipendenza della magistratura al dottor de Magistris è come affidare l’ospedale Bambin Gesù di Roma o il Gaslini di Genova ad Erode! Anche altri soggetti, che operano nel settore della giustizia o gente comune, certamente sono a conoscenza di queste condotte, poco compatibili con l’immagine di “volti nuovi e puliti” che è stata attribuita mediaticamente all’on. Alfano ed all’on. de Magistris. Costoro che sanno, tuttavia, scelgono di stare in silenzio forse perché pensano che sia inutile o peggio rischioso esporsi, criticando chi è supportato da così ampio e incondizionato consenso, unificato sotto il vessillo della lotta alla mafia. Io, all’opposto, ritengo che non sia giusto tacere e sia doveroso denunziare, anche se poco o forse nulla cambierà. […]

    AVV. UGO COLONNA

    Messina, 22 luglio 2009″

    (link: http://www.chiarelettere.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2307794 )

    Che dire? Ma sicuri che De Magistris è uno scomodo al potere? Dopo le sue inchieste, chi se lo è preso in politica se non Di Pietro. E allora, se i magistrati con rapporti col centrodestra sono sicuramente censurabili, perchè sui rapporti Di Pietro-De Magistris dovremmo avere una grande fiducia? E perchè questo silenzio sulle parole di Colonna?

    Ultima cosa: a me, francamente, non sembra del tutto normale che il sig. Genchi abbia uno studio privato di consulenze. La cosa non solo mi lascia allibito, ma mi crea dei sospetti. Privato sarà anche al servizio dello stato, ma non solo. Basta che si paghi. E poi con lacquisizione di dati per consulenze pagate da privati?

    Sarà…

    Comunque io mi sto chiedendo quante e quali magnifiche sorprese nasconda questa prefazione di Travaglio. Come vorrei essere nella sua testa per sapere se ha taciuto qualcosa, se ha distorto fatti e manipolato qualcosa. Eh, solo il tempo potrà rispondere.

  • myone

    Le procure sono solo due o tre che si contendono il vero e l’ imboscamento,
    ma in italia di procure ce ne sono a iosa.
    C’e’ pure un presidente della repubblica di parte, in questo caso in quella del vero.
    C’e pure una corte costituzionale.
    C’e’ travaglio, genchi, avvocati e archivi memorici di genchi che avra’ salvato il tutto o l’ ha in testa.
    E allora? Tutto qui? Nessuna denuncia? Nessun inoltro giudiziario?
    Nessuna pubblicazione da far apparire in vespai di trasmissioni?
    A che serve sapere quando il fare e’ tutto all’ opposto?
    Se non si scardina tutto questo, oltre che fare altro, la politica e’ una manciata di mangime per mantenere i polli in vita,
    quanto basta, per far fare le uova a e per loro
    ((( travaglio, il tuo amico santoro e’ sempre piu’ toro, incasina piu’ lui che quello che vorrebbe far comprendere.)))
    Ma vedo che nulla si muove. E allora, chi non e’ colluso per un motivo o l’ altro?
    E che giustizia volete che ci aspettiamo?… quella che mantiene il sistema giudiziario in piedi, che e’ quello della giustizia civile, quando serve per farli mangiare, e tacere, per non andare mai oltre.
    Ecco perche’, quando si parla di giustizia, e la legge impedisce azioni giudiziarie ai legislatori, la gisutizia stessa non funziona e non puo’ funzionare, nemmeno fuori dall’ imposto, sia che sia posto come muro, sia che sia posto come dovere, perche’ andrebbe sempre a scardinare personaggi che non fanno la giustizia
    di amministrare un paese, ma fanno la mafia loro, che coperta da politica e da politiche, ha ben altro che coprire, spartire, che e’ una cosa alla e nella facciata della politica per la gente, ma e’ alla fine ben altra cosa per tutto quello che c’e’ sotto sotto.

    intendiamoci, la politica dei soldi e del vivere che abbiamo, non e’ legale, nonostante garantisca un minimo vita civile e sta’ per anticrollo sociale. E’ priva di costituzione e quindi, puo’ sforare in ogni
    dunque, e a meno che non si voglia bruciare tutto, bisogna accontentarsi di prendere per buono tutto del dedotto manipolato e filtrato a come abbiamo oggi, tanto da non destabilizzare tutto.
    br>
    Ecco perche’ non si puo’ cambiare e si sta’ sforando in tutti i versi, e i conti del vivere non tornano mai, sia a sociale che a ordine… e’ tutto inquinato, e nessuno vuole pulire.
    Nonc’e’ nemmeno a livello democratico chi garantisca tale volonta’, perche’ gli achiappa fantasmi, come di pietro e tanti altri, inseguono i malanni per raggiungere i malandrini, ma non chiedono mai ai piu’ che e’ il popolo, se e’ giusto che vi siano cose cosi, e sopratutto, cosa farebbero loro per un paese migliore.
    E si, che a cambiare, ce ne sarebbero di cose, al fine di equilibrare una societa’ nel modo giusto. Ma si va’ tutto a spanne, pezzi e bocconi, e fra tanti buchi in un paese scolapasta, salvi il moschino e nel mentre ti trovi sempre un paese che si consolida nell’ impossibilita’ di fare una svolta.
    Potrei ammettere, difetti o peccati vari, che un governo soprasieda come una amstia al tutto, ma che faccia e instauri un tutto nella svolta non dei pezzi e bocconi a tappabuchi, ma fermi
    e sostanzialmente giusti
    , prendendo in considerazione leggi , manovre, equita’ sociale, intelligenza e varie, ma sembra che siano solo appigli per pararsi, e non ci sia sotto sotto, un intento da parte di nessuno.
    Ma a come vedo io le cose, sono lontani
    dall’ immaginarmi che ci siano
    . Io sogno un vero dove il vero e’ solo nelle favole.
    Il magna e’ sempre esistito, esistera’, e di volta in volta in parte si solidifichera’, e in parte erutera’ qualcos’ altro.
    IL vero cambiamento, e’ quando una cancellina cancella, e quando una penna riscrive. Qui e’ tutto un riscrivere sopra ad altro scritto.
    Quando non si capira’ piu’ nulla, e questo e’ dovuto alla realta’, che e’ l’ ordine pubblico, la vita della gente, il lavoro, la giusa finanza, e la tranuillita’ che come tale esce dal rincorrere una vita cosi frenetica e piena di richieste di dare e di fustrare ogni modo, non garantendo piu’ nulla, allora saremmo veramente alla frutta.

    E mi rendo conto sempre di piu’, perche’ davanti a un fatto o
    atto come quello del berlusconi, quando si tocca il vivo delle cose, la parte piu’ instabile, e’ quella sociale, cosi priva di garanzie e cosi attaccata al tutto che c’e’ li’ sopra, che lo schierarsi per questo o per quello, non
    fa altro che il gioco del potere stesso, e la smacco della stessa gente, dove o con le buone o con le cattive, le cose no nsolo ricadono su tutti, ma sono i tutti stessi, che nella bagarre del coinvolgimento, faranno danno a loro stessi, e il favore dei chi di turno.

    E’ tempo perso dire di questo e di quello, di come e di cosa.
    Se no si riscive un’ altra societa’, prendendo possesso di quello che rimane senza distruggerlo, non si arrivera’ a capo di nulla.
    E questo significa uscire dall’ europa, uscire dalla 1, 2 e 3 repuibblica, e ripubblicare un’ ordine del paese, dove il vivere sia una pacchia semplice e garantita, e non un’ orda in un graudolento benessere e un’ opulento inutile mentale di idiozia, condita con tutti gli aggettivi di repubblica fondata.. o affondata su che…

  • Nellibus1985

    Poco da dire, questi fatti sono la riprova di quanto ogni italiano dotato di cervello sospettava da decenni.

  • gianni72

    e comunque, tanto per non smentirsi mai, la coppia dana74 e bubba si attiva subito appena c’è un articolo che attacca in qualche modo l’attuale sistema politico, per denigrare tutti e far credere implicitamente che questo è il miglior governo possibile.
    Mi sembrano un pò quelli delle BR che con i loro omicidi hanno fatto sì che la sinistra non andasse mai al potere e gli italiani facessero quadrato e si riversassero in massa a votare la DC.
    Che poi questi BR risiedessero in appartamenti intestati ai servizi segreti e uscissero di galera dopo una decina d’anni senza aver mai detto una parola è un’altra storia…..

  • Sokratico

    Barnard può strepitare come una vecchia isterica, ma questi fatti, queste ricostruzioni sono MAFIA.

    La mafia vera, quella che decide le politiche economiche e sociali del Paese, quella che, segnatelo Barnard, sceglie SE ADERIRE O MENO AL TRATTATO DI LISBONA.

    Ogni ambito concorre al “Sistema”, inutile fare i Puri tra i Puri.

    Le banche, ne sono parte. La mafia, ne è parte. Ne è parte Berlusconi. Ne sono parte la massoneria. Ne sono parte il Bilderberg, confindustria, i giornalisti.

    Questa vicenda, che Genchi ha scoperchiato, è degna di ogni attenzione e di ogni approfondimento.

    Quando torni dal Puttantour, dacci una lettura magari.
  • Kiddo

    Scusa ,ma perchè tiri in ballo Barnard? Il Pezzo è di Travaglio….

  • Hassan

    A Barnard di Travaglio, Grillo e compagnia cantante alla fine non gliene frega niente, il suo è un livore invincibile esploso quando qualche anno fa andò a elemosinare un pò di “sostegno” per la questione della “censura legale”, e sia Travaglio che Grillo (e altri) non si interessarono della questione. Da quel giorno Barnard se l’è legata al dito ed da lì è stato un incessante vomito di rancore bollente su quei due. Tutto il resto è “contorno”, un pretesto.

  • sandrigno

    bene, fa sempre piacere ke c’è ki difende e pubblica la verità, la realtà, e non ki si nasconde dietro alle manipolazioni del potere per sua avidità e cupidigia.. la cosiddeetta : “sete di potere” o “la tela del ragno”.. grazie Marco ; queste sono pubblicazioni coraggiose e incalzanti anche quando smascherano ruffiani e lecchini del potere ad alto livello e alla grande : bisogna sputtanare cosa non va e rende questo paese un paese da buttare via o da soggiogare da parte di potenti-elìte inglesi..[oltre a quelle arabe!] .ciao.

  • lucamartinelli

    il problema è sempre quello: schierarsi da una parte o dall’altra: ci hanno detto che se si fa cosi’ vuol dire che siamo in democrazia. gli amici che hai citato non hanno molta fortuna su questo sito, perche’ vedo con enorme piacere che la maggior parte degli iscritti che fa conoscere il proprio pensiero lo fa con onesta’ intellettuale. è gente che ha abbandonato gli schieramenti perche’ ha capito che sono una trappola. ai massoni non piacciono le persone libere mentalmente. saluti

  • cesare52

    @Hassan. Parole sacrosante che qualcuno non vuole sentire. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Sul “contorno , un preteso” però c’è della gente che vuol far scarpetta, le varie Mikaela, Dana 74, Bubba, etc , che invece utilizzano questo rinnegato per provocazione, perchè da berlusconiani celati, da incendiari travestiti da pompieri non gli pare vero di pescare nel torbido, di dividere, inquinare, fare confusione in una opposizione sbrindellata. Io ho fatto vita di fabbrica ed ogni volta che c’era da fare sciopero c’era sempre qualcuno che posava da ultrarivoluzionaripo, che bisognava non limitarsi allo sciopero, che i sindacati erano tutti corrotti, in gergo si chiamavano “quelli del +1”, Insomma erano gli unici rivoluzionari, però il giorno dello sciopero lavoravano.

  • Altrove

    E qui si sta ancora a discutere su poteri buoni e poteri cattivi, sul colluso e il non colluso, eroi e meschini. E quanto ci piace puntare il dito, quanto ci piace giudicare. E quanti libri. Tanti libri. E che regime terribile. Meno male che c’è travaglio in diretta sul due in prima serata. Sennò come farei a vedrlo dato che lavoro? Che regime terribile sta combattendo. Però fino a che ci sarà lui in televisione ci sarà democrazia. Già… La democrazia… Ormai per me è diventata una sorta di entità metafisica, una parola che perde di senso quando la si pronuncia troppe volte. Dovremmo solo imparare a togliere la distinzione tra questi poteri e vederli per quello che sono. Lo specchio di una civiltà in decadenza della quale tutti siamo complici silenziosi. Stiamo solo rompendo uno specchio. Nulla di più… Abbracci…

  • Bubba

    Fantastica la trovata dell’ “opposizione sbrindellata”.
    Mai visti tanti brandelli così graniticamente compattati contro il male assoluto Berlusconi: hai ragione, è proprio una opposizione allo sfascio. E con che piacere ci sguazzo.

    @Sokratico

    Grandissimo, l’esempio che hai fatto è proprio fantastico. La mafia che poi si sceglie il Trattato di Lisbona. Sono d’accordo, bisogna combatterla questa mafia. Basta con questi boss come Di Pietro e De Magistris che ratificano e promuovono Trattati antidemocratici, in combutta con lo sfascista piduista eversore di Arcore!!

    Ribelliamoci.

  • BarnardP

    Se la tua mafia è quella che può scegliere di aderire al Trattato di Lisbona, la redazione di Topolino è quella che decide le sorti elettorali italiane. Non posso che rispondere con una sciocchezza ad altrettanta sciocchezza. Bisogna dire cose che si sanno basate sui fatti, non ciò che ci immaginiamo perché ci va. B.

  • cesare52

    @Bubba. “E con che piacere ci sguazzo”. Voce dal sen fuggita. divertente anche “…contro il male assoluto Berlusconi…”è lo stesso tormentone di Feltri e Belpietro. Le stesse parole e lo stesso concetto. Finalmente una implicita confessione di Berlusconismo che non è il male assoluto è “il Padrone sono me” per capirlo bisognerebbe leggger “Il maestro di Vigevano. Per ampliare le sue letture, almeno fa il provocatore con una qualche attendibilità e ci risparmia il suo patetico “ribelliamoci” (io con gli infami ho difficolta anche a prendere un caffè soprattutto con quelli sottocopertura) io paragonerei il Cavaliere a Tartarin di Tarascona di Daudet, neanche a Bel-Ami di Maupassant. Tutto finirà nel ridicolo, dia retta a me. Lei si offre senza costrutto. Particolarmente sgradevole paragonare De Magistris e Di Pietro a boss mafiosi. Ma come si diceva: “Lei con quella bocca puo dire quello che vuole” queste sue parole sono rivolte al Padrone che osserva ma ahimè credo che lei avrà una certa sorpresa quando spedirà la fattura. Come diswe Dell’Utri a Mangano “Quello è un santo che non suda” cioè non scuce, e lei avrà fatto il provocatore a gratis. Il tempo è galantuomo alla fine si vedrà. Per quanto riguarda COLUI, l’autore di “DALLA” noi non abbiamo niente da dirci, aspetterò sicuro dello stesso divertimento che mi provocò Capezzone. Quanti comizi, discussioni, articoli in cui spiegava alla opposizione sbrindellata che non no si fa così l’opposizione. Qualche volta era anche divertente: chiamava Berlusconi “Don Lurio”. Ora fa il portavoce di Berlusconi medesimo. Io la volpe ex reporter la aspetto lì, anche perchè, come dice l’adagio ” Tutte le volpi anche quella più astuta prima o poi finisce in pelliceria.

  • Tonguessy

    “Tutto giusto (ma non ne sarei poi così sicuro)” esordisce Bubba in evidente stato confusionale

    Integerrimi ma confusi nel dove collocarsi.