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IL CAPITALISMO RISPECCHIA LA NATURA UMANA?

DI PATRICE GREANVILLE
My Leftwing

Panoramica sulle ideologie fraudolente – La prima della serie

Il capitalismo rispecchia la natura umana? Questo è un adagio demagogico conservatore che merita di essere analizzato per la calunniosa frode che è, benché molte persone ragionevoli (che perdoniamo) abbiano pensato davvero che sia così, ovvero che ciò che va subdolamente sotto la rassicurante locuzione “libera impresa” sia di fatto l’equivalente economico della natura umana, l’unico sistema di organizzazione sociale che si adatta senza sforzo alle inclinazioni caratteriali di ciascuno.

Il problema è che, come spesso accade con “verità auto-evidenti” di tal fatta, “verità” che comportano sostanziose implicazioni per le decisioni politiche e il controllo sociale, questa equazione apparentemente innocente è in effetti basata su teorie illegittime e viene propugnata da un potente elettorato che, a giudicare dagli sforzi continui di rafforzare la propria legittimità, è legato a doppia mandata alla sua accettazione.Propaganda opportuna

Si tratta di un fatto lontano dall’esser vero, un’equazione di propaganda semplice, ma astuta, un escamotage, e una delle più vecchie ed efficaci armi ideologiche abitualmente sciorinata per difendere il capitalismo nel cosiddetto mondo libero. E anche se potrebbe non aver avuto origine negli Stati Uniti, è qui che ha ricevuto l’adesione più entusiastica. In nessun’altra nazione i commenti e il consenso da parte della popolazione sono così favorevoli. Don Helder Camara, l’ultimo arcivescovo del Brasile, noto per le sue battaglie in favore dei poveri, i “marginados” del Paese, oltre che guida spirituale della ‘Liberation Theology’ [scuola di pensiero teologica che individua nella figura di Cristo non solamente il redentore, ma anche e soprattutto il liberatore degli oppressi, ndt] l’ha detto nel migliore dei modi. “Analizzare il capitalismo,” ha dichiarato Don Helder, “è metterlo sotto accusa”. Con una percentuale effettiva di disoccupazione che sfiorava il 29% e una situazione in cui un adulto su tre viveva fuori dal “sistema economico monetario”, mentre gli strumenti mediatici e gli economisti di stato si lanciavano in sperticate lodi del “miracolo brasileiro”, Don Helder conosceva bene quello di cui stava parlando.

Comunque, l’idea che il capitalismo abbia radici nella natura umana ha splendidamente successo in molti e importanti modi. Primo, se il capitalismo è congruente con la “natura umana”, allora il sistema capitalistico dev’essere la forma di organizzazione sociale più “naturale” e “logica”, giacché le persone avranno una tendenza automatica ad osservarne le regole di base. Secondo, “la natura umana”, definita in termini aziendali (che la stampa commerciale ovviamente fa suoi) è caratterizzata da due tratti fondamentali: immutabilità ed egoismo costante.

Il primo “fatto” scoraggia automaticamente qualunque sforzo di riforma sociale(lasciamo stare la rivoluzione) . Perché ci si dovrebbe preoccupare di intraprendere un compito così immensamente difficile e spesso rischioso se, in conclusione, la stolida intrattabilità dell’umana natura renderà ogni schema di cambiamento e miglioramento delle condizioni sociali vano e utopistico? È chiaro che quando un numero sufficiente di persone è convinto che un’eterna immutabile e invincibile “natura umana” farà puntualmente naufragare i piani più accurati e i più duri sacrifici attuati in nome del cambiamento, allora la maggior parte delle minacce allo status quo sarà troncata da principio.

Il secondo “fatto”, la presunta natura individualistica di base delle persone, fornisce una giustificazione conveniente per la rigida impostazione ‘homo homini lupus’ che prevale sotto il cosiddetto sistema della “libera impresa”. In tale visione, derivata dall’approccio dell’economia classica, ogni motivazione umana scaturisce idealmente dal desiderio di beni e di prestigio personale. Gli individui sono visti secondo un’unica dimensione, semplici atomi di sfrenato edonismo, perennemente dediti al calcolo di perdite e profitti, dolore e piacere, attenti a “massimizzare” indefessi le loro possibilità per appagare i dettami di nature inevitabilmente avide. Ecco il favoleggiato “homo economicus” della letteratura del libero mercato, l’eroico “individualista duro e puro” così caro ai conservatori, creatura da cui ipoteticamente dipende il progresso e il benessere umano.

Quanto detto finora mostra perché i media – in particolar modo i più acuti sostenitori delle corporation, una vera e propria schiera – abbraccino tale impostazione con così fervido impeto. Come precedentemente accennato, la semplice possibilità di apportare cambiamenti alla situazione è un’area ideologica fortemente contestata. I radicali sostengono che la società può e deve essere drasticamente cambiata. I conservatori (con i media, che incorporano l’ottica liberale lievemente riformista) argomentano che nulla alla base possa o debba essere modificato perché il nostro comportamento è radicato in un’immutabile natura umana vera in ogni epoca, sistema, o stato di evoluzione, e inoltre, il sistema è perfetto così com’è. Quindi, dopo il capitalismo, “altro e migliore capitalismo” – per sempre. Questo, in breve, è il proposito esposto dai sostenitori della “fine delle ideologie”, “fine della storia”- astute formule per il tramonto delle lotte sociali che sostengono il miglioramento delle condizioni della maggioranza.

[La Piramide del Capitalismo. Dall’alto: “Vi governiamo” (governanti e potenti), “Vi inganniamo” (preti e politici), “Vi spariamo” (i militari), “Mangiamo per voi” (la borghesia), “Lavoriamo per tutti e diamo da mangiare a tutti” (i lavoratori)]

La storia, tuttavia, se letta correttamente, non è propriamente d’accordo con le scienze sociali conservatrici. Come hanno messo in rilievo gli economisti E.K. Hunt e Howard Sherman la “natura umana” sembra abbastanza atta al cambiamento da riflettere qualunque set di circostanze sociali eminenti.

Perciò “non è una coincidenza che la posizione o ideologia dominante sotto la schiavitù supporti la schiavitù; che sotto il servaggio supporti il servaggio; e che sotto il capitalismo supporti il capitalismo. (…) Dato che la nostra ideologia è determinata dallo sviluppo sociale, gli economisti radicali suppongono che un cambiamento nella nostra struttura socio-economica col tempo modificherebbe anche l’ideologia dominante. Prima della guerra civile gran parte dei Sudisti (inclusi sociologhi e religiosi) credevano fermamente che la schiavitù, sistema basato sull’agricoltura, essenzialmente pre-capitalista, fosse buono e naturale; invece dopo un secolo di dominio di istituzioni socio-economiche capitalistiche, la maggioranza dei Sudisti (scienziati sociali e guide spirituali compresi) dichiarano ora il capitalismo “naturale e buono”. Quindi i concetti dominanti di un’epoca non sono determinati dalla “natura umana” ma da relazioni socio-economiche e possono essere rimpiazzati cambiando le sottostrutture economiche. C’è quindi speranza per una società completamente nuova e migliore con ideologie diverse e preferibili per le persone”. (F.K. Hunt and Howard J. Sherman, Economics, Harper & Row, 1978, p.XXVIII.)

Inoltre, se la “natura umana” è congenitamente avida, competitiva ed egoista, come si spiegano amore per il prossimo, generosità, altruismo e cooperazione sociale, che possono essere facilmente ravvisati ad oggi in molteplici istituzioni e società umane in tutto il mondo? Si dovrebbe far caso al fatto che le società divise in classi e la proprietà privata sono storicamente comparse 10.000 anni fa, più o meno contemporaneamente con il progresso dell’agricoltura, l’eccedenza di cibo, la società stanziale e l’addomesticamento degli animali – tutte premesse che hanno creato le condizioni per la comparsa di classi dirigenti specializzate (guerrieri e religiosi) capaci di vivere su tale surplus sociale, letteralmente sulle schiene degli altri, e di istituzionalizzare questo regime rigidamente iniquo.

Vale anche la pena ricordare che questa presunta “immodificabile” anima pro-capitalista, lungi dall’essere connaturata all’essere umano, non è corroborata dalla storia, poiché la maggior quantità di tempo che abbiamo speso sulla terra come specie è stata impiegata in condizioni di comunismo tribale o primitivo, che dà importanza ai legami familiari ed alla condivisione del benessere sociale. Simili sistemi continuano ad esistere in molte società nel mondo, come qualunque antropologo onesto attesterà, e molte di più ne sono esistite – di fatto prosperando – finché la “modernità”, sotto la minaccia delle armi, l’ha rimpiazzate col sistema industriale. [Una delle maggiori opere filosofiche e politiche che affronta una riflessione sul rapporto tra gli istinti del comportamento umano e i sistemi economici e politici è La Morale Anarchica scritto da Petr Kropotkin, uno dei massimi teorici dell’anarchismo. N.d.R]

Paraocchi ideologici e indottrinamento hanno inciso profondamente nel “mondo occidentale” , e in nessun luogo come negli Stati Uniti, dove il mito dell’individualismo, della “libera impresa” e la ricchezza della terra si sono combinati per dare all’ eccessiva accumulazione privata di beni il potere illimitato di imporre la forma di ogni istituzione sociale; realtà che, sono certo, non stupirà i 10 milioni che, tra le altre cose, continuano a mancare delle assicurazioni mediche necessarie o di lavori stabili in quella che dovrebbe essere, ad ogni buon conto, una nazione esemplare per questi aspetti.

Troppi anni di reiterata e arbitraria affermazione hanno dato a questa menzogna, l’idea che la natura umana sia inseparabile dal capitalismo, un’aria di veracità che non merita. È tempo di smascherare il bluff. Quindi se vi trovate a fronteggiare recalcitranti sostenitori della verità di questa equazione, ponete una semplice domanda: i nativi americani avevano una natura umana? E per quel che importa, gli Europei erano pienamente umani prima che il capitalismo facesse la sua comparsa?

Patrice Greanville, critico dei media ed economista politico, è fondatore ed editore del Cyrano’s Journal’s

Patrice Greanville

Fonte: http://www.myleftwing.com/

Link: http://www.myleftwing.com/showDiary.do?diaryId=15080

04.03.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MOLECOLA

Pubblicato da Das schloss

  • helios

    Era ora che ci si facesse questa domanda. La risposta può essere solo no.Non la rispecchia perchè semplicemente trasforma (vorrei dire la modifica geneticamente)la natura umana. Ma il capitalismo senza l’aiuto del suo braccio destro.i religioisi, non sarebbe sopravvissuto così tanto.
    Così i poveri lavoratori (..per tutti) si sono sentiti gabbati due volte.
    Dal potere e dalla religione. Si dovrebbe pensare al capitalismo come alla grande illusione, illlusione dorata dove soldi e benessere arrivano a piene mani. Illusione anche questa. Il benessere del mondo occidentale deriva solo dallo sfruttamento. Di terre, di popoli. Di fame del terzo mondo. Dopo lo sterminio degli indiani come si poteva essere umani? Dall’Europa arrivarono i colonizzatori nel Nordamerica, quindi si potrebbe dire che l’Europa è doppiamente responsabile di questo sistema. In Europa, causa conflitti, regnanti, papato, non si poteva neanche pensare al liberismo.C’era una terra senza regole, una lavagna bianca, un popolo sterminato…gran brutto inizio.

  • MondoLiquido

    Ringrazio l’Autore per il suo perdono, infatti, faccio parte delle “persone ragionevoli che hanno pensato che sia così”. A mia discolpa posso solo dire che non “l’ho pensato SEMPRE durante la mia vita”. Ma ORA, dopo 18 anni dal crollo del Muro di Berlino, nel pieno svolgimento della vittoria storica planetaria del capitalismo…sono ritornato -mio malgrado- nel sentiero del pensiero filosofico di Schopenhauer. Storicamente l’Autore ha probabilmente ragione, ma io sarò solo polvere dimenticata quando il Socialismo (con la S maiuscola) tornerà -come necessità storica- a far parte dell’umanità.
    grazie per l’attenzione

  • paralipomeno

    Sarebbe interessante approfondire l’argomento, anche al di là della contrapposizione ideologica “socialismo”/capitalismo. La risposta alla domanda che dà il titolo all’intervento è, proprio: NO. Le ricerche che supportano la risposta, tra le più note sul tema, e non proprio recenti sono quelle di Karl Polanyi (Il celebre La grande trasformazione, ed il breve, meno conosciuto saggio La nostra obsoleta mentalità di mercato, pubblicati entrambi da Einaudi). Si può dissentire da Polanyi, dalla sua impostazione di fondo, ma egli, sulla scorta di studi storico-antropologici, dimostra chiaramente che la società di mercato è un unicum storico, connesso agli sviluppi dell’industrialismo; e afferma chiaramente che si regge sulla “finzione” di valutare la terra, il lavoro umano e la moneta, come merci prezzabili, alla stregua di prodotti dell’industria; mentre è evidente, soprattutto per le prime due che non sono “prodotti” e che non dovrebbero essere “prezzabili”. Così come afferma chiaramente che in tutti i tipi di società, tranne quella capitalistica moderna, il mercato è “embedded” (incorporato) in altre relazioni sociali, ne è una parte, controllata, regolata e non dominante; e che solo in epoca moderna si forma storicamente la situazione per cui il sistema sociale viene a dipendere dal sistema di mercato. Ergo il capitalismo, nella forma che conosciamo e viviamo, è un fatto storico recente, recentissimo e nient’affatto legato ad un’immutabile “natura umana” da sempre dedita al baratto (anche questo è un mito economicista). Come conferma la lettura di Weber, ed anche quella di Marx (sebbene ognuno di questi autori valuti, come sappiamo, molto diversamente le chance di modificarlo). Per restare più vicini a noi, e più lontani da argomenti economicisti, gli scritti corsari di Pasolini sull’alterità delle culture contadine transnazionali, o quelli della scienziata indiana Vandana Shiva sulla autarchia delle colture e culture contadine indiane, lasciano ancora meno dubbi sul fatto che tra capitalismo e “natura umana”, NON ci sia congruenza, per così dire, genetica. Il problema rimane: come mai, tra i tanti che sanno queste cose non si ha una presa di posizione pubblica? non si apre una discussione pubblica, partecipata, democratica? Così, magari, da non lasciare solo Pasolini a parlare, anche dopo morto? Ben vengano quindi questo e altri interventi in argomento.