I tecnocrati vogliono farci adorare le macchine

Se Dio è morto, pregare le macchine è permesso, forse anche necessario. E se Dio non è morto? Beh, si può comunque pregare le macchine

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Joe Allen
americanthinker.com

Se Dio è morto, pregare le macchine è permesso, forse anche necessario. E se Dio non è morto? Beh, si può comunque pregare le macchine. Questo sembra essere il piano tecnocratico mentre entriamo nel futuro. Proprio come con molti di questi sogni, una cosa del genere non tiene conto del nostro bisogno di altri esseri umani, con tutta la tragedia e la confusione che questo comporta. Questo bisogno è innato, così come il nostro desiderio di trascendenza.

Mentre il progresso avanza, le persone vengono separate dalle loro comunità organiche e dai riti tradizionali che le uniscono. Ma non preoccupatevi. C’è l’apposita app.

Lo scorso aprile, mentre le restrizioni per la Covid venivano eliminate, Robert Jones di PRRI ha scoperto che Facebook aveva lanciato in sordina la funzione “post di preghiere” per i suoi utenti religiosi. Come Gizmodo ha riportato il 3 giugno, la piattaforma ora fornisce un pulsante “prega” da cliccare ogni volta che una richiesta di preghiera viene inviata ad un gruppo religioso. È analogo alla frivola icona “mi piace”, se non fosse che il pulsante “prega” è presumibilmente diretto verso il cielo.

L’autrice di Gizmodo, Shoshana Wodinsky, nota correttamente che i “post di preghiera” permettono a questa multinazionale affamata di dati di scavare più a fondo nelle anime umane – la madre addolorata, l’adultero pentito, il Tommaso dubbioso. Una ragione ovvia è bombardare i fedeli con annunci mirati. I dati spirituali vengono anche raccolti per aggiungerli ai dossier dettagliati su milioni di persone. Insieme a molte altre piattaforme tecnologiche, Facebook usa questi doppioni digitali e astratti per prevedere e condizionare il comportamento futuro.

Una volta che si sa esattamente cosa vogliono i fedeli, è possibile creare il perfetto dio artificiale, come un pezzo di puzzle accuratamente ritagliato che si incastra al suo posto.

Un portavoce di Facebook ha spiegato: “Durante la pandemia di COVID-19 abbiamo visto molte comunità di fede e spiritualità usare i nostri servizi per connettersi, quindi stiamo iniziando ad esplorare nuovi strumenti per sostenerle“. Una dichiarazione più accurata sarebbe “Stiamo esplorando nuovi strumenti per sondare e manipolare i nostri utenti“.

Comunque si interpretino i lockdown per la Covid, il loro effetto è stato separarci gli uni dagli altri, così come dalle nostre tradizioni comunitarie. L’ininterrotta continuità dei riti antichi – di Cristiani, Ebrei, Musulmani, Indù, Buddisti, Sikh – è stata spezzata in un istante. In tutto il pianeta, la comunione con il divino è stata costretta in modalità online, digitalizzata e setacciata nei contenuti.

Gli effetti spirituali di questa politica non sono chiari, ma l’impatto psicologico è ben noto. È una cupa amplificazione delle tendenze culturali già in corso. Per decenni, le aziende tecnologiche si sono posizionate tra gli esseri umani e gli oggetti del nostro desiderio più profondo. Mentre veniamo separati e isolati, vengono forniti i dispositivi digitali per riempire quel vuoto.

Un recente sondaggio dell’Associated Press ha scoperto che quasi un quinto degli adulti in America – per un totale di 46 milioni di individui – dice di avere “solo una persona o nessuno di cui fidarsi per un aiuto nella propria vita personale“. Guardando ai giovani, uno studio longitudinale recentemente pubblicato, condotto su 217 studenti del Dartmouth College, ha scoperto che, nell’ultimo anno, i loro tassi di depressione e ansia erano saliti alle stelle.

Dallo scorso autunno, due studenti del Dartmouth si sono suicidati. Altri due sono morti per cause sconosciute. Beninteso, nessuno è morto di Covid.

La metodologia dello studio Dartmouth è di particolare interesse. Ogni studente doveva installare sul suo smartphone l’applicazione StudentLife, che raccoglieva “dati di rilevamento” dal localizzatore GPS, dall’accelerometro e dallo stato di blocco/sblocco [dell’apparecchiatura]. Questi dati venivano poi utilizzati per analizzare i livelli di stress e il ritmo sonno-veglia degli studenti e per desumerne l’umore.

Ovviamente, i ricercatori avevano constatato che la crisi Covid aveva devastato la salute mentale dei ragazzi. Avrebbero potuto chiederlo ad una qualsiasi delle loro madri e probabilmente avrebbe detto la stessa cosa, ma chi ha bisogno dell’intuizione materna quando gli scienziati hanno i “dati di rilevamento dello smartphone”? Il fatto che le politiche iniziali di lockdown fossero state in gran parte determinate dalla fallace simulazione al computer dell’Imperial College, aumenta solo il paradosso.

Mentre esaminiamo l’ambiente antisociale che ne risulta, rimane una domanda importante: come si possono aiutare le anime instabili ad attraversare un periodo di crisi quando sono costrette all’isolamento o, peggio, quando scelgono esse stasse di rimanere isolate?

Nella Vecchia Normalità, un amico premuroso o un adulto preoccupato si sarebbe seduto e avrebbe parlato con la persona [in crisi]. Avrebbero potuto essere impiegate tecniche primitive, come il contatto visivo, l’empatia e gli abbracci. Adesso però non c’è più bisogno di tutto questo. Per simulare la connessione interpersonale ci sono le app.

Woebot [1] è, fino ad oggi, la più riuscita, essendo stata recentemente approvata dalla FDA e promossa dal New York Times. Il funzionamento è semplice: i pazienti si isolano con i loro smartphone e descrivono i loro problemi più intimi a questo terapeuta touchscreen. Nel corso del tempo, gli algoritmi di IA dell’app arrivano a conoscere quelle persone dentro e fuori. Secondo il materiale promozionale dell’azienda, “la svolta di Woebot è la sua capacità di formare un legame terapeutico con gli utenti… stiamo definendo cosa significhi nel mondo moderno connettersi positivamente con la tecnologia“.

Secondo un recente studio, pubblicato sulla stessa rivista della Dartmouth, i ricercatori hanno determinato che Woebot può raggiungere un “legame di livello umano” in 3-5 giorni. Sostengono che questo risultato è simile a quello che si otterrebbe con un terapeuta umano. Apparentemente, questo “agente relazionale … potrebbe segnare un passo fondamentale verso l’utilizzo di soluzioni puramente digitali [sic] per soddisfare la crescente domanda di assistenza sanitaria mentale“.

Un certo numero di app terapeutiche è già disponibile. Poiché l’atomizzazione va di pari passo con la normalizzazione dettata dalla pubblicità, la domanda non potrà che crescere. È solo una questione di tempo prima che simili programmi di apprendimento automatico siano incorporati in umanoidi robotici che ascolteranno le crisi esistenziali e dispenseranno gemme di saggezza automatizzate. In effetti, questo precedente esiste già.

Negli ultimi anni, sacerdoti robotizzati sono apparsi in varie parti del mondo. Uno di loro si trova in un tempio buddista vecchio di 400 anni a Kyoto, in Giappone. Questa mostruosità da un milione di dollari, chiamata Mindar, è un’incarnazione in silicone della dea illuminata Kannon. Il sacerdote umano del tempio difende la sua esistenza facendo giustamente notare che i Buddisti secolarizzati hanno abbandonato l’ottuplice sentiero per iniziative più mondane.

Questo robot non morirà mai“, ha detto un monaco ad una entusiata reporter di Vox, “continuerà semplicemente ad aggiornarsi e ad evolversi. Con l’AI, speriamo che cresca in saggezza per aiutare le persone a superare anche i problemi più difficili. Sta cambiando il Buddismo“.

Questo bizzarro cambiamento interessa molte altre fedi, rimarchevole il retro-bot protestante BlessU-2; l’icona cattolica parlante SanTO (Sanctified Theomorphic Operator); un Ganesh meccanico che esegue l’aarti [2] in India e Xian’er in Cina, un monaco buddista da cartone animato dotato di touchscreen. Il suo scopo dichiarato è “raggiungere le persone che sono più connesse ai loro smartphone che al loro essere interiore“.

Definitemi della vecchia scuola, ma questi semidei digitali a me sembrano assolutamente profani. Sono il prodotto di menti ciniche senza alcun senso del sacro. Eppure, i loro sostenitori tecnofili pongono una domanda seria: se la divinità trascende il regno fisico, che differenza c’è tra la forma umana corporea e una macchina elaborata?

Come libero pensatore cristiano, immerso in varie comunità spirituali, la risposta mi sembra ovvia. Queste creature non hanno anima. Guardate nei loro occhi di plastica, e vedrete un abisso aperto. L’incarnazione di uno smartphone senza nessuno in linea. O forse è solo la mia impressione.

Una nuova generazione viene condizionata a considerare i robot come senzienti e gli esseri organici come semplici bio-macchine. Mentre arrivano ad accettare il profano come sacro, la spiritualizzazione dell’interazione con i social media, le app terapeutiche e gli androidi sacri saranno la norma. In senso letterale, l’icona con la freccetta potrà diventare oggetto di adorazione.

Che ci piaccia o no, il futuro sta arrivando velocemente. Ma se questo paesaggio distopico vi lascia depressi, non disperate. Potrete sempre trovare conforto in Woebot.

Joe Allen

Fonte: https://www.americanthinker.com/

Link: https://www.americanthinker.com/articles/2021/06/technocrats_want_us_to_pray_to_machines.html

25.06.2021
Scelto e tradotto da NICKAL88 per comedonchisciotte.org

Note a cura del traduttore

(1) Woebot è un chatbot terapeutico. È una app che possiamo tranquillamente scaricare e che permette di simulare il divano di uno psicoterapeuta attraverso lo schermo di uno smartphone. L’app si presenta come una sorta di terapista digitale che può sostituire quello reale quando vi è l’impossibilità a poter fruire di uno reale, impossibilità che può essere legata a semplici contingenze logistiche o magari dovuta ad una impossibilità a sostenere le spese di una cura psicoanalitica.[…]

Link: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/se-lo-psicanalista-e-unapp-il-caso-woebot-pro-e-contro-dellinformatica-affettiva/

(2) Con il sostantivo femminile hindi Ārtī (devanāgarī: आरती; anche Āratī; dal sanscrito: Ārātrika) si indica quel rituale durante il quale la luce emessa da una o cinque fiamme di canfora viene offerta alla divinità, o a uno dei suoi aspetti, attraverso le mūrti. Corrisponde quindi all’adorare tale divinità per mezzo della luce.
Nel caso delle cinque luci, esse simboleggiano i cinque elementi della terra, dell’aria, del fuoco, dell’acqua e dell’etere, rappresentando quindi la totalità del Cosmo.
Le luci vengono mosse con una rotazione in senso orario davanti all’immagine della divinità.[…]
L’offerta della fiamma di canfora ha un preciso significato simbolico: poiché arde senza lasciare residui, essa rappresenta l’ego che, una volta raggiunta la realizzazione spirituale, scompare senza lasciare alcuna traccia.

Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Ārtī

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