Home / ComeDonChisciotte / I PROSSIMI INCUBI ENERGETICI ESTREMI IN STILE BP

I PROSSIMI INCUBI ENERGETICI ESTREMI IN STILE BP

DI MICHAEL T. KLARE
Tomdispacht.com

Non è strano che, per quanto terribili siano le notizie dal Golfo del Messico, i media non riescono a fare a meno di offrire una furtiva, chiaramente influenzata dal punto di vista BP, narrazione infarcita di speranze? Per esempio, eccovi un recente titolo di testa preso dal giornale della mia città “Segnali di speranza dettati dal record di intercettazione del flusso di petrolio da parte di BP”. L’articolo si basa su un report di provenienza BP che affermava come, lo scorso Giovedì, il suo pateticamente inadeguato, male in arnese “top hat” [letteralmente cappello a cilindro: termine ormai entrato nel’uso comune per l’operazione di recovery ideata da BP n.d.t.] avesse intercettato più di 25.000 barili di petrolio in uscita, ovvero cinque volte ciò che a lungo si è sostenuto sgorgasse dal suo pozzo esploso (25 volte il numero di barili al giorno che fu suggerito all’inizio della vicenda, ovvero 1.000).

Nella foto: La piattaforma Hibernia al largo della costa di Terranova
Con le stime semi-ufficiali che parlano di una forbice compresa tra i 35.000 e i 60.000 barili di petrolio riversati in mare al giorno (queste cifre tendono ad aumentare con grande costanza), l’articolo non rappresenta che una singolare versione di una notizia che cerca di ridare la speranza. Parlando di malauguranti speranze, per la fine di Luglio BP mira a intercettare 80.000 barili al giorno (si noti come questa cifra rappresenti un aumento di almeno 20.000 barili al giorno rispetto alla cifra propinata all’opinione pubblica).

In tutti questi articoli, il genuino racconto improntato alla speranza finisce, in un modo o nell’altro, per coinvolgere anche i relief wells [letteralmente “pozzi di soccorso o di assistenza”, che tentano di intercettare il petrolio prima che passi dalle condutture/valvole che si vogliono escludere n.d.t.] il primo dei quali è nell’intorno di 60 metri dal pozzo esploso. Di solito, si citano “i primi di Agosto” o “metà di Agosto” come la data entro cui uno di questi relief wells riesca a tamponare la perdita e si afferma come i lavori di scavo di questi pozzi stiano progredendo in anticipo rispetto alla programmazione dei tempi.

In effetti, qualunque “segno di speranza” esista, pare si stia malamente assottigliando quando messo a confronto con la zampillante realtà. Proprio il giorno in cui BP annunciava di essere riuscita a intercettare 25.000 barili, si annunciava come enormi quantità di metano stessero affluendo nel Golfo. Fino adesso, questo particolare è stato chiaramente non rilevato (o relegato a rumore di fondo nel flusso della copertura dei media), anche se il metano, in alte concentrazioni, priva l’acqua di ossigeno, soffocando la vita marina, creando vaste zone morte e inibendo il collasso naturale del pozzo. A sentire John Kessler, un oceanografo della texana A&M, la catastrofe della Deepwater Horizon rappresenta “la più forte eruzione di metano nella storia moderna dell’uomo”.

Nel frattempo, a leggere con attenzione, si nota come l’effettivo funzionamento dei relief wells in corso di realizzazione sia tutt’altro che scontato. Potrebbero, infatti, non svolgere il loro compito prima dell’autunno o persino, in uno scenario pessimistico, prima di Natale o, in uno scenario apocalittico, potrebbero non funzionare affatto, lasciando il pozzo a vomitare petrolio e gas naturale (con la sua porzione di metano) per un tempo stimato che va da due a quattro anni. Non si dimentichi, infine, le cattive condizioni del tempo come pure la stagione degli uragani che sta per abbattersi sul Golfo, la possibilità che il rivestimento del pozzo si possa incrinare o corrodere – cosa che comporterebbe una fuoriuscita di petrolio o infiltrazioni ancora superiori agli attuali – e che un repulisti in cui, secondo le parole di Ken Salazar [Segretario degli Interni: membro del gabinetto del Presidente degli Stati Uniti d’America e capo del Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti, che nulla ha a che vedere col corrispondente italiano Ministero degli Interni. Infatti, il corrispondente dicastero è il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti. Il Dipartimento degli Interni ha il controllo di alcune agenzie federali come il Bureau of Indian Affairs, l’United States Geological Survey, e il National Park Service n.d.t.], l’ecosistema del Golfo fosse “risanato e ripristinato alle condizioni pre-disastro”, non è giudicato (come Naomi Klein ha recentemente affermato) “neanche remotamente possibile, per lo meno in una finestra temporale che possiamo concepire [come specie umana n.d.t.].”

Peggio ancora, si affronta il disastro nel Golfo come se si trattasse di un incubo singolo e senza strascichi, quando non lo è affatto. Si consideri questa Chernobyl a stelle e strisce come semplicemente come il precursore di un futuro pieno di “inaspettati” mega-disastri nel settore energetico, come suggerisce Michael Klare, che scrive regolarmente su TomDispatch ed è autore del prezioso titolo “Rising Powers, Shrinking Planet” [liberamente traducibile come “Potenze sempre più forti, mentre il pianeta si contrae” n.d.t.].

La redazione di Tomdispacth.com

I PROSSIMI INCUBI ENERGETICI ESTREMI IN STILE BP

DI MICHAEL T. KLARE

Quattro scenari per il prossimo mega-disastro energetico

Il 15 di Giugno, durante la testimonianza davanti la House Energy and Commerce Committee (Una delle più antiche commissioni parlamentari statunitensi, risalente al 1795, che legifera su commercio federale e internazionale, generazione e conservazione dell’energia, viaggi e turismo e protezione del consumatore n.d.t.), i maggiori dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi affermarono come il disastro targato BP nel Golfo del Messico non fosse che un’anomalia; qualcosa che non sarebbe accaduta in presenza di un’opportuna sorveglianza aziendale e non accadrà nuovamente una volta che le appropriate misure di sicurezza siano state messe in opera. L’argomento è come minimo ingannevole, se non una pura e semplice menzogna. L’esplosione della Deep Horizon è stato l’inevitabile risultato di un implacabile sforzo volto a estrarre petrolio da siti sempre più profondi e sempre più rischiosi. Di fatto, finché l’industria continua la sua caccia avventata e senza sosta all’energia estrema (petrolio, gas naturale, carbone e uranio ottenuti da aree non sicure dal punto di vista geologico, ambientale o politico), altre simili calamità sono destinate a verificarsi.

Al principio della Moderna Era Industriale, i principali carburanti erano facilmente ottenibili da estesi e facili da sfruttare giacimenti, dislocati in zone relativamente sicure e amichevoli. Ad esempio, l’uso massiccio dell’Automobile e l’espansione delle periferie furono fenomeni resi possibili dalla disponibilità abbondante e a basso costo di petrolio proveniente dalla vaste riserve di California, Texas e Oklahoma e dalle acque poco profonde del Golfo del Messico. Ma queste riserve e i giacimenti equivalenti [nel senso di facili da sfruttare n.d.t.] di carbone, gas e uranio sono ormai esauriti. Ciò implica che la sopravvivenza della nostra civiltà energo-centrica [ovvero fondata sulla disponibilità ubiqua, in quantità grandi a piacere e a basso costo dell’energia n.d.t.] dipenda in modo crescente da approvvigionamenti provenienti da aree a rischio (miniere molto profonde, in mare aperto, a nord del Circolo Polare Artico, in formazioni complesse dal punto di vista geologico o in ambienti non pericolosi o rischiosi dal punto di vista politico). Questa situazione assicura l’equivalente di due, tre , quattro o ancor di più disastri stile Deep Horizon nel nostro futuro energetico.

Nel 2005, l’amministratore delegato della Chevron, David O’Reilly, mise la questione in termini netti come solo un dirigente dell’industria petrolifera potrebbe fare. “Una cosa è chiara” affermò “l’era del petrolio facile è finita. La domanda si sta impennando come mai prima… Allo stesso tempo, molti dei giacimenti di petrolio e gas sono giunti a maturazione (un giacimento si definisce maturo quando ha raggiunto il massimo della produttività giornaliera e risulta quindi molto complicato e costoso, quando non impossibile, aumentare la produttività) e le scoperte di nuovi giacimenti si verificano per la maggior parte in zone in cui le risorse sono difficili da estrarre da un punto di vista fisico, economico e persino politico.

O’Reilly promise che la sua compagnia, come gli altri giganti del settore energetico, avrebbe fatto qualsiasi cosa si fosse ritenuto necessario per garantire che questa “difficoltosa [da reperire n.d.t.] energia” avrebbe soddisfatto una crescente domanda globale.

Ha provato di essere un uomo di parola.

Di conseguenza BP, Chevron, Exxon e i rimanenti giganti dell’industria petrolifera vararono iniziative per ottenere combustibili tradizionali da siti rischiosi, preparando le condizioni per il disastro del Golfo messicano e per gli altri che sicuramente seguiranno. Finché l’industria seguiranno questa linea, invece di intraprendere la transizione verso un futuro alternativo dal punto di vista energetico, restano inevitabili atri catastrofi del genere, non importa quanto sofisticata sia la tecnologia o scrupolose siano le misure di sicurezza.

L’unico interrogativo rimane: A cosa somiglierà il prossimo disastro del genere (oltre che a un altro disastro stile Deepwater Horizon)? Le alternative sono molte, ma ne presentiamo quattro. Nessuno di essi è inevitabile, ma ognuno ha un fondo di plausibilità.

Scenario 1: Terranova – La piattaforma Hibernia distrutta da un iceberg

A circa 300 chilometri al largo della costa di Terranova, proprio nel mezzo di quel che la gente del posto locali ha soprannominato il “corridoio degli iceberg”, è installata la piattaforma petrolifera Hibernia, il più grande impianto di trivellazione offshore al mondo. Costata circa 5 miliardi di dollari, Hibernia consiste di 37.000 tonnellate di struttura esterna montate su 600.000 tonnellate di acciaio e cemento (GBS, ovvero gravity base structure, struttura con base a gravità) posate sul fondo dell’oceano a circa 70 metri dalla superficie oceanica. Questo impianto colossale, di norma con 185 persone a bordo, produce circa 135.000 barili al giorno. Quattro compagnie (ExxonMobil, Chevron, Murphy Oil e Statoil) oltre al Governo del Canada partecipano alla joint-venture messa in piedi per far funzionare la piattaforma.

L’Hibernia è rinforzata al fine di resistere all’impatto diretto di uno degli iceberg che regolarmente navigano lungo questo tratta d’acqua, situato solo a qualche centinaio di chilometri dal luogo in cui il Titanic colpì un iceberg e colò a picco nel 1912. Sedici nervature giganti di acciaio sporgono fuori dalla GBS, posizionate in modo da assorbire l’energia dell’iceberg e distribuirla lungo l’intera struttura. Ad ogni modo, la stessa GBS è cava, contenendo un sito di stoccaggio per 1.3 milioni di barili di greggio, ovvero circa cinque volte quanto rilasciato dalla Exxon Valdez nel 1989.

I proprietari di Hibernia sostengono con fermezza come il progetto della piattaforma sia in grado di resistere all’impatto di un iceberg, per quanto grande quest’ultimo possa essere. Con l’aumentare del riscaldamento globale e il corrispondente scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, imponenti pezzi di ghiaccio saranno lasciati a flottare nel Nord Atlantico in una rotta che incrocia Hibernia. Si aggiunga l’aumento di attività delle tempeste (altro effetto del riscaldamento globale) a quello della densità di iceberg nel tratto di mare e si avrà la ricetta per annientare le difese di Hibernia.

Ecco lo scenario. Siamo nel freddo inverno del 2018, non certo una situazione straordinaria per il Nord Atlantico nel periodo. Il vento va oltre i 130 Km/h, la visibilità è nulla, gli aerei spia per la sorveglianza degli iceberg sono a terra. Onde furiose si innalzano fino a 15 metri e oltre, lasciando alla fonda i rimorchiatori giganti che vengono usati per deviare gli iceberg dalla traiettoria verso la piattaforma. L’evacuazione dell’equipaggio dalla base è impossibile, sia via nave sia via elicottero.

Senza preavviso, un iceberg gigante, mosso dalla tempesta, colpisce l’Hibernia, provocando la rottura del GBS e il versamento di più di un milione di barili di greggio nelle acque tempestose. L’impianto superiore viene staccato dalla struttura e s’inabissa nell’oceano, uccidendo all’istante i 185 membri dell’equipaggio. Ogni connessione al pozzo sottomarino si interrompe, e 135.000 barili di greggio cominciano a scorrere nell’Atlantico ogni giorno (circa il doppio delle perdite attuali nel Golfo). L’area risulta impossibile da raggiungere via aereo o nave a causa delle costantemente avverse condizioni metereologiche, con le riparazioni d’emergenza che non possono essere assicurate per settimane; non fino a che almeno cinque milioni di barili di greggio sono affluiti nell’oceano. Di conseguenza, una delle zone di pesca più fruttuose al mondo – i Grand Banks della Nuova Scozia, New Brunswick e Cape Cod – risulta interamente avvelenato.

Sembra uno scenario estremo? Sarebbe meglio ripensarci. Il 15 Febbraio 1982 una gigantesca nave per le ricerche petrolifere, la Ocean Ranger (“Ocean Danger”, ovvero pericolo per l’oceano, per gli amici) era operativa proprio nel punto in cui Hibernia è installata, quando fu colpita da onde alte una quindicina di metri e colò a picco, portando con sé le vite di 84 membri dell’equipaggio. Dal momento che non c’erano perforazione a quel tempo, non ci furono conseguenze sull’ambiente, ma la perdita dell’Ocean Ranger – un vessillo molto simile alla Deepwater Horizon – dovrebbe suonare come un avvertimento di quanto siano vulnerabili strutture anche molto resistenti di fronte alla furia dell’Inverno del Nord Atlantico.

Scenario 2: Nigeria – Il pantano bitumoso dell’America

La Nigeria è al momento il quinto approvvigionatore petrolifero per gli USA (dopo Canada, Messico, Arabia Saudita e Venezuela). A seguito della preoccupazione che l’agitazione politica nel Medio Oriente potesse far diminuire il flusso petrolifero dall’Arabia Saudita proprio mentre i maggiori giacimenti del Messico si stavano avviando all’esaurimento, i funzionari americani hanno lavorato duro per aumentare l’import dalla Nigeria. Nondimeno, la maggior parte del petrolio nigeriano proviene dall’inquieta regione del Delta del Niger, i cui poveri residenti ricevono le briciole dei proventi dell’estrazione unitamente a tutti i danni ambientali causati dal processo. Di conseguenza, hanno imbracciato i fucili per avere una fetta maggiore dei proventi che il Governo nigeriano raccoglie dalle compagnie petrolifere. A capo di questa iniziativa si trova il Movimento per l’Emancipazione del delta del Niger (MEND), un gruppo di guerriglieri messo in piedi senza pretese, che ha provato di essere in grado di provocare considerevoli danno alle operazioni di estrazione.

Lo statunitense Department of Energy (DoE) valuta in circa 2,7 milioni di barili al giorno la capacità estrattiva potenziale della Nigeria. A causa dell’attività dei guerriglieri nel Delta, la produzione reale è scesa molto al di sotto delle stime. “Dal dicembre del 2005, in Nigeria c’è stato un aumento costante degli atti di vandalismo alle pipeline, rapimenti e vere e proprie prese di controllo in armi degli impianti di estrazione” riporta il DoE nel maggio del 2009. “I rapimenti dei lavoratori negli impianti a scopo di riscatto sono ormai cosa comune e le preoccupazioni sulla sicurezza del personale hanno portato alcune compagnie petrolifere ad abbandonare il paese.”

Washington vede la ribellione come una minaccia alla propria sicurezza energetica e la considera quindi una ragione per aiutare il governo militare nigeriano. “L’interruzione degli approvvigionamenti nigeriani rappresenterebbero una duro colpo per la sicurezza petrolifera degli USA” faceva rilevare nel 2006 il Dipartimento di Stato. Nell’Agosto 2009 Hillary Clinton, in visita in Nigeria, promise ancora maggiori aiuti militari al fine di proteggere i propri approvvigionamenti.

Ecco, allora, lo scenario #2 in azione: è il 2013. La ribellione del Delta non ha fatto che crescere, portando la produzione effettiva di petrolio a un terzo del suo potenziale. La domanda petrolifera è parecchio più alta dell’attuale ed è in crescita, mentre la produzione cala dappertutto. La benzina ha raggiunto, negli USA, i 5$ a gallone [tenendo presente come un gallone equivalga a quattro litri è meno che da noi adesso, comunque… n.d.t.] e non accenna a fermarsi, mentre l’economia sembra diretta verso un’altra, profonda recessione.

Il governo di Abuja (capitale della Nigeria), a malapena funzionante, viene rovesciato da una giunta militare filo islamica che promette di imporre l’ordine e ripristinare il flusso petrolifero del Delta. Alcuni militari cristiano disertano immediatamente, unendosi al MEND. Gli impianti di estrazione passano improvvisamente sotto attacco, gli oleodotti vengono fatti saltare in aria, mentre i lavoratori stranieri sono rapiti o uccisi a ritmi e quantità da primato. Le compagnie petrolifere estere iniziano a interrompere le attività. I prezzi globali del greggio vanno alle stelle.

Quando una dozzina di lavoratori americani vengono giustiziati e un numero simile viene tenuto in ostaggio dall’ennesima sigla di ribelli, il presidente si rivolge alla nazione dallo Studio Ovale, dichiara che la sicurezza energetica della nazione è a rischio e invia 20.000 tra marine e truppe dell’esercito nel Delta per unirsi alle forze speciali già sul teatro di operazione. Le più importanti strutture portuali vengono prontamente messe in sicurezza ma il corpo americano si trova presto letteralmente immerso in una acquitrino paludoso di petrolio, un panorama quasi inimmaginabile di pozze che vomitano petrolio in cui essi si trovano a combattere un insieme di ribellioni intrecciate che non mostrano segni di voler scomparire. I caduti aumentano mentre si cerca di proteggere gli estesi oleodotti in un pantano impenetrabile non molto diverso dal Delta del Mekong in Vietnam.

Sembra poco plausibile? Si consideri che, nel maggio 2008, l’Army Training and Doctrine Command e il Joint Forces Command condussero una simulazione di crisi presso lo US Army War College a Carlisle, Pennsylvania: tale simulazione teneva in conto precisamente di questo scenario, ambientato perfino nel 2013. La simulazione, “Unified Quest 2008”, era associata alla formazione dell’Africom, la nuova organizzazione realizzata dal Presidente Bush nel Febbraio del 2007 per sovrintendere le operazioni militari in Africa. Una crisi collegata al petrolio in Nigeria, si suggeriva, avrebbe rappresentato uno dei più probabili scenari di intervento per le forse USA assegnate ad Africom. Sebbene l’esercitazione non suggerisse esplicitamente una mossa militare di questo tipo, non lasciava che pochi dubbi sul fatto che una tale risposta sarebbe stata l’unica opzione pratica per Washington.

Scenario 3: Brasile – Uragano colpisce un impianto di trivellazione “Pre-Salt”

Nel Novembre del 2007, la compagnia petrolifera di stato brasiliana, Petróleo Brasileiro (Petrobras) ha annunciato una considerevole scoperta: in un tratto dell’Atlantico del Sud, 300 chilometri al largo della costa di Rio de Janeiro, aveva trovato un giacimento petrolifero gigante, seppellito sotto due chilometri e mezzo di acqua e uno spesso strato di sale. Chiamato petrolio “pre-salt” [lett. Pre-sale, con riferimento al posizionamento nelle vicinanze di uno strato di sale n.d.t.] a causa del posizionamento geologico unico, il giacimento pareva contenere dagli 8 ai 12 miliardi di barili, rendendo la scoperta la più grande, in 40 anni, nell’emisfero occidentale. Ulteriori trivellazioni di test effettuati da Petrobras e i suoi partner rivelarono che la scoperta iniziale – in un campo chiamato Tupi – era legata ad altri giacimenti in acque profonde di tipo “pre-salt”. Ciò portava il potenziale estrattivo a 50 miliardi di barili o persino di più (per contestualizzare questi dati, si consideri che si crede che l’Arabia Saudita possegga riserve per 264 miliardi di barili e gli USA qualcosa come 30 miliardi di barili).

Grazie a questa scoperta, il Brasile potrebbe “fare il salto di qualità da medio produttore a uno dei produttori più importanti del mondo” ha affermato Dilma Rousseff, funzionario del consiglio dei ministri sotto il Presidente Luiz Inácio Lula da Silva e in odore di molto probabile successione a Silva stesso. Per garantire che il Brasile possa esercitare il massimo controllo sullo sviluppo di questi giacimenti, il Presidente da Silva (Lula come è conosciuto un po’ da tutti) e Rousseff hanno legiferato in merito, dando a Petrobras il controllo su tutti i nuovi campi nel bacino. In aggiunta, Lula ha proposto che i profitti provenienti dai campi “pre-salt” siano incanalati verso un nuovo fondo sociale finalizzato ad alleviare la povertà e il sottosviluppo nella nazione. È quindi comprensibile come tutto ciò abbia dato al governo uno smisurato interesse nello sviluppo accelerato dei giacimenti.

Estrarre petrolio a due chilometri e mezzo sotto la superficie dell’acqua e sotto quattro chilometri di sabbie e sale richiede l’utilizzo di una tecnologia persino più avanzata di quella utilizzata sulla Deepwater Horizon. Per di più, i campi “pre-salt” sono sparpagliati tra strati di gas ad altra pressione (un po’ come succede nel Golfo…), incrementando il rischio di blow-out [disastrosa fuoriuscita di gas che mette l’impianto fuori controllo n.d.t.]. Il Brasile non conosce gli uragani del Golfo del Messico, ma nel 2004 la sua costa fu devastata da un inatteso ciclone subtropicale che raggiunse la forza di un uragano. Alcuni climatologi ritengono che tempeste (simili ad uragani) della natura di quella del 2004, un tempo praticamente sconosciuti nell’Atlantico del Sud, diventeranno più comuni a seguito del riscaldamento globale.

Cosa ci porta allo scenario #3: è il 2020, anno entro cui l’area pre-salt al largo di Rio ospiterà centinaia di impianti di trivellazione offshore. Si immagini, allora, un ciclone subtropicale con venti dalla forza di uragano e onde imponenti che improvvisamente si accaniscano sull’area, rovesciando dozzine di impianti e danneggiando la maggior parte degli altri, spazzando via nell’arco di ore un investimento di oltre 200 miliardi di dollari. Con un preavviso di qualche giorno, la maggior parte dei lavoratori sarà stata evacuata. Folate di vento anomale, comunque, abbattono diversi elicotteri, uccidendo una cinquantina di lavoratori e gli equipaggi degli elicotteri interessati. Per aggiungere altri particolari raccapriccianti, i tentativi di sigillare così tanti pozzi a quella profondità falliscono, e il greggio comincia a riversarsi nelle acque del Sud Atlantico, in quantità storicamente mai viste. Mentre il ciclone cresce fino al massimo delle sue forze, onde giganti portano il petrolio verso la costa. Inesorabilmente.

Dal momento che l’impeto della tempesta non può essere fermato, le famose spiagge di sabbia bianca di Rio sono ricoperte di uno strato vischioso di nero petrolio e nel giro di qualche settimana, parti delle acque costiere brasiliane sono diventate un oceano morto. Gli sforzi per ripulire, quando finalmente iniziati, si sono dimostrati eccessivamente difficoltosi e costosi, andando a gravare sul macigno finanziario del Brasile, appesantito di una Petrobras in bancarotta. Nel mentre, la battaglia per sigillare tutti i pozzi filtranti nel profondo dell’Atlantico si dimostra uno sforzo erculeo mentre, mese dopo mese, il greggio continua a fuoriuscire nell’Atlantico.

Scenario 4: Il mar della Cina Est – Uno scontro sui gas (sottomarini)

In passato, la maggior parte delle guerre si combattevano a causa di dispute sui confini o di contenziosi su pezzi di terra. Oggi, la maggior parte dei confini sono fissati da trattati internazionali e poche guerre vengono combattute per cause territoriali. Si sta però presentando un nuovo tipo di conflitto: conflitti causati da confini marine non concordati in aree che ospitano interessanti risorse sotto il fondale marino, in particolare petrolio e gas naturale. Tali contese sono già accadute nel Golfo Persico, nel mar Caspio, nei Mari Est e Sud della Cina, e in altri delimitati specchi d’acqua. In ciascuno di questi casi, gli stati circostanti rivendicano vasti tratti offshore che sono in sovrapposizione tra di loro, producendo contenziosi potenzialmente esplosivi – soprattutto in un mondo sempre più affamato di energia.

Una di queste contese è quella che vede Cina e Giappone non trovare un accordo sui mutui confini nell’Est del Mar della Cina. Sotto la convenzione ONU sulla Legge del Mare, che entrambe le nazioni hanno firmato, ciascuna delle due ha il permesso di esercitare controllo su una zona di sviluppo economico esclusivo (EEZ ovvero Exclusive Economic Zone) che si estende per 200 miglia nautiche (circa 370 chilometri) a partire dalla linea costiera. Peccato che il tratto di mare in questione sia largo solo 360 miglia nautiche al suo punto più ampio, così che tutt’e due le nazioni hanno un tratto di EEZ in comune (in realtà non regolamentato).

Inoltre, la convenzione ONU permette agli stati di reclamare il possesso di una EEZ estesa fino alla fine della piattaforma continentale. Nel caso della Cina ciò significa la quasi totalità del braccio di mare conteso. Il Giappone insiste sul fatto che i confini offshore tra le due nazioni dovrebbero cadere nella linea mediana stesa tra le loro coste, circa 180 miglia marina dalle coste di entrambe. Ciò implica che si hanno due linee di confine in competizione in mar della Cina. Come c’era da aspettarsi, nella zona contesa si trova un promettente campo di gas naturale chiamato Chunxiao dai Cinesi e Shirakaba dai Gianpponesi. Entrambe le nazioni sostengono come il campo giaccia all’interno della propria EEZ, reclamandone il diritto di sviluppo esclusivo.

Per anni i funzionari Cinesi e Giapponesi si sono incontrati per mettere fine alla controversia. Senza effetto. Nel frattempo, ciascuna parte ha intrapreso attività per cominciare l’esplorazione del campo sottomarino. La Cina ha installato impianti di trivellazione appena al di là della linea mediana invocata dai Giapponesi, in una sorta di tentativo di estensione delle frontiere. La Cina sta quindi trivellando per arrivare alla vena di gas. Il Giappone ha condotto rilevamenti sismici nell’area grigia a cavallo delle due linee EEZ. La Cina afferma che l’azione giapponese rappresenta una violazione illegale, il Giappone ritiene che gli impianti cinesi stiano aspirando gas dalla parte giapponese della linea mediana, rubando quanto appartiene loro. Ogni fazione vede questa disputa con le lenti di un nazionalismo ossessivo e pare non intenzionata a fare concessioni. Entrambe le parti hanno dispiegato forze militari nell’area contesa, nel tentativo di dimostrare la propria determinazione a prevalere nello scontro.

Ecco, allora, lo Scenario 4: siamo nel 2022. Sono falliti ripetuti tentativi di risolvere la disputa con gli strumenti del negoziato. La Cina ha installato una linea di piattaforme di trivellazione lungo la linea mediana e, secondo i funzionari giapponesi, ha esteso le tubazioni sottomarine in territorio giapponese. Un ultra-nazionalista governo di destra ha preso il potere in Giappone, promettendo solennemente di riaffermare la propria sovranità su tutto il territorio giapponese. Navi da trivellazioni giapponesi, scortate da navi da guerra e aerei da combattimento, vengono inviate nell’area rivendicata dalla Cina. I Cinesi rispondono con le proprie navi da guerra e ordinano ai Giapponesi di ritirarsi. Le due flotte convergono l’una verso l’altra e cominciano a bersagliarsi a colpi di cannone, missili e siluri.

A questo punto, la “foschia di guerra” (per usare le parole del famoso teorico della strategia Carl von Clausewitz’s) prende il sopravvento. Non appena una nave cinese si avvicina pericolosamente a una giapponese tentando di farne deviare la rotta, il capitano di quest’ultima imbarcazione perde la testa e ordina di aprire il fuoco. Altri equipaggi giapponesi, disobbedendo agli ordini dei superiori, fanno lo stesso. Non occorre attendere a lungo prima di assistere a una battaglia navale senza risparmio di colpi, con diverse navi affondate e centinaia di morti. Gli aerei giapponesi attaccano i vicini impianti di trivellazione cinesi, producendo centinaia di ulteriori caduti e un altro disastro ambientale marino. A questo punto, con entrambe le parti che portano rinforzi e si preparano alla guerra non più confinata alle battaglie navali, il presidente USA fa una visita d’emergenza alla zona nel disperato tentativo di negoziare un cessate il fuoco.

Un tale scenario è difficilmente non plausibile. Dal Settembre del 2005, la Cina ha schierato uno squadrone navale, inviandolo a destra della mediana (un confine che esiste nei documenti giapponesi ma non è, ovviamente, visibile a occhio nudo (in questo modo è facile oltrepassarlo, ignorandolo)). In un’occasione, gli aerei giapponesi hanno volato vicino alle navi cinesi in ciò che avrebbe dovuto sembrare un assetto minaccioso, portando l’equipaggio a scoprire le proprie batterie antiaeree e puntarle sugli aerei giapponesi. Per fortuna, nessun colpo fu sparato. Ma cosa sarebbe successo se l’aereo giapponese fosse arrivato ancora più vicino, o se il capitano cinese fosse stato un po’ più spaventato dalla manovra? Uno di questi giorni, mentre quei giacimenti di gas diventano sempre più di valore, il risultato potrebbe non essere così benigno.

Questi sono, ovviamente, solo pochi esempi del perché, in un mondo che fa sempre maggior affidamento su rifornimenti energetici provenienti da siti remoti e rischiosi, catastrofi sullo stile di quella BO sono praticamente una certezza. Mentre nessuna delle calamità citate è certa, qualcosa del genere lo sarà sicuramente – a meno che la specie umana intraprenda delle azioni sensazionali, in questo momento, in modo da ridurre la nostra dipendenza dai carburanti fossili, accelerando la transizione verso un mondo post-carbonico. In un tale mondo, la maggior parte della nostra energia verrebbe dal vento, dal sole e dalle fonti geotermiche che sono ubique e non debbono essere trascinate un solo chilometro sotto l’acqua o nel ghiaccio dei poli. Tali risorse, in generale, non sarebbero collegate alla specie di dispute sui confini che potrebbe scatenare le future guerre per le risorse.

Fino ad allora, siate preparati. Il disastro nel Golfo non è un’anomalia. In realtà, è una freccia puntata verso futuri incubi.

Michael T. Klare è un professore di studi sulla pace e sulla sicurezza mondiale presso l’Hampshire College, scrive regolarmente su TomDispatch ed è autore del libro “Rising Powers, Shrinking Planet” [liberamente traducibile come “Potenze sempre più forti, mentre il pianeta si contrae” n.d.t.].

Titolo originale: “BP-Style Extreme Energy Nightmares to Come “

Fonte: http://www.tomdispatch.com
Link
22.06.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PG

Pubblicato da Das schloss