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Generazioni scomparse (vanishing Italians)

DI ALCESTE

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L’opulenza digitale reca l’estinzione.

Il digitale è un progresso o no?

A tirar le somme pare un netto regresso.
Serve il digitale? Certo, a dominare meglio le pecore.

Le fotografie di famiglia. Nonni, mamma, papà, figli, nipoti, amici. In bianco e nero oppure esornate dai primi timidi colori.

Le foto di famiglia costituivano una bella responsabilità.
Anzitutto c’era l’apparecchio vero e proprio, che aveva un costo suo, e occorreva custodire con cautela, in appositi foderi di pelle o similpelle. E poi c’era il rullino, costoso anch’esso. Si scattava quindi, ma con parsimonia, poiché ogni clic aveva un prezzo: la posa doveva essere studiata, avere significato, o assommare più gente possibile: non si poteva immortalare un albero un fiore una casa un cane: che spreco era quello? Tutte le vecchie foto eran cariche d’un compito preciso: tramandare a chi di dovere momenti salienti della storia di famiglia. Ogni immagine vantava sul retro una dedica oppure la data, scritta, con cura, a penna, assieme alla località ove era stata presa; a volte si indicavano nomi e nomignoli degli attori coinvolti. “Luigi e Ines”, “Zio Valerio e la sua chitarra”, “Giampi a Milano Marittima 1961”, “Mamma e Papà, Ladispoli 1967”, “Giovanni al giuramento, Taranto 1972”. Per tacere dei sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, matrimoni; persino funerali.

La foto era, insomma, una incombenza: si recava il rullino, spesso dopo le ferie estive o le vacanze di Natale, presso il proprio bottegaio di fiducia: “per lo sviluppo”. Un altro costo. E spesso si aspettavano giorni. Sviluppare non era impresa facile. A volte ci si rendeva conto che la foto era sovraesposta o sfocata: ne derivava  l’ira del capofamiglia che vedeva svanire le sue lire per una disattenzione …

Ma le immagini, così lungamente ricercate, erano di buona qualità, nitide, e riposavano su buona carta. Attenti con le dita! Avete le mani pulite? si diceva ai figlioli mentre questi le incollavano pazientemente e con reverenza in album dalla solida rilegatura, con gli angolini rigidi a fermarne la scivolosa irrequietezza. Una carta velina trasparente le proteggeva, di pagina in pagina; a volte si incollava anche un ulteriore cartiglio esplicativo a mo’ di didascalia: “Fregene, Pineta, 3 agosto 1975”.

E lì le immagini si accumulavano, anno dopo anno; ogni tanto le si andava a compulsare, con nostalgia crescente. Ognuna ridonava attimi commoventi: un parente che non c’era più, un ricordo che si credeva disperso, o i figli lontani: presi dalle beghe quotidiane, cresciuti oramai, un po’ disinteressati; e irriconoscibili: “Ma guarda Isabella com’era carina”, “Guarda Giulio alla Prima Comunione!”, “Dio, com’era bambolotta Claudia!” …

Ma chi le consulta più queste anamnesi iconiche …

L’opulenza digitale le ha annientate. Non sostituite, attenzione, annientate!

Il digitale non sostituisce, distrugge e basta.

Ama chiamare tale fenomeno: “Medioevo Ellenico” o “Dark Ages”.

Lo studioso Anthony Snodgrass, forse sbagliando, si riferisce con Dark Ages (da cui: Medioevo Ellenico) al periodo  – fra 1200 e 800 a. C. – che vide il crollo della civiltà micenea e l’avvento dei Dori: scomparsa della scrittura, della grande architettura, della minuziosa burocrazia, della fusione del bronzo, regressione a uno stile pittorico geometrico.

In ogni famiglia il Medioevo Ellenico ha il proprio inizio attorno ai primi Novanta e tocca la vetta al principiare della decade del Secolo Ventunesimo. Da quella data, all’incirca, gli album rimangono muti. Come se un olocausto della dimenticanza si fosse abbattuto su ogni cosa. Così come nel Peloponneso preomerico.

Il digitale irrompe, smaterializza, abbatte i costi; diviene appetibile da ognuno e tutto trasforma in merce da dozzina, fatua e irrilevante.
La foto è gratis, di fatto; perde il proprio valore memoriale e di attenzione e studio: si clicca ripetutamente: è gratis. I cellulari hanno memorie più estese, si fanno foto a qualunque cosa: ai cani, ai gatti, ai tombini, ai portoni, alle fontanelle, alle statue, ai cartelli stradali, a un ghiribizzo qualsiasi; decine, centinaia, migliaia di scatti irresponsabili, fatti tanto per fare. Sono gratis, poi si cancella, si modifica, se ne fanno altri! Le pose degenerano in atti sguaiati, la smorfia è oramai la normalità: occhi strabuzzati, lingue protruse fuori dai grugni, panze in evidenza, scherzi idioti, e sghignazzi, tanti sghignazzi; oppure si cerca di eternare tutto il possibile, di ogni pietra o coccio si immortala la prospettiva che si crede migliore, sin all’esaurimento. Ma tale furia è mediocre, frettolosa, individualista. La qualità del digitale concede un iperrealismo irreale, ma senza profondità e vera definizione plastica: una lattiginosità congenita, inoltre, annega il tutto in una brodaglia priva di gusto.

E poi di tale messe cosa rimane? Poco o nulla. Dopo le ferie si riguardano le immagini: un cumulo di sciocchezze goffamente orgiastiche o solipsistiche; passa qualche tempo: esauriti gli isterismi della condivisione ci si accorge che tali epitomi della goliardia più disperata intasano i cellulari o gli Ipad e paiono assai meno interessanti: e allora si comincia a cancellare quelle che non piacciono più confidando in un prossimo download su pc; passa il tempo, però, altre immagini si affastellano: un tatuaggio, il cane con gli occhiali, la merenda o la pasta alla carbonara (“guardate come sono brava!”), la barzelletta, un fotomontaggio … tutte scemenze buone per lenire le nostra ansia narcisistica da like, il nuovo scaccia il vecchio, le foto di Formentera sembrano quelle che sono, robetta scaduta da quasi due anni, da eliminare, insomma: han fatto il loro tempo; o magari è morto l’amorazzo o il rapporto conviviale che le innescò e allora quell’iconografia diviene secondaria, insulsa … oppure odiosa … e, perciò, da scaraventare, con una serie di furiosi click, nel limbo dell’irrilevanza … qualcuno, più avveduto, ha salvato qualche decina di scatti sull’hard disk o il pc, ma il pc a volte muore, l’hard disk cade e distrugge il suo contenuto  … quel tratto di esistenza sparisce nel nulla  … le avevo sul pc ma è crashato, le avevo sull’hard disk, mi è caduto di spigolo, niente, non si può recuperare nulla …

Gli album di famiglia si fermano al 2000 … al 2003 … al 2004 … come brogliacci alla vigilia d’una catastrofe nucleare … o il diario di bordo della Mary Celeste prima del misterioso naufragio … inevitabile, micidiale.

Le vite, consegnate al mostro dell’immateriale, svaniscono. Così, smiagolando nell’impalpabile, senza neanche il risarcimento d’un cartoncino sbiadito.

E così per i libri: l’e-book sostituisce il cartaceo, ma non è vero; le vendite dell’e-book sono in picchiata, l’e-book non lo legge nessuno, perché dovrebbe esser letto? Intanto il cartaceo, che era in attesa di farsi sostituire da Kindle e IBooks, si fa sempre più grossolano: la carta è da poco, il libro perde le cuciture, la copertina diviene floscia e scioccamente colorata, crolla la qualità dell’impaginatura, la stampa è digitale: gli inchiostri nitidi e definiti sono un lontano lusso … l’ultimo best seller, venti euro!, rileva, dopo nemmeno mezza lettura, quale mucchio di fogliacci malinconicamente sparnazzati. L’oggetto libro, non solo il contenuto, perde ogni fascino e appetibilità feticista. L’antiquariato librario si ferma gli anni Ottanta, in realtà: il libro usato e di seconda mano non sublima nel vecchio o nel ricercato, ma, quale usa e getta, finisce direttamente nell’immondizia. Una biblioteca costituita da testi degli ultimi trent’anni merita –  esteticamente – il macero. E tale avviene per i mobili, gli umili elettrodomestici, le ceramiche, i quadri: di fattura tanto approssimata e sciatta da rendere impossibile una loro vita ulteriore. Scompare ciò che Bertolt Brecht amava: la bellezza del “ben invecchiare”, “del migliorare forma“: 

Fra tutti gli oggetti i più cari

sono per me quelli usati.

Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame,

i coltelli e forchette che hanno di legno i manici,

lucidi per tante mani: simili forme

mi paiono tutte le più nobili. Come le lastre di pietra

intorno a case antiche, da tanti passi lise, levigate,

e fra cui crescono erbe, codesti

sono oggetti felici.

Penetrati nell’uso di molti,

spesso mutati, migliorano forma, si fanno

preziosi perché tante volte apprezzati.

Gli ultimi trent’anni sono un buco, uno iato culturale e materiale da Dark Ages.

Intere generazioni di uomini e cose inghiottite da un magma liquido.
Uno Snodgrass del futuro che indaghi l’Italia post 1989 ipotizzerà, giustamente, l’invasione vincente e rovinosa di una cultura inferiore.

 

Alceste

Fonte: http://alcesteilblog.blogspot.com

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3.08.2018

Pubblicato da Davide