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FIGLI DI UN DIO MINORE


DI CARLO BERTANI

Sono le 10 e 15 della mattina quando saliamo ai binari, affardellati di valige, per sistemare mio figlio sul treno per Venezia. Sono le 10 e 15 di un giorno di Luglio sulle rive di un altro mare, quello di Savona. La stazione è strapiena e frotte di ragazzi e ragazze – tutti zaino e calzoncini corti – aspettano un treno che li farà partire o tornare dalle vacanze.
Un gruppo di giovani tedeschi scherza in cerchio, come sanno scherzare i ragazzi tedeschi: uno alla volta, gettano la battuta nel cerchio e gli altri ridono, sorridono o rispondono piccati. Sempre, però, con la mascella alta quando devono far scendere la frase nel gruppo, come a gettare un sasso in uno stagno. Quattro di essi potrebbero soddisfare i requisiti del vecchio Adolfo: uno, scuro, invece, probabilmente porta geni dall’Anatolia, turchi o curdi che siano. L’ultimo potrebbe essere italiano: anch’egli scuro, ma parla tedesco e non italiano.
Accanto a me, una coppia di serbi si saluta prima di partire: lui, con i baffi, i riccioli e qualche stempiatura, sembra uscito da un film di Kusturica mentre lei – bionda e grassoccia – potrebbe stare dietro al banco di una merceria a Novi Sad.

Una famiglia – probabilmente cingalese – sosta per terra fra i binari: colmi di fagotti, con un bambino che non perdono d’occhio un istante, mentre fa correre un giocattolo sul marciapiede della stazione. Anche due agenti della Polfer sostano, accaldati, ma non sembrano prestar loro attenzione.

La coppia, lui e lei francesi, sono ovviamente più chic, come anche in tenuta sportiva sanno essere: parlano piano, sorridono, si scambiano occhiate ammiccanti anche se – ad occhio e croce – hanno già superato la sessantina.
Sono le 10 e 30 quando il treno per Milano fischia e parte e quel vestito d’Arlecchino – con mille idiomi e mille modi di scherzare, d’amare, d’intristirsi un poco nei saluti – si dissolve.

Sono quasi le 11 quando la barista – nera come il carbone – porge a mia moglie la brioche, appena riscaldata, e lei si scotta il labbro. Mia moglie sorride, anche la barista sorride e mostra due file di denti bianchi come la neve, poi accenna delle scuse: «Se la scaldo, la marmellata diventa molto calda. Una signora, poco fa, mi ha chiesto come poteva fare: soffi, gli ho risposto!» Ride di nuovo. Anche una coppia di tedeschi che non ha capito bene, ma ha intuito, annuisce e sorride.
Sorbito il caffé, giro per il minuscolo bar cercando di raggiungere il giornale abbandonato su un tavolino, facendo attenzione a non travolgere la minuscola ragazzina cinese che sciorina una cantilena incomprensibile alla compagna di viaggio. Fuori del bar, scorre lentamente una corposa comitiva di scout accompagnata da due suore: le uniche col vestito “d’ordinanza”, saio marrone. Saranno pure vesti estive, ma che caldo devono avere!
Nell’attesa che la marmellata della brioche raggiunga una temperatura accettabile, scorro il giornale: le solite baggianate del Governo, un po’ di gossip…le intercettazioni…
In basso, in un riquadro, il titolo: “Il padre dei due bambini morti sul gommone, al largo di Pantelleria, racconta”.

Vorrei lasciar perdere – immagino cosa può raccontare un padre che s’è visto morire i figli in braccio – ma non ci riesco e vado alla pagina per leggere.
Racconta che sono morti di fame ma, soprattutto, di sete: disidratati. Al giornalista che chiedeva perché li avesse gettati in mare, l’uomo risponde che non li ha gettati, li ha “posati”.
Un padre non potrà mai gettare un figlio in mare, anche morto: lo poserà, dolcemente, come lo aveva senz’altro posato altre volte, dormiente, in una culla o in un pagliericcio. Non può “gettarli”.
Allora stramaledico il momento che ho aperto quel giornale, perché un universo di dolore si spalanca di fronte ai miei occhi: avranno sofferto? Certo che avranno sofferto: avranno chiesto mille volte “acqua” – chissà in quale lingua – e d’acqua c’era solo quel nemico deserto salato, infame, pronto a trasmutarsi in terra per liquide bare.

Mi chiedo perché solo quei due piccoli di due e quattro anni – Hamid e Fatma, li chiameremo così – non hanno avuto il diritto di far parte del vestito d’Arlecchino che scorre nella stazione. Solo loro.
La parte razionale si fa viva e genera immediatamente mille congetture, “fondate” ragioni, pessime risposte, “corrette” dichiarazioni. Poi, tutto torna a svanire di fronte ai visi cerei – che immagino – di Hamid e Fatma.
Chissà se adesso, con gli occhi dello spirito, veleggiano nel Canale di Sicilia ed osservano le migliaia di tonnellate di ferraglia che gli uomini hanno saputo posare su quel fondo marino, poco più di mezzo secolo fa.
Chiglie sfondate e torri allampanate, su fondali spettrali, per nascondere agli uomini la perfida insulsaggine del loro essere. Di chi fatica per costruire lamiere, le salda, le forma in navi e poi dà il via al colossale gioco al massacro della distruzione: come in un Risiko che gronda sangue, al primo lancio dei dadi la mente superiore si spegne, e l’animalità trionfa.
Oddio, non proprio tutti perdono quella che ritengono “mente”…o forse sì…perché anche i banchieri che intascano sempre denaro, quando una nave scende per la prima o per l’ultima volta in mare, rispondono forse ad istinti più elevati?
Invece, per Hamid e Fatma, qualcuno ha deciso pollice verso: e non si vengano a raccontare storie di “fatalità”, di “sorpresa”, di “impossibilità”, nel pianeta dove i satelliti contano anche quanti peli hai sul culo.

Tornano alla mente i versi di Fabrizio: «E lo Stato s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità…» ma, qui, andiamo oltre qualche provvedimento dettato solo da “audience” post elettorali.
La Chiesa si fa avanti ed afferma che bisogna essere sì “decisi”, ma ci vuole buon senso ed umanità nelle decisioni spinose. Leggasi: controllo dell’immigrazione.
Allora, mi tornano alla mente gli atti del Concilio di Trento – che terminò nel 1563 – quando il matrimonio fra cattolici fu ritenuto valido solo se in forma pubblica, ossia confermato da testimoni e da atti formali. Teniamo a mente quella data, la metà del XVI secolo.

Le disgrazie dell’Africa erano già iniziate da quasi un secolo, giacché nel 1492 – quando partì Colombo – nelle Canarie la popolazione indigena era già stata totalmente sterminata dagli spagnoli, tanto che lo stesso Colombo si fermò per riparare una nave e per godere per qualche ora – prima dell’ignoto – delle “grazie” di Beatriz de Bobadilla, sua antica “conoscenza” e vedova del governatore spagnolo, ucciso dagli indigeni negli ultimi aneliti di ribellione.
Gli spagnoli erano stati preceduti dai portoghesi, da Lanzarote de Freitas a Capo Verde fino a Cabral in Mozambico: anno più anno meno, è all’inizio del ‘500 che l’Europa prende coscienza della vera e propria “miniera” che ha a disposizione. E’ una duplice miniera.
Da un lato del Mare Oceano c’è un continente sterminato del quale non si sa nulla, ma si presume sia zeppo di ricchezze. Dall’altra c’è n’è un altro, poco conosciuto, che si sa però abitato da popolazioni primitive (in senso tecnologico e per i canoni dell’epoca).
Due più due fa sempre quattro e, se l’ipotenusa ha navi ed armi da fuoco, i due cateti saranno precipitati nel servaggio.

Così prende forma la ricchezza europea per almeno tre secoli – non dalla semplice “operosità” delle sue genti, come tanti credono – ma dalla feroce sopraffazione dei “contractors” dell’epoca: il cosiddetto “Triangolo degli Schiavi” fu la base del dominio e della ricchezza europea.
Detto in sintesi: le merci europee (armi, tessuti, ecc) erano vendute ai mercanti arabi di schiavi, i quali scaricavano mercanzie e caricavano “merce umana” per le Americhe. Giunte nelle Americhe, le navi scaricavano gli schiavi e caricavano prodotti grezzi (minerali, cotone, caffé, ecc, estratti o coltivati dagli schiavi) che erano riportati in Europa. Con quelle materie prime, si fabbricavano le merci da riportare ai mercanti in Africa, e l’infernale roulette ripartiva. Così per tre secoli: ghinea dopo ghinea, fiorino su fiorino.
Perché il Concilio di Trento?

Poiché – disgraziati loro – gli africani si convertivano…forse scambiando la croce per un simbolo animista…forse capendoci qualcosa, ma si genuflettevano ed ascoltavano la Messa. Tanto bastava per farne dei cristiani e, i “buoni” missionari del tempo, non potevano che gioirne.
Non erano così contenti i mercanti, i quali si trovavano di fronte al problema di dividere le famiglie – alla partenza od all’arrivo – secondo le esigenze di chi acquistava quella “forza lavoro”. E solo Dio può dividere.
Ecco allora i buoni giuristi cattolici creare la norma: il matrimonio è valido solo se contratto dopo regolari pubblicazioni. Vallo a dimostrare nella savana africana, vai a cercare le “pubblicazioni” sulle navi negriere.
I buoni mercanti di “forza lavoro” gratuita ringraziano, e conferiscono oboli ai santuari. Gli imprenditori ed i banchieri dell’epoca ringraziano per lo scampato pericolo, ed inviano denari al vescovo locale.
I califfi arabi, a loro volta, festeggiano la buona intuizione dei cani infedeli cristiani emettendo freschi salatich (permessi), per nuove razzie in altri territori. Tutto funzionò a meraviglia per tre secoli quando, al Congresso di Vienna, improvvisamente, la Gran Bretagna chiese delle limitazioni e la futura abolizione dello schiavismo. Strano: il lupo che diventa vegetariano.

Il “lupo” diventa vegetariano perché – con l’indipendenza delle ex colonie americane – i frutti del pasto erano goduti da altri, ossia dalle ex colonie stesse. Al punto da sostenere a spada tratta la causa sudista – che manteneva la vecchia impostazione del “Triangolo” – contro quella nordista (altrettanto razzista) che usava la clava dell’abolizionismo per sferrare un attacco agli ex imperiali. Ne avrebbero avuto ragione solo grazie ai sommergibili di Doenitz nel 1940, quando – in cambio d’alcune decine di vecchi cacciatorpediniere – gli USA “soffiarono” agli inglesi le basi che avevano nel mondo per “modici” 99 anni.

Curiosi e penosi, allo stesso tempo, gli “illuminati” francesi, che in Patria dissertavano su principi giuridici da fantascienza per l’epoca, mentre sostenevano sotto banco (e nemmeno troppo…) la tratta. In chiave anti-inglese, sia chiaro.
E si giunge al Novecento, dove alla Mecca ed a Medina – giocando sul fatto che le città erano off-limits per gli occidentali – la tratta continua ad essere attuata.
In pochi decenni, ci si mettono tutti: per l’Africa scoppia un’altra disgrazia biblica chiamata “colonialismo”.
Si va direttamente là, per gestire le miniere locali con la mano d’opera a costo pressoché nullo, per farli lavorare come schiavi nella loro terra, per consentire agli europei di riempire le zuccheriere.
Ci si mettono proprio tutti: francesi, olandesi, belgi, tedeschi, inglesi e italiani. Spagnoli e portoghesi hanno abdicato da tempo, e nuovi capi-branco hanno allungato le zanne. Sono i bisnonni di coloro i quali sottoscriveranno il Trattato di Lisbona: buon sangue non mente. Ieri lo zucchero e la gomma, oggi l’Uranio e il petrolio: l’Oro, sempre.

Gli italiani – visto che la cosa ci riguarda – pensarono bene, nel 1935-36, di bombardare – in Etiopia – anche i campi della Croce Rossa Internazionale: tutto documentato nel reportage “Fascist Legacy”, che circola quasi illegalmente in Italia, giacché la Grande TV di Stato non lo ha mai trasmesso, dopo averne acquistato i diritti per l’Italia dalla BBC. Identico trattamento per il film libico “The desert’s lion” – protagonista addirittura Anthony Quinn – che narra le nostre impiccagioni di massa in terra libica.
Mai doppiato e trasmesso: vogliamo, per una volta – dopo aver doppiato anche le schifezze più meschine della filmografia americana – fare un atto d’orgoglio? Doppiatori italiani, dove siete? Registi, produttori, restauratori: dove siete fuggiti?

La nostra percezione dell’Africa e della vicenda dei migranti è minata – sul piano storico – da una trave lunga un miglio marino, conficcata in un occhio divenuto cieco per la troppa salsedine.
Dovremmo inchinarci di fronte a questa gente che sbarca sulle nostre coste, piangere e chiedere scusa.
Siamo colpevoli? No, noi – europei del XXI secolo – non siamo colpevoli per la distruzione di un continente, nel senso che la “colpa” è considerata, generalmente, un sentimento individuale.
La “responsabilità”, invece, valica luoghi e secoli, poiché i frutti delle azioni non scompaiono, bensì generano nuove tragedie. E siamo sì responsabili: noi, proprio noi, perché non è del tutto nostra questa ricchezza. Per secoli, l’abbiamo accumulata spremendo il sangue altrui con un torchio chiamato schiavitù.
Non ci sono assoluzioni, per nessuno: nemmeno per la Chiesa. Provino con un nuovo concilio.

Oggi, mettiamo in dubbio le parole di quel padre poiché ci sembrano troppo dolenti, troppo incongrue con la melensa estate italiana delle abbuffate e delle discoteche. Vogliamo non credere a quelle persone? Benissimo: tre secoli di documentazione storica c’inchiodano alle nostre responsabilità.
La perversione mediatica, giunge ad identificare i migranti come “invasori” e noi – antichi colonialisti – come “portatori di civiltà”. Ieri in Africa, oggi in Asia.
Chissà, se le tonnellate di nequizie che abbiamo – incoscienti – sulle spalle pesano anch’esse, e non ci fanno più fare figli. Non vogliamo più mettere al mondo nuovi lupi? Chissà.
Di certo, con l’attuale trend demografico, fra qualche anno ci saranno soltanto più loro a scaldare pizzette, guidare trattori, accudire animali, potare alberi e raccogliere alimenti. La nostra fisicità, dimenticata, sarà la nostra trappola definitiva.
Finiremo come vecchie e sterili zitelle inglesi, ad osservare il cappellino nuovo della regina, mentre il tempo e gli anni scorrono – oramai – distanti dal nostro vivere.

Loro, fuggitivi da una disperazione che noi abbiamo creato e continuiamo a creare, continueranno ad arrivare e le nostre cannoniere saranno ammutolite, forse dal senso di colpa infuso nelle lamiere da secoli d’ignavia, forse dalla consapevole inutilità del nostro essere. Chissà, se le navi hanno anch’esse uno spirito, chissà se tramandano: dal legno marcescente delle navi negriere, dal tanfo di morte di quelle stive, al puzzo di gasolio nella sala macchine di una corvetta. Chissà.

Gente che non si commuove più, quando due piccoli muoiono a poche miglia dalle spiagge dell’opulenta estate italiana, che nelle città scavalca un morto a terra perché è “fastidioso” senza chiedersi ragione, che non si ferma quando investe un suo simile per non sborsare qualche euro in più d’assicurazione, non merita futuro.
Abbiamo mercificato tutto: quello che non abbiamo considerato, è che esiste anche la merce avariata. Noi.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it
http://carlobertani.blogspot.com/

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/07/figli-di-un-dio-minore.html
28.07.2008

Pubblicato da Das schloss

  • lupomartino

    Bravissimo Bertani, quoto “in toto” l’articolo, uno dei suoi migliori…
    Tutto vero, tutto vero Bertani!!!!

  • Cataldo

    Grazie Bertani

  • mat612000

    Anche a me è piaciuto.
    Resta da capire per quale motivo siamo rimasti così pochi a condividere sentimenti per me così evidenti.

  • Lestaat

    Bellissimo Bertani.
    Ma non faccia come tutti anche lei:
    “al primo lancio dei dadi la mente superiore si spegne, e l’animalità trionfa”

    NO
    L’animale umano è un animale sociale, simile allo scimpanze e al bonobo.
    La guerra, la prevaricazione sono figlie del nostro intelletto e vengono generate coscientemente o incoscientemente per scacciare le nostre paure personali, i nostri timori per noi stessi e soprattutto le nostre frustrazioni sessuali, maschili per lo più

  • Lestaat

    mi sono accorto che manca la frase che da senso alla critica, lol
    Intendevo che non è affatto l’animalità/istinto che trionfa perchè quello NON è l’istinto umano è solo lo sfogo di tutte le frustrazioni e se proprio vogliamo, l’istinto del MASCHIO umano che spesso dimentichiamo essere solo 1/6 della popolazione umana.

  • cesco

    Non dimentichiamo però che la situazione nei paesi da cui provengono i flussi migratori è precipitata anche a causa dell’esplosione demografica che ha portato alcune di quelle nazioni a quadruplicare la propria popolazione dall’indipendenza ad oggi (in meno di 60 anni dunque).
    E non dimentichiamo neanche che la gran parte delle persone che attraversano il mare per emigrare provengono dai paesi del nordafrica, dove la situazione è certo infinitamente migliore che nel resto del continente. Semmai da quelle parti il problema è dato dalla mancanza di opportunità per i giovani che sono costretti a vivacchiare; che però è lo stesso problema dei nostri giovani, in particolare di quelli del sud (per chi non lo avesse notato l’emigrazione interna è ripresa fortemente in questi anni, con giovani laureati che accettano anche lavori umili molto al di sotto delle loro capacità/competenze, alla faccia del mito dei “bamboccioni”) e quindi l’immigrazione è inevitabilmente causa di tensioni sociali.
    Sulla schiavitù nella storia è bene ricordare che gli europei, dalla metà dell’800 in poi, combatterono fermamente la tratta, scontrandosi sopratutto con gli arabo/musulmani, che gli schiavi non si sono MAI limitati a venderli agli europei, ma li usavano in gran numero essi stessi e ai tempi del concilio di Trento facevano razzie di esseri umani anche in Europa; sopratutto in Italia,Croazia,Ungheria e Russia/Ucraina, ma le navi dei corsari barbareschi si spinsero fino in Danimarca nelle loro razzie.

  • Lif-EuroHolocaust

    Concordo con quanto dice l’utente Cesco, aggiungendo però che non solo gli arabo-maomettani erano ampiamente legati al traffico umano, ma anche gli stessi africani subsahariani. Senza l’esistenza di un loro commercio interno, il fenomeno schiavismo non sarebbe stato possibile.

    Tutte le disquisizioni in cui il cattivo è l’uomo bianco sono false, senza rimedio, non perchè lo schiavismo e il successivo colonialismo fossero meno negativi, ma perchè l’asserzione secondo cui il potere dei popoli europei deriverebbe da quei fenomeni è senza senso. I popoli europei erano più forti per ragioni loro proprie e non il contrario. Da quei fenomeni essi riuscirono a trarre ulteriore vantaggio, partendo da una situazione in cui essi erano comunque forti.

    E’ un qualcosa che già mi pare aver chiesto da queste parti: non sarebbe il caso di incominciare a chiedersi del “lato oscuro” dell’Africa Nera, ossia dell’incapacità di dar conto delle proprie mancanze e ingiustizie millenarie, senza dover imputare tutto solo ad altri (gli europei)? O si crede ancora che il genocidio ruandese sia stato possibile solo per influenza straniera?

    A proposito, dato che Carlo Bertani la cita, la faccenda delle due bambine zingare è una balla: chiedere al fotografo che scattò le foto sul luogo (Alessandro Garofalo dell’AFP).

    http://it.notizie.yahoo.com/asca/20080725/tit-nomadi-bimbe-annegate-autore-scatti-59fdfba.html

  • CarloBertani

    Vorrei precisare per i lettori che la tratta che fu teoricamente abolita intorno al 1840-50 (in realtà, continuò a prosperare sottobanco), era quella definita “atlantica”, ossia a nord dell’Equatore. Immediatamente, le navi negriere si spostarono sulla rotta australe, dal cono Sud dell’Africa ai porti del Brasile. Gli ultimi aneliti coinvolsero soprattutto il Mozambico ed il Madagascar. Verissimo che i principali attori della tratta interna all’Africa erano i mercanti arabi, mentre la partecipazione di neri era marginale (Fonte: Hubert Deschamps, La tratta dei negri, Mondadori, Milano, 1974). Sull’imputazione “nord-africana” dei migranti mi pare che la cosa si smentisca da sola: se hanno la pelle nera, provengono dall’Africa sub-sahariana. Non comprendo la citazione delle ragazzine Rom annegate: non ne ho mai parlato. Se qualcuno desiderasse approfondire le questioni riguardanti la tratta ed il traffico d’organi, posso ricordare il mio “Ladri di organi”, Malatempora, Roma, 2005. Carlo Bertani

  • cesco

    “Sull’imputazione “nord-africana” dei migranti mi pare che la cosa si smentisca da sola: se hanno la pelle nera, provengono dall’Africa sub-sahariana”.carlo bertani/Bè, gente di pelle scura ce n’è a iosa anche nei paesi del nordafrica.E va bene che si parlava del tragico caso di un africano “sub-sahariano”, ma è verissimo che la maggior parte dei clandestini che giungono sulle nostre coste dalla sponda sud del mediterraneo sono nordafricani che vivono assai meglio degli abitanti dell’Africa nera.Sulla questione della tratta degli schiavi, non ho letto il libro di cui parla Bertani ma mi sembra strano che i neri abbiano avuto una parte marginale in essa, sopratutto considerando che gli insediamenti europei nell’area del golfo di Guinea prima della conquista coloniale dell’interno (che avvenne principalmente alla fine del XIX sec. quando la schiavitù sulla rotta atlantica era già finita) consistevano in poche città costiere, che erano soltanto centri di raccolta per gli schiavi catturati dalle tribù dell’interno per venderli agli europei.Ci furono regni africani (il più famoso è quello del Dahomei) che con la tratta degli schiavi prosperarono e divennero molto potenti.

  • Lif-EuroHolocaust

    Chiedo scusa a Bertani: leggendo un po’ velocemente ho confuso il caso delle zingarelle affogate con l’affogamento dei bambini africani. Faccio però notare, anche in questo caso, che forse le cose sono andate diversamente, dato che sono state rilevate alcune contraddizioni nel racconto (metto più sotto un articolo).

    Per quanto riguarda il commercio schiavistico intra-africano, che Bertani sembra non considerare sufficientemente, può essere utile leggere “La tratta degli schiavi” di Olivier Petré-Grenouilleau, edito al Mulino, in cui non solo si dà conto dell’ampiezza del fenomeno, così come della sua presenza come di fatto necessario alla persistenza di tutti gli altri schiavismi in Africa, ma anche del fatto che i neri non fossero dei “bauscia” interessati a robetta da poco per i loro traffici (così come vengono descritti nella letteratura più razzista), ma commercianti smaliziati.

    Certo, se qualcuno poi afferma che ciò non toglie la gravità del fenomeno schiavistico, gli si può anche dar ragione, ma, d’altro canto, il movimento anti-schiavistico è prodotto sostanzialmente europeo. E… non è il caso di essere troppo certi che la scomparsa dell’uomo bianco libererà il mondo…

    L’articolo che citavo sopra:
    Immigrati, giallo sui bimbi morti gettati in mare: davanti alla polizia il padre si contraddice

    LAMPEDUSA (27 luglio) – Non ha convinto a pieno gli investigatori il nigeriano di 30 anni che ieri ha riferito, subito dopo lo sbarco a Lampedusa insieme ad altri 74 migranti, di avere gettato in mare i suoi due figli di 2 e 4 anni, i quali sarebbero morti di stenti durante la traversata del Canale di Sicilia. L’uomo è stato ascoltato dagli agenti della squadra mobile di Agrigento, che avrebbero registrato alcune contraddizioni nella versione del migrante. Secondo il nigeriano, per esempio, la madre dei due bambini sarebbe rimasta in Nigeria, per gli investigatori invece sarebbe morta due anni fa. Inoltre, alcuni degli altri 74 migranti che si trovavano sul barcone con il nigeriano non avrebbero confermato alla polizia la versione dell’uomo, altri invece sì. Al vaglio degli investigatori c’è anche il racconto di una donna, anche lei nigeriana, secondo cui in quel barcone sarebbero morti anche i suoi due figli.

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=28422&sez=HOME_INITALIA

  • CarloBertani

    Qui, mi sembra che si faccia un poco di confusione, ossia si sovrapponga il fenomeno “schiavitù” – diffusa sin dall’antica Grecia (Aristotele chiarì: “L’utilità degli animali domestici e quella degli schiavi è pressappoco la stessa: essi ci aiutano, con la forza del loro corpo, a soddisfare i bisogni dell’esistenza”) – con la tratta, che fu un fenomeno economico su larga scala. Lo schiavismo, nell’antichità, era diffuso ovunque e quindi anche nell’Africa nera. Fu solo nel XVII secolo, tanto per citare un esempio, che alcuni giuristi arabi (Ahmed Baba, Timbuctu, 1611) iniziarono a chiedersi se era lecito fare schiavi altri musulmani. La confusione, sotto questo aspetto – ovvero se si sovrappone il fenomeno “schiavitù” a quello della tratta – diventa ovviamente enorme e si rischia di non capirci più niente (uno dei punti deboli di Petré).
    La tratta atlantica, ovvero il famoso “Triangolo”, era di pretta marca europea: chi aveva navi? Chi forniva armi? E, difatti, scomparve per mere questioni economiche legate all’Europa. Oggi, torna ad apparire sotto nuova forma, poiché l’Europa non ce la fa più (per ragioni demografiche ed economiche) a reggere il confronto. Senza la nuova “tratta”, come reggerebbero l’agricoltura meridionale o l’edilizia? Comprendo che si fatichi ad accettare la realtà di un nuovo schiavismo, ma guardare in faccia alla realtà è segno di coraggio, non di fuga. E poi, francamente, leggo troppe frasi inconcludenti del tipo “I popoli europei erano più forti per ragioni loro proprie e non il contrario”. Tentativi di dimostrare che i migranti sono neri “nordafricani”: è semplicemente falso, leggete le statistiche sulle nazioni di provenienza. Non è questo il modo d’appressarsi ai fenomeni, alla loro analisi pacata, per giungere a delle sintesi ragionate che soddisfino i requisiti essenziali di conoscenza. Perciò, dopo questo intervento, lascerò campo libero a tutte le interpretazioni, anche alle più fantasiose.Carlo Bertani

  • cesco

    Sull’origine dei clandestini si veda qui: http://www.cespi.it/PDF/mig-mare.pdf a pagina 10, dove sono mostrati numeri e percentuali(fino al 2006 compreso, ma non dovrebbero essere cambiati di molto in 18 mesi) dell’immigrazione clandestina via mare.Essi sono in maggior parte nord-africani. Per il resto, lo schiavismo islamico, è vero, fu differente da quello europeo per l’uso che fece dei propri schiavi: generalmente incatenati al remo o usati in attività servili poco produttive(le donne, spesso, negli harem),ma questo perchè i paesi islamici semplicemente non possedevano piantagioni come quelle del continente americano (causa aridità) e non tennero mai in considerazioni le attività industriali(o proto-industriali) sviluppate dagli europei, tanto che l’impero ottomano e i barbareschi compravano fucili e cannoni da poco scrupolosi (visto che quelle armi erano usate contro i loro stessi popoli) mercanti europei.
    E comunque da un punto di vista numerico la tratta islamica non credo sia stata meno importante di quella europea, visto che copriva un’area immensa che andava dalla Russia alla Tanzania e che, solo in Europa, le scorrerie delle armate e delle flotte ottomane razziavano anche più di 30.000 persone per volta.I numeri delle razzie compiute in Africa non li conosco, ma credo che nelle aree alla periferia del grande impero ottomano, sopratutto Sudan ed Eritrea, non siano stati inferiori a quelli raggiunti in Europa.Ultima cosa: ad aver bisogno di immigrati in Europa sono solo i padroni; i quali, senza di essi, dovrebbero assumere e pagare decentemente i lavoratori autoctoni (cosa che potrebbero fare senza problemi,visto che, come molti studi economici sottolineano,negli ultimi 15 anni il margine di guadagno dei padroni è aumentato enormemente a danno dei salari dei lavoratori); ai quali invece l’immigrazione porta ben pochi benefici, vista la concorrenza per lavoro, casa (tremenda la competizione per le case popolari tra italiani e immigrati,che spesso le occupano senza tanti complimenti) e servizi, sopratutto sanitari.Anche il tanto temuto calo demografico in realtà potrebbe portarci qualche beneficio, visto che, a causa del crescente prezzo degli idrocarburi, (dovuto non a speculazioni,ma all’ormai raggiunto picco di produzione,ed è quindi una condizione strutturale destinata a peggiorare)le attività produttive subiranno per forza un brusco calo, come già sta succedendo nel comparto autoveicoli e come avverrà entro poco tempo nel comparto agro-alimentare, che è totalmente dipendente dagli idrocarburi. Cosa questa di capitale importanza, se consideriamo che l’Italia non è un paese autosufficiente dal punto di vista alimentare.Quindi essere un pò meno, visto quel che ci riserva il futuro, non sarebbe per niente uno svantaggio.

  • cesco

    Sull’origine dei clandestini si veda qui: http://www.cespi.it/PDF/mig-mare.pdf a pagina 10, dove sono mostrati numeri e percentuali(fino al 2006 compreso, ma non dovrebbero essere cambiati di molto in 18 mesi) dell’immigrazione clandestina via mare.Essi sono in maggior parte nord-africani. Per il resto, lo schiavismo islamico, è vero, fu differente da quello europeo per l’uso che fece dei propri schiavi: generalmente incatenati al remo o usati in attività servili poco produttive(le donne, spesso, negli harem),ma questo perchè i paesi islamici semplicemente non possedevano piantagioni come quelle del continente americano (causa aridità) e non tennero mai in considerazioni le attività industriali(o proto-industriali) sviluppate dagli europei, tanto che l’impero ottomano e i barbareschi compravano fucili e cannoni da poco scrupolosi (visto che quelle armi erano usate contro i loro stessi popoli) mercanti europei.
    E comunque da un punto di vista numerico la tratta islamica non credo sia stata meno importante di quella europea, visto che copriva un’area immensa che andava dalla Russia alla Tanzania e che, solo in Europa, le scorrerie delle armate e delle flotte ottomane razziavano anche più di 30.000 persone per volta.I numeri delle razzie compiute in Africa non li conosco, ma credo che nelle aree alla periferia del grande impero ottomano, sopratutto Sudan ed Eritrea, non siano stati inferiori a quelli raggiunti in Europa.Ultima cosa: ad aver bisogno di immigrati in Europa sono solo i padroni; i quali, senza di essi, dovrebbero assumere e pagare decentemente i lavoratori autoctoni (cosa che potrebbero fare senza problemi,visto che, come molti studi economici sottolineano,negli ultimi 15 anni il margine di guadagno dei padroni è aumentato enormemente a danno dei salari dei lavoratori); ai quali invece l’immigrazione porta ben pochi benefici, vista la concorrenza per lavoro, casa (tremenda la competizione per le case popolari tra italiani e immigrati,che spesso le occupano senza tanti complimenti) e servizi, sopratutto sanitari.Anche il tanto temuto calo demografico in realtà potrebbe portarci qualche beneficio, visto che, a causa del crescente prezzo degli idrocarburi, (dovuto non a speculazioni,ma all’ormai raggiunto picco di produzione,ed è quindi una condizione strutturale destinata a peggiorare)le attività produttive subiranno per forza un brusco calo, come già sta succedendo nel comparto autoveicoli e come avverrà entro poco tempo nel comparto agro-alimentare, che è totalmente dipendente dagli idrocarburi. Cosa questa di capitale importanza, se consideriamo che l’Italia non è un paese autosufficiente dal punto di vista alimentare.Quindi essere un pò meno, visto quel che ci riserva il futuro, non sarebbe per niente uno svantaggio.

  • chisciotte

    A CESCO..trovo il tuo tentativo di arginare l’articolo alquanto stupido non tanto nel desiderio di ribattere apportando maggiori informazioni possibili ma nell’insistere a voler dare loro una concatenazione logica che forzatamente tendi a portare a quelli che sono i tuoi argomenti..è un classico errore argomentativo..si chiama fallacia argomentativa..serve a dimostrare che il tuo argomento A RIGOR DI LOGICA è scorretto poichè non si pone a dimostrazione di quelle che sono le premesse..diffidare!!..
    RILEGGITI LA FRASE RIPORTATA NEL HOMEPAGE “Onesto è chi modifica il proprio pensiero per farlo aderire alla verità….non il contrario..” …saluti