Di Luciano Tovaglieri
Ci sarebbe da ridere, e parecchio, se dietro questa vicenda non emergesse qualcosa di politicamente molto più significativo. In una scuola primaria del Pisano compaiono alcune scritte sui muri: “SI FASCIA”, “NO FASCIA”, frecce e altri segni. Ed ecco immediatamente materializzarsi il grande fantasma: il fascismo. Esponenti del Partito Democratico si indignano, denunciano il presunto episodio, evocano intimidazioni e pericoli per la democrazia. Secondo quanto riportato sulla vicenda, si arriva persino a richiamare la memoria di Giacomo Matteotti.
Poi si scopre la realtà. Nessun fascista, nessuna intimidazione politica, nessun rigurgito del Ventennio. Erano banalissime indicazioni di cantiere lasciate dagli operai impegnati nei lavori del cappotto termico della scuola. “Si fascia” significava semplicemente che in quel punto bisognava fasciare; “no fascia” che lì non bisognava farlo.
È difficile immaginare una rappresentazione più perfetta e involontariamente comica di una certa politica italiana: vedere il fascismo persino dentro un cappotto termico.
Ma la questione interessante non è la gaffe in sé. Chiunque può sbagliare, interpretare male una fotografia o lasciarsi trascinare dalla fretta prima di aver verificato una notizia. Il punto è domandarsi perché, davanti a due parole scarabocchiate sul muro di una scuola, qualcuno sia stato immediatamente portato a pensare al fascismo. Perché il fascismo continua ad essere evocato ossessivamente nella discussione politica italiana, a oltre un secolo dalla sua nascita e a più di ottant’anni dalla caduta del regime?
Il fascismo storico appartiene alla storia del Novecento. È nato in circostanze storiche determinate, ha governato l’Italia, ha prodotto conseguenze sulle quali gli storici hanno scritto biblioteche intere ed è terminato come regime nel corso della Seconda guerra mondiale. Naturalmente idee autoritarie, nostalgie, gruppi neofascisti o singoli estremisti esistono e possono essere giudicati per ciò che sono. Una cosa è riconoscere fenomeni reali; tutt’altra è trasformare il “fascismo” in una categoria eterna, onnipresente e buona per interpretare qualsiasi cosa accada nel presente.
Ma soprattutto l’eventuale presenza di gruppi neofascisti, che sono sempre marginali, non deve diventare l’alibi per non occuparsi dei diritti dei lavoratori delle famiglie e soprattutto per lottare contro il grande capitale, l’usura e l’imperialismo che schiacciano i popoli
A quel punto il fascismo smette persino di essere un fenomeno storico e diventa una specie di spettro politico da evocare ogni volta che mancano argomenti migliori.


Ed è proprio qui che la vicenda del cappotto termico diventa straordinariamente simbolica. Quando un partito non riesce più a spiegare con chiarezza per quale società combatte, quale modello economico propone, come intende migliorare concretamente la vita delle persone e quale futuro vuole costruire, diventa molto più facile spiegare contro chi combatte. Se non riesci più a offrire una speranza, puoi almeno offrire una paura. Se non hai un progetto capace di entusiasmare, puoi cercare un nemico capace di spaventare. E se quel nemico non è sufficientemente presente nella realtà, lo si può riesumare dalla storia.
Il problema è che nel frattempo gli italiani vivono nel 2026.
Vivono con stipendi che troppo spesso non consentono di affrontare serenamente il costo della vita. Vivono con affitti e mutui pesanti, con il prezzo della spesa, dell’energia e dei carburanti che incide sui bilanci familiari, con giovani che faticano a costruirsi un futuro e quindi rinviano matrimonio e figli, con famiglie che fanno i conti alla fine del mese, con piccoli imprenditori schiacciati da costi e burocrazia, con quartieri nei quali sicurezza e degrado sono problemi molto più concreti di qualsiasi fantasma ideologico. Vivono in un Paese che invecchia, che fa sempre meno figli, che perde pezzi della propria industria e nel quale milioni di persone hanno la sensazione che il proprio tenore di vita sia progressivamente peggiorato.
Di fronte a tutto questo, continuare a presentarsi come i custodi chiamati a salvare quotidianamente l’Italia dal ritorno di Mussolini rischia ormai di assumere contorni surreali.
Non perché la storia debba essere dimenticata. Al contrario: proprio perché la storia deve essere studiata seriamente, andrebbe sottratta alla caricatura. Il fascismo storico va conosciuto, studiato, discusso e giudicato nel suo contesto. Trasformarlo invece in una parola passe-partout da appiccicare all’avversario politico, a un’opinione sgradita, a una manifestazione e infine persino alle annotazioni degli operai su una parete significa banalizzarlo fino al ridicolo.
Ma soprattutto rivela una drammatica povertà politica. Una forza politica dovrebbe chiedere consenso per ciò che vuole realizzare domani, non continuare a pretendere legittimazione perché combatte ciò che è accaduto ieri. A ottant’anni dalla fine della guerra non si può continuare a vivere politicamente di rendita sulla contrapposizione fascismo-antifascismo come se il calendario fosse rimasto fermo al 1945. Le generazioni cambiano, la società cambia, i problemi cambiano e una politica incapace di cambiare insieme alla realtà finisce inevitabilmente per parlare soprattutto a se stessa.
Ed è qui che emerge forse l’aspetto più paradossale di tutta la vicenda. Perché mentre una parte della sinistra cerca disperatamente fascisti sui muri delle scuole, sono proprio quei lavoratori che una volta costituivano il cuore della sinistra a spiegare che di fascismo, lì, non c’era assolutamente nulla. C’erano soltanto indicazioni per fare il loro lavoro.
Una volta la sinistra parlava innanzitutto di salari, fabbriche, contratti, pensioni, case popolari, diritti dei lavoratori, costo della vita e condizioni materiali delle classi popolari. Potevamo essere d’accordo o meno con le sue soluzioni, ma era impossibile negare quale fosse il mondo sociale al quale guardava.
Oggi troppo spesso sembra essersi rovesciato tutto. Il lavoratore reale scompare e al suo posto compare il fascista immaginario.
L’operaio che fa il cappotto termico diventa quasi inconsapevolmente il protagonista perfetto di questa storia. Lui sta lavorando su un muro, lascia un’indicazione tecnica ai colleghi e torna a occuparsi del cantiere. Intorno a quelle due parole, invece, una certa politica riesce a costruire un caso ideologico.
Ed è forse questa l’immagine che dovremmo conservare: da una parte il lavoratore che affronta problemi concreti, dall’altra una politica che interpreta persino le sue indicazioni di lavoro attraverso fantasmi vecchi di un secolo.
Nel frattempo quello stesso lavoratore deve preoccuparsi del proprio stipendio, del mutuo o dell’affitto, della benzina per andare al lavoro, delle bollette, della pensione futura, della sicurezza della propria famiglia e del futuro dei propri figli. Sono esattamente i problemi che un tempo costituivano il terreno naturale della sinistra popolare.
E allora la domanda finale cambia completamente.
Forse la cosa davvero interessante di questa storia non è chiedersi dove siano nascosti tutti questi fascisti.
Forse dovremmo chiederci dove sia finita quella sinistra che aveva fatto del lavoro e della difesa delle classi popolari la propria ragione di esistere.
Perché se per trovare ancora una missione politica bisogna scambiare le indicazioni di un muratore per messaggi fascisti, il problema dell’Italia del 2026 non è certo l’imminente ritorno del Ventennio.
È la scomparsa della vera sinistra. Quella che, invece di cercare fascisti sui muri, difendeva i lavoratori che quei muri li costruivano.
Di Luciano Tovaglieri
17.08.2026
BrunoWald 20 agosto 2026
In realtà, l'episodio rivela innanzitutto l'infimo livello a cui è sprofondata la società italiana.
"Di fronte a tutto questo, continuare a presentarsi come i custodi chiamati a salvare quotidianamente l’Italia dal ritorno di Mussolini rischia ormai di assumere contorni surreali."
Non "rischia", sig. Tovaglieri: l'antifascismo italiano è stato surreale fin dall'inizio.
Fin da quando a dichiararsi "combattenti della libertà" erano degli stalinisti dichiarati o, nel caso dei cosiddetti partigiani bianchi, dei traditori che operavano per consegnare l'Italia agli americani.
Fin da quando si definiva "occupante" un esercito alleato, da noi chiamato in Italia per combattere al nostro fianco.
Fin da quando si definivano "alleati" o "liberatori" eserciti nemici che ci stavano invadendo, che bombardavano le nostre città, fucilavano i nostri soldati prigionieri, stupravano le nostre donne.
Fin da quando si osò chiamare "Liberazione" una disfatta che consegnava la nazione in mani straniere, forse per sempre.
Fin da quando una banda di malfattori e opportunisti di tutte le parrocchie si mise d'accordo per fare dell'antifascismo il più redditizio di tutti gli affari.
È questa la tragedia degli italiani: l'incapacità di fare i conti con noi stessi, e con la nostra storia, con un minimo di lucidità e onestà intellettuale. Ed è appunto tale incapacità, molto più delle basi straniere sul nostro territorio, a condannarci al servaggio.