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ELEZIONI 2006: A PENSAR MALE SI FA PECCATO…?

DI MARCO CASTELLANO
ComeDonChisciotte

Storia e, soprattutto, cronaca dei brogli italiani

Brogli, brogli, brogli. Mai tale parola fu pronunciata con tanta insistenza durante una elezione politica in Italia tanto da ritornare sulla bocca di tutti a distanza di mesi, come mostra il caso del numero di Diario oggi in edicola. E questa volta le accuse sono l’ unica intesa veramente bipartisan perché, prima durante o dopo il voto, tanto una parte politica che l’ altra hanno fatto uso di questo termine o comunque di un generalizzato clima di sospetto. Non si può negare che le elezioni in Italia hanno sempre avuto un qualcosa di poco limpido, senza per questo dover andare a ripescare il vecchio discorso, che ormai ritorna fuori a scadenze fissate, dei brogli al referendum repubblica-monarchia: se l’ultima folata di discorsi sull’ argomento è seguita al ritorno del principino Savoia (ora in area DC-Forza Italia) non si può negare che tutto ciò ormai fa parte dell’ immaginario popolare come la leggenda della nascita della tricolore Pizza Margherita in onore della Regina d’ Italia.

Sarebbe forse più utile allora ricordare il sistematico inquinamento elettorale del dopoguerra, la strategia della tensione o i minacciati colpi di stato (De Lorenzo, Borghese) per impedire che il PCI e il PSI (quello vero, di sinistra e non ancora sdoganato da Craxi) vincessero democratiche elezioni o partecipassero al governo insieme alla DC. Ma citiamo solo di sfuggita, lo scandaloso mercato del voto nella circoscrizione Napoli/Caserta che tenne in bilico 42 deputati, spinse l’ On. Trantino a parlare di “golpe bianco” e che venne più o meno messo a tacere per la generale mancanza di volontà nel mettere le mani in un tale caos di imbrogli.
Il sempre vigile Berlusconi, che non si fa problemi ad accusare gli avversari di antropofagia, da che è sceso in politica ci ricorda che “i brogli rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra” ma questa volta i sospetti sul voto erano iniziati da tempo, sollevati da sinistra e su basi ben più fondate. Non ultimo il fatto che di solito i brogli li può fare solo chi è al governo.

Il problema è giunto alla ribalta nazionale grazie alle inchieste di Diario (ad opera di Barbacetto e Portanova) che hanno sottolineato per tempo le tante anomalie dello scrutinio elettronico: costosi appalti assegnati in tutta fretta e per trattativa privata ad aziende al di sotto di ogni sospetto tra cui la multinazionale Accenture che in passato era parzialmente coinvolta nello scandalo delle elezioni rubate da Bush a Gore in Florida e in cui il figlio del Ministro dell’ Interno Pisanu è un dirigente nella sezione italiana. Insomma una inquietante storia di conflitti di interesse e di inspiegabile fretta che ha spinto prima delle elezioni ad interrogazioni parlamentari ad opera delle deputata Beatrice Magnolfi e a commenti preoccupati di Di Pietro (che compra uno spazio pubblicitario su Repubblica per chiedere la sospensione della sperimentazione elettronica) e pure di Castagnetti, D’ Alema, Cortiana, Mastella. Sino ad arrivare a Beppe Grillo, voce profonda e non allineata del malcontento pubblico che arriverà a parlare più volte sul suo seguitissimo blog di “strano odore nell’aria”.

Forse tutti sono eccessivamente condizionati dalle storie di oltreoceano in cui le varie aziende implicate nel voto elettronico (spesso senza equivalente cartaceo), Diebold, Es&S, Sequoia, “hanno strettissimi legami politici e finanziari con la fazione di Bush – e con altre forze oscure allo stesso tempo” ivi compresi movimenti neo-con “cristianisti” e filo teocratici (stando all’ inchiesta del giornalista americano Chris Floyd pubblicata il 16 Marzo scorso da Il Manifesto) e in cui Clint Curtis, ex programmatore filo repubblicano, pentito, ha giurato davanti al Congresso USA, passando pure il test della macchina della verità, di essere stato coinvolto nel progetto di creare un programma che cambiasse l’ assegnazione dei voti per favorire la banda Bush (leggete la sua testimonianza su www.clintcurtis.com).
Lungi dal poter trovare rassicurazioni però, appena prima delle elezioni, il 6 Aprile, esce la notizia che vengono trovate delle falle nel sistema di trasmissione dati del ministero: “ due linee interne telefoniche del ministero in grado di agire come “porte” […] I tecnici segnalano varchi nel sistema di sicurezza, che possono essere utilizzati da hacker”.

Insomma gli allarmi erano più che giustificati. Quanto è successo durante e dopo il voto è difficile da ricostruire a causa della caciara scatenata dal gregge di centro-destra ma ci sono comunque elementi che dovrebbero destare qualche sospetto e che di fatto hanno destato sospetto nei vertici di sinistra, sebbene siano stati poi oscurati della quotidiana cortina fumogena alzata dai vari Calderoli, Cicchitto e compagnia.

Iniziamo dal lunedì, giorno della fine delle votazioni e dello spoglio delle schede. Alle 15 escono gli exit-polls della Nexus che danno vincente il centro sinistra con un ampio margine. Il dirigente Nexus Fabrizio Masia assicura subito che ci sono probabilità davvero molto scarse (in un’ altra circostanza dice “meno del 5%”) di uscire, come invece accadrà, fuori dalla “forchetta” indicata, e se adesso il povero sondaggista rischia la rottura del contratto con la RAI e ha ricevuto l’ ambito tapiro d’oro di Striscia la Notizia, in quei momenti la sinistra e i commentatori politici notavano che gli exit-polls erano in ottimo accordo con i sondaggi dell’ ultimo anno (e, si dovrebbe aggiungere, con le opinioni degli scaltri bookmakers inglesi).

Naturalmente l’ ipotesi più gettonata è che gli elettori di destra tendano a volte a mentire ai sondaggi e agli exit polls: eppure sono previste procedure (domande di verifica, voto ri-espresso su una scheda fac-simile e non detto a voce al sondaggista fuori dal seggio) che dovrebbero ridurre il rischio che il sondaggio sia alterato da bugiardi cronici e unidirezionali. C’è un’unica eccezione di sondaggio non distante dai risultati dello spoglio: il sondaggio della Penn, Schoen & Berland Associates, la vituperata compagnia assunta da Berlusconi, con una lunga tradizione di sondaggi che sembrano fatti ad-hoc più per influenzare il clima politico che per analizzare la realtà. Si notò tale prerogativa (curiosa per un istituto di sondaggi) nel caso delle elezioni di Chavez in Venezuela ma se si cercano notizie relative alla PSB ci si troverà di fronte ad una mole di accuse di inquinamento elettorale che vanno da elezioni nell’ Europa dell’ est sino all’ Africa.

Le reazioni del centro destra appena prima e subito dopo la chiusura dei seggi sono variegate. Poco prima delle quindici Fede si lancia in una lunga filippica, più adatta a Ciampi che al colorito impiegato di Berlusconi, dal tema “nessuno potrà mai dubitare della regolarità del voto”: brividi freddi lungo la schiena dei dubbiosi di sinistra. Dopo gli exit polls, soprattutto da Forza Italia arrivano serene dichiarazioni del tipo “ricordatevi delle elezioni di Bush”: brividi ancora più freddi soprattutto lungo la schiena di chi dubita fortemente della regolarità delle ultime due presidenziali americane con conteggi manuali bocciati in extremis dalla corte suprema (nel 2000) ed exit polls che si ribaltano solo a favore di Bush e in Stati dove non c’è equivalente cartaceo del voto espresso dalla gente (nel 2004).

A beneficio di cronaca sulle elezioni americane tocca riportare la recentissima dichiarazione del sempre verde e furbo maneggione Cossiga: “…Che poi Bush sia stato eletto per i brogli che ha fatto il fratello, molto piu’ intelligente di lui, in Florida questo e’ dato. Ma anche in quel caso Kerry dopo aver resistito un po’ alla fine ha alzato il telefono e gli ha dato la vittoria…”. Cossiga in questo caso invita Berlusconi alla resa ma si capisce che il vecchio picconatore ne sa sempre una più del diavolo.

Dalle prime proiezioni inizia il crollo verticale dei voti a sinistra: anziché fluttuare come, scientificamente, ci si aspetterebbe da voti estratti in maniera ‘random’ dalle 60000 sezioni italiane (perché la Toscana rossa dovrebbe essere più rapida ed efficiente del Veneto nel consegnare i voti?) la sinistra vede diminuire il suo vantaggio come fosse un ciclista spompato in fuga ad una tappa di montagna del Tour de France. Pian piano il vantaggio al Senato si assottiglia e si ribalta a favore della destra salvo poi ritornare di un paio di seggi all’ Unione grazie al contributo del voto degli italiani all’ estero: un contributo inaspettato dal momento che la destra era convinta che gli italiani nel mondo avrebbero seguito il loro paladino (o auto-nominatosi tale) Mirko Tremaglia.

Mentre il dibattito televisivo si sposta dal commento alla vittoria di Prodi all’ indecente ipotesi “governissimo”, il Professore rimanda di ora in ora l’uscita a Piazza Santi Apostoli e il vantaggio della sinistra alla camera crolla verticalmente salvo fermarsi, alla fine della notte, alla quota 25000 voti a tutt’oggi ancora messa in dubbio dalla destra.
Varie cose tutto sommato hanno destato qualche interesse. Innanzitutto nonostante l’ estrema semplicità delle schede, senza preferenze da assegnare, lo spoglio è stato molto lungo : molto più lungo di quanto ci si aspettava alla vigilia. Per tornare alla questione “scrutinio elettronico”, chi si è preso la briga di guardare Vespa sino alle 3 passate della notte non può non avere notato che tra gli ultimi voti che mancavano al Viminale vi erano quelli di una circoscrizione del Lazio: altro che accelerazione dello scrutinio e risultati pronti per i TG della sera!

La lentezza nello spoglio ha destato grossi allarmi nei vertici di sinistra anche per il fatto che Pisanu era più che altro a colloquio con Berlusconi mentre la gente gli chiedeva spiegazioni. I coordinatori dell’ Ulivo, giudicando i ritardi “incomprensibili”, dichiarano : “ Ci chiediamo a cosa sia dovuto tanto ritardo. Vogliamo sapere dal ministero dell’ Interno cosa sta succedendo.”
Più esplicita Luciana Sbarbati (membro dei Repubblicani Europei, di area ulivista): “Una strana situazione. Davvero strana.” E nota che “i dati sono affluiti in modo poco chiaro proprio dalle regioni difficili, quelle in cui il voto guarda caso era incerto. Una coincidenza che riteniamo proprio sospetta. E in circostanze come questa a pensare male si fa bene”. Ancora più tesa la situazione nelle regioni critiche di Lazio e Campania. I coordinatori del centrosinistra dichiarano “Riteniamo utile invitare in modo particolare i parlamentari di Lazio e Campania ad esercitare la massima vigilanza presso le competenti prefetture”. Se un ben poco diplomatico Caruso parla di “personaggi legati ai boss” davanti ai seggi di Napoli e Caserta e di “presenze inquietanti” nei seggi, persino Arturo Parisi, professore pacato quanto il suo amico Prodi, dice a riguardo del ritardo nello spoglio “non sappiamo se è normale negligenza o qualcosa di più” e parla di interrogativi che “è bene non restino a lungo senza risposta”. In definitiva dunque sia per molti elettori davanti alla TV sia per i politici in prima linea, la notte tra lunedì e martedì è stata piena di fatti poco chiari.



[L’andamento delle proiezioni la notte del voto. Da Luogocomune]

Nei giorni successivi si verrà a sapere dal costituzionalista DS Stefano Ceccanti che il vantaggio risicato dell’ Unione al Senato (o meglio: il fatto che la sconfitta è stata evitata solo dai nostri connazionali all’ estero) è dovuto alla combinazione di 3-4000 voti (500 voti a Pergine in Val Sugana, lo 0.02% dei voti emiliani e cose simili) che nega sei seggi in più all’ Unione. La destra grida al “ve lo avevamo detto” annunciando che, come anticipato da Berlusconi, il loro recupero è dovuto all’ alta affluenza. “Dimenticando” però che l’alta affluenza è un artefatto statistico: molti elettori del 2001 sono passati, grazie alla nuova legge elettorale, alla circoscrizione estera per cui l’aumento non è stato quello evocato da Berlusconi che ha portato all’ 83% e oltre ma è stato un ben più banale 0.4 % , un po’ poco per poter dare credito all’ ipotesi che la destra ha recuperato portando a votare gli indecisi presenti in quegli stessi sondaggi che davano stravincente l’ Unione.

Il risicato vantaggio dà la vittoria alla sinistra (per fare un governo di difficile gestione con lo spettro futuro del governissimo di tecnici bipartisan) ma le polemiche non si placano: è la destra a gridare ai brogli nonostante i fatti elencati dovrebbero portare al dubbio gli elettori di sinistra. La prima polemica è sulle schede contestate che alla camera sarebbero oltre 43000. Basta poco a capire che anche questo numero non può ribaltare il voto: di norma le schede vengono contestate da entrambi gli schieramenti e per colmare i 25000 voti di distanza si sarebbero dovute riabilitare come minimo tutte le schede contestate dagli interinali Adecco assunti e pagati da Forza Italia per fare i rappresentanti di lista, e forse non sarebbero nemmeno bastate. Mentre i berluscones parlano di rimonta imminente, il Ministro Pisanu, nella maniera più candida possibile, dice che si erano sbagliati e che le schede contestate erano 2-3000 per ciascuna camera. Da quando lo sapeva? In effetti non può che far specie il fatto che dei numeri forniti dal Viminale, il primo su cui arriva il controllo dei verbali viene abbassato di un ordine di grandezza. Niente male per una parte politica che nel 2001 chiedeva le dimissioni del Ministro Bianco per le file ai seggi…

Per chi pensa di tirare un sospiro di sollievo arriva subito lancia in resta il prode Calderoli che annuncia che in base alla sua legge “porcata” la sinistra dovrebbe perdere i 45800 voti della Lega Alleanza Lombarda che si è presentata in una sola circoscrizione. Altro fumo subito salutato con gioia dai vari Bondi e La Russa.
Chi ha buona memoria si ricorderà che prima delle elezioni Calderoli disse: “Qualcuno dice che c´è un trucco in questa legge. Bene. Il trucco c´è, ma lo scopriranno il 9 aprile”. E dopo ci dice che quei voti “ non possono essere assegnati a Prodi…nella legge si parla di somma delle cifre elettorali circoscrizionali conseguite nelle singole circoscrizioni per stabilire la cifra elettorale nazionale della singola lista”

Era questo il trucco che avremmo scoperto? E se si, come faceva il ministro padano a dargli importanza ? Quanto si aspettava che avrebbe pesato sul risultato nazionale la listina autonomista di sinistra?
Una cosa certa è che la destra non ha mai mollato l’osso: ogni giorno ha parlato di brogli, o addirittura di risultato che “deve cambiare”. E questo naturalmente ha allarmato e messo troppo sulla difensiva una sinistra che forse invece dovrebbe chiedersi come mai l’ esito elettorale, tra tanti fatti oscuri e nell’ imprevedibilità più totale, le consegna un Senato strappato per un soffio alla destra e un vantaggio alla camera che viene messo costantemente all’ indice da avversari che parlano, loro, di “golpe”. Vantaggio certificato solo dalla Cassazione: e che naturalmente darà modo alla destra di parlare per anni di voto modificato dai magistrati rossi…

Abbiamo rischiato un clima simile a quello del finale morettiano con molotov contro i giudici?
Nel clima bollente da sinistra non si alzano solo le voci diplomatiche e pacate di Prodi e dei suoi: Diliberto è rapido a rispondere a Calderoli dicendo che “in questo paese c’è aria di golpe” e la sinistra radicale, come dargli torto, sente odore di emergenza democratica se non addirittura di risposte di piazza. Nella prima pagina del Manifesto, Valentino Parlato dice che “ questi mesi di governo di un Berlusconi sconfitto dal voto mi preoccupano, molto […] Siamo in un paese fantasioso come l’Italia, dove può accadere di tutto e tutto può servire a tutto. Potrebbe esserci un aspro scontro sulla regolarità delle elezioni, sui brogli, e una richiesta di invalidare il risultato del 9 e del 10 aprile […]Potrebbe esserci, egualmente, l’opportunità di una emergenza nazionale, di un brutto attentato, l’opportunità se non la necessità di stare tutti insieme per la salvezza della patria”.

Per chi sa ascoltare gli umori della sinistra e del suo popolo queste voci sono molto più comuni di quelle, forse più utili e diplomatiche, di Prodi e dei capi-partito. Non si può che notare dunque un tentativo perpetuo della destra di gettare fumo e invalidare e cambiare elezioni che, per la loro modalità, dovrebbero invece suscitare sospetti in una sinistra messa troppo sulla difensiva. Si dirà che tutto sommato Prodi ha vinto, che il voto è stato confermato e che si può governare. Siccome, per citare Andreotti, “ a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” è meglio stare sul chi vive e ricordarsi che un vecchio lupo neocon come Edward Luttwak, autore 30 anni fa di un introvabile libretto intitolato “ Strategia del colpo di Stato”, la settimana prima delle elezioni ha detto: “…. Se vince Berlusconi, sarà An a impedire la drastica riforma delle strutture statali, iper-necessaria per recuperare la competitività del paese. Se vince Prodi, Bertinotti e Diliberto si divideranno fraternamente il compito di bloccare le riforme del mercato del lavoro (ancora rigidissimo), delle pensioni (che cominciano troppo presto) e della sanità. Perciò vorrei la sconfitta di Berlusconi, seguita dalla caduta di Prodi e poi l’instaurazione di un governo tecnocratico trasversale. Poco democratico? Sí, ma utilissimo.”

Essere troppo dietrologi e sospettosi fa male? Si ma è utilissimo.

Marco Castellano
comedonchisciotte.org
24.11.06

VEDI ANCHE : DUE TWIN TOWERS DI SCHEDE ELETTORALI

E: BROGLI ELETTORALI, DUE INCHIESTE CONGIUNTE PARTE I e PARTE II

Pubblicato da Das schloss

  • Tao

    La “bomba” mediatica contenuta nel film-documentario “Uccidete la democrazia! Memorandum sulle elezioni di aprile,” di Deaglio e  Cremagnani, era già nota da qualche settimana, almeno per quanti abbiano assistito  alle conversazioni pubbliche che i due hanno tenuto in giro per l’Italia per
    presentare il precedente film-documentario dal titolo “Quando c’era  Silvio”: a Ravenna ad esempio il 13/10 nell’occasione citata, il solo Cremagnani  per l’assenza di Deaglio, ha annunciato l’imminente uscita del nuovo,  dandone ampi stralci, ed annunciando l’effetto dirompente che le rivelazioni avrebbero avuto sul panorama politico italiano. Risulta difficile  credere che Riotta, ora direttore del Tg1, non ne avesse mai sentito parlare, e perciò che potesse erroneamente sottovalutare la notizia dei presunti  brogli di Pisanu a favore di Forza Italia, denunciata in quel film-documentario.

    Questa notizia è presumibilmente arrivata nelle redazioni già nel  pomeriggio del 23/11, prova ne sia che il GR3 delle 18.45 ne ha dato ampio  resoconto. Tuttavia il Tg1 delle 20, non ne ha fatto menzione, pur trovando il  tempo di parlare del nuovo film di Verdone, ritenendolo quindi più importante rispetto al rischio di colpo di stato che si sarebbe perpetrato tra il  10 e l’11 aprile scorso. Singolare, no? Nel caso di Riotta, conoscendo un  poco la Sua storia professionale, a cosa si dovrà attribuire la scelta di  celare una notizia così importante, tanto importante che i Magistrati di Roma  hanno aperto un fascicolo convocando a breve i due giornalisti ? Per Riotta
    sarebbe fuorviante attribuire ad incapacità professionale la volontà di  non informare il pubblico del Tg1. Non sarà che la comodità della poltrona  di Direttore del Tg1 ha fatto dimenticare che le notizie si danno, tutte?

    Sarebbe difficile anche pensare che sia diventato servile nei confronti  dei precedenti governanti, nella speranza che presto possano tornare in  auge, perché non è stato certo l’avvicendarsi dei governi a frenarne la  carriera professionale. Che cosa pensare, allora? Si tratterà, più in generale,  di appiattimento al generalizzato degrado della nobile professione giornalistica, che in Italia oramai viene spesso confusa con quella di intrattenitore, se non addirittura di addetto alle pubbliche relazioni  o di portavoce per il dignitario di turno, se non per la multinazionale che
    paga meglio e che programma più spot nell’intorno di un telegiornale? Non è  mia intenzione offendere gratuitamente Riotta, ma sarebbe davvero  interessante capire perché abbia così palesemente nascosto una notizia  importantissima: non ho la televisione per scelta da almeno 3 anni, e dopo aver  ascoltato il Gr3 in auto mi sono fermato a casa di amici per poter assistere al Tg1, certo di trovare in quello ampio spazio alla notizia, ma sono stato  deluso.
    Si sarà trattato di un incidente di percorso, che sarebbe auspicabile  non ripetere, tuttavia sarebbe utile un guizzo d’orgoglio della categoria giornalistica, in particolare di quella televisiva, perché riportasse i telegiornali nazionali alle notizie, ai commenti e agli editoriali, sgravandoli dall’inutile peso delle sin troppe “marchette” che questi  pagano al maggiorente di turno. Lasciamo le presentazioni di film, dischi e la  moda ai vari "contenitori" di cui la stupida tv nazionale, sia pubblica che privata, non è certo carente. Notizie, informazione, non intrattenimento, è questo che è lecito pretendere da un Tg.

    Cordiali saluti,
    Enrico Bonfatti – Ravenna

  • alcenero

    Credo sia interesse della sinistra e della destra, e dei "loro"
    giornalisti mettere a tacere la cosa nel più breve tempo possibile: la
    notte delle elezioni c’è stato un accordo, la sinistra ha detto alla
    destra "abbiamo scoperto il vostro gioco voi fermatevi qui, lasciateci
    vincere e noi non diremo nulla e non creeremo una crisi istituzionale".
    Mentre Pisanu, Fini e altri erano d’accordo con questa soluzione,
    Berlusconi non lo era. Ma adesso l’accordo è in "vigore" e tutto va
    sotterrato. Da qui il fatto che sia Bertinotti che Pisanu sono contro
    Deaglio. Credo dunque che i giornalisti agiscano di conseguenza…

  • Truman
    Leggendo quel che dice Deaglio non posso fare a meno di pensare che quel che dice può solo essere vero. Non ci si mette contro l’esercito di avvocati di Berlusconi se non si è sicuri dei fatti propri.
    Ma allora la sinistra ha sempre saputo ed ha taciuto. Sicuramente qualche accordo c’è stato. Sarebbe interessante conoscere i dettagli dell’accordo.
    Per il resto noto che lo scandalo scoppia subito dopo la riorganizzazione dei servizi segreti. La coincidenza non mi appare causale.

  • Tao

    Sapete che l’ "affaire Deaglio" sta monopolizzando le cronache.

    L’ effetto voluto, probabilmente l’unico, è che oggi "Il Diario" ,
    settimanale diretto dal presunto smaschera brogli Deaglio, farà il
    pienone.
    Sarebbe forte la tentazione di derubricare questa inchiesta al rango di
    "boiata", esattamente proprio come l’esimio Deaglio definì, qualche
    mese or sono, la tesi "complottista" – tesi realista, ndr – sull’
    undici settembre.

    Tuttavia, non lo si fa, perchè noi abbiamo l’onestà intellettuale, a differenza sua.

    Un crollo così verticale delle schede bianche è un anomalia sospetta,
    il fatto che la percentuale delle stesse fosse uguale in tutta Italia,
    specie in un periodo in cui la disaffezione verso la politica ( e
    quindi verso il voto ) dovrebbe salire, invece che scendere.

    Nelle elezioni politiche, dal 1948, le schede bianche erano sempre oscillate da un 900.000 fino ad un milione e seicentomila.

    Nel fatali elezioni del 9 aprile, furono appena 400 mila.

    I due "colloqui" Pisanu-Berlusconi, durante lo spoglio, risultano "sospetti".

    In ogni caso, in mezzo a questo ginepraio di sospetti e di mezze verità
    che rende ancor più intellegibile la pochezza del voto democratico, una
    cosa è certa.

    Deaglio è un giornalista "scomodo", solo quando qualcuno gli ordina di diventarlo.

    Zenica

    Fonte: http://winstonsmith.ilcannocchiale.it/ [winstonsmith.ilcannocchiale.it]
    24.11.09

  • Tao

    Vari lettori mi chiedono di prendere posizione sul colossale presunto broglio elettorale denunciato da Enrico Deaglio, con la sua rivista «Diario», più precisamente con un video promozionale allegato alla rivista in cui è contenuta la rivelazione.
    Berlusconi e Pisanu, grazie ad un software, avrebbero trasformato le schede bianche in valide.
    Sono soprattutto lettori berlusconiani, addolorati, a chiedermi: cosa ne pensa?
    Impossibile pensarne qualcosa.
    Più che risposte, ho delle domande.
    Anzitutto questa.
    Nella settimana in cui Enrico Deaglio annuncia il suo scoop allegato alla sua rivista, Mario Deaglio – suo fratello, già direttore di 24 Ore ed ora editorialiste economico per La Stampa – tiene la seguitissima rubrica mattutina della rassegna-stampa su RAI3.
    E’ una coincidenza?
    O – visto che il Deaglio (Enrico) ha cominciato per primo a legittimare ogni sospetto, è lecito sospettare una copertura strategica, e familiare, del suo scoop?
    Venerdì mattina, nella rubrica di RAI3, Mario Deaglio rende conto diffusamente dello «scoop» del fratello, e poi dice: «Per comprensibili motivi, non intendo rispondere a domande degli ascoltatori sulla questione».
    Così, su RAI3 si sente solo una campana.
    E’ un caso?
    La gestione delle «firme» chiamate a tenere la rassegna stampa su RAI3 è casuale?
    I giornalisti vengono tirati a sorte?
    A me sembrano scelti con criteri assai sagaci.
    Per un giornalista che ha, diciamo, come referente il Polo, ne invitano nove che hanno come referenti l’Ulivo.
    Se invitano qualcuno «di destra», è in genere Massimo Teodori.

    Il video, leggo da un sito anti-berlusconiano, «è un docu-thriller girato in Italia e negli USA, con ricostruzioni, interviste e notizie mai sentite prima».
    «Docu-thriller», appunto.
    Le interviste ad «esperti americani di software» e brogli non sono tutte vere e dirette.
    In qualche caso c’è un attore italiano che impersona l’esperto americano.
    Perché?
    Che bisogno c’era, avendo a disposizione video-interviste con americani, di fare questo trucco?
    Non bastava riprendere l’intervista originale, con sottotitoli?
    Quanto di ciò che ha detto l’esperto americano è rimasto nella versione recitata della sua intervista? E cosa è stato tagliato?
    Inoltre: perché Deaglio ha voluto dare alla sua denuncia la forma di una «docu-fiction» anziché di autentica, reale inchiesta giornalistica?
    Per lasciarsi una via d’uscita in caso di indagine e querele?
    Quanto c’è di «documentato» e quanto di «fiction»?
    A tal proposito, leggo che nel video «L’americano Curtis sostiene che quel genere di broglio è come il delitto perfetto. Si sa molto bene che è pressoché impossibile ricontare tutte le schede, anche se si volesse».
    In chiaro: non si riuscirà mai a provare se c’è stato il broglio, o se è tutta una panzana.
    Domanda: è un mettere le mani avanti?
    Finirà tutto in una bolla di sapone?
    E invece no: come cittadini, a questo punto vogliamo che la cosa si chiarisca.
    E che finisca come deve finire, ossia: o vanno in galera Berlusconi e Pisanu, o va in galera Enrico Deaglio.
    Tertium non datur.
    L’inchiesta intrapresa dalla magistratura non può concludersi con remissioni di querele e patteggiamenti.
    Perché se i colpevoli sono Berlusconi e Pisanu, hanno commesso qualcosa di più di un broglio, qualcosa al limite, o forse oltre il limite, dell’altro tradimento.
    Ma se è Deaglio ad essersi inventato la «docu-fiction», allora ha compiuto un gravissimo falso calunnioso, a scopo eversivo.

    Si legge che l’ispiratore del video-denuncia sarebbe Marco Minniti, pezzo grosso dei DS, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio.
    Altri dicono che la «gola profonda» di Deaglio sarebbe tale Roberta Lisi, responsabile di struttura dell’ufficio elettorale… dei DS.
    Possono chiarire costoro?
    Saranno chiamati a testimoniare, questi personaggi così palesemente super partes?
    Non dimentichiamo la domanda più ovvia: se Berlusconi ha attuato un simile complesso e brillante delitto perfetto, perché poi ha perso le elezioni per meno di 23 mila voti?
    Aveva fatto trenta, perché non ha fatto 31?
    Il che porta a considerare una terza ipotesi, che illustro semplicemente come ipotesi.
    Forse il risultato voluto era proprio quello di un pareggio, che avrebbe reso necessaria una «grande coalizione»?
    Un’Italia «spaccata in due» (come dice Vespa), «ingovernabile», richiede appunto che le ali cosiddette «moderate» della sedicente «destra» e della cosiddetta «sinistra» si uniscano per governare.
    Perché?
    Per condividere la responsabilità e l’impopolarità delle «necessarie ma dolorose riforme» che dovranno renderci, noi italiani privati, più competitivi nel mondo globalizzato.
    Ossia tagli decisivi ai «costi previdenziali», allungamento dell’età pensionabile a 67 anni, flessibilità del lavoro, e così via.
    Provate a chiedervi chi esige queste «riforme»: Confindustria, Il Corriere, i cosiddetti poteri forti internazionali e liberalizzatori, europei ed anglo-americani.
    Domanda: non sono proprio questi poteri quelli che hanno fatto fare carriera ai fratelli Deaglio?

    Marco Minniti

    Come sapranno i lettori di Effedieffe, Enrico Deaglio ha cercato di sbugiardare la teoria del complotto dell’11 settembre pubblicando, con un anno di ritardo, una indagine-smentita di Popular Mechanics.
    Autore della smentita un giovanotto di nome Ben Chertoff.
    Che è il nipote del ministro americo-israeliano Michael Chertoff, messo da Bush a capo
    del nuovissimo Dipartimento Homeland Security, ossia al ministero di Sicurezza Interna, la Gestapo del Reich neocon. (1)
    Un altro testimone super partes, non c’è che dire.
    Per i particolari, rimandiamo al nostro articolo.
    Ma invece, riprendiamo estesamente l’articolo di Domenico Savino su Deaglio e sulla sua strepitosa carriera, tanto sostenuta ed aiutata dai poteri forti torinesi. (2)

    ——————————————-
    Prima di diventare direttore di «Diario della settimana», direttore del quotidiano «Reporter» collaboratore per La Stampa, Il Manifesto, Epoca, Panorama, giornalista televisivo per Mixer, conduttore della terza e ultima edizione di «Milano, Italia» per RAI3, conduttore, sempre per RAI3, di «Ragazzi del ‘99» e negli anni successivi di «Così va il mondo», «Vento del Nord», «L’Elmo di Scipio», tutti programmi di inchiesta giornalistica di attualità, Enrico Deaglio, nato a Torino l’11 aprile 1947, ha lavorato come medico presso l’ospedale Mauriziano Umberto I.
    Fu solo alla metà degli anni ‘70, che egli cominciò a fare il giornalista a Roma, presso il quotidiano Lotta Continua, di cui è stato direttore dal 1977 al 1982.
    Lotta Continua: un quotidiano sicuramente di sinistra, direte voi.
    Ma no, ma no.
    Quell’avventura fu il centro d’addestramento di una serie di giornalisti oggi dominanti e in carriera; carriere anch’esse molto promosse e aiutate.
    Come scrive Savino: «La ‘covata di Lotta Continua’ annovera oggi alcuni tra i giornalisti e politici più noti del panorama nostrano: oltre a Deaglio, Adriano Sofri, Marco Boato, Toni Capuozzo, Paolo Cento, Erri De Luca [che scrive su Manifesto e su Avvenire contemporaneamente], Fulvio Grimaldi, Paolo Hutter, Gad Le
    rner, Paolo Liguori, Luigi Manconi, Andrea Marcenaro, Giampiero Mughini, Carlo Panella, Carlo Rossella (per citarne alcuni) sono tutti equamente distribuiti tra destra e sinistra, tutti disposti a litigare su Berlusconi o su Prodi, ma tutti inequivocabilmente concordi nel lodare gli immortali principi dell’ottantanove, la democrazia americana, i valori liberal, l’Occidente.
    E non sembra affatto un caso».

    «La storia di Lotta Continua è contaminata dall’inizio.
    Il settimanale Il Borghese del 1-10-97, a pagina 32, ha scritto chiaro e tondo che tale giornale veniva ‘(…) stampato da un rappresentante della CIA a Roma’.
    Nessuno smentì e non si ebbero notizie di querele.
    La notizia in realtà era stata ben documentata.
    Su Il Giorno del 31 luglio 1988, il giornalista Marco Nozza pubblicava un articolo denso di particolari in cui si racconta che la tipografia che stampava Lotta Continua, la
    ‘Tipografia Art-Press’, si trovava nei locali della stessa redazione in via Dandolo al numero 10. ‘La storia – scriveva Il Giorno – nasconde aspetti davvero molto strani […] perché, al medesimo indirizzo, esisteva la Dapco. E la Dapco era l’editrice del Daily American, il giornale degli americani di Roma’.
    Il Daily risultava di proprietà di una società il cui amministratore unico era un cittadino degli Stati Uniti, tale Robert Hugh Cunningham, un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo della CIA.
    Questo signor Cunningham aveva come socio un vecchio americano ultrasettuagenario, tale Samuel Meek, che aveva amministrato il Daily American dal 1964 e agiva, anche lui, per la CIA.
    Certo un conto è la Dapco e un conto è la Art-Press, la tipografia che stampava Lotta Continua.
    Giuridicamente in effetti è così: la società Dapco, i cui soci erano dunque Robert Hugh Cunningham e Samuel Meek, si costituì a Roma, il giorno 1 dicembre 1971, con atto a rogito presso il notaio Domenico Zecca.
    I soci della Art-Press risultano invece tre: Cunningham padre, madre e figlio.
    Amministratore della Dapco era Cunningham senior, amministratore della Art-Press era il figlio Robert Hugh Cunningham. Junior.
    Intanto nel ‘71, stesso anno di fondazione della Dapco, presso la Cancelleria delle società commerciali, esistente nel Tribunale civile e penale di Roma, due signori presentano un documento dal quale risulta che accettano di diventare ‘amministratori della Spa Rome Daily American con deliberazione dell’assemblea ordinaria del 27 settembre 1971’.
    Sono Matteo Macciocco, nato a Olbia (Sassari) il 1 aprile 1929, domiciliato a Milano in via Turati 29 e Michele Sindona, avvocato, nato a Patti (Messina) l’8 maggio 1920, domiciliato a Milano in via Visconti di Modrone 30.
    Sì, Michele Sindona, proprio lui!

    ‘Nel ‘71, dunque, Sindona – scrive Il Giorno – succede a Cunningham senior, nella gestione del Daily American’.
    Ma con il fallimento di Sindona, fallisce anche il Daily American, subito sostituito dal Daily News.
    I suoi proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e Robert Hugh Cunningham junior.
    Mentre fallisce il Daily American, anche Lotta Continua cambia tipografia.
    Insomma sia la Dapco che stampava il giornale americano, sia la ‘Tipografia Art-Press’ che stampava Lotta Continua, perdono i loro clienti e la sede di in via Dandolo 10 resta vuota: ‘è nata infatti una nuova società, che si è fissata la durata fino al 31 dicembre 2010’.
    Nome: ‘Tipografia 15 giugno’; soci: Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio…
    Tutti quelli che si presentano davanti al notaio di Roma, che stavolta è Franco Galiani, si dichiarano cittadini italiani.
    L’ultimo della fila, no; questo è un cittadino statunitense.
    Come si chiama? Robert Hugh Cunningham junior, sempre lui.
    Il figlio, ormai ha preso il posto del padre.
    E si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di Lotta Continua, ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di Autonomia, di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie.
    Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di Lotta Continua e il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan.
    A questo punto, da parte di Cunningham junior non c’è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta.
    E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa. Per che cosa? Per l’informazione; Robert Hugh Cunningham diventa l’uomo più reazionario dell’équipe di Washington.

    Robert Hugh Cunningham junior nel giugno del 1988 – è scritto in un altro articolo di Marco Nozza – mentre ha un ufficio a Washington ed uno a Roma in via Barberini dove pubblica il Daily News, rilascia all’Espresso un’intervista in cui precisa la nuova dottrina Reagan: ‘Con Carter forse potevamo anche pensare che convenisse non avere molto a che fare con gli Stati Uniti; ora basta! L’amministrazione Reagan avrà un atteggiamento duro con gli avversari e pienamente disponibile con gli amici’. Un altro episodio è significativo: dopo il fallimento del Daily News, Robert Hugh Cunningham Junior tornò in possesso del Daily American: qui entrò in rotta di collisione con la redazione, arrivando a sospendere gli stipendi e a chiudere fisicamente a chiave l’ufficio della redazione. Spiegava Christofer Winner, il caporedattore: ‘La verità è che noi siamo sempre stati equidistanti. Cunningham ci vorrebbe più reaganiani’.
    Niente male per un ex-militante di Lotta Continua!

    Che c’entra tutto questo con Deaglio?
    Questo decidetelo voi: io mi limito a ricordare che – secondo la biografia che compare sul sito della RAI – Deaglio è stato proprio in quegli anni (per ben 5 anni dal 1977 al 1982!) il direttore di Lotta Continua.
    Oggi Deaglio è il direttore di ‘Diario della settimana’: giornale di sinistra, secondo quanto ne dice Monica Ricci Segantini su Il Corriere della Sera.
    Ma di chi è la proprietà di ‘Diario della settimana’?
    Della Editoriale Diario SPA di Milano, che è posseduta da Persia SRL con un capitale di € 1.999.999 e da Gulli Marco per € 1.
    E di chi è la proprietà di Persia SRL?
    In quote eguali di € 516.456 cadauna di Mondadori Formenton Cristina, Formenton Luca e Formenton Macula Mattia.
    Chi sono questi signori?

    Citiamo, per stare sul sicuro, dal sito di Magistratura Democratica: ‘Il 21 dicembre 1988 Cristina Formenton Mondadori (figlia di Arnoldo Mondadori e vedova di Mario Formenton) e i suoi figli Luca, Pietro, Silvia e Mattia, si impegnano a vendere alla CIR di Carlo De Benedetti, entro il 30 gennaio 1991, 13.700.000 azioni dell’Amef (finanziaria della Mondadori) contro 6.350.000 azioni ordinarie Mondatori. Poco dopo, però, i Formenton si alleano con Berlusconi e lo mettono a presiedere la casa editrice. I Formenton a questo punto non vogliono dar corso all’accordo del 1988, sicché tre arbitri (Pietro Rescigno, Natalino Irti e Carlo Maria Pratis, rispettivamente designati da CIR, dai Formenton Mondadori e dal primo presidente della Suprema Corte di Cassazione) vengono incaricati di dirimere la controversia. Si giunge così al lodo arbitrale che dà ragione alla CIR. De Benedetti ottiene il controllo della maggioranza assoluta (50,3 % del capitale ordinario) di Mondadori. I Formenton, però, non si arrendono e decidono di impugnare il lodo davanti alla Corte d’Appello di Roma, facendosi assistere da t
    re insigni avvocati: Agostino Gambino, Romano Vaccarella e Carlo Mezzanotte (per inciso: Gambino sarà designato quale saggio per il blind trust nel primo governo Berlusconi e poi diverrà ministro delle Telecomunicazioni nel governo Dini; Vaccarella e Mezzanotte sono ora giudici costituzionali).
    La Corte d’Appello decide con un collegio formato dal presidente Valente, dal relatore Vittorio Metta e dal terzo giudice, Giovanni Paolini.
    Se la sentenza non arrivasse entro il 30 gennaio 1991, il patto di vendita delle azioni dai Formenton a De Benedetti dovrebbe essere eseguito. I giudici tuttavia sono assai tempestivi: la camera di consiglio si conclude il 14 gennaio 1991 e Vittorio Metta già il giorno seguente, il 15, sottopone al presidente la sentenza di centosessantotto pagine, che il 24 gennaio 1991 viene infine pubblicata. La Corte d’Appello, con essa, dichiara che parte degli accordi tra CIR e i Formenton è in contrasto con la disciplina delle società per azioni. Il lodo arbitrale viene pertanto annullato e la Mondadori torna sotto il controllo di Berlusconi’.

    Ecco qui i volti che si celano dietro la ‘sinistra’ barba di Enrico Deaglio, dietro la copertina semipatinata di ‘Diario della settimana’…
    Eccoli qua i campioni dell’editoria alternativa, quelli che promettono di vendere a De Benedetti e poi vendono a Berlusconi, gli esponenti brillanti del bel mondo dell’editoria, quelli che ci regalano le verità ‘vere’ sull’11 settembre, quelli che bollano come boiate pazzesche le teorie complottiste […]
    Eccola qui la borghesia progressista, la sinistra al caviale che normalizzerà gli antagonisti anti-americani tra le spire delle proprie pagine di Diario, quando tornerà l’America buona, oppiacea e progressista che tanto piace in quegli ambienti».
    ——————————–

    Eh sì, ha ragione Savino.
    Ci sono «teorie del complotto» non ammesse da lorsignori, che vanno screditate, e Deaglio le scredita.
    E ci sono teorie del complotto che quei signori approvano, e allora Deaglio diventa il più ferreo dei complottisti, e le diffonde, le promuove, le confeziona in video e in «docu-fiction».
    Ultima domanda: chi paga?

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    Link: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1602&parametro=politica
    24.11.06

    Note
    1) «Deaglio sbugiardato senza saperlo», Effedieffe, 30 settembre 2006.
    2) Domenico Savino, «Strano Diario…», Effedieffe, 24 ottobre 2006.

  • marzian

    Fulvio Grimaldi filo-statunitense? Tutto bene?