È in arrivo la Nuova Guerra al Terrorismo Interno

Glenn Greenwald
greenwald.substack.com

Le ultime due settimane ci hanno regalato tutta una serie di nuovi poteri di polizia e una vagonata di retorica in nome della lotta al “terrorismo,” la copia carbone di molti dei peggiori eccessi della prima Guerra al Terrore, iniziata quasi venti anni fa. Questa tendenza non dà segni di voler regredire, man mano che ci si allontana dai disordini del Campidoglio del 6 gennaio. Al contrario: si sta intensificando.

Abbiamo assistito ad un’orgia di censura da parte dei monopoli della Silicon Valley, un bavaglio al dissenso molto più aggressivo, una Washington D.C. praticamente militarizzata, con un’area definita in modo assolutamente non ironico “Green Zone,” promesse da parte del presidente entrante e dei suoi principali alleati per una nuova legge contro il terrorismo interno e frequenti accuse di “sedizione,” “tradimento” e “terrorismo” nei confronti di membri del Congresso e di comuni cittadini. Tutto questo sulla base di un fraintendimento radicale del significato di “incitamento alla violenza,” con l’accompagnamento di appelli virali sui social media a collaborare con l’FBI per denunciare i propri concittadini (See Something, Say Something!) [Vedi qualcosa, dì qualcosa!] e richieste per un nuovo sistema di sorveglianza interna.

Alla base di tutto c’è la vera e propria insinuazione che chiunque metta in discussione questa narrativa deve, proprio per il fatto di dubitare, nutrire simpatia per i terroristi e per la loro ideologia neonazista, bianca e suprematista. I liberali hanno passato talmente tanti anni in stretta alleanza con i neoconservatori e la CIA da far sembrare il John Ashcroft del 2002 come il presidente della vecchia ACLU [Unione Americana per le Libertà Civili].

Il sito web del Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con lo slogan già usato nel 2010 dalla città di New York, che esorta i cittadini a segnalare “attività sospette” all’FBI e alle altre agenzie statali di sicurezza

I fautori più onesti di questa seconda Guerra al Terrorismo interno ammettono esplicitamente di volerla modellare sulla prima. Lunedi scorso, un giornalista del New York Times ha osservato che “su PBS NewsHour un ex funzionario dell’intelligence ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero pensare ad una Commissione 11/9 per l’estremismo interno e prendere in cosiderazione la possibilità di applicare in patria alcune delle lezioni imparate dalla lotta contro Al Qaeda.” In modo ancora più esplicito, il generale Stanley McChrystal, per anni a capo del Comando Unificato per le Operazioni Speciali in Iraq e responsabile della campagna in Afghanistan, parlando a Yahoo News ha esplicitamente paragonatola guerra di un tempo a quella ora in corso:

“Avevo visto una dinamica simile nell’evoluzione di al-Qaida in Iraq, dove un’intera generazione di giovani arabi arrabbiati e con scarse o nulle prospettive aveva seguito un leader carismatico che prometteva di riportarli indietro nel tempo, in un luogo migliore, e li aveva indotti ad abbracciare un’ideologia che giustificava la violenza. Questo sta accadendo ora in America …. Penso che siamo molto più avanti in questo processo di radicalizzazione e, come Paese, di fronte a un problema molto più profondo di quanto possa credere la maggior parte degli Americani.”

Chiunque, nonostante tutto questo, dubiti ancora del fatto che la rivolta in Campidoglio è, e sarà, considerata l’11 settembre neoliberale e che, in suo nome, è in corso una nuova Guerra al Terrore, deve solo guardare i due brevi video qui sotto, che dissiperanno definitivamente ogni incertezza. È come essere catapultati da una malvagia macchina del tempo nel 2002, direttamente nell’ufficio propagandistico di Paul Wolfowit.

Il primo video, segnalato da Tom Elliott, viene dal programma Morning Joe di lunedì mattina su MSNBC (il programma che probabilmente aveva fatto più di ogni altro per favorire la nomina di Donald Trump a candidato del Partito Repubblicano). Vediamo Jeremy Bash, uno degli innumerevoli impiegati delle reti dei  media televisivi che in precedenza avevano lavorato alla CIA e al Pentagono di Obama, che, come tutta risposta ai disordini del Campidoglio, chiede di “resettare il nostro intero approccio di intelligence,” inclusa “una maggiore sorveglianza su di loro,” aggiungendo che “l’FBI dovrà gestire le fonti confidenziali.” Cercate qualche differenza tra ciò che dicevano i funzionari della CIA e i neoconservatori nel 2002, quando invocavano a gran voce il Patriot Act e una maggiore sorveglianza da parte dell’FBI e della NSA e quello che afferma ora questo funzionario della CIA, attualmente analista di NBC-News:

Il secondo video riporta la sorprendente dichiarazione dell’ex funzionario della sicurezza di Facebook, Alex Stamos, intervistato dal preoccupatissimo conduttore della CNN, Brian Stelter, sulla necessità da parte delle aziende dei social media di usare contro i cittadini americani le stesse tattiche che erano state utilizzate per rimuovere l’ISIS da Internet, “collaborando con le forze dell’ordine,” e utilizzando le medesime tattiche contro quelli che definisce “influencer estremisti e conservatori.”

Questi attori abusano della libertà di stampa,” ha affermato l’ex dirigente di Facebook. Stamos ha fatto notare quanto lui e i suoi colleghi siano stati generosi fino ad ora: “Abbiamo dato molta libertà d’azione, sia nei media tradizionali che nei social, a persone con una gamma molto ampia di opinioni.” Ma non più. Ora è il momento di “ritornare tutti nella stessa realtà consensuale.”

In un momento di involontario candore, Stamos ha sottolineato il vero problema: “ci sono persone su YouTube che, per esempio, hanno un pubblico più numeroso di quello di certi programmi della CNN” ed è quindi giunto il momento per la CNN e gli altri media mainstream di riprendersi quel monopolio sulla diffusione delle informazioni che è loro per diritto divino, facendo sparire le piattaforme di coloro che la gente vorrebbe effettivamente guardare ed ascoltare:

(Se non siete ancora convinti, e se vi regge lo stomaco, potete anche sentire Joe Scarborough e Mika Brzezinski di MSNBC urlare a squarciagola che, come rimedio alla rivolta del Campidoglio l’amministrazione Biden dovrebbe “chiudere” Facebook. Chiudere Facebook).

Le richieste per un sequel della Guerra al Terrore in versione nazionale, completa di sorveglianza e censura, non sono confinate unicamente ai conduttori delle TV via cavo senza audience e agli scagnozzi delle agenzie di sicurezza. Il Wall Street Journal riporta che “il signor Biden ha detto che ha intenzione di rendere prioritaria l’approvazione di una legge contro il terrorismo interno ed è stato sollecitato a creare, nell’ambito dell’amministrazione, un incarico specifico che sovrintenda alla lotta contro gli estremisti violenti ideologicamente ispirati e all’aumento dei finanziamenti per combatterli.

Nel frattempo, il deputato Adam Schiff (D-CA), non solo uno dei membri più disonesti del Congresso, ma anche uno dei più militaristi e autoritari, aveva già presentato nel 2019 una proposta di legge per modificare l’attuale legge contro il terrorismo all’estero, in modo da permettere al governo degli Stati Uniti di utilizzare quegli stessi poteri all’interno dello Stato, contro i “terroristi domestici.

Perché queste nuove leggi antiterrorismo sarebbero necessarie in una nazione che, in virtù di un sistema giudiziario estremamente aggressivo, incarcera già più cittadini di qualsiasi altro Paese al mondo? Quali atti dovrebbero essere criminalizzati dalle nuove leggi sul “terrorismo interno” che già non siano considerati criminali? Non lo dicono mai, quasi sicuramente perché, proprio come per la prima serie delle leggi sulla Guerra al Terrore, il loro vero scopo è criminalizzare ciò che non dovrebbe essere criminalizzato: la parola, l’associazione, la protesta, l’opposizione alla nuova coalizione di governo.

La presidente della Camera Nancy Pelosi (D-CA) affiancata da Adam Schiff (D-CA) (R) e Jerry Nadler (D-NY), parla durante una conferenza stampa in Campidoglio (Foto di OLIVIER DOULIERY/AFP via Getty Images)

La risposta a questa domanda, cosa deve essere criminalizzato che non sia già un crimine, non sembra avere molta importanza. Le élite mediatiche e politiche hanno gettato quanti più Americani possibile, e sono molti, in modalità paura e panico totale e, in questa situazione, la gente è disposta ad acconsentire a tutto ciò che le venga presentato come necessario per fermare una minaccia del genere, come la prima Guerra al Terrore, ancora attiva dopo vent’anni, ha sicuramente dimostrato.

Un intero libro potrebbe, e probabilmente dovrebbe, essere scritto sul perché tutto questo è così preoccupante. Per il momento, è necessario sottolineare due punti fondamentali.

In primo luogo, gran parte dell’allarmismo e della propaganda della paura si basano su una deliberata distorsione del vero significato di “incitamento alla violenza.” La scorsa settimana, la bastardizzazione di questa frase era stata la base per il precipitoso impeachment del presidente Trump. Aveva anche giustificato le richieste per l’espulsione di decine di membri del Congresso e persino per la loro incriminazione in base all’accusa di “sedizione,” per aver obiettato alla certificazione del Collegio Elettorale ed è anche al centro dell’ondata di azioni di censura in corso e delle ulteriori misure repressive già sollecitate.

La frase “incitare alla violenza” è stata anche quella che ha portato a molti dei peggiori abusi della prima Guerra al Terrore. Ho passato anni a riferire su come numerosi giovani musulmani americani fossero stati perseguiti in base alle nuove e draconiane leggi anti-terrorismo solo per aver caricato su YouTube video di politica estera anti-statunitense o per aver tenuto entusiastici discorsi anti-americani che avrebbero “incitato alla violenza” e quindi fornito “supporto materiale” ai gruppi terroristici; la stessa identica teoria che il Deputato Schiff sta cercando di imporre per la seconda Guerra al Terrore.

È fondamentale chiedersi cosa significhi per un discorso costituire “incitamento alla violenza,” al punto da poter essere vietato o criminalizzato. L’espressione di un qualsiasi punto di vista politico, specialmente se manifestato con passione, ha certamente il potenziale di “incitare” qualcun altro ad arrabbiarsi, anche al punto da arrivare ad atti di violenza.

Se inveite contro le minacce alla libertà di parola messe in atto dai monopoli della Silicon Valley, qualcuno che vi ascolta potrebbe essere talmente pieno di rabbia da decidere di piazzare una bomba in un magazzino di Amazon o in un ufficio di Facebook. Se scrivete un articolo di critica accusando gli attivisti pro-vita di mettere in pericolo la vita delle donne costringendole ad aborti insicuri, o se sostenete che l’aborto è un omicidio, potreste benissimo ispirare qualcuno a commettere un atto di violenza contro un gruppo pro-vita o una clinica per aborti. Se iniziate un movimento di protesta per opporvi all’ingiustizia dei salvataggi delle aziende quotate a Wall Street, magari chiamandolo Occupy Wall Street o Tea Party, potreste indurre delle persone, mettendo loro in testa che stanno distruggendo il futuro economico di milioni di individui, ad andare a caccia dei dirigenti di Goldman Sachs o di Citibank.

Se avevate sostenuto che George W. Bush aveva rubato le elezioni del 2000 e/o del 2004, come avevano fatto molti Democratici, inclusi alcuni membri del Congresso, avreste potuto ispirare disordini civili o violenze contro Bush e i suoi sostenitori. Lo stesso vale se avevate sostenuto che le elezioni del 2016 o del 2020 erano state fraudolente o illegittime. Se inveite contro la brutalità razzista della polizia, la gente, per protesta, potrebbe andare in giro a bruciare case, o ad uccidere agenti di polizia scelti a caso, ritenuti sgherri di uno stato razzista e genocida.

Il volontario della campagna di Bernie Sanders e incallito partigiano democratico, James Hodgkinson, che, nel giugno 2017, si era recato in un campo di softball per assassinare i membri repubblicani del Congresso (e che era quasi riuscito ad ammazzare il deputato Steve Scalise (R-LA) aveva passato mesi ad ascoltare i sostenitori radicali di Sanders e a partecipare a gruppi Facebook dai nomi come “Distruggete il partito repubblicano” e “Trump è un traditore.”

Hodgkinson aveva sentito ripetere più e più volte che i Repubblicani non erano semplicemente fuorviati ma che erano “traditori” e rappresentavano una grave minaccia per la Repubblica. Come riportato dalla CNN, “i suoi programmi televisivi preferiti erano ‘Real Time with Bill Maher,’ ‘The Rachel Maddow Show,’ ‘Democracy Now!’ e altri programmi di sinistra.” Tutta la retorica politica a cui era stato esposto, i gruppi Facebook pro-Sanders, MSNBC e i vari programmi di sinistra, avevano senza dubbio giocato un ruolo importante nello scatenare la sua aggressività e la conseguente decisione di uccidere i membri repubblicani pro-Trump del Congresso.

Nonostante la possibilità che tutte queste opinioni avessero potuto motivare altri a commettere atti di violenza, possibilità a volte reale, nessuna delle persone che avevano espresso tali opinioni, non importa quanto appassionatamente, avrebbe potuto, eticamente e legalmente, essere definita promotrice di incitamento della violenza. Questo perché siamo nel campo del discorso protetto, del discorso legittimo. Nessuno di loro sostiene la violenza. Nessuno di loro esorta altri a commettere atti di violenza a suo nome. Il fatto che si possa “ispirare” o “motivare” qualche persona mentalmente instabile, o un autentico fanatico, a commettere atti di violenza non rende, in nessun modo, chi sposa quelle opinioni e si limita a parlarne colpevole di “incitamento alla violenza.

Per illustrare questo punto, ho spesso citato la cruciale e inequivocabile sentenza della Corte Suprema nella causa Claiborne contro NAACP [National Association for the Advancement of Colored People]. Negli anni ’60 e ’70, lo Stato del Mississippi aveva aperto un procedimento penale contro i leader del NAACP perchè i loro infuocati discorsi che esortavano a boicottare i negozi dei bianchi “avrebbero incitato” i loro seguaci a bruciare gli stessi negozi e ad attaccare i clienti che non avessero aderito alla protesta. La tesi dell’accusa era che i leader del NAACP sapevano che stavano metaforicamente versando benzina sul fuoco con la loro retorica incendiaria volta ad eccitare folle inferocite.

La Corte Suprema aveva però respinto questa argomentazione, ritenendo che la libertà di parola sarebbe morta se le persone fossero state ritenute responsabili non dei propri atti violenti ma di quelli commessi da altri che li avessero sentiti parlare e fossero stati motivati a commettere gesta criminali in nome di quella stessa causa (grassetto aggiunto):

La responsabilità civile non è unicamente attribuibile all’appartenenza di un individuo ad un certo gruppo, di cui alcuni membri abbiano commesso atti di violenza. . . .

Qualsiasi teoria del genere fallisce per la semplice ragione che non c’è alcuna prova, a parte i discorsi stessi, che [il leader della NAACP citato in giudizio dallo Stato] abbia autorizzato, ratificato o minacciato direttamente atti di violenza. . . . . Attribuire una colpevolezza senza aver accertato se il NAACP abbia autorizzato (effettivamente o apparentemente) o ratificato una condotta illegale, graverebbe in modo inammissibile sui diritti di associazione politica protetti dal Primo Emendamento. . . .

Mentre lo Stato può legittimamente imporre danni per le conseguenze di una condotta violenta, non può concedere un risarcimento per le conseguenze di un’attività non violenta e protetta. Solo le perdite causate direttamente da una condotta illegale possono essere risarcite.

Analogamente, il Primo Emendamento limita la capacità dello Stato di accusare il singolo individuo unicamente a causa della sua associazione con altri.

Nel processo Claiborne la corte si era basata sull’iconica sentenza basata sul Primo Emendamento del precedente caso di Brandenburg contro Ohio, che aveva rovesciato la condanna penale di un leader del KKK [Ku Klux Klan] accusato di aver pubblicamente sostenuto la possibilità di commettere atti di violenza contro esponenti politici. La corte aveva stabilito che anche sostenere esplicitamente la necessità o la giustificabilità della violenza per fini politici è un discorso protetto. I giudici si erano ritagliati un’eccezione molto stretta: “quando una tale argomentazione è diretta ad incitare o a produrre un’imminente azione illegale ed è probabile che inciti o produca tale azione,” con questo intendendo qualcuno che esplicitamente esorti alla violenza una folla già riunita con l’aspettativa di indurla all’azione entro breve tempo (come essere davanti alla casa di qualcuno e dire alla folla riunita che è ora di darla alle fiamme).

Va da sé che la giurisprudenza del Primo Emendamento sull’“incitamento” definisce ciò che uno Stato può fare quando punisce o limita la libertà di parola, non ciò che un Congresso può fare per mettere sotto impeachment un presidente o espellere i suoi stessi membri e certamente non ciò che possono fare le aziende dei social media che cercano di bandire gli utenti dalle loro piattaforme.

Ma questo non rende irrilevante la comprensione del concetto di “incitamento alla violenza” quando applicato ad altri contesti. In effetti, in questi casi, il principio fondamentale è di vitale importanza ed è da preservare in ogni circostanza: se un discorso viene classificato come “incitamento alla violenza,” nonostante non sostenga esplicitamente la violenza, sarà possibile togliere di mezzo qualsiasi discorso politico inviso a coloro che hanno la possibità di far valere questo termine. Nessun discorso politico sarà al sicuro da questo marchio, se interpretato e applicato in modo così ampio e diffuso.

E questo si collega direttamente al secondo punto. Continuare ad elaborare codeste argomentazioni di Washington analizzandole attraverso la lente dei “Democratici contro Repubblicani” o anche di “Sinistra contro Destra” è un modo sicuro per distruggere quelli che sono i diritti fondamentali. Ci sono momenti in cui i poteri di repressione e di censura sono rivolti più a sinistra e momenti in cui sono rivolti più a destra, ma questa non è una tattica della Sinistra o della Destra. È una tattica della classe dominante e sarà impiegata contro chiunque venga percepito come un dissidente nei confronti degli interessi e delle ortodossie della stessa classe dominante, non importa a quale punto dello spettro ideologico appartenga.

Negli ultimi mesi, la censura della Silicon Valley imposta da politici e giornalisti ha preso di mira la Destra, ma prima aveva anche preso di mira personaggi percepiti come di Sinistra. Il governo ha spesso dichiarato “terroristi” i gruppi di destra, mentre negli anni ’60 e ’70 erano i gruppi di sinistra dediti all’attivismo pacifista a portare questa denominazione. Nel 2011, la polizia britannica aveva etichettato come gruppo “terrorista” la versione londinese di Occupy Wall Street. Negli anni ’80, questa denominazione era toccata anche all’African National Congress. “Terrorismo” è un termine amorfo che è stato creato (e sarà sempre usato) per mettere fuori legge ogni forma di dissenso potenzialmente pericoloso, a prescindere da origini e ideologie

Se vi ritenete conservatori e continuate a credere che i vostri nemici principali siano i comuni cittadini di sinistra o se vi identificate come di sinistra e credete che i vostri nemici principali siano i Repubblicani, cadrete ad occhi chiusi nella trappola che vi hanno teso. Vale a dire, ignorerete i vostri veri nemici, quelli che effettivamente esercitano il potere a vostre spese: le élite della classe dominante, che non si preoccupano davvero di “Destra contro Sinistra” e che sicuramente non si preoccupano di “Repubblicani contro Democratici,” come evidenziato dal fatto che finanziano entrambi i partiti, ma che hanno a cuore solo una cosa: la stabilità e la conservazione dell’ordinamento neoliberale dominante.

A differenza di tanti comuni cittadini assuefatti alle banali guerre di parte, queste élite della classe dirigente sanno chi sono i loro veri nemici: chiunque esca dai limiti e dalle regole del gioco che loro stesse hanno creato e cerchi di distruggere il sistema che preserva le loro prerogative e il loro status. Chi aveva esposto meglio questo concetto era stato probabilmente Barack Obama, quando, da presidente, aveva correttamente fatto notare che la guerra percepita tra le élite democratiche e repubblicane dell’establishment era, per lo più, una finzione teatrale e alla domanda su ciò in cui [queste élite] credevano realmente, aveva risposto che “si affrontano entrambe all’interno della linea delle 40 yard” [nel gergo del football americano significa giocare la partita nella parte più importante del campo].

Un comune banchiere di Goldman Sachs o un dirigente della Silicon Valley hanno molto più in comune e si trovano molto più a loro agio con Chuck Schumer, Nancy Pelosi, Mitch McConnell, Mitt Romney e Paul Ryan piuttosto che con il cittadino medio americano. Tranne quando si tratta di una presenza leggermente dirompente, come Trump, non si preoccupano quasi mai se sono i Democratici o i Repubblicani a presiedere i vari organi di governo, o se salgono al potere personaggi che si definiscono “liberali” o “conservatori.” Alcuni membri di sinistra del Congresso, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez (D-NY) e Ilhan Omar (D-MN) hanno detto che si opporranno ad una nuova legge sul terrorismo interno, ma i Democratici non avranno problemi a formare una maggioranza associandosi ai loro alleati neoconservatori repubblicani, come Liz Cheney, come già avevano fatto all’inizio di quest’anno per bloccare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dalla Germania.

Il neoliberismo e l’imperialismo non si preoccupano delle pseudo lotte tra i due partiti o dei battibecchi giornalieri sulla TV via cavo. Non amano l’estrema sinistra o l’estrema destra. Non amano l’estremismo di qualsiasi genere. Non sostengono il comunismo e non sostengono il neonazismo o le rivoluzioni fasciste. A loro interessa solo una cosa: depotenziare e schiacciare chiunque dissenta e minacci la loro egemonia. A loro interessa fermare i dissidenti. Tutte le armi che edificano e le istituzioni che mantengono saldo il potere oligarchico, l’FBI, il DOJ, la CIA, la NSA, esistono per questo unico ed esclusivo scopo: fortificare il potere delle élite, premiando coloro che accettano di essere fedeli e schiacciando quelli che vi si oppongono.

Indipendentemente dalle vostre opinioni sulla minaccia posta dal radicalismo islamico internazionale, con il pretesto di fermarlo sono stati commessi enormi eccessi o, più precisamente, le paure che aveva generato sono state sfruttate per dare potere e rafforzare le élite finanziarie e politiche esistenti. Il decreto sull’Autorizzazione all’uso della forza militare, responsabile di vent’anni di guerra, era stato approvato dalla Camera tre giorni dopo l’attacco dell’11 settembre con un solo voto contrario. Il Patriot Act, che ha radicalmente ampliato i poteri di sorveglianza del governo, era stato promulgato appena sei settimane dopo quell’attacco, sulla base della promessa che sarebbe stato “temporaneo” e “ritirato” dopo quattro anni. Come le guerre generate dall’11 settembre, è ancora in pieno vigore, praticamente mai dibattuto e prevedibilmente espanso molto al di là di come era stato originariamente ventilato.

La prima Guerra al Terrore era stata inizialmente combattuta quasi esclusivamente in suolo straniero, ma è stata gradatamente importata sul territorio nazionale contro gli stessi Americani. Questa Nuova Guerra al Terrore all’interno dei confini nazionali ha lo scopo esplicito di combattere gli “estremisti” e i “terroristi interni” tra i cittadini americani sul suolo americano e presenta tutta la serie dei pericoli, storicamente ben conosciuti, che nascono quando i governi, sfruttando la paura generata dai media, si impadroniscono del potere di controllare l’informazione, il dibattito, l’opinione, l’attivismo e le proteste.

Glenn Greenwald

Fonte: greenwald.substack.com
Link: https://greenwald.substack.com/p/the-new-domestic-war-on-terror-is
19.01.2021
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org