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DIETRO IL PANICO: LA GUERRA FINANZIARIA SUL FUTURO DEL POTERE BANCARIO MONDIALE

DI F. WILLIAM ENGDAHL
engdahl.oilgeopolitics.net

Dal comportamento che i mercati finanziari europei hanno tenuto nelle scorse due settimane si può chiaramente evincere che le drammatiche vicende del tracollo e del panico finanziari sono usate a bella posta da certe influenti fazioni dentro e fuori l’Ue per dare forma al volto futuro delle banche mondiali in seguito alla disfatta dei subprime Usa e degli Asset-Backed Security (Abs) [1]. Lo sviluppo più interessante degli ultimi giorni è stata la forte e coesa posizione assunta dal Cancelliere tedesco, dal suo ministro delle Finanze, dalla Bundesbank e dalla coalizione di governo, tutti insieme contro l’ipotesi di salvataggio delle banche dell’Ue sul modello degli Stati Uniti.

I mercati azionari che perdono dal 7 al 10 per cento ogni giorno fanno scrivere titoli drammatici sui giornali e alimentano un diffuso senso di malessere ai confini con il panico tra la gente comune. Gli avvenimenti delle ultime due settimane tra le banche dell’Ue, a partire dal drammatico salvataggio di Hypo Real Estate, Dexia e Fortis, uniti all’annuncio del Cancelliere dello Scacchiere britannico, Alistair Darling, di un rapido cambiamento nella condotta circa le banche del Regno Unito che versano in cattive acque, hanno cominciato a rivelare i contorni di una risposta europea nettamente differente a quella che è nei fatti una crisi “made in Usa”.

Ci sono ragioni serie per credere che l’ex amministratore delegato di Goldman Sachs Henry Paulson, ora ministro del Tesoro, non sia uno stupido e stia in realtà agendo secondo una ben ponderata strategia di lungo termine. E gli avvenimenti dell’Ue in questi giorni confermano ciò. Come mi ha detto in un colloquio privato un banchiere europeo di lungo corso, «C’è una guerra senza esclusione di colpi che stanno portando avanti gli Stati Uniti e l’Ue per definire il volto futuro delle banche europee».

Nell’opinione di questo banchiere, il tentativo in corso da parte del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e del presidente francese Nicholas Sarkozy di creare un “fondo” comune europeo, forse più di 300 miliardi di dollari per prestare soccorso alle banche in cattive acque, di fatto fa lo stesso gioco della strategia di lungo termine di Paulson e della classe dirigente statunitense, in realtà indebolendo le banche e ripagando gli Asset-Backed Securities con origine negli Usa detenuti dalle banche.

Usare il panico per accentrare il potere

Come spiego nel mio libro di prossima uscita, Power of Money: The Rise and Decline of the American Century [Il potere dei soldi: l’ascesa e il declino del secolo americano, NdT], in ogni grande panico finanziario statunitense a partire almeno dal Panico del 1835, i giganti di Wall Street – dimora della JP Morgan in particolar modo dal 1929 – hanno innescato a bella posta momenti di panico al fine di rendere più sicura la loro stretta sulle banche degli Usa. Le banche private usavano momenti di panico per tenere sotto controllo la politica di Washington che comprendeva la definizione esatta della proprietà privata della nuova Federal Riserve nel 1913, e per consolidare il loro controllo su industrie quali l’Us Steel, la Caterpillar, la Westinghouse, e altre. Insomma, non sono nuovi a questo tipo di guerra finanziaria per aumentare il loro potere. Ora hanno il dovere di fare qualcosa di simile a livello globale per riuscire a prolungare il loro dominio sulla finanza globale, il cuore del potere del Secolo Americano.

Questo uso del panico per accentrare il loro potere ha creato una concentrazione estremamente poderosa di potere finanziario ed economico in poche mani private, le stesse che crearono l’influente think-tank sulla politica estera statunitense, il New York Council on Foreign Relations nel 1919 per guidare l’ascesa del Secolo Americano, come lo chiamò Henry Luce in un fondamentale saggio del 1941.

È sempre più ovvio che gente come Henry Paulson, che fra l’altro fu uno dei più aggressivi fautori della rivoluzione degli Abs a Wall Street prima di diventare ministro del Tesoro, stanno agendo per motivi che travalicano la loro smisurata avidità.

E’ interessante guardare, in questo contesto, allo stesso passato di Paulson. Nei primi anni 70 Paulson iniziò la sua carriera lavorando per un piuttosto famigerato uomo chiamato John Erlichman, il consigliere privo di scrupoli di Nixon che creò l’Unità degli Idraulici [il gruppo di agenti C.I.A. coinvolto nello scandalo Watergate N.d.T.] durante l’era Watergate per ridurre al silenzio chi si opponeva al presidente, e che fu lasciato da Nixon a marcire in prigione a causa di ciò.

Paulson sembra avere imparato dal suo mentore alla Casa Bianca. Come copresidente della Goldman Sachs, secondo un resoconto del New York Times, nel 1988 fece cacciare il suo copresidente Jon Corzine in quello che, secondo il Times, “equivaleva a un colpo di Stato”.

Paulson, i suoi amici della Citigroup e della JP Morgan Chase, esattamente come il Padrino della Asset Backed Securitization [1] e della deregolamentazione bancaria, l’ex presidente della Fed Alan Greenspan, avevano una strategia che sta diventando chiara, come ho mostrato in dettaglio nella mia passata serie di articoli qui pubblicata, Financial Tsunami, Parti I-V [vedi link a fondo pagina N.d.r.].

Sapevano infatti che a un certo punto sarebbe crollata la piramide di migliaia di miliardi di sospetti sub-prime e di altri titoli ad alto rischio basati sul mutuo della casa, così pare che abbiano diffuso i cosiddetti “rifiuti tossici” dei titoli Abs in ogni parte del globo al fine di sedurre le grandi banche mondiali, specialmente quelle dell’Ue, nella loro trappola allettante.

Ricevettero un aiuto. In una recente testimonianza sotto giuramento, Lynn Turner, capo contabile della Securities & Exchange Commission (SEC), ha testimoniato che l’ufficio per la gestione del rischio della SEC che aveva responsabilità di supervisione per il mercato dei Credit Default Swap, un mercato esotico il cui valore nominale è di qualcosa come $ 62 mila miliardi, subì a causa di “tagli di budget” da parte dell’amministrazione una riduzione da un personale di 100 persone a una persona. Sì, non è un refuso. Intendo dire uno, come in ‘Uno’ [in italiano nel testo n.d.t.].

Il membro democratico del Congresso Peter Welsh, eletto nel Vermont, chiese a Turner: “… si trattò di uno spopolamento sistematico del personale adibito alla regolamentazione, in modo che fosse realmente impossibile che ci fosse regolazione con una sola persona in quell’incarico?… mi sembra di capire che 146 persone furono tagliate dalla divisione applicativa della SEC, e questo che lei ha testimoniato?”. Turner durante la testimonianza al Congresso rispose: “si… penso che ci sia stato un taglio sistematico, o comunque lo voglia chiamare, dell’agenzia e delle sue capacità tramite un taglio del personale”.

Si trattava solo di un taglio nel budget spinto dal fervore ideologico, o era un atto deliberato? L’ex uomo della Goldman Sachs, l’uomo che convinse il presidente ad assumere Paulson, l’ex Director of the Office of Management and Budget (OMB) [Direttore dell’ufficio per la gestione e il budget n.d.t.] di Bush, Joshua Bolten, ora capo dello staff del presidente, fu responsabile di essersi assicurato che non ci fosse controllo governativo sul fenomeno in esplosione della cartolarizzazione dei mutui?

Queste sono, forse, alcune domande che buoni rappresentanti al Congresso di entrambi i partiti dovrebbero chiedere a persone come Henry Paulson e Josh Bolten, al posto di domande fuorvianti su quanto fossero alti i bonus di Richard Fuld alla Lehman. Le impronte di Bolten sono su questo cadavere? E perché nessuno ha messo in discussione il ruolo di Paulson come CEO della Goldman Sachs, che allora era il più aggressivo promotore in tutta Wall Street di questi esotici prodotti e di altre Asset Backed Securitization?

Perché Henry Paulson ha accuratamente scelto una data società di Wall Street, sua acerrima nemica di quando era CEO della Goldman Sachs, a quanto si diceva allora sul mercato, e l’ha lasciata ‘in mezzo alla bufera’, come amava dire il suo mentore Erlichman? Stiamo parlando dello scaricamento della Lehman Bros. e del suo enorme portafoglio di Credit Default Swaps, che si ritiene stia portando hedge fund e banche di tutto il mondo al panico da vendita.

Sembrerebbe ora che la strategia di Paulson fosse di usare, quando fosse esplosa, una crisi– una crisi che era pre-programmata e prevedibile già nel 2003 quando Josh Bolten andò a dirigere l’OMB– per spaventare a morte i governi più conservatori dell’Unione Europea sino a farli correre al salvataggio di beni-spazzatura tossici statunitensi.

Se le cose fossero andate così, nel processo si sarebbe distrutto ciò che rimaneva del sano sistema bancario e finanziario europeo, portando il mondo un passo più vicino a un mercato monetario globale controllato dai compari di Paulson–il Capitalismo dei Compari in stile USA. Il termine Capitalismo dei Compari è certamente appropriato in questo contesto. Il predecessore di Paulson tanto alla Goldman Sachs che al Tesoro, Robert Rubin, amava accusare di “capitalismo dei compari” i banchieri asiatici di Thailandia, Indonesia e altri paesi colpiti nel 1997 dagli attacchi speculativi degli hedge fund finanziati dagli USA, dando l’impressione che la crisi fosse nata in Asia e non il risultato di un attacco deliberatamente eseguito da parte delle istituzioni finanziarie Usa per eliminare, tra le altre cose, il modello della Tigre Asiatica e trasformare l’Asia nel finanziatore del debito Usa.

E’ interessante notare che Rubin è ora direttore della Citigroup, ovviamente una delle banche compari di Paulson ‘sopravvissute’, e la banca che, ad oggi, ha dovuto ammortizzare la più grande somma di beni-spazzatura tossici cartolarizzati.

Se l’accusa di panico pre-pianificato, a la Panico del 1907, è accurata, ed è un grosso “se”, allora il piano ha funzionato… fino a un certo momento. Quel momento è arrivato nel fine settimana del 3 ottobre, in concomitanza con la festa nazionale dell’unificazione della Germania.

Lo strappo della Germania col modello statunitense

Il caparbio capo della Bundesbank Alex Weber, quello di BaFin Jochen Sanio e i rappresentanti della coalizione di governo del Cancelliere Merkel han tirato fuori, in un colloquio a porte chiuse nel pomeriggio del 5 ottobre, il pacchetto di salvataggio di Hypo Real Estate per 50 miliardi di euro. In ogni caso, dietro al drammatico numero dei titoli dei giornali, come ha fatto notare Weber in una lettera del 29 settembre al ministro delle Finanze Peer Steinbrück che è stata resa pubblica, le banche private tedesche non dovranno soltanto tirar fuori il 60 per cento di quella cifra, e lo stato il 40. Ma per di più, vista la cautela con cui il governo, in collaborazione con la Bundesbank e la BaFin, ha strutturato l’accordo di salvataggio, la massima perdita possibile per lo Stato, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe limitata a 5,7 miliardi di euro, non a 30 miliardi come molti credevano. Certo, si tratta ancora di una bella somma, ma non di quell’assegno in bianco di 700 miliardi di dollari che il Congresso Usa, sotto minaccia, e dopo alcuni giorni di tracolli dei prezzi delle azioni, ha accettato di dare a Paulson.

La rapida azione del ministro delle finanze Steinbrück che ha dato il ben servito al capo della Hre, in forte contrasto con quanto è accaduto a Wall Street, dove gli stessi criminali fraudolenti rimangono sulle loro poltrone accaparrandosi inoltre laute buonuscite, indica anche un diverso approccio. Ma non è questo il nocciolo della questione. Lo stato della Hre, come abbiamo rilevato prima, è derivato da eccessi in una banca “figlia”, posseduta interamente dalla stessa Hre, della sussidiaria Depfa in Irlanda, un paese dell’Ue noto per la sua legislazione liberale e blanda e per il basso regime tributario.

La Gran Bretagna cambia politica

Nel Regno Unito, dopo il costoso e pazzesco salvataggio della Northern Rock all’inizio di quest’anno, il Governo del Primo Ministro Gordon Brown ha appena annunciato un drastico cambiamento nella politica nello stesso verso della posizione tedesca. Le banche britanniche otterranno la cifra senza precedenti di 50 miliardi di sterline – 64 miliardi di euro – come àncora di salvataggio e prestito d’emergenza dalla Banca d’Inghilterra.

Il governo comprerà azioni di risparmio dalla Royal Bank of Scotland spa, dalla Barclays spa e da almeno altre sei banche, e fornirà circa 250 miliardi di sterline di garanzie di prestito per rifinanziare il debito, informa il Tesoro. La Banca d’Inghilterra metterà a disposizione almeno 200 miliardi di sterline. Il piano non precisa quanto ogni banca riceverà.

Ciò significa che il governo del Regno Unito nazionalizzerà almeno in parte le sue più importanti banche internazionali, piuttosto che comperare i loro cattivi prestiti come con l’impraticabile piano Paulson. Con questo approccio, non appena la crisi si calmerà e gli affari ritorneranno alla normalità, il governo potrà vendere le azioni di stato a una banca in salute e magari ricavarne anche un buon profitto per il Tesoro. Il governo Brown sembra essersi accorto che le garanzie di copertura date alla Northern Rock e a Bradford & Bingley non hanno fatto altro che aprire i rubinetti della spesa governativa senza risolvere il problema.

La nuova politica di nazionalizzazioni è in drammatico contrasto con l’ideologia di libero mercato del piano Paulson, cioè quella di comprare bond senza valore detenuti da alcune banche che Paulson ha deciso di salvare, piuttosto che ricapitalizzare quelle stesse banche per permettere loro di continuare a funzionare.

La linea di combattimento indietreggia

Ciò che emerge sono i contorni di due opposti approcci alla crisi in corso. Il piano Paulson, come abbiamo rilevato nel precedente articolo, è parte di un progetto finalizzato a creare tre giganti mondiali della finanza – Citygroup, JP Morgan Chase e, ovviamente, la stessa Goldman Sachs di Paulson. Con l’uso efficace della paura e del panico al fine di approvare con fatica il salvataggio con 700 miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi, ora i tre grandi cercheranno di usare i muscoli di recente guadagnati per devastare le banche europee nei prossimi anni.

Dando il proprio assenso alla strategia di nazionalizzare ciò che i ministri delle finanze Ue credono essere le banche destinate al fallimento secondo un disegno strategico, mentre vengono garantiti i depositi nelle banche, i governi dell’Ue hanno scelto ciò che nel lungo periodo consentirà ai giganti bancari europei di tenere a bada gli attacchi finanziari anticipati da banche come Citygroup e Goldman.

La drammatica liquidazione di azioni nelle borse europee e in Asia è in realtà una questione secondaria e molto meno critica. Secondo quanto si riporta nei mercati, la liquidazione è pilotata soprattutto dagli hedge funds degli Usa, che cercano disperatamente di racimolare denaro liquido proprio quando si accorgono che l’economia degli Usa è in fase di depressione e che il piano Paulson non fa nulla per affrontare questa crisi.

Un sistema bancario e interbancario funzionante è la soluzione più strategica. Il tracollo degli Abs è stato “made in New York”. Ciò nondimeno, i suoi effetti debbono essere isolati e le banche Ue in grado di sopravvivere debbono essere difese nel pubblico interesse, non soltanto nell’interesse delle banche amiche di Paulson come negli Usa. Il taglio dei tassi d’interesse coordinato dalla Bce e dalle altre banche centrali europee, oltre a ottenere titoli sui giornali, ha fatto poco in concreto per affrontare il vero problema: la paura delle banche di prestarsi denaro a vicenda finché non sia assicurata la loro solvibilità.

Dando inizio a parziali nazionalizzazioni nell’Unione Europea, e rifiutando il progetto di salvataggio di Berlusconi e Sarkozy, i governi Ue, guarda caso sotto la guida tedesca, stanno costruendo fondamenta molto più solide per emergere dalla crisi. Restate sintonizzati, perché non è affatto finita. Le banche asiatiche, che rimasero scottate dalla crisi asiatica del 1997-98 architettata da Wall Street, sono esposte pochissimo rispetto al problema statunitense. Le banche europee hanno invece diversi livelli di esposizione, ma nessuno è così serio come succede nel mondo bancario degli Usa.

NOTE DEL TRADUTTORE

[1] Per Asset Backed Securities (ABS) si intendono gli strumenti finanziari emessi a fronte di operazioni di cartolarizzazione di crediti sia presenti, sia futuri e di altre attività destinate, in via esclusiva, al soddisfacimento dei diritti incorporati nelle ABS ed eventualmente alla copertura dei costi dell’operazione di cartolarizzazione. (fonte www.borsaitaliana.it)

F. William Engdahl è l’autore de A Century of War: Anglo-American Oil Politics – (Un secolo di guerra : le politiche anglo-americane sul petrolio), Pluto Press Ltd. Suo prossimo libro: Seeds of Destruction : The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Le sementi della distruzione : l’agenda segreta delle manipolazioni genetiche).

Titolo originale: “Behind the Panic: Financial Warfare over Future of Global Bank Power”

Fonte: http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/
Link

10.10.2008

Scelto e tradotto da PAOLO YOGURT per www.comedonchisciotte.org

VEDI ANCHE LA SERIE DI F. W. ENGDAHL SULLO “TSUNAMI FINANZIARIO”:

ATTACCO SPECULATIVO. LA CRISI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE (PARTE V)

LO TSUNAMI FINANZIARIO : LA CARTOLARIZZAZIONE: L’ULTIMO TANGO (PARTE IV)

IL GRANDE PROGETTO DI GREENSPAN (PARTE III)

LE FONDAMENTA FINANZIARIE DEL SECOLO AMERICANO (PARTE II)

IL DEBITO IPOTECARIO SUBPRIME (I)

Pubblicato da Das schloss

  • misterxyz67

    The Guys From ‘Government Sachs’ ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

    http://www.nytimes.com/2008/10/19/business/19gold.html?_r=2&ref=business&pagewanted=all&oref=slogin&oref=slogin
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    THIS summer, when the Treasury secretary, Henry M. Paulson Jr., sought help navigating the Wall Street meltdown, he turned to his old firm, Goldman Sachs, snagging a handful of former bankers and other experts in corporate restructurings.n September, after the government bailed out the American International Group, the faltering insurance giant, for $85 billion, Mr. Paulson helped select a director from Goldman’s own board to lead A.I.G.

    And earlier this month, when Mr. Paulson needed someone to oversee the government’s proposed $700 billion bailout fund, he again recruited someone with a Goldman pedigree, giving the post to a 35-year-old former investment banker who, before coming to the Treasury Department, had little background in housing finance.

    Indeed, Goldman’s presence in the department and around the federal response to the financial crisis is so ubiquitous that other bankers and competitors have given the star-studded firm a new nickname:
    Government Sachs.

    The power and influence that Goldman wields at the nexus of politics and finance is no accident. Long regarded as the savviest and most admired firm among the ranks — now decimated — of Wall Street investment banks, it has a history and culture of encouraging its partners to take leadership roles in public service.

    It is a widely held view within the bank that no matter how much money you pile up, you are not a true Goldman star until you make your mark in the political sphere. While Goldman sees this as little more than giving back to the financial world, outside executives and analysts wonder about potential conflicts of interest presented by the firm’s unique perch.

    They note that decisions that Mr. Paulson and other Goldman alumni make at Treasury directly affect the firm’s own fortunes. They also question why Goldman, which with other firms may have helped fuel the financial crisis through the use of exotic securities, has such a strong hand in trying to resolve the problem.

    The very scale of the financial calamity and the historic government response to it have spawned a host of other questions about Goldman’s role.

    Analysts wonder why Mr. Paulson hasn’t hired more individuals from other banks to limit the appearance that the Treasury Department has become a de facto Goldman division. Others ask whose interests Mr. Paulson and his coterie of former Goldman executives have in mind: those overseeing tottering financial services firms, or average homeowners squeezed by the crisis?

    Still others question whether Goldman alumni leading the federal bailout have the breadth and depth of experience needed to tackle financial problems of such complexity — and whether Mr. Paulson has cast his net widely enough to ensure that innovative responses are pursued.

    “He’s brought on people who have the same life experiences and ideologies as he does,” said William K. Black, an associate professor of law and economics at the University of Missouri and counsel to the Federal Home Loan Bank Board during the savings and loan crisis of the 1980s. “These people were trained by Paulson, evaluated by Paulson so their mind-set is not just shaped in generalized group think — it’s specific Paulson group think.”

    Not so fast, say Goldman’s supporters. They vehemently dismiss suggestions that Mr. Paulson’s team would elevate Goldman’s interests above those of other banks, homeowners and taxpayers. Such chatter, they say, is a paranoid theory peddled, almost always anonymously, by less successful rivals. Just add black helicopters, they joke.

    “There is no conspiracy,” said Donald C. Langevoort, a law professor at Georgetown University. “Clearly if time were not a problem, you would have a committee of independent people vetting all of the potential conflicts, responding to questions whether someone ought to be involved with a particular aspect or project or not because of relationships with a former firm — but those things do take time and can’t be imposed in an emergency situation.”

    In fact, Goldman’s admirers say, the firm’s ranks should be praised, not criticized, for taking a leadership role in the crisis.

    “There are people at Goldman Sachs making no money, living at hotels, trying to save the financial world,” said Jes Staley, the head of JPMorgan Chase’s asset management division. “To indict Goldman Sachs for the people helping out Washington is wrong.”

    Goldman concurs. “We’re proud of our alumni, but frankly, when they work in the public sector, their presence is more of a negative than a positive for us in terms of winning business,” said Lucas Van Praag, a spokesman for Goldman. “There is no mileage for them in giving Goldman Sachs the corporate equivalent of most-favored-nation status.”

    MR. PAULSON himself landed atop Treasury because of a Goldman tie. Joshua B. Bolten, a former Goldman executive and President Bush’s chief of staff, helped recruit him to the post in 2006.

    Some analysts say that given the pressures Mr. Paulson faced creating a SWAT team to address the financial crisis, it was only natural for him to turn to his former firm for a capable battery.

    And if there is one thing Goldman has, it is an imposing army of top-of-their-class, up-before-dawn über-achievers. The most prominent former Goldman banker now working for Mr. Paulson at Treasury is also perhaps the most unlikely.

    Neel T. Kashkari arrived in Washington in 2006 after spending two years as a low-level technology investment banker for Goldman in San Francisco, where he advised start-up computer security companies. Before joining Goldman, Mr. Kashkari, who has two engineering degrees in addition to an M.B.A. from the Wharton School of the University of Pennsylvania, worked on satellite projects for TRW, the space company that now belongs to Northrop Grumman.

    He was originally appointed to oversee a $700 billion fund that Mr. Paulson orchestrated to buy toxic and complex bank assets, but the role evolved as his boss decided to invest taxpayer money directly in troubled financial institutions.

    Mr. Kashkari, who met Mr. Paulson only briefly before going to the Treasury Department, is also in charge of selecting the staff to run the bailout program. One of his early picks was Reuben Jeffrey, a former Goldman executive, to serve as interim chief investment officer.

    Mr. Kashkari is considered highly intelligent and talented. He has also been Mr. Paulson’s right-hand man — and constant public shadow — during the financial crisis.

    He played a main role in the emergency sale of Bear Stearns to JPMorgan Chase in March, sitting in a Park Avenue conference room as details of the acquisition were hammered out. He often exited the room to funnel information to Mr. Paulson about the progress.

    Despite Mr. Kashkari’s talents in deal-making, there are widespread questions about whether he has the experience or expertise to manage such a project.

    “Mr. Kashkari may be the most brilliant, talented person in the United States, but the optics of putting a 35-year-old Paulson protégé in charge of what, at least at one point, was supposed to be the most important part of the recovery effort are just very damaging,” said Michael Greenberger, a University of Maryland law professor and a former senior official with the Commodity Futures Trading Commission.

    “The American people are fed up with Wall Street, and there are plenty of people around who could have been brought in here to offer broader judgment on these problems,” Mr. Greenberger added. “All wisdom about financial matters does not reside on Wall Street.”

    Mr. Kashkari won’t directly manage the bailout fund. More than 200 firms submitted bids to oversee pieces of the program, and Treasury has winnowed the list to fewer than 10 and could announce the results as early as this week. Goldman submitted a bid but offered to provide its services gratis.

    While Mr. Kashkari is playing a prominent public role, other Goldman alumni dominate Mr. Paulson’s inner sanctum.

    The A-team includes Dan Jester, a former strategic officer for Goldman who has been involved in most of Treasury’s recent initiatives, especially the government takeover of the mortgage giants Fannie Mae and Freddie Mac. Mr. Jester has also been central to the effort to inject capital into banks, a list that includes Goldman.

    Another central player is Steve Shafran, who grew close to Mr. Paulson in the 1990s while working in Goldman’s private equity business in Asia. Initially focused on student loan problems, Mr. Shafran quickly became involved in Treasury’s initiative to guarantee money market funds, among other things.

    Mr. Shafran, who retired from Goldman in 2000, had settled with his family in Ketchum, Idaho, where he joined the city council. Baird Gourlay, the council president, said he had spoken a couple of times with Mr. Shafran since he returned to Washington last year.

    “He was initially working on the student loan part of the problem,” Mr. Gourlay said. “But as things started falling apart, he said Paulson was relying on him more and more.”

    The Treasury Department said Mr. Shafran and the other former Goldman executives were unavailable for comment.

    Other prominent former Goldman executives now at Treasury include Kendrick R. Wilson III, a seasoned adviser to chief executives of the nation’s biggest banks. Mr. Wilson, an unpaid adviser, mainly spends his time working his ample contact list of bank chiefs to apprise them of possible Treasury plans and gauge reaction.

    Another Goldman veteran, Edward C. Forst, served briefly as an adviser to Mr. Paulson on setting up the bailout fund but has since left to return to his post as executive vice president of Harvard. Robert K. Steel, a former vice chairman at Goldman, was tapped to look at ways to shore up Fannie Mae and Freddie Mac. Mr. Steel left Treasury to become chief executive of Wachovia this summer before the government took over the entities.

    Treasury officials acknowledge that former Goldman executives have played an enormous role in responding to the current crisis. But they also note that many other top Treasury Department officials with no ties to Goldman are doing significant work, often without notice. This group includes David G. Nason, a senior adviser to Mr. Paulson and a former Securities and Exchange Commission official.

    Robert F. Hoyt, general counsel at Treasury, has also worked around the clock in recent weeks to make sure the department’s unprecedented moves pass legal muster. Michele Davis is a Capitol Hill veteran and Treasury policy director. None of them are Goldmanites.

    “Secretary Paulson has a deep bench of seasoned financial policy experts with varied experience,” said Jennifer Zuccarelli, a spokeswoman for the Treasury. “Bringing additional expertise to bear at times like these is clearly in the taxpayers’ and the U.S. economy’s best interests.”

    While many Wall Streeters have made the trek to Washington, there is no question that the axis of power at the Treasury Department tilts toward Goldman. That has led some to assume that the interests of the bank, and Wall Street more broadly, are the first priority. There is also the question of whether the department’s actions benefit the personal finances of the former Goldman executives and their friends.

    “To the extent that they have a portfolio or blind trust that holds Goldman Sachs stock, they have conflicts,” said James K. Galbraith, a professor of government and business relations at the University of Texas. “To the extent that they have ties and alumni loyalty or friendships with people that are still there, they have potential conflicts.”

    Mr. Paulson, Mr. Kashkari and Mr. Shafran no longer own any Goldman shares. It is unclear whether Mr. Jester or Mr. Wilson does because, according to the Treasury Department, they were hired as contractors and are not required to disclose their financial holdings.

    For every naysayer, meanwhile, there is also a Goldman defender who says the bank’s alumni are doing what they have done since the days when Sidney Weinberg ran the bank in the 1930s and urged his bankers to give generously to charities and volunteer for public service.

    “I give Hank credit for attracting so many talented people. None of these guys need to do this,” said Barry Volpert, a managing director at Crestview Partners and a former co-chief operating officer of Goldman’s private equity business. “They’re not getting paid. They’re killing themselves. They haven’t seen their families for months. The idea that there’s some sort of cabal or conflict here is nonsense.”

    In fact, say some Goldman executives, the perception of a conflict of interest has actually cost them opportunities in the crisis. For instance, Goldman wasn’t allowed to examine the books of Bear Stearns when regulators were orchestrating an emergency sale of the faltering investment bank.

    THIS summer, as he fought for the survival of Lehman Brothers, Richard S. Fuld Jr., its chief executive, made a final plea to regulators to turn his investment bank into a bank holding company, which would allow it to receive constant access to federal funding.

    Timothy F. Geithner, the president of the Federal Reserve Bank of New York, told him no, according to a former Lehman executive who requested anonymity because of continuing investigations of the firm’s demise. Its options exhausted, Lehman filed for bankruptcy in mid-September.

    One week later, Goldman and Morgan Stanley were designated bank holding companies.

    “That was our idea three months ago, and they wouldn’t let us do it,” said a former senior Lehman executive who requested anonymity because he was not authorized to comment publicly. “But when Goldman got in trouble, they did it right away. No one could believe it.”

    The New York Fed, which declined to comment, has become, after Treasury, the favorite target for Goldman conspiracy theorists. As the most powerful regional member of the Federal Reserve system, and based in the nation’s financial capital, it has been a driving force in efforts to shore up the flailing financial system.

    Mr. Geithner, 47, played a pivotal role in the decision to let Lehman die and to bail out A.I.G. A 20-year public servant, he has never worked in the financial sector. Some analysts say that has left him reliant on Wall Street chiefs to guide his thinking and that Goldman alumni have figured prominently in his ascent.

    After working at the New York consulting firm Kissinger Associates, Mr. Geithner landed at the Treasury Department in 1988, eventually catching the eye of Robert E. Rubin, Goldman’s former co-chairman. Mr. Rubin, who became Treasury secretary in 1995, kept Mr. Geithner at his side through several international meltdowns, including the Russian credit crisis in the late 1990s.

    Mr. Rubin, now senior counselor at Citigroup, declined to comment.

    A few years later, in 2003, Mr. Geithner was named president of the New York Fed. Leading the search committee was Pete G. Peterson, the former head of Lehman Brothers and the senior chairman of the private equity firm Blackstone. Among those on an outside advisory committee were the former Fed chairman Paul A. Volcker; the former A.I.G. chief executive Maurice R. Greenberg; and John C. Whitehead, a former co-chairman of Goldman.

    The board of the New York Fed is led by Stephen Friedman, a former chairman of Goldman. He is a “Class C” director, meaning that he was appointed by the board to represent the public.

    Mr. Friedman, who wears many hats, including that of chairman of the President’s Foreign Intelligence Advisory Board, did not return calls for comment.

    During his tenure, Mr. Geithner has turned to Goldman in filling important positions or to handle special projects. He hired a former Goldman economist, William C. Dudley, to oversee the New York Fed unit that buys and sells government securities. He also tapped E. Gerald Corrigan, a well-regarded Goldman managing director and former New York Fed president, to reconvene a group to analyze risk on Wall Street.

    Some people say that all of these Goldman ties to the New York Fed are simply too close for comfort. “It’s grotesque,” said Christopher Whalen, a managing partner at Institutional Risk Analytics and a critic of the Fed. “And it’s done without apology.”

    A person familiar with Mr. Geithner’s thinking who was not authorized to speak publicly said that there was “no secret handshake” between the New York Fed and Goldman, describing such speculation as a conspiracy theory.

    Furthermore, others say, it makes sense that Goldman would have a presence in organizations like the New York Fed.

    “This is a very small, close-knit world. The fact that all of the major financial services firms, investment banking firms are in New York City means that when work is to be done, you’re going to be dealing with one of these guys,” said Mr. Langevoort at Georgetown. “The work of selecting the head of the New York Fed or a blue-ribbon commission — any of that sort of work — is going to involve a standard cast of characters.”

    Being inside may not curry special favor anyway, some people note. Even though Mr. Fuld served on the board of the New York Fed, his proximity to federal power didn’t spare Lehman from bankruptcy.

    But when bankruptcy loomed for A.I.G. — a collapse regulators feared would take down the entire financial system — federal officials found themselves once again turning to someone who had a Goldman connection. Once the government decided to grant A.I.G., the largest insurance company, an $85 billion lifeline (which has since grown to about $122 billion) to prevent a collapse, regulators, including Mr. Paulson and Mr. Geithner, wanted new executive blood at the top.

    They picked Edward M. Liddy, the former C.E.O. of the insurer Allstate. Mr. Liddy had been a Goldman director since 2003 — he resigned after taking the A.I.G. job — and was chairman of the audit committee. (Another former Goldman executive, Suzanne Nora Johnson, was named to the A.I.G. board this summer.)

    Like many Wall Street firms, Goldman also had financial ties to A.I.G. It was the insurer’s largest trading partner, with exposure to $20 billion in credit derivatives, and could have faced losses had A.I.G. collapsed. Goldman has said repeatedly that its exposure to A.I.G. was “immaterial” and that the $20 billion was hedged so completely that it would have insulated the firm from significant losses.

    As the financial crisis has taken on a more global cast in recent weeks, Mr. Paulson has sat across the table from former Goldman colleagues, including Robert B. Zoellick, now president of the World Bank; Mario Draghi, president of the international group of regulators called the Financial Stability Forum; and Mark J. Carney, the governor of the Bank of Canada.

    BUT Mr. Paulson’s home team is still what draws the most scrutiny.

    “Paulson put Goldman people into these positions at Treasury because these are the people he knows and there are no constraints on him not to do so,” Mr. Whalen says. “The appearance of conflict of interest is everywhere, and that used to be enough. However, we’ve decided to dispense with the basic principles of checks and balances and our ethical standards in times of crisis.”

    Ultimately, analysts say, the actions of Mr. Paulson and his alumni club may come under more study.

    “I suspect the conduct of Goldman Sachs and other bankers in the rescue will be a background theme, if not a highlighted theme, as Congress decides how much regulation, how much control and frankly, how punitive to be with respect to the financial services industry,” said Mr. Langevoort at Georgetown. “The settling up is going to come in Congress next spring.”

  • misterxyz67

    I “fenomeni” di Goldman Sachs diventano un caso politico – 20/10/2008

    Nel corso degli anni i top manager di Goldman Sachs hanno aiutato la loro compagnia a consolidarsi come una delle principali banche d’affari del mondo. Ma la capacità dimostrata recentemente da questi ultimi nel raggiungere importanti posizioni pubbliche sta iniziando a turbare qualcuno e a rianimare al tempo stesso un fantasma poco invidiabile: quello del conflitto di interesse.
    Se ne è accorto in questi giorni il prestigioso New York Times che, analizzando le scelte del numero uno del Tesoro statunitense Henry Paulson, ha iniziato a chiedersi se non ci sia qualcosa di strano nell’irresistibile ascesa pubblica dei talentuosi ragazzi di Goldman. Paulson, che di Goldman è stato amministratore delegato, sembra avere una fiducia sconfinata nelle capacità degli “allievi” della neonata holding, già banca d’affari dal 1869. Non stupisce, in tal senso, che il segretario al Tesoro abbia deciso di affidare sempre più incarichi per la gestione della crisi agli esponenti di Goldman come Neel Kashkari che, dopo aver diretto il salvataggio di Bear Sterns con l’aiuto di JP Morgan, si è trasformato oggi nel regista del maxi piano di salvataggio della finanza Usa da 700 miliardi. A fargli da fido scudiero nei prossimi mesi sarà il collega Ruben Jeoffrey, anche lui dirigente Goldman.
    Quello dell’ascesa dei Goldman boys alle stanze del potere di Washington (così come in quelle dell’economia internazionale, vedi i casi Mario Draghi, Mark Carney e Robert Zoellick) non è un fenomeno nuovo. Già in passato sono stati diversi i dirigenti della compagnia ad essere chiamati “a servire il Paese” nel ruolo di regolatori. Tra i fortunati prescelti c’è Joshua Bolten, capo dello staff del Presidente Bush, Stephen Friedman, presidente della Federal Reserve di New York, Steve Shafran, uno dei responsabili del Tesoro nella gestione del mercato dei fondi e gli altri collaboratori di Paulson come Kendrick R. Wilson III, Edward Forst e Dan Jester.
    ‹‹Non c’è dubbio che l’asse del potere nel Dipartimento del Tesoro penda dalla parte di Goldman›› ha scritto il New York Times ricordando come le teorie complottiste sulla banca d’affari non manchino di certo. Ma è pur vero che quello di cui si sospetta oggi l’esistenza resta tecnicamente un conflitto d’interesse “potenziale”. Paulson, Kashkari, Shafran e gli altri, infatti, hanno già venduto le azioni di Goldman in loro possesso.
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