Debito buono e debito cattivo

 

Di Alberto Conti, ComeDonChisciotte.org

Davanti a uno sconosciuto è buona norma accordare la fiducia nelle buone intenzioni, almeno fino a prova contraria. Mario Draghi non è affatto uno sconosciuto, e le prove contrarie abbondano, compreso l’uso funzionale della menzogna, come ho recentemente dimostrato (vedi “La pistola fumante” relativa alla questione Target2). I suoi meriti sono noti a tutti, i suoi demeriti solo a coloro i quali hanno i mezzi intellettuali per comprendere i fatti, e le loro conseguenze, anche al di là della possente blindatura di un mainstream compattamente schierato dalla parte dell’ideologia dominante, della quale Mario Draghi è campione indiscusso.

Un muro di protezione fatto anche di menzogne, di corruzione, di ricatti, di usurpazione di funzione pubblica, di prostituzione intellettuale come criterio di selezione meritocratica di intere categorie professionali, di tecniche di persuasione di massa sofisticate e martellanti, di terrorismo psicologico, ecc. ecc.

In una parola di plagio dell’opinione pubblica per indurre un consenso possibilmente plebiscitario e tacitare ogni possibile voce critica fuori dal coro. Questo lo sappiamo benissimo, ma non è questo il tema, nonostante la gravità di un tale fatto sistemico e della assuefazione cronica che lo accompagna. Il tema prioritario è l’interpretazione di quanto accadrà una volta consolidata questa scelta di governo calata dall’alto e prontamente sottoscritta aprioristicamente da tutti i principali attori politici presenti in parlamento, eccetto l’estrema destra della Meloni, ma solo per occasionale calcolo elettorale.

Diamo per scontato il lungo curriculum professionale del personaggio in questione, o del divo alla ribalta a giudicare dal can can mediatico. Una tale esposizione mediatica sarebbe anche giustificata dalla gravità del momento, se non fosse viziata dal servilismo esasperato di un mainstream totalitario, la cui propaganda è ulteriormente spianata da un analfabetismo di massa non solo economico, strategicamente ben coltivato da decenni di antipolitica eterodiretta, ma anche di anticultura popolare in senso lato, con la demolizione controllata di scuole e università.

Mario Draghi ha anticipato il suo progetto governativo fin dal marzo 2020, pubblicando un articolo molto esplicito sul Financial Times:

https://www.corriere.it/economia/finanza/20_marzo_26/mario-draghi-siamo-guerra-contro-coronavirus-dobbiamo-agire-a0cd397a-6f87-11ea-b81d-2856ba22fce7.shtml

Un paio di cartelle che condensano le linee guida di un’azione di governo che Draghi ritiene sufficiente a prevenire una gravissima emergenza economica conseguente ai provvedimenti “necessari” per affrontare l’emergenza sanitaria della “pandemia” da covid-19. Dimostrando così una precoce adesione alla narrazione mediatico-politica dell’emergenza sanitaria, con relativa preveggenza della devastazione economica e sociale conseguente.

Con questa premessa, vista l’attuale struttura organizzativa e gestionale del sistema bancario europeo e in assenza di una responsabilità fiscale condivisa, il resto del suo ragionamento non fa una piega: ogni stato dell’unione monetaria dovrà farsi carico delle ingenti perdite di reddito della propria economia interna, non tanto utilizzando il gettito fiscale, quanto incrementando il debito pubblico, anche ben oltre ogni precedente parametro prudenziale e normativo all’interno della UE. In breve la capillarità del sistema bancario (privato) dovrà agevolare al massimo le necessarie erogazioni di prestito alle imprese private, facilitandole sia con tassi bassissimi che con richieste di garanzia allentate, a partire dalle partite IVA in su.

La carenza, per usare un eufemismo, delle garanzie fornite dall’azienda debitrice, verrà integralmente sostituita da una piena garanzia di Stato, verso la banca erogante.

Inoltre lo stato potrà scegliere se ristorare integralmente le mancate entrate delle aziende per evitarne il fallimento, scelta preferibile per mantenere l’occupazione, o limitarsi a garantire i creditori in caso di fallimento dell’impresa, scelta meno dispendiosa per lo stato.

Prevede inoltre, sempre a scopo di continuità aziendale, l’eventuale cancellazione di debito privato eccessivo per quelle aziende oggettivamente impossibilitate a restituirlo.

Fin qui il tutto appare come una conversione keynesiana, sia pure in tono conservativo, a tutela soprattutto delle P.M.I. che rappresentano il cuore di quel che resta dell’economia italiana nell’era euro. Che ricordo è stata anche l’era delle privatizzazioni e concentrazioni bancarie, così come delle privatizzazioni e concentrazioni di tutto il resto, tutt’ora in corso d’opera, accelerata dal covid.

La funzione pubblica riconosciuta alle banche private in questo frangente eccezionale giustifica, secondo Draghi, questa forte deresponsabilizzazione nella loro stessa funzione primaria, quella di vigilare sul rischio del credito erogato alla clientela, ovviamente a spese di Pantalone. Si ricordi che quasi tutta la moneta in circolazione è prodotta dalle banche commerciali proprio all’atto di erogare credito, quindi questa manovra dovrebbe aumentare la liquidità nell’economia fisica.

Apparentemente tutto ciò sembra il meno peggio che ci possa capitare di questi tempi, rimanendo pur sempre vassalli del sistema UE, ammorbidito per l’occasione. Tendenza del resto confermata a parole dalla neoeletta Ursula, e nei fatti dall’adesione pre-Draghi al recovery fund, pur con tutte le sue condizionalità simil-MES.

Bella favola, o meno peggio favola, che però si ferma al primo atto. E poi?

E poi, se mai ci sarà un poi, chi di dovere ai piani superiori ci ricorderà tutta la normativa ideologica partorita fin dalla nascita di questa UE privatrizzatrice, mai rinnegata formalmente, ma semplicemente “dimenticata pro tempore” con la complicità generale. Ma a quel punto saremo indebitati fino al collo, pubblico e privato, e in balia delle più feroci condizionalità europee.

Si osservi anche l’insistenza di Draghi sulla necessità di stringere i tempi, superando le “lungaggini burocratiche” così come fece lui stesso all’epoca delle privatizzazioni selvagge, forzando d’autorità le esistenti garanzie legislative in un clima di confusione emergenziale.
Clima che oggi non promette nulla di buono neppure sulla qualità della colossale spesa a deficit, sdoganando forse personaggi tipo Colao (5G), in nome di un progresso tecnologico antiumano, altro che prevenzione sanitaria (quarta rivoluzione industriale).

Veniamo però agli aggiornamenti ultimi del Draghi-pensiero (al meeting di CL), e in particolare alla distinzione tra debito buono e debito cattivo. Il primo destinato a investimenti produttivi (conservativi o espansivi?) e il secondo a quelli improduttivi (sprechi o tutele sociali?).

Anche queste sue considerazioni, a supporto della inedita politica di spesa pubblica a deficit, nascondono però una importante verità sottaciuta, al di là di ogni considerazione di principio economico-sociale. Infatti c’è una distinzione ancora più significativa, a monte.

Il debito pubblico è buono principalmente quando corrisponde a credito privato di famiglie e imprese nazionali, come è il famoso esempio giapponese, il più elevato debito pubblico del mondo ma senza rischio spread e senza preoccupazioni di sostenibilità.

Per contro il debito pubblico è il peggiore del mondo quando non solo ha una forte componente estera, ma è espresso in una moneta estera di cui lo stato non ha alcun controllo diretto, nel contesto di un area valutaria disomogenea, ovvero niente affatto ottimale e men che meno solidale, o realmente federale.

Il paradosso italiano è che nei numeri abbiamo tutte le condizioni oggettive per agire come il Giappone (risparmio privato elevatissimo, superiore al debito pubblico), ma nella politica monetaria scegliamo spontaneamente, o per meglio dire “spintaneamente”, di ricadere nel secondo caso, quello di un debito pubblico cattivo, malevolo, fino alle conseguenze ultime di infilarci progressivamente e irreversibilmente nella trappola del debito che ci distruggerà come la Grecia, alla quale fu proprio l’amministrazione Draghi della BCE a dare il colpo di grazia. E non facciamo finta di non saperlo.

Non se ne può certo uscire scegliendo il meno peggio dell’attuale offerta politica, da tanto è ormai squalificata, il che rende inutile anche l’antidoto anti-Draghi, il ricorso ad elezioni anticipate.
Non dimentichiamo però l’insperata vittoria elettorale precedente, dell’unico partito che prometteva di fare piazza pulita della vecchia classe dirigente. Incompetenza e tradimento hanno poi ribaltato la volontà popolare, gettandoci di nuovo nella palude in cui ci vogliono i nostri “fedeli” e intransigenti alleati insieme agli altri “partner” europei, costretti a giocare al massacro reciproco.

Così come in Grecia la democrazia viene qui calpestata dalle oligarchie finanziarie, con le loro multinazionali sempre più criminose. La novità è che non è più una novità, e il re nudo quanto prima apparirà per quello che è a tutti, e se ne dovrà andare. In fondo siamo noi, sia pure disumanizzati a semplici “consumatori” che stanno al loro gioco mercatistico, i loro fornitori di ricchezza e potere concentrati nell’1%, che è un modo di dire ma sempre più vero. Questo è il vero reset che aspettiamo con incrollabile speranza.

Di Alberto Conti, ComeDonChisciotte.org

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org