Coronavirus: a chi diamo la colpa?

Riccardo Donat-Cattin

comedonchisciotte.org

 

Ormai più di un mese fa, nella confusione più totale, nel giro di quattro o cinque giorni, ci siamo ritrovati tutti quanti chiusi in casa. Notevole.

Aldilà  della questione se sia giusto o sbagliato attuare misure tanto restrittive, su cui penso ci si debba sicuramente soffermare, c’è innanzitutto da sottolineare l’approccio utilizzato nei discorsi e nelle reazioni politiche e civili alla gestione dell’emergenza.

Quando si è di fronte ad un problema, molti sono i modi in cui si esso può affrontare, e non si tratta solo di soluzioni alternative, ma di impostazioni mentali, o culturali, di approccio. Per fare un esempio semplice, il problema della droga può essere affrontato come un problema di criminalità, o come un problema di salute, o come un problema culturale, o come un problema di disuguaglianze sociali, o altro probabilmente. A seconda di come lo si affronta, si proporranno diverse soluzioni alternative: galera per chi fa uso di droga o per gli spacciatori, cure per la tossicodipendenza, campagne informative o percorsi educativi, miglioramento delle condizioni dei quartieri degradati o garanzie di posti di lavoro e di servizi socio-assistenziali.

A fare una valida analisi del problema, è bene cercare di battere tutte le vie, ma è probabile che una di queste risulterà dominante, e la definizione di questa gerarchia è una questione politica.

A seconda della prospettiva si individueranno non solo le soluzioni, ma anche gli eventuali responsabili, fatti e persone.

Le responsabilità di questo dramma sociale che è l’epidemia di Covid 19 e conseguente reclusione in casa di intere popolazioni, che sarà a sua volta seguita da una crisi economica di cui non sappiamo ancora nulla né sulla portata, né sulle soluzioni, possono essere individuate in diversi luoghi, a seconda della prospettiva che prendiamo. Potremmo, e lo faremo, parlare dei tagli alla sanità in tutta Europa dal 1991 in poi. Potremmo parlare delle incapacità di applicare i protocolli per le emergenze sanitarie di questo tipo che da vent’anni sono conosciuti dal nostro sistema sanitario che che invece sono finiti nel dimenticatoio assieme alle forniture necessarie, che non sono state mai acquistate. Potremmo dare la colpa all’inquinamento, che potrebbe aver avuto un contributo fatale per l’aumento del numero dei morti. Potremmo darla alla globalizzazione, che ha eliminato barriere e velocizzato scambi di persone e merci senza controllo, e soprattutto ha spinto alla delocalizzazione delle nostre imprese che ci ha lasciato dipendenti dall’estero anche per le più elementari forniture, che potrebbero essere fondamentali in caso di epidemia.

Alcune piste possono essere più importanti o credibili di altre. Eppure una sola retorica sembra andare di moda di questi tempi, e questo grazie al modo in cui questa epidemia è stata affrontata, la chiusura in casa: la colpa è degli untori. La colpa è nostra che non stiamo in casa. La colpa è di quegli stronzi che escono infrangendo le regole. I ciclisti, i runners, quelli coi cani che escono di casa 15 volte al giorno. Quelli senza mascherina.

Questa prospettiva, che focalizza l’individuo isolato come particella in conflitto con gli altri, è la quintessenza del neoliberismo, come progetto culturale, economico e politico. Quello stesso progetto che ha portato ai tagli alla sanità e che ci divide come attori in competizione.

Le responsabilità della malasanità, dei tagli, della globalizzazione, rimarranno chiacchiere per pochi. Perchè la colpa è dei runners, e ora bisogna guardare avanti, indebitarsi o utilizzare il nostro risparmio privato per mettere a posto le cose. There is no alternative.

Se questa resta la prospettiva dominante possiamo stare sicuri che dovremo affrontare tempi drammatici, se non tragici, una volta usciti di casa. Perchè quando ci sarà da pagare il conto non ci sarà più nessun ritornello a dire ‘stiamo uniti’. Prevedo più un ‘si salvi chi può’.

Ma la differenza tra dare la colpa agli untori e darla a politiche assassine non è solo nella conoscenza delle informazioni, ma nel coraggio di agire politicamente. Di esporsi, di organizzarsi e di promuovere un nuovo modo di gestire le cose.

Questa è responsabilità, altroché stare chiusi in casa.

Si facciano avanti i testimoni e i conoscitori della demolizione dello stato sociale, parlino coloro che sanno di che cosa ha bisogno questo povero paese in termini di salute, mentale e fisica. Prendano un megafono ora e creino quella massa critica sull’orizzonte politico di cui le generazioni più giovani non hanno mai conosciuto l’esistenza.

Vi prego fatelo.

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