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CONTRO LO STATO DEL BENESSERE

DI MANUEL M. NAVARRETE
Rebelion.org

Leggo nei comunicati della sinistra

ufficiale, e perfino in quelli dei settori della sinistra extraparlamentare,

una difesa del “Stato del benessere” che mi sembra molto pericolosa.

E non per purismo, ma semplicemente per una questione di internazionalismo.

Una cosa è difendere con le unghie e con i denti le riforme ottenute

(cosa di cui tutti siamo d’accordo), un’altra, molto differente,

è quella di accettare, come sistema, come progetto, quello che viene

definito “Welfare State” e che, per dirlo chiaramente, è

stato possibile solo sulla base dello sfruttamento del Terzo Mondo.È ovvio che difendere lo “Stato

del benessere” implica abbandonare la prospettiva di Rosa Luxemburg,

dove la riforma non è un fine in sé stesso, bensì un mezzo verso

la rivoluzione. Ma implica, inoltre, una grave incomprensione del carattere

di classe dello Stato, in un contesto storico in cui questo carattere

è diventato sempre più evidente. E quindi solo un approccio internazionale

può aiutarci a comprendere la realtà, al constatare che fu proprio

la correlazione di forze a livello mondiale quella che, dopo le rivoluzioni

socialiste e i movimenti di liberazione nazionale, invitò i capitalisti

a fare concessioni e politiche preventive. Adesso, una volta sconfitto

il campo socialista, schiacciato i sindacati e disarticolate le organizzazioni

operaie in tutto il mondo, il capitale mette in azione la sua controffensiva

Tuttavia, la socialdemocrazia, nonostante

stia ricevendo la confutazione definitiva per via delle sue pratiche,

sembra tornare di moda. Per quale motivo collettivizzare i mezzi di

produzione, scambio e distribuzione? Basta resuscitare il “modello

sociale europeo” (come suggerisce la CCOO), incrementare le imposte dirette così come

la sua progressività (come suggerisce Vicenç Navarro) e, come dicono

molti, creare “una” banca pubblica – senza nazionalizzare,

mancava più, la privata – o una qualche sorta di Tobin Tax (come suggerisce

ATTAC).

I problema? In un capitalismo globalizzato,

i neoliberisti hanno ragione: se fai questo, Moody’s abbassa il

tuo rating, il tuo debito si incrementa automaticamente e

le imprese, semplicemente, delocalizzano e vanno in un altro paese

dove trovano condizioni più vantaggiose, affondando l’economia. La

socialdemocrazia è diventata praticamente impossibile. Per questo motivo,

oggi i riformisti sono più utopici dei rivoluzionari: per la

sinistra un’uscita dalla crisi è impossibile da un punto di vista strettamente

tecnico e senza abbandonare il sistema economico capitalista.

Ma soprattutto, tornando all’inizio,

il progetto dello “Stato del benessere” non può separarsi dal suo

carattere imperialista, poiché le concessioni nelle metropoli del Primo

Mondo sono strettamente legate allo storico sovrasfruttamento delle

neocolonie. Questo sfruttamento ha finanziato, in ultima istanza, l’”economia

sociale di mercato”, che ha prodotto una redistribuzione internazionale

dei salari tra le classi più sfruttate. Grazie a questa redistribuzione,

i lavoratori del Primo Mondo si sono avvantaggiati dallo sfruttamento

dei loro “colleghi” nel Terzo Mondo. Lo disse già Che Guevara in

“Il socialismo e l’uomo in Cuba”: “Questa è una disquisizione

su come nei paesi imperialisti gli operai continuano a perdere lo spirito

internazionalista di classe a causa di una certa complicità nello sfruttamento

dei paesi dipendenti e come questo fatto, contemporaneamente, lima lo

spirito di lotta delle masse nel proprio paese.”

Se il livello di vita non si calcolasse

dividendo unicamente il PIL di un paese per il numero di abitanti, ma

se nel denominatore si includessero tutti gli abitanti degli altri paesi

che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito alla sua ricchezza,

le statistiche dei paesi imperialisti non sarebbero tanto lusinghiere.

Per questa ragione, abbandonare la prospettiva mondiale del processo

di sfruttamento capitalista implica smascherare il funzionamento reale

del sistema.

La scuola mercantilista affermava che

“l’arricchimento di una nazione si può fare solo a costo dell’impoverimento

di altre”. In realtà, il mercantilista concepiva unicamente la

ricchezza sotto forma di metalli preziosi che, ovviamente, potevano

incrementarsi solo portandoli all’estero. Tuttavia, il concetto di ricchezza

attuale non è meno scarso di quello analizzato dai mercantilisti. In

realtà, al

seguente indirizzo, si

può scaricare uno studio in castigliano della Rete dell’Impronta

Globale (California) che analizza l’Impronta Ecologica dell’uomo.

Questa ricerca afferma che il livello medio di consumo per abitante

negli Stati Uniti e nell’Europa non può essere generalizzato a tutta

la popolazione del pianeta, perché sarebbero necessari rispettivamente

5,3 (per gli USA) e 3 (per l’UE) pianeti Terra.

La genealogia di questa situazione

di privilegio non è assolutamente un mistero, visto che viene

ben spiegata nei di storia. I paesi che sperimentarono la rivoluzione

industriale occuparono i paesi precapitalisti per necessità commerciali,

per estrarre le materie prime e per trovare manodopera a basso costo.

Nonostante il trascorrere dei secoli, le antiche colonie, sempre in

ritardo nella competizione tecnologica, sono riusciti solo a specializzarsi

solamente in linee di produzione che erano state smantellate nelle metropoli,

causando così una nuova dipendenza dall’apporto straniero.

L’eredità storica dell’imperialismo

ha implicato la spoliazione delle risorse naturali delle neocolonie

da parte delle compagnie straniere – che rastrellano i benefici ottenuti

e li reinvestono nelle metropoli -, la distorsione della struttura economica

mediante l’imposizione della monocoltura, lo scambio disuguale, poiché

i prezzi dei prodotti che esportano i paesi sottosviluppati tendono

a calare, mentre i prezzi dei prodotti importanti continuano a crescere;

il debito pubblico, per via dei crediti con elevati tassi di interesse

e vincolati alle privatizzazioni concessi dal FMI…

Il filosofo Carlos Fernández Liria,

osservando le frontiere e le leggi imposte dagli stranieri, scrisse

che i ministri delle finanze europei propongono “di rinchiuderci

in fortezze, protetti per steccati sempre più alti, dove poter divorare

letteralmente il pianeta senza che nessuno ci disturbi o possa imitare.

È la nostra “soluzione finale”, un nuovo Auschwitz capovolto, dove

invece di rinchiudere le vittime, siamo noi a rinchiuderci per salvare

l’arma di distruzione massiccia più potente della storia: il sistema

economico internazionale.”

E questa è la chiave. Naturalmente,

dovremo affrontare grossi tagli sociali. Ma difendere il “Stato

del benessere” è difendere un progetto politico ben determinato,

quello che ci trasforma nei complici progressisti dell’”Auschwitz

capovolto” del quale parlava Fernández Liria. Perché lo Stato

del benessere è un progetto controrivoluzionario di una classe dominante

che, spaventata dalle rivoluzioni del XX secolo, ha corrotto la classe

lavoratrice del Primo Mondo per tacesse di fronte allo sfruttamento

del Terzo Mondo, abbandonando una prospettiva globale e i principi dell’internazionalismo.

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Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=133233

30.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Pubblicato da supervice

  • Tonguessy

    Qui si mischiano banane e cavoli.
    Leggo su wiki che “Lo Stato sociale è un sistema (la cui finalità è ridurre le disuguaglianze sociali) che si propone di fornire servizi e garantire diritti considerati essenziali per un tenore di vita accettabile:
    Assistenza sanitaria.
    Pubblica istruzione.
    Indennità di disoccupazione, sussidi familiari, in caso di accertato stato di povertà o bisogno.
    Accesso alle risorse culturali (biblioteche, musei, tempo libero).
    Assistenza d’invalidità e di vecchiaia.
    Difesa dell’ambiente naturale.
    Questi servizi gravano sui conti pubblici in quanto richiedono ingenti risorse finanziarie, le quali provengono in buona parte dal prelievo fiscale che ha, nei Paesi democratici, un sistema di tassazione progressivo in cui l’imposta cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

    Ora qualcuno mi deve spiegare cosa c’entri una buona istruzione pubblica che garantisca adeguata alfabetizzazione anche agli strati più poveri della popolazione con l’impronta ecologica (ecofootprint) ovvero quanto il sistema di vita occidentale (non negoziabile secondo Bush jr) ami vivere nello spreco bulimico.
    Sono sicuro che esista una differenza sostanziale ed abissale tra sprechi ed equità. Una società educata all’equità metterà anche in discussione i propri rapporti con i paesi poveri. Una società educata dal calvinismo estremo vedrà invece come ineluttabili ed anzi giuste le differenze sociali. Gesù che ama il nucleare, scritto pochi articoli qui sotto, ne è l’evidente prova.

  • IVANOE

    Articolo provocatorio non porta da nessuna parte e secondo me una delle scelte meno brillanti di CDC nel pubblicarlo diciamo che e estate….comunque continuo con la mia più profonda convinzione che se in tutto il mondo cominciando dai paesi cosiddetti capitalistici a fare vera giustizia sociale non si avrà mai la collaborazione del popolo per scegliere altre forme di società rivedendo anche la società del benessere per capire poi chi ha goduto veramente di questa sicuramente non i lavoratori che se anche hanno avuto in qualche modo accesso ad un Po di benessere poi lo pagano acaro prezzo con le preoccupazioni. E allora al di la delle cianche e necessario ridistribuire la ricchezza e i carichi sociali perché il rancore della gente e enorme.come sempre più delle parole contano i fatti.

  • Boero

    ”I problema? In un capitalismo globalizzato, i neoliberisti hanno ragione: se fai questo, Moody’s abbassa il tuo rating, il tuo debito si incrementa automaticamente e le imprese, semplicemente, delocalizzano e vanno in un altro paese dove trovano condizioni più vantaggiose, affondando l’economia. La socialdemocrazia è diventata praticamente impossibile.”

    E mettere dei dazi?
    Lula cos’è scemo?che mette dei dazi e aumenta lo stato sociale?
    E anche lui un nemico della causa internazionalista?
    Spiegatemi…

  • Hrani

    ciao Boero, fa sempre piacere sentirti!!!

  • AlbertoConti

    Possiamo fare tutti i distinguo del mondo, però è un fatto che se in 7 miliardi vivessimo tutti come in una qualunque città italiana, il pianeta si esaurirebbe irreversibilmente entro la prima metà dell’anno. Allora delle due l’una: siamo più uguali degli altri per scelta o per costrizione. In entrambi i casi prendersela con analoghe sperequazioni interna e/o tra popoli non è rispettoso del senso di giustizia posto a fondamento di qualunque società civile. Questo fa il paio con la riluttanza a discutere seriamente del relativo sovraffollamento demografico, relativo proprio all’accettazione di dividere la coperta, qualunque essa sia, in parti uguali. Il cosiddetto “tenore di vita”, che è poi il soggetto della discussione, è un qualcosa di inscindibile dall’utilizzo della tecnologia, che si presta a scelte alternative tra qualità e diffusione di massa, da cui la tendenza sperequativa in tutte le sue forme, comprese quelle non più sopportabili del furto “finanziario”. A mio avviso occorre prendere atto dell’incapacità di condividere regole artificiose per trasformare l’economia umana in un processo “naturalizzato” verso l’equità solidale e la giustizia (fallimento del liberismo). Da questo convincimento nasce l’esigenza del rispetto universale delle diversità locali, conciliabile solo tramite una struttura globale realmente federale a vari livelli di aggregazione (nulla a che vedere con bossi e neppure con la logora logica degli stati nazione indipendenti). La libertà, intesa come condizione per poter esercitare il libero arbitrio nel rispetto altrui, si può e si deve esercitare a ciascun livello di aggregazione, confederata con le altre di pari livello. Vista l’enorme fatica individuale per maturare e sostenere tale grado di consapevolezza “universale”, c’è spazio per un sufficiente intervallo di decrescita della parte materiale dei “tenori di vita” attualmente privilegiati. In questa presumibilmente lunga fase di transizione non occorre affatto l’uniformità di conoscenze e di vedute, ammesso che si isolino e neutralizzino i centri di potere del privilegio ingiustificato, che impedirebbero il successo di una struttura realmente federale.

  • ottavino

    La discussione può iniziare solo dopo aver compreso queste verità.

  • Santos-Dumont

    Concordo pienamente con l’analisi dell’articolista. Di mio aggiungo che non vedo nessuna contraddizione tra l’affermazione di Guevara che esiste una complicità delle classi lavoratrici del “primo mondo” con i loro sfruttatori in cambio di briciole (ossia il welfare continuamente eroso secondo la convenienza dei suddetti sfruttatori), e il fatto che il welfare, come ha scritto qualcuno, si supponga sia la sacrosanta contropartita ad anni di lavoro semischiavo. Naturalmente la situazione qui in Brasile non differisce in segno, soltanto in modulo: chi si pasce di illusioni su Lula o la sua delfina ed ex-pasionaria Dilma, farebbe bene a ricredersi e a informarsi meglio. In ultima analisi il macellaio Trotsky aveva ragione almeno in un punto: l’ineluttabilità della rivoluzione permanente.

  • tania

    Complimenti all’articolo di Rebelion.org e grazie a SUPERVICE per avercelo proposto . Ricordare Rosa Luxemburg e Ernesto Guevara è sempre salutare perché non può esistere anticapitalismo senza una visuale e un fine ultimo internazionale . La prospettiva delle talpe nazionaliste non solo è moralmente egoista e becera ma fa il gioco dei vari detentori di titoli del capitale il quale , come sappiamo , è intrinsecamente costretto alla “crescita” infinita e all’internazionalizzazione ( non ci sono “dazi” che tengano ) . Il capitale ha bisogno di egoiste talpe nazionaliste in ogni latitudine e longitudine : sappiamo bene che solamente quando lo sfruttato di qualche maquiladora messicana , asiatica o dell’Est Europa o lo sfruttato delle varie monocolture africane , latinoamericane o calabresi .. avranno gli stessi diritti di un medio borghesuccio franco tedesco , di Varese o di Boston .. ecco , solo quando avremmo raggiunto questa uniformità di diritti , sarà impossibile per lor signori della City di Londra o di Wall Street dislocare miliardi al secondo da un posto all’altro del pianeta e sarà impossibile per lor signori derubare , privatizzare e mercificare vite , risorse e saperi millenari in India , in Africa o nella Foresta Amazzonica . E anche per quanto riguarda il periodo del welfare state occidentale , c’è poco da confutare alla tesi di quest’articolo . I nostri “trenta gloriosi” socialdemocratici sono stati possibili non grazie ad un fetta della torta portata via ai vari Gianni Agnelli Occidentali , ma portata via al Terzo Mondo . Questi sono stati i “trenta gloriosi” del compromesso borghese , della pace sociale , della cooptazione delle classi subalterne “nazionali” da parte delle classe dominante .. talmente tanto cooptate da assumerne anche la mentalità individualista ( Gramsci docet ) . I “trenta gloriosi” sono stati possibili non certo grazie ad una lotta di classe , ma a scapito del Terzo Mondo … e i vari Gianni Agnelli Occidentali gentilmente ringraziavano .

  • Biribissi

    che ha macellato Trotsky?ho finito ieri di leggere la rivoluzione permanente..da incorniciare!

  • Tonguessy

    Mi devi a questo punto spiegare in che modo l’istruzione obbligatoria (l’alfabetizzazione) nostrana sottrae ingenti risorse al terzo mondo. A me risulta invece che sottrae risorse al capitalismo in genere, perchè obbliga il capitale a ridistribuire il loro beneamato plusvalore.

  • RicBo

    tipico articolo di chi si scaglia contro il capitalismo imperialista gustandosi il carpaccetto all’aceto balsamico sotto casa anzi in questo caso fette di pata negra, questo Navarrete fa un papocchio incredibile mortifica le conquiste di un intero secolo come se mio padre sindacalista messo in galera da Scelba fosse responsabile dell’impoverimento del terzo mondo e della sconfitta dell’internazionalismo operaio ma chi si crede di essere, come se l’educazione laica pubblica ed universale tanto per dirne una sia stata conquistata a spese dei mapuche o chi per loro, vorrei vedere questi pseudo intellettuali terzomondisti a fianco del movimento del 15-M rischiando di prendere manganellate altro che sputare sentenze su carta

  • tania

    In realtà ci sarebbero da fare un paio di considerazioni . La prima è che l’istruzione pubblica non è proprio vero che venga finanziata con il plusvalore del capitale privato , ma appunto con la spesa pubblica . La seconda e più importante è che , come sappiamo ( con una velocità sempre più esponenziale fino ad arrivare ad oggi ) l’istruzione è stata sempre più funzionale al sistema d’impresa e alla conseguente rapina e privatizzazione non solo delle risorse materiali ma anche di quei saperi millenari dei paesi del Terzo Mondo che accennavo nel commento precedente . Detto questo penso ( come te immagino ) che l’istruzione ( ovviamente un’istruzione in questo caso non funzionale al capitale ) debba essere un diritto inalienabile ovunque .

  • Tonguessy

    Se “l’istruzione è stata sempre più funzionale al sistema d’impresa e alla conseguente rapina” perchè pensi che “l’istruzione debba essere un diritto inalienabile ovunque”? Stai facendo il gioco del giaguaro?
    E’ mia opinione che le cose non stiano così, e che un popolo istruito sia meno manipolabile di un popolo ignorante. Quindi meno funzionale ai padroni. Vedi gli ultimi referendum o la Valsusa.
    E non è vero che non si toglie soldi al capitale con il welfare. Vedi un po’ la differenza tra USA e nordeuropa, ad esempio, per quanto riguarda il rapporto tra servizi sociali e concentrazione di capitali.

  • Gracco

    l’articolo può essere in parte non condiviso per certe forzature, ma non è certo frutto di allucinazioni. Chi lo stronca dovrebbe porsi questa domanda: quali argomenti razionali e concreti si possono opporre alla “linea Marchionne”, cioè alla volontà di imporre ai salariati del mondo occidentale un maggiore tasso di sfruttamento, una limitazione dei diritti sociali e sindacali ecc. volti a incrementare la produttività del “sistema Italia” (come lo chiamano loro?) Questa “linea” si basa sul fatto che oggi a differenza di 30 anni fa, abbiamo dei formidabili competitori globali: Cina, India, Brasile ecc. Questo è il punto. La Cina a suo tempo era un mercato povero e chiuso, l’India un mercato povero e aperto, cioè capace solo di esportare materie prime e importare prodotti dall’Occidente e questi erano più o meno i rapporti tra l’Occidente e il resto del mondo (paesi comunisti esclusi): è il sistema imperialista e colonialista che si basa sulla polarizzazione geoeconomica dello sviluppo e del sottosviluppo. Grazie a questo sistema e anche grazie alla disponibilità della borghesia capitalista a fare concessioni per allontanare lo spettro del comunismo che si irradiava dal mondo sovietico dopo la seconda guerra mondiale,i salariati dei paesi sviluppati hanno goduto di vantaggi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente, perchè i rapporti internazionali si sono invertiti: nel nuovo contesto è possibile continuare a vedere la realtà con la stessa ottica del bel tempo antico, predicando le “riforme” la “giustizia sociale” la “difesa del Welfare”, senza mettere in discussione il contesto stesso? Si noti che il “contesto” è messo in discussione, ma da chi? Proprio dalle potenze imperialiste coalizzate che cercano disperatamente di ribaltare i rapporti economici con il resto del mondo scatenando ovunque aggressioni e guerre neocoloniali. Noi cosa abbiamo da dire in proposito?

  • Santos-Dumont

    http://ita.anarchopedia.org/Nestor_Makhno

    Inoltre sappiamo bene come sia finita tra comunisti e anarchici durante la rivoluzione spagnola. I bolscevichi hanno il vizietto congenito del tradimento.

  • tania

    Non sto facendo il “gioco del giaguaro” .. è che tu leggi una riga si una no : il pezzo che non hai letto è quello tra parentesi “( ovviamente un’istruzione in questo caso non funzionale al capitale )” . Che l’istruzione sia funzionale al capitale per fortuna poi non riesce ad impedire , ad una percentuale di “educati” , di ribellarsi , di avere la testa indipendente e praticare lotte partecipative . Ma l’istruzione è funzionale al capitale sia nel metodo inculcato ( ordine , disciplina , gerarchia , competizione ecc.. ) sia nel contenuto : dalle biotecnologie , all’ingegneria chimica , alla ricerca militare , al management , con il dogma liberomercatista onnipresente ovviamente ecc..ecc.. ( l’elenco è infinito ) . A scuola non si discute , con una metodologia partecipativa , di Pasolini ad esempio … ma si insegna , con una metodologia gerarchica e competitiva , come brevettare un sapere millenario tramandato di generazione in generazione da africani o da indiani ad esempio .. e come poi rivenderglielo , ad esempio , sotto forma di farmaco ecc..ecc.. ( ripeto , gli esempi sono infiniti ). Quindi , riassumendo : in linea di principio l’istruzione , essendo immateriale , in teoria non toglie nulla a nessuno , ma l’uso che ne è stato fatto è purtroppo quello che ho scritto ( indipendentemente dalla percentuale di “ribelli” ) . Quindi quello che io auspico è un’istruzione che sia un diritto inalienabile ovunque nel mondo e ovunque non funzionale al capitale . Detto questo , il compromesso socialdemocratico dei “trenta gloriosi” nei paesi occidentali si basava sul fordismo , sui consumi di massa.. e quindi in quanto tale non applicabile a tutte le “nazioni” del mondo , ma solo a quelle sotto l’ala protettiva USA . E che il consumismo di massa ( che ha permesso di distribuire qualche diritto alle classi subalterne cooptate nella logica “nazionale” ) non fosse applicabile a tutte le altre “nazioni” non è un’opinione : se si vive rapinando e uccidendo , qualcun altro è per forza rapinato e assassinato .

  • Tonguessy

    Sulla prima parte del discorso sono d’accordo. Andremmo a finire sulla definizione del lavoro, che rimane il mezzo per procurare al capitale quel plusvalore che serve a renderlo tale. Sono invece in disaccordo sulla seconda parte, dato che, come dicevo, il welfare è ben presente dove è minore la concentrazione di capitali (o meglio dove l’equità sociale è maggiore, come in Svezia) mentre è assente dove l’oligarchia possiede praticamente tutto il benessere nazionale e non intende condividerlo come negli USA. Il che dimostrerebbe come il welfare sia direttamente proporzionale alla ridistribuzione del benessere nazionale ed inversamente proporzionale alla concentrazione dei capitali nelle mani delle oligarchie. Quindi (e nonstante gli appunti mossi) l’istruzione rimane un’arma nelle mani dei popoli. Sennò non si spiegherebbe la riforma Gelmini, ad esempio.

  • Biribissi

    conoscevo makhno(c’è un bellissimo documentario su yuotube)..e voglio informarmi meglio su trotsky che non era uno stupido, per quanto riguarda la rivoluzione spagnola,non ne parliamo…stalin è stato uno dei più grandi porci che la storia abbia generato..erano a un passo da qualcosa di impensabile, e gli hanno abbandanati prima e aggrediti poi..lasciamo stare va, che mi fa salire i nervoso solo a pensarci..saluti

  • tania

    Ma no , non è cosi..perchè è fuorviante l’argomento della concentrazione di capitale inversamente proporzionale al rafforzamento del welfare , se si ragiona con una visuale statale ,con una prospettiva di statonazione .. questo argomento è fuorviante perché il capitale è sovrastatale . Il welfare state è andato contro il capitale , oppure è stato un compromesso con il capitale nazionale ..dipende : dipende se si era inseriti in un quadro imperialista o antimperialista . Tra l’altro è difficile oggi parlare di “impero” in termini geopolitici : è vero che gli USA , Israele e i loro lanzichenecchi rimangono il braccio armato dell’impero , ma l’impero ormai non è più definibile in termini geografici . Comunque mettiamola così , vediamo se così sono più chiara : nonostante ribadisca che sia prima di tutto un dovere lottare per capovolgere le modalità e i contenuti dell’istruzione in se ..penso ovviamente che le conquiste raggiunte in termini di diritto allo studio , alla sanità , all’ozio e quant’altro debbano essere difese con i denti . Quindi certo , hai ragione a sostenere che i tagli alla spesa pubblica europea , come la riforma Gelmini , siano finalizzati alla sopravvivenza di un certo capitalismo produttivo , diciamo di matrice europea (perché come sappiamo i detentori di titoli di quel capitale possono anche non essere “europei” ) . Ma questa è l’ennesima dimostrazione che il capitale , essendo costretto alla bulimia infinita , se non ha più nulla da divorare in giro per il mondo , inizia a divorare nel Primo Mondo . E la genesi delle socialdemocrazie occidentali erano inserite in un altro contesto storico : la socialdemocrazia nordica che tu citi non ha eroso un grammo di ricchezza , ad esempio , all’IKEA , ma agli sfruttati dell’IKEA in giro per il mondo … Quando il capitale nordico non potrà più rapinare altrove , lo farà in Svezia , Norvegia ecc..Quindi facendo un ragionamento storico , un conto sono state le riforme sociali adottate che ne so , dalla Rivoluzione Cubana , dai socialismi africani di Nyerere o Kaunda o altri , o da Allende ecc..ecc.. che hanno veramente provato a combattere contro l’imperialismo e non contro altri “colleghi” sfruttati in giro per il mondo .. Tutt’altra genesi hanno avuto invece le socialdemocrazie “occidentali” che hanno concesso diritti alle classi subalterne , non a scapito dell’IKEA , di Agnelli o della Volkswagen .. ma a scapito del terzo mondo. Ripeto che la lotta tra capitale e lavoro è impari , è impossibile se si usa l’egoista prospettiva “nazionalista” perché Il capitale è internazionale e , quindi , l’anticapitalismo è internazionale o non è anticapitalismo . Se si divede la classe lavoratrice secondo l’invenzione borghese , costruita dall’alto , del concetto di “nazione”.. la lotta tra capitale e lavoro sarà sempre impossibile perché appunto il secondo attore della contesa , il lavoro , è impotente , essendo suddiviso al suo interno in stupide ed egoistiche sottoparti ”nazionali” in competizione le une con le altre . Ribadito questo … sono d’accordo che sia ovviamente doveroso difendere i diritti all’istruzione conquistati , ma con una prospettiva anticapitalista ,quindi internazionale.. che non era certo quella dei compromessi socialdemocratici occidentali come ho provato ad argomentare .