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CINA: LA LIBERALIZZAZIONE AD ALTO RISCHIO E' L'UNICA ALTERNATIVA?

DI JAMES PETRAS
Dissident Voice

Negli ultimi anni la spinta della Cina verso uno
status di superpotenza
economica nell’economia mondiale è aumentata. Mentre
l’economia della Cina
si globalizza, cambiamenti fondamentali nei suoi
mercati finanziari hanno
aperto occasioni per un’espansione all’estero, così
come crescenti rischi di
crisi finanziaria.

Introduzione

La crescita dinamica, la speculazione finanziaria su
grande scala e
l’espansione all’estero sono accompagnati da più
profondi e diffusi problemi
sociali ed economici, che possono insidiare il
continuo sviluppo e la
stabilità politica.

La crescita dinamica della Cina a livello economico
e finanziario

Ormai il mondo è consapevole della prolungata e
senza precedenti crescita a
due cifre della Cina nel P.I.L., nelle esportazioni,
nella produzione ed in
altri settori economici. Gli economisti ed i
banchieri centrali hanno preso
nota delle riserve di 1.5 trilioni [cioè 1500 miliardi n.d.r.] di dollari della
Cina, dei 3 trilioni di
dollari in risparmi e del rapido sviluppo di
milionari e miliardari. Inoltre, nonostante la turbolenza del mercato
finanziario europeo e
statunitense a metà 2007, la bilancia commerciale
della Cina a luglio 2007
era a un record di quasi 24.4 miliardi di dollari,
le sue esportazioni sono
cresciute del 34% nonostante la crescita delle
importazioni di petrolio, le
riduzioni dei rimborsi agli esportatori e gli
aumenti del tasso d’interesse.
Ci si aspetta che il P.I.L. della Cina cresca quasi
all’11% nel 2007
(Financial Times, 20 luglio 2007), il più alto tasso
di crescita nel nuovo
millennio.

Mentre i politici USA, gli esperti ed i boss del
sindacato continuano ad
essere furibondi per i vantaggi derivanti dai bassi
stipendi cinesi (lavoro
poco costoso) ed il “commercio scorretto”, Pechino
sta passando ad una nuova
fase avanzata di investimenti capitalistici su vasta
scala e lunga durata –
nella ricerca e sviluppo (R&S), di investimenti
privati e pubblici su vasta
scala all’estero in Africa, Asia e Stati Uniti e
grandi investimenti nell’industria
ad alta tecnologia collegata alla produzione. Le
principali banche e società
cinesi stanno “diventando pubbliche” – offrendo
azioni ad investitori
privati e raccogliendo 52 miliardi di dollari nei
primi 6 mesi del 2007- il
che rende la Cina il principale centro al mondo per
l’offerta di quote
azionarie (Financial Times, 5 luglio 2007). Oltre
1.300 miliardi di dollari
di risparmi cinesi stanno per fluire nei mercati
obbligazionari e azionari
globali mentre la liberalizzazione si diffonde
(Financial Times, 28 agosto
2007). Oggi il mercato azionario cinese (Hong Kong
compresa) è più grande di
quello giapponese (FT 29 agosto 2007). I mercati di
capitali della Cina si
stanno muovendo verso l’integrazione con il mercato
mondiale e le sue
multinazionali ed i suoi investitori sono preparati
a sfidare il dominio
USA/UE nel settore dei beni merceologici
(commodities). Nei prossimi decenni
le aziende cinesi competeranno con Boeing ed Airbus
nella produzione di
velivoli commerciali. Nonostante la magniloquenza
protezionista che
scaturisce dai principali candidati presidenziali
democratici, le
importazioni cinesi sono cresciute dai 512 miliardi
di dollari del 2004 a
792 miliardi di dollari nel 2006 e raggiungeranno i
1000 miliardi di dollari
nel 2007/2008. La Cina è seconda solo agli Stati
Uniti negli investimenti in
tecnologia, destinando 134 miliardi di dollari nel
2006. Come percentuale
sul P.I.L. (4.9%) la Cina supera gli Stati Uniti di
parecchie volte.

Chiaramente i successi macroeconomici della Cina e
la sua capacità di
ridurre il gap che la separa dalle più vecchie
potenze imperiali, come Stati
Uniti ed Unione Europea, hanno destato ostilità,
ansia e sforzi per
insidiare i suoi vantaggi competitivi. Sollevando
lamentele più o meno
ugualmente applicabili all’Occidente e al Giappone,
sull’ambiente, sulla
sicurezza dei prodotti ed i diritti sindacali (più
del 91% dei lavoratori
del settore privato degli Stati Uniti non è iscritto
al sindacato e la
maggior parte dei lavoratori del settore pubblico
hanno un diritto di
sciopero altamente limitato o nullo), sia gli Stati
Uniti che l’UE stanno
tentando di ostacolare l’emersione della Cina come
potenza economica
mondiale. La crescita continua della Cina,
nonostante la dura competizione
dei paesi ad alta tecnologia e bassi stipendi, la
pressione politica dall’esterno
e tensioni sociali all’interno, ha sollevato temi
che finora non sono stati
applicati dai suoi critici esterni (che predicono
insostenibili conseguenze
catastrofiche) e da coloro che dall’interno
celebrano l’attuale modello
economico.

Le nuove sfide sono dovute precisamente ai successi
economici del regime nel
salire sulla scala economica da una produzione a
basso valore aggiunto e
lavoro intensivo a produzione e servizi
semi-qualificati e qualificati d’alta
tecnologia. Così come la Cina si sposta da impianti
di assemblaggio ed alta
dipendenza dagli apporti dell’industria ad una
produzione completamente
integrata basata su tecnologia endogena, la sua
forza di lavoro in surplus
non qualificata e migratoria diventa sovrabbondante,
nello stesso momento in
cui la scarsità di lavoratori specializzati aumenta
il loro potere
contrattuale.

Così come la Cina differenzia il suo commercio,
diventa meno dipendente (e
vulnerabile) dagli Stati Uniti e più integrata nelle
economie
Russo-Asiatico-Africano-Latino
Americano-Mediorientali. Come il settore
finanziario cinese si espande sul piano nazionale e
globalmente e si sposta
dall’essere un paese che importa capitale ad un
paese che esporta capitale,
esso affronta nuove sfide e rischi. I volatili
mercati azionari, gli
investimenti ad alto rischio all’estero possono
portare a grandi aumenti o a
precipitose perdite, che possono avere gravi
conseguenze sull'”economia
reale” della Cina. Questi rischi crescono come il
programma di
liberalizzazione del governo cinese accelera ed
abbraccia tutti i settori
dell’economia.

Liberalizzazione finanziaria della Cina e strategia
economica estera degli
USA

Non c’è dubbio che lo slancio per le politiche di
liberalizzazione della
Cina dai tardi anni 70 al presente sia un prodotto
delle decisioni politiche
interne prese alle più alte sfere del governo.
Tuttavia forze esterne, in
primis il governo degli Stati Uniti, hanno
esercitato pressioni sulla
politica economica della Cina in particolare dagli
anni ’80. La politica USA
ha spinto, pressato, minacciato, lusingato, ed
assicurato cambiamenti
crescenti ma cumulativi nelle politiche economiche e
nelle strutture cinesi
nell’ultimo quarto di secolo.

Per ricapitolare gli obiettivi di politica degli
Stati Uniti e i suoi successi
e fallimenti:

1. Apertura della Cina agli investimenti stranieri a
lungo termine e su
vasta scala ed alla proprietà a maggioranza.

2. Riduzione su larga scala delle barriere
commerciali.

3. Accordi su contratti di licenza e brevetti e
difesa del diritto di
proprietà intellettuale e della sua applicazione.

4. Restrizioni sugli investimenti cinesi in
specifici settori economici
remunerativi degli Stati Uniti.

5. Legislazione sul lavoro per aumentare gli
stipendi ed i costi di
produzione.

6. Sforzi per limitare l’espansione economica della
Cina in Africa (Sudan),
sud-ovest asiatico (Iran), Medio Oriente (Stati del
Golfo) sollevando
selettivamente questioni sui diritti umani.

7. Continua e massiccia pressione per abbassare le
barriere alla
penetrazione USA dei mercati finanziari e bancari, e delle
imprese cinesi di
risparmio, prestiti ed investimenti.

L’ingresso e l’espansione finanziaria degli Stati
Uniti sono l’obiettivo
strategico a lungo termine della politica economica
estera di Washington in
Cina. In effetti la maggior parte delle altre
lamentele e richieste USA nei
confronti della Cina possono essere viste come
circuiti integrati di
contrattazione nell’assicurare una decisiva apertura
del settore finanziario
cinese. Per ricapitolare la strategia finanziaria
imperiale degli Stati
Uniti, il primo punto è assicurare l’acquiescenza
della Cina ad un'”apertura”
affinchè gruppi finanziari comprino azioni ed
assicurare una “testa di
ponte” in ogni subsettore: banche, case finanziarie
e società di consulenza
per investitori tra le altre. Ciò sarebbe
accompagnato da ulteriori
“liberalizzazioni” di investimenti off-shore come
anche “in-shore”
(acquisizioni in blocco) da grandi fondi di
investimento (equity funds) USA.
Il terzo step coinvolgerebbe i giganti finanziari
USA sfruttando il loro
accesso a centinaia di miliardi di risparmi locali
(pubblici e privati) per
investire nelle imprese produttive, commerciali,
tecnologiche e finanziarie
locali – conducendo al controllo dei settori
economici cinesi strategici.
Infine dopo aver assicurato una leva finanziaria
sull’economia con buy-outs,
fusioni e acquisizioni, esercitare una pressione
diretta sul regime politico
per servire gli interessi imperiali USA.

Il settore finanziario è il settore economico
dominante nell’economia USA ed
il più influente politicamente. Non è una sorpresa
che l’ex CEO di Goldman
Sachs, il Segretario al Tesoro USA Paulson, operi da
uomo di punta e
principale stratega economico dell’impero
statunitense in Estremo Oriente.
La tattica di Paulson è di sollevare richieste
protezioniste da parte dei
produttori e dei demagogici politici statunitensi
come strumento di
contrattazione per assicurarsi concessioni cinesi
sul “rendere accessibili”
i loro settori bancari e finanziari alla
penetrazione ed alla fine al
controllo da parte degli Stati Uniti. Gli attuali
membri guida dei “servizi”
finanziario, bancario ed annessi hanno sostituito
gli industriali come
gruppo dominante nella classe sociale che governa
gli Stati Uniti. L’intera
carriera di Paulson è collegata a Wall Street – ed
ha dimostrato la sua
lealtà (ed interesse personale) perseguendo una
maggiore liberalizzazione
dei mercati finanziari cinesi sia come CEO per
Goldman Sachs che come zar
economico della politica economica USA. Wall Street
ed i politici
imperialisti statunitensi concordano che l’obiettivo
strategico è di
liberalizzare il settore finanziario cinese per
ottenere l’accesso, ed alla
fine, il controllo su riserve, risparmi e capitali di
investimento stranieri
cinesi attraverso una presenza istituzionale diretta
in Cina ed un’influenza
indiretta controllando i fondi tenuti dalle agenzie
cinesi di investimento
all’estero.

Liberalizzazione dei mercati finanziari della Cina

I responsabili delle decisioni in materia di
economia politica cinesi hanno
preso numerose piccole graduali misure verso
l’apertura dei propri mercati
finanziari al capitale USA e straniero. La
liberalizzazione del settore
finanziario è stata carica di dibattiti ed
opposizioni, ma col tempo e di
recente sempre più, gli ideologi della
liberalizzazione stanno guadagnando
terreno. Il progresso nella liberalizzazione è stato
crescente e in
accelerazione nonostante gli elevati rischi
connessi. I risultati altamente
negativi della liberalizzazione finanziaria
evidenziati dalla crisi
giapponese degli anni 90, dall’enorme crisi asiatica
del 1997 e dalla crisi,
di cui non si vede ancora la fine, di Stati Uniti e
UE , che è iniziata nel
luglio 2007, non sono riusciti a scoraggiare i
liberalizzatori cinesi che
credono che la Cina sia immune alle crisi. La Cina
non è stata influenzata
dalle precedenti crisi finanziarie precisamente a
causa dei controlli sul
capitale, dei limiti sulla proprietà finanziaria
straniera e dei veti sui
fondi monetari altamente speculativi. Nonostante i
salutari effetti dei
controlli finanziari statali, le elite liberiste
cinesi promuovono la
liberalizzazione finanziaria sostenendo che:

1) l’entrata di banche estere aumenterà l’efficienza
finanziaria, diminuirà
la corruzione, integrerà la Cina nelle reti
finanziarie internazionali e, in
generale, migliorerà le pratiche e l’organizzazione
finanziarie cinesi.

2) le proprietà straniere di Banche saranno in
partnership e sotto il
controllo dello stato e così dovranno sottostare
alle leggi cinesi e servire
l’interesse nazionale.

3) investire le riserve straniere cinesi all’estero
in fondi d’investimento
privati farà guadagnare allo stato cinese più che
tenere obbligazioni del
Ministero del Tesoro USA. In ogni caso “soltanto”
200 miliardi dei 1.300
miliardi di dollari in risparmi sono assegnati
all’investimento in equity
funds azionari.

4) Investendo all’estero la Cina può rendere sicura
la sua catena di
rifornimento di energia vitale, materie prime e di
generi alimentari così
come può ridurre il suo surplus commerciale e la
pressione politica negativa di
Stati Uniti e UE.

5) Aprendo il settore finanziario la Cina si può
assicurare il supporto di
Wall Street e della City di Londra contro i
protezionisti, in particolare
negli Stati Uniti, mettendo Paulson e Bernake (Capo
della Banca Centrale)
contro i senatori Clinton e Schumer e gli altri
demagoghi democratici
candidati alle presidenziali.

Questi argomenti a favore della liberalizzazione del
settore finanziario
hanno profondamente influenzato i politici cinesi.
La Cina ha aumentato
l’accesso estero al fiorente mercato azionario
cinese. Nel maggio 2007
Pechino ha acconsentito ad ammettere nuove società di
mediazione in joint
ventures ed ha ampliato la gamma di attività a cui
queste società possono
partecipare (Financial Times, 25 maggio 2007). Alle
banche straniere è ora
concesso di emettere carte di debito e credito. Ai
finanzieri stranieri è
ora concesso di investire fino a 30 miliardi di
dollari nei mercati
finanziari nazionali, il triplo del precedente tetto.
Per ora la Cina sta
resistendo alla pressione degli Stati Uniti a
rimuovere limiti agli
investimenti stranieri nella proprietà delle sue
banche e permettere alle
aziende estere di operare acquisti nelle operazioni di borkeraggio
interne. Nonostante la
crescente presenza di UE ed USA, gli esperti si
aspettano che i liberisti in
Cina rimuovano queste limitazioni nell’immediato
futuro.

La Cina ha dato il benestare ad espansione, fusioni,
acquisizioni ed
investimenti in partecipazioni di minoranza in
aziende straniere di
mediazione finanziaria in tutto il mondo (FT, 31
maggio 2007). La Cina ha
recentemente aperto il suo mercato delle
obbligazioni societarie eliminando
le quote e permettendo che i prezzi ed i tassi di
interesse delle
obbligazioni fossero regolati dal mercato (FT, 15
giugno 2007). Nel 2006 il
settore di investimento bancario cinese si è aperto
a Morgan Stanley,
Goldman Sachs ed UBS che hanno beneficiato di un
aumento di 10 volte nel
mercato azionario nel 2007 (FT, 6 giugno 2007).

La promozione da parte della Cina di investimenti in
fondi privati ha
portato ad un raddoppiarsi rispetto al 2005 degli
investimenti nelle
aziende del continente rispetto ai 7.3 miliardi di dollari
del 2006. Tuttavia il
settore dell’investimento negli equity funds privati
è stato dominato dai
giganteschi fondi monetari di proprietà USA, come
Carlyle Group e Texas
Pacific Group. Nel giugno 2007, Pechino ha aperto la
porta alle acquisizioni
straniere (FT, 7 giugno 2007).

Le banche cinesi si sono intromesse
nell’amministrazione della ricchezza,
attraendo più clienti ad alto profitto netto –
mentre hanno ignorato il
microcredito, i coltivatori a basso reddito ed i
piccoli produttori.

La Cina ha virtualmente rimosso tutte le limitazioni
all’investimento
straniero nelle aziende private cinesi – portando
alla penetrazione
straniera in parecchi settori chiave. Durante i
primi 5 mesi del 2007 i
profitti delle banche estere sono cresciuti ad un
43% annuo — 400 milioni
di dollari (FT, 7 luglio 2007).

L’apertura alle società private di equity in Cina è
stata soggetta a
continue restrizioni – che limitavano gli acquisti a
partecipazioni di
minoranza. La statunitense Carlyle Group ha
stabilito una testa di ponte da
800 milioni di dollari nei servizi finanziari, nei
media e nella produzione
di beni. Una volta stabilitesi come azionisti di
minoranza, le grandi Case
finanziarie occidentali si possono muovere verso
maggiori controlli. Alcuni
fondi azionari e banche hanno preso le quote di
maggioranza in piccole
banche di provincia – evitando l’opposizione
politica che scaturiva dai
tentativi di afferrare quote di maggioranza nelle
più grandi banche della
costa. La tattica chiave è di stabilire collegamenti
economici e politici
stabili e portare i legami iniziali in spazi più
ampi e maggiori profitti
nel tempo (27 agosto 2007). La principale
preoccupazione dell’intera elite
finanziaria Anglo-Americana è di stabilire un
percorso sicuro per
intercettare i risparmi dei clienti di operazioni
bancarie al dettaglio. La
Barclay Bank ha preso un’altra rotta per entrare nel
mercato finanziario
cinese, vendendo il 3.1% delle azioni alla China
Development Bank. Barclays
ora ha un influente socio finanziario cinese per
facilitare le acquisizioni
nel mercato cinese.

La liberalizzazione della Cina sta portando
all’esportazione di capitale
attraverso tre canali di Stato, che hanno allentato
le limitazioni agli
investimenti dall’estero. Iniziando con 90 miliardi
di dollari in un’agenzia
e 200 miliardi in un’altra, il capitale cinese
fornisce un campo
estremamente redditizio per i consulenti
internazionali a “creare” prodotti
di investimento per attrarre i quasi 300 miliardi di
dollari che entrano nel
mercato globale. Gli Stati Uniti e gli Europei hanno
già indicato che
bloccheranno l’investimento cinese in ciò che
decideranno di definire come
“settori strategici”, come accaduto nel 2006 quando
Washington vietò
l’acquisto da parte della Cina della UNOCAL Oil
Company.

Il capitale finanziario occidentale e giapponese
accede al mercato cinese
tramite un processo di liberalizzazione in due
tappe. In primo luogo lo
stato privatizza l’energia, le telecomunicazioni,
l’industria ed i settori
bancari. Sotto il nuovo processo di
liberalizzazione, questo è seguito da
offerte iniziali private (IPO), dove le azioni sono
vendute agli
investitori, tramite l’iscrizione ai listini dei
mercati azionari esteri. Le
grandi banche USA ed i gruppi di consulenza sugli
investimenti, come Morgan
Stanley, raccolgono centinaia di milioni in diritti
organizzando le IPO.
Tutte le principali banche di investimento
statunitensi incluse Merrill
Lynch, Goldman Sachs ed altri sono pronte per
vantaggiosi diritti assistendo
i bisogni di finanziamento del settore privato
cinese. La veloce crescita
del settore privato cinese fornisce un’importante
svolta per il capitale
finanziario occidentale, in particolare per le
banche investitrici. Se e
quando le grandi aziende statali decideranno di
iscriversi nei listini dei
mercati esteri, diritti mega-miliardari saranno in
offerta per Wall Street e
la City di Londra.

Liberalizzazione: i Rischi

L’apertura finanziaria in Cina aumenta i suoi rischi
rispetto alla
volatilità del mercato e della finanza
internazionali: i rischi di contagio
degli investitori, derivanti da improvvise
diminuzioni nei mercati esteri,
interesseranno quotazioni in borsa di aziende cinesi
all’estero. In Cina, la
liberalizzazione ha condotto ad una crescente bolla
speculativa mentre le
azioni sono andate su quasi del 200% in due anni,
senza alcuna crescita
proporzionata nella capacità di guadagno delle ditte
prese di mira. Il
rapporto prezzo delle azioni/tasso di redditività è
quattro volte ciò che è
considerato ragionevole. Presto o tardi
la bolla scoppierà ed
una massa di milioni di investitori al dettaglio
perderà i loro risparmi e
probabilmente esprimerà le proprie perdite tramite la
protesta pubblica.

Le graduali aperture quantitative agli investitori
finanziari stranieri
possono col tempo condurre a cambiamenti qualitativi
cumulativi. C’è un’alta
probabilità che allentare le quote sugli
investimenti esteri condurrà ad una
maggior leva per il capitale straniero per muoversi
attraverso le procure
cinesi locali o gli “uomini di paglia” verso
posizioni dominanti. Mentre ciò
non è oggi in vista, potrebbe facilmente accadere
se le correnti
politiche di liberalizzazione col tempo si
approfondiranno e si estenderanno
nei settori. Il fatto è che il capitale finanziario
straniero ha i fondi, il
potere organizzativo ed il controllo del mercato per
sopraffare le locali
banche e banchieri cinesi in qualsiasi “mercato
aperto”.

Simili seri rischi esistono riguardo agli
investimenti all’estero cinesi:
decisioni dalle unità consultive e bancarie di
investimento britanniche e
statunitensi, oltre a ricevere vantaggiosi diritti,
sono già costate alla
China’s Investment Corporation (CIC) 400 milioni di
dollari di investimenti
persi in un mese in una delle sue più vecchie
imprese all’estero: l’IPO
della Blackstone ha attratto 3 miliardi di dollari
dalla CIC a 31 dollari ad
azione. I suoi top CEO Steve Schwartzmann e Peter
Peterson hanno monetizzato
i loro stock realizzando più di un miliardo e mezzo
di profitti. Con le
liquidazioni fatte dall’interno, lo stock di
Blackstone è caduto a meno di
25 dollari ad azione (23 alla fine di agosto 2007) e
lo stato cinese ha
perso alla grande da ciò che è stato ritenuto dai
top manager della
Blackstone un operare legale ma discutibile. La
breve carriera della Cina
nella proprietà di fondi di investimento stranieri
ha provocato una perdita
del 22%. Questo esercizio della CIC nell’investimento ad
alto rischio/grandi
perdite nelle mani dei signori della finanza USA è
soltanto la punta
dell’iceberg. Tutto il processo di liberalizzazione
sia riguardo alle
entrate che alle uscite di capitale mette in
pericolo l’intera struttura di
sviluppo industriale della Cina. Non appena il
capitale finanziario cinese
specula sui fondi monetari dal surplus di
esportazioni della Cina e compra
negli strumenti finanziari a rischio, in milioni
affrontano una maggiore
insicurezza economica. Nel frattempo centinaia di
milioni di esclusi dai
circoli finanziari d’elite continuano a soffrire le
conseguenze di stipendi
bassi ed alto costo di educazione e sanità
privatizzate. Mentre le classi
media ed alta cinesi si possono permettere il lusso
discrezionale di vincere
o perdere il loro guadagni sul mercato azionario o
convertire il loro
risparmio in conti offshore, la maggior parte dei
lavoratori e dei contadini
cinesi – la spina dorsale del forte sviluppo della
Cina – soffrono le
conseguenze dell’alta volatilità a causa del
comportamento irrazionale degli
scommettitori del mercato.

Alternative ad una liberalizzazione più estesa

La liberalizzazione del settore finanziario cinese è
l’obiettivo strategico
dello Zar economico USA, Hank Paulson. Come ha fatto
notare il Financial
Times
, “Il trofeo dell’accesso all’economia che
cresce più rapidamente al
mondo per i gruppi di servizi finanziari USA è stata
una delle
occupazioni più visibili del Segretario al Tesoro
USA, scatenando la
critica che fosse in obbligo verso l’ambizione
dell’industria di
raggiungere 1.3 miliardi di consumatori cinesi.”
(FT, 24 aprile 2007) I
principali analisti finanziari USA concordano.
Robert Nichols del Financial
Services Forum
ha sottolineato questo punto: “Il
Segretario Paulson ha posto
pesantemente all’ordine del giorno i servizi
finanziari nei nostri rapporti
economici con la Cina.” (Ibid) Come abbiamo
accennato nel nostro testo,
Paulson ha spinto con successo la liberalizzazione
su un certo numero di
fronti: La Cina ha rimosso i vincoli sulle nuove
aziende straniere che
investono nelle mediazioni ed ha elevato la quota di
ciò che gli investitori
stranieri possono investire direttamente nel mercato
interno denominato in
Renminbi [il nome ufficiale della valuta cinese la cui unità è lo Yuan n.d.r.] da 10 miliardi di dollari a 30 miliardi di
dollari.

La Cina ha facilitato le licenze per le società di
assicurazioni straniere –
spalancando un mercato multimiliardario di
assicurazioni personali ai grandi
assicuratori occidentali. Pechino inoltre ha
permesso che le società
valutarie estere espandessero le operazioni per
includere il commercio di
proprietà e l’amministrazione di fondi (FT 24 aprile
2007). La Cina ha
aperto il settore multimiliardario delle carte di
credito alle banche
straniere permettendo che le banche d’investimento
estere aprissero carte di
debito e di credito del loro marchio denominate in Renmimbi.

Così come la liberalizzazione finanziaria avvicina
Wall Street e la City di
Londra ad ottenere il loro “trofeo” – entrata e
controllo massicci dei
mercati finanziari della Cina – il settore
finanziario cinese attiva una
crescente molteplicità di rischi. I rischi derivati
da una profonda
liberalizzazione includono: perdita di controllo
della politica economica
tramite lo sviluppo del controllo straniero sulle
leve finanziarie; rischi
dagli investimenti all’estero basati su
inesperienza, mancanza di
informazioni e collusione fra le agenzie di
consulenza sugli investimenti e
le imprese corporative.

I rischi di grandi perdite per la Cina investendo
all’estero nei titoli “ad
alta valutazione”, obbligazioni ed azioni, sono
illustrati nell’attuale crisi
finanziaria mondiale infiammata dalla vendita dei
mutui sub-prime e che ora
si estende ai mutui prime e ad altri mercati
valutari.

La verità generale che il potere politico segue la
penetrazione economica è
applicabile alla Cina. Appena il settore finanziario
statunitense ed europeo
entreranno in “partnership” con le banche cinesi,
probabilmente useranno le loro
controparti come leva per cooptare, corrompere e
fare pressioni su
funzionari locali e statali per liberalizzare
ulteriormente ed estendere
l’accesso straniero alle azioni cinesi, alle
obbligazioni, ai titoli, al
risparmio ed alla fine alla proprietà completa di
settori finanziari
strategici.

In contrasto agli elevati rischi di perdere il
controllo politico ed
economico e perdere investimenti – come provato
dalla perdita di 400 milioni
di dollari nell’investimento della CIC con Blackstone – la
Cina ha occasioni di
investimento sane e a basso rischio nell’economia
domestica che aumenteranno
lo sviluppo a lunga durata e su grande scala.

La Cina ogni anno soffre serie perdite economiche a
causa dello
smantellamento del suo sistema di sanità pubblica.
Una delle maggiori
vittime della transizione al capitalismo è stata la
privatizzazione della
sanità e la perdita di tutta la copertura medica per
le centinaia di milioni
dei più poveri contadini e migranti rurali cinesi.
(Financial Times, 30
Agosto 2007). Un investimento di cinquanta miliardi
di dollari nel programma
di libera sanità pubblica rurale, fornito da medici
e infermiere
professionisti, medicinali a basso costo e
tecnologia medica di base
aumenterebbe la produttività e la spesa dei
consumatori (che attualmente
risparmiano per le emergenze mediche), ridurrebbe le
problematiche eccedenze
commerciali aumentando le importazioni ed
aumenterebbe gli standard di vita.
(OCSE Cina 2005, pagina 12). Questo condurrebbe
anche ad una diminuzione
degli infanticidi femminili, poiché l’insicurezza
nell’accesso alle cure
mediche dopo la pensione è uno dei motivi principali
per cui le famiglie
rurali preferiscono avere soltanto figli maschi.

Il sistema della scuola primaria e secondaria in
Cina è stato privatizzato –
non appena i governi locali e statale hanno
introdotto le tasse. Il
risultato è un crescente tasso di abbandoni fra le
decine di milioni di
bambini cinesi poveri. “Negli ultimi cinque anni, il
numero di cinesi che
non sanno leggere e scrivere è cresciuto da 30 a 116
milioni, eliminando anni
di miglioramenti” (China Daily, 2 aprile 2007). Lo
spostamento della Cina da
un’economia basata su intenso lavoro di bassa
qualità, ad una più avanzata
società tecnologica sarà impedito dalla mancanza di
capacità educazionali di
base. Un investimento pubblico di almeno di 20
miliardi di dollari (dai 200
miliardi dei fondi di investimento) è a basso
rischio, altamente produttivo
e genera occupazione. L’investimento in
un’educazione pubblica libera e
universale impiegherà milioni di insegnanti,
direttori, lavoratori
scolastici ed operai per la costruzione e la
manutenzione di edifici e
strutture annesse, ed espanderà la domanda delle
famiglie della produzione
di libri, computer e materiali scolastici.

Ogni principale gruppo ambientalista, capi politici
nazionali ed
internazionali, decine di milioni di lavoratori e
cittadini cinesi hanno
indicato l’alto costo dell’inquinamento sia in
termini di popolazione non
sana, perdita di produttività e terra coltivabile,
acqua potabile ed aria
sana. La Cina potrebbe investire 100 miliardi di
dollari nell’utilizzo di
energie alternative, edifici a basso consumo
energetico e per la regolamentazione
e la chiusura dell’industria chimiche inquinanti.
Secondo l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, ogni anno in Cina 705.000
persone muoiono
prematuramente a causa di aria e acqua malsane
(World Book Report, marzo
2007, citato in Financial Times, 3 luglio 2007). Per
ogni morte anticipata,
possiamo presumere almeno parecchie centinaia di
migliaia che sono
temporaneamente o parzialmente resi incapaci dalle
sostanze inquinanti.
Mentre i leader hanno invitato i funzionari locali
ad agire e perfino
stabilito test di verifica ambientali nelle loro
valutazioni delle
prestazioni, l’inquinamento continua ad aumentare.
La struttura politica
decentralizzata della Cina consente al funzionario
locale di violare le
direttive nazionali e lo incoraggia a continuare a
promuovere gli
inquinatori locali. Soltanto direttive nazionali e
fondi amministrati da
comitati ambientali locali democraticamente eletti,
che includano
consumatori ed esperti ambientali indipendenti con
poteri di polizia,
possono rompere il potere dell’alleanza dei
funzionari locali/statali con
gli inquinatori pubblici/privati.

La dipendenza della Cina dai mercati esteri e dagli
investimenti offshore è
un risultato della debolezza del mercato interno, in
gran parte prodotto di
salari e stipendi bassi, e dal debole potere come
consumatori di operai e
contadini. La debolezza del mercato interno per la
massa di merci prodotte è
il risultato della grande concentrazione della
ricchezza e del reddito nel
10% superiore della popolazione, la Cina ha (con il
Nepal) le peggiori
diseguaglianze di tutti i paesi asiatici. Le
diseguaglianze in Cina sono
maggiori che in Giappone e superiori del 50%
rispetto a Taiwan o alla Corea
del Sud (FT 9 agosto 2007). Far rispettare i salari
minimi, limitare le ore
lavorative ed una legislazione sulla sicurezza sul
lavoro aumenterà
sicuramente il potere di acquisto ed il tempo
disponibile per lo shopping
per centinaia di milioni di consumatori che sono al
margine dell’economia
interna. La Cina diventerà meno dipendente dalle
esportazioni, l’agitazione
sociale calerà e le potenziali perturbazioni
politiche diminuiranno.
Investire nell’aumento del reddito ridurrà i
profitti, il cospicuo consumo
da parte dell’elite economica e la speculazione del
mercato azionario. Gli
aumenti salariali ridurranno anche il surplus
commerciale e la ricerca di
investimenti rischiosi all’estero.

La Cina è ad una svolta: la liberalizzazione
continua porta agli
investimenti ad elevato rischio all’estero, alla
perdita del controllo sul
mercato interno, maggiori diseguaglianze ed
inquinamento, portando ad una
maggiore agitazione politica e sociale.

Le riforme politiche e sociali che riorientino gli
investimenti verso il
mercato interno e che ricostruiscano gli interi
sistemi sanitario e
scolastico pubblici sono centrali per “costruire il
socialismo a carattere
cinese”. Intervenire tramite assemblee ambientali
elette dalle comunità
locali per liquidare gli inquinatori è necessario
per modernizzare la Cina e
prepararla ad un’economia più avanzata.

Alzare le tasse su reddito e sulle aziende per l’emergente
elite corporativa
straniera e domestica è necessario per diminuire le
diseguaglianze e
controllare le importazioni di lusso. Diminuire il
potere dello stato e
della classe privata dominante evita gli alti rischi
dei cambi di gestione
stranieri nei settori economici strategici
attraverso le “joint ventures”.

Il gigantesco salto economico in avanti della Cina
attraverso gli
investimenti pubblico-privati ha aperto un
vastissimo dibattito interno
sulla sua futura direzione: la scelta è fra la
liberalizzazione accelerata e
le porte aperte al capitale finanziario estero, come
afferma il Segretario
al Tesoro USA Paulson, o una profonda rettifica e
riorientamento verso
investimenti a basso rischio e su vasta scala nel
mercato interno, come
tanti operai cinesi chiedono.

La Cina seguirà un percorso di riforme neo-liberiste
a carattere occidentale
o un modello socialista a carattere cinese?

Titolo originale: “China: Is High Growth-High Risk Liberalization the Only Alternative?”

Fonte: http://www.dissidentvoice.org
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12.09.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI

Pubblicato da Das schloss