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CI RISIAMO, L'INFLUENZA COLPISCE ANCORA

DI ENRICO MORICONI
enricomoriconi.it

Ma nessuno si preoccupa del ruolo degli allevamenti intensivi nella genesi delle pandemie

“Possiamo dedurre che eventi epidemici di grandi dimensioni territoriali e di rilevante gravità sanitaria possono evolvere dall’affermarsi di ceppi virali geneticamente ibridi tra quelli umani e quelli aviari in cui ci sia la presenza combinata di siti antigenici parentali per cui la popolazione dimostri una copertura immunologica scarsa; tali ceppi possono originarsi dal riassortimento genico tra virus umani ed avicoli che può avvenire quando si ha la contemporanea presenza dei sottotipi parentali in “frullatori” quali il suino, ospite sensibile ad ambedue i ceppi, o l’uomo infettato accidentalmente da virus aviari a causa delle condizioni epidemiologiche degli uccelli da allevamento e dalla normale influenza.
Su base storica si può ipotizzare una frequenza di pandemie influenzali di tre o quattro volte per secolo con l’insorgenza di questi nuovi sottotipi virali ad alta trasmissibilità interumana per cui, pur non essendo prevedibile la sua comparsa, è possibile, vista la distribuzione negli ultimi decenni del ‘900 e le infezioni umane descritte dal ‘97, un nuovo episodio entro pochi anni “
(Cazzola).

La sindrome della febbre suina in Messico non è nient’altro che la ‘vecchia’ influenza aviare che ritorna, dal momento che non è mai andata via.

Non si capisce perché adesso si utilizzi una definizione diversa da quella ormai consueta di influenza aviare, in quanto il virus chiamato in causa adesso è l’H1N1 ovvero un Ortomixovirus, un tipo di virus che si contraddistingue per avere moltissimi sottotipi, fatto che ha portato a identificare le diverse varianti con le due lettere H e N e una serie di numeri per ogni lettera, 1,2 3, ecc. Il virus dell’aviare era H5N1 quello odierno, come detto, H1N1.Per un caso non tanto strano, se la tipologia sarà confermata, si tratta dello stesso agente virale che aveva causato la famosa ‘spagnola’, l’influenza che ha ucciso più di cento milioni di persone in tutto il mondo subito dopo la prima guerra mondiale. Al tempo la condizione sanitaria della popolazione era più fragile di quella attuale e questo è importante da capire perché si deve ricordare che le malattie, per svilupparsi, richiedono sia la presenza dell’agente infettante, virus o batterio, come uno stato immunitario insufficiente e condizioni ambientali predisponenti, ad esempio il freddo intenso. Per questo il virus oggi dovrebbe a fare meno paura che quasi cent’anni fa, per la migliore situazione sanitaria delle popolazioni in generale.

Perché il virus dai volatili o dai maiali passa all’uomo?

Da un punto di vista scientifico si ammette che i volatili siano il serbatoio di questi virus, i quali passando da animale ad animale possono mutare le loro caratteristiche, cioè diventare più virulenti, cambiare il potere infettante, cioè colpire animali che prima non erano colpiti, ecc..

Il modo con cui avviene la trasformazione è stato studiato a fondo. Passando da animale ad animale trova condizioni immunitarie diverse, le quali interferiscono con la sua struttura genetica e facilitano la modificazione del patrimonio genetico.

È naturale che tali modificazioni siano più facili laddove vi sia una grande concentrazione di animali con caratteristiche immunitarie diverse come può avvenire negli allevamenti industriali, dove gli animali sono sottoposti a stress e a continui trattamenti terapeutici, per cui si generano le condizioni migliori per indurre la trasformazione dell’agente virale.

Il virus, proprio per le sue possibilità di modificarsi, ha elevate capacità di adattarsi ad altri soggetti cioè di colpire altre specie animali, per quello che viene definito il «salto di specie», passando da quella normalmente parassitata ad altre. E questa possibilità è ciò che lo rende più pericoloso per la specie umana.

I suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari, è quindi abbastanza comprensibile che siano loro i responsabili del riassorbimento genetico del virus, tale da renderlo patogeno per la specie umana. Questo probabilmente è quanto avvenuto e sta avvenendo in Messico e si sta diffondendo nei vicini Stati Uniti, dal Kansas alla California allo stato di New York come nel Regno Unito e in Nuova Zelanda (il rischio di pandemia quindi è reale ed è anche medio-alto, secondo l’Oms).

Come sempre accade le autorità sanitarie si preoccupano sia per la salute sia di non provocare, come dicono, il ‘panico’ nel mercato che potrebbe mettere a rischio la filiere produttive degli animali da allevamento. Qual è allora la situazione reale o realistica? …

Il virus H1N1 ha subito una trasformazione, un riassorbimento genetico e ha assunto a capacità di contagiare non solo i suini ma anche gli esseri umani. La trasmissione avviene tramite gli escreti, cioè il catarro bronco polmonare e le feci e non con la carne.

Tramite gli escreti il virus, di cui però non è stato comunicato il potere infettante, cioè quanto virus occorre per trasmettere effettivamente la malattia, può diffondersi e permanere nell’ambiente dal quale per scarsa igiene, per inalazione o per contaminazione degli alimenti può essere introdotto dalle persone che avranno conseguenze diverse proporzionalmente alle loro condizioni di salute. Se gli individui sono immunologicamente deboli saranno colpiti in maniera più grave.

Alcune ulteriori osservazioni sono d’obbligo per chi, come noi, da anni si occupa di salute pubblica, di salute animale, di ecologia e di rispetto della vita animale.

In queste ore dai media ci viene detto che la forma potrebbe trovare giovamento da terapie a base di Tamiflu, di cui raccontiamo la storia completa qui sotto, però è utile conoscere alcune notizie.

Si deve ricordare che il Tamiflu non è stato giudicato a livello scientifico avere grandi poteri contro i virus ciononostante con l’influenza aviare, nei cui confronti non è stata ugualmente accertata la sua utilità, ha conosciuto una fortuna tanto alta e incredibile che ha portato ad esaurire tutte le scorte, fino a quel momento invendute, ed ha garantito profitti di miliardi di euro ai suoi produttori. Tanto grandi che solamente Donald Rumsfield, che possedeva azioni della ditta che per prima aveva sviluppato l’Oseltamivir, il principio attivo del Tamiflu, ha guadagnato un milione di dollari.

Dopo un rallentamento delle vendite di alcuni anni ora la nuova sindrome promette di rinnovare i fasti commerciali del Tamiflu.

Un ulteriore elemento su cui occorrerebbe riflettere è quello interente il problema degli allevamenti intensivi. Come si è detto, sono loro i principali sospettati per indurre la trasformazione dei virus e renderli capaci di saltare le specie!

Una prima conseguenza di ciò è che le pandemie sono sempre più comuni e frequenti perché sostenute da un sistema zootecnico intensivo globale che non si pensa di modificare.

Infatti le autorità sanitarie non si preoccupano minimamente di intervenire per contenerne l’espansione anzi li sostengono anche con contributi pubblici. Però è ugualmente degno di nota che gli allevamenti industriali siano ritenuti una necessità in quanto le richieste dei consumatori e dell’industria di avere sempre maggiori quantità di cibi di origine animale, anche carne di maiali e salumi, richiedono questi sistemi zootecnici industrializzati. È però necessario un altro corollario. È chiaro che i cittadini, le persone devono comprendere che sono anche loro a indurre quei sistemi con la smodata richiesta di carne e che il loro comportamento di fatto genera una delle probabili cause delle pandemie ricorrenti.

Enrico Moriconi

da Il manifesto del 08 03 06:

Il Tamiflu, principio attivo Oseltamivir, viene scoperto nel 1994 dai ricercatori della Gilead Sciences, impresa biofarmaceutica con sede in California. Di casa alla Gilead è il segretario di Stato americano Donald Rumsfeld: ne è stato direttore dal 1988, presidente del consiglio di amministrazione dal 1997 al 2001 e ne è tuttora azionista. Nel 1996 Gilead cede a Roche i diritti di sfruttamento del Tamiflu, in cambio del 10 per cento sul venduto. Il farmaco arriva sul mercato nord-americano e svizzero nel 1999-2000, nella maggiorparte dei paesi europei fra il 2002 e il 2003. Indicazione: influenza stagionale. Fino all’avvento dell’aviaria, il Tamiflu vendeva poco – talmente poco che nei salotti della farmaindustria mondiale si sussurrava che Roche meditasse di ritirarlo dal mercato. Il tiepido successo dell’antivirale non stupiva i farmacologi. I test effettuati prima della commercializzazione indicano, infatti, che Oseltamivir, in gergo tecnico un «inibitore della neuraminidase», agisce sui ceppi «A» e «B» dell’influenza – ceppi che solo un apposito esame può individuare con certezza. Assunto entro 48 ore dalla comparsa dei primi sintomi, Tamiflu può ridurre la durata dell’influenza di un giorno e mezzo. Guadagno modesto, per competere con latte e miele, pezze fredde e aspirina. Per questo, più che una pillola dei miracoli, Tamiflu era considerato un «flop». E Roche, in effetti, non sembrava puntarci particolarmente. Tanto che nel 2005 Gilead ha chiesto – ed ottenuto – la revisione dell’accordo del 1996, pena la decadenza del contratto, perché la multinazionale svizzera svizzera non avrebbe fatto abbastanza per promuovere il farmaco e omesso di versare al partner americano quasi venti milioni di dollari. Gilead riassume: «Roche ha ottenuto l’autorizzazione per il mercato in 64 paesi, ma l’ha portato solo in 21 (…) e non l’ha promosso presso medici, pazienti e autorità sanitarie». Roche nega. Ma paga: nello scorso novembre, il contenzioso è stato dichiarato chiuso con reciproca soddisfazione. E’ un farmaco efficace? Ma perché Roche non avrebbe investito le sue potenti risorse di comunicazione e marketing su questo farmaco? Una risposta sorge spontanea a leggere articoli e ricerche pubblicati dalle riviste specializzate. Sulla questione chiave, ovvero «è un farmaco efficace?», non ci sarebbero sufficienti evidenze scientifiche.

La stroncatura della newsletter svizzera Infomed/Pharmakritik è lancinante: «In base alle conoscenze attuali, non c’è nessun gruppo ben definito di malati di influenza ai quali si possa consigliare un trattamento a base di Oseltamivir». La francese Prescrire è categorica: «A parte gli effetti collaterali, non si capisce cosa aggiunga alla terapia sintomatica tradizionale». Nel febbraio 2006, The Lancet ci mette una pietra sopra. I ricercatori del gruppo Cochrane hanno esaminato 50 studi sull’efficacia del Tamiflu e concludono: «E’ troppo modesta, per consigliarne l’assunzione». Ma se l’effetto sull’influenza sarebbe blando, nessun addetto ai lavori può garantire dell’efficacia del Tamiflu sull’influenza aviaria umana. Anzitutto, perché è un virus che non esiste. Il ceppo attuale non si trasmette fra esseri umani – una manciata di casi sospetti sono stati segnalati in Asia, ma se il virus fosse già mutato, a fronte di 180 milioni di pennuti morti, le vittime umane sarebbero ben più del centinaio scarso registrato fino ad oggi. E soprattutto, spiega da Ginevra il portavoce dell’Oms per l’aviaria, Dick Thompson, è impossibile giurare che il Tamiflu funzioni, perché «non abbiamo dati clinici per affermarlo». La speranza dei governi mondiali è scaturita, invece, dal «pezzo da novanta » della strategia di Roche per collocare Oseltamivir nell’arsenale contro la temuta pandemia. Si tratta di un test di laboratorio, i cui esiti sono stati resi noti nel 2004. Venti topi sono stati infettati con il virus H5N1; i dieci trattati con un altro antivirale sono morti; dei dieci che hanno ricevuto Oseltamivir, due sono sopravvissuti. Esperimento ripetuto in seguito, con analoghi risultati: sui topi in preda all’aviaria, Oseltamivir almeno un poco funzionerebbe. Ma sugli esseri umani? In letteratura sono riportati pochissimi casi di persone affette da influenza aviaria curate col Tamiflu.

Uno studio vietnamita ha analizzato dieci pazienti: dei cinque trattati col Tamiflu, quattro sono morti. Molto citato, uno studio olandese che risale al 2003 – ma il virus era un altro (H7N7) e i risultati sono definiti «inconcludenti». The Lancet nello scorso gennaio ha dato il colpo di grazia: «Non abbiamo trovato nessuna evidenza dell’efficacia degli inibitori della neuraminidase sull’influenza aviaria umana», ha scritto Tom Jefferson del gruppo Cochrane. Le prove dell’efficacia del Tamiflu sono talmente labili da mettere in imbarazzo il portavoce dell’Oms, che dichiara: «È frustrante, ma è la situazione in cui ci troviamo. Il virus ha colpito talmente poche persone al mondo che non abbiamo pazienti su cui testare il Tamiflu». Peggio: nelle scorse settimane alcuni ricercatori giapponesi hanno constatato che, somministrato il farmaco ad alcuni malati di aviaria, questi sviluppavano immediatamente la resistenza al principio attivo – che dunque non funzionava affatto. Dick Thompson ammette che sulla questione non c’è uno speciale programma di coordinamento con gli ospedali asiatici, né ci sono test clinici in corso. D’altronde: «Non sappiamo cosa potrebbe accadere in futuro. Perché se il virus mutasse e si trasmettesse all’uomo, magari non sarebbe più H5N1 – e allora potremmo sperare che altri antivirali potrebbero rivelarsi efficaci». E cosa ce ne faremmo delle tonnellate di Oseltamivir stoccate in giro per il mondo? La risposta degli addetti ai lavori è univoca: nel dubbio, per sicurezza e sperando serva a qualcosa, facciamo riserve. Un farmaco sicuro? La seconda domanda elementare a proposito di farmaci, oltre all’efficacia, è quella della sicurezza. Secondo la Roche, Tamiflu ha pochi e lievi effetti collaterali – fra cui nausea e vomito. Tesi sposata dalle autorità sanitarie e punto forte di tanto nebuloso dubitare: «non siamo sicuri che funzionerà», dicono gli esperti, ma almeno.. non fa male. Ma anche su questo, nella comunità scientifica non c’è consenso.

Prima dell’approvazione da parte delle autorità sanitarie, un farmaco viene testato su poche migliaia di persone e difficilmente emerge un effetto collaterale raro. Il profilo di sicurezza del farmaco si chiarirâ con il passare degli anni, quando milioni di persone lo avranno assunto. Del Tamiflu, giovane e tutt’altro che campione di incassi, la rete mondiale della farmacovigilanza sa dunque poco e niente. Drugdex, una delle banche dati internazionali in materia, alla voce Oseltamivir inanella una sequela di «non testato». Nel dubbio, e nell’attesa di studi clinici puntuali, le autorità e la farmaindustria ostentano ottimismo. Ma è il Giappone, la spina nel fianco: nel paese in cui la pillola d’oro è stata più venduta, il Tamiflu è stato collegato alla morte improvvisa di bambini piccoli. Il presidente dell’istituto di farmacovigilanza giapponese, Rokuro Hama, da due anni lo va ripetendo per congressi e riviste scientifiche. Sul British Medical Journal, Hama sottolinea che i bambini sono deceduti per collasso respiratorio e cita tre studi di laboratorio, dove «la somministrazione di Oseltamivir a cuccioli di topo ne ha provocato la morte per collasso respiratorio».

Proprio sulla scorta di questi studi, non è consentito somministrare il Tamiflu ai bambini che hanno meno di un anno. Molti ricercatori, però, data la carenza di dati clinici, nutrono dubbi anche sulla fascia da 1 a 12 anni. Dal punto di vista delle autorità sanitarie, quello dei bambini è un punto dolente per il motivo opposto. In caso di pandemia, sarebbero la categoria più a rischio. E se il Tamiflu è l’unico rimedio a disposizione, è necessario poterlo dare anche a loro. Per questo, le autorità europee e americane ne hanno recentemente autorizzato l’uso a scopo di profilassi anche su pazienti da 1 a 12 anni. L’altro effetto indesiderato del Tamiflu registrato in Giappone riguarda la psiche: ci sono state alterazioni del comportamento e suicidio in giovanissimi che l’avevano assunto. Secondo Roche, sono dati falsati perché «in presenza di febbre alta, è facile che peggiorino le condizioni psicologiche di un paziente». Ad ogni buon conto, nel maggio 2004 le autorità giapponesi hanno aggiunto alla lista dei possibili effetti collaterali del Tamiflu «disturbi neurologici e psicologici: alterazioni di coscienza, comportamenti anormali e allucinazioni ». Nel novembre 2005 l’Emea, l’autorità europea che vigila sulla sicurezza dei farmaci, dopo avere ricevuto due segnalazioni di suicidio, ha chiesto a Roche di fornirle tutti i dati clinici disponibili sugli effetti a carico della psiche. Intanto, soldi a palate In tanta confusione, una cosa è chiara: il gruppo Hoffmann-La Roche sta facendo soldi a palate. Nel 2005, il fatturato del Tamiflu ha superato il miliardo di euro e la multinazionale ha realizzato una cifra d’affari pari a oltre 22,5 miliardi di euro – il miglior risultato della sua storia. Niente male, per un farmaco la cui efficacia è legata a una serie di «se» e «forse». Nel frattempo, mentre mezzo pianeta implorava di aumentarne la produzione o mollare il brevetto e consentire così la messa a punto di «generici», la farmaindustria svizzera ne alimentava la leggenda. Ricavato dall’anice stellata coltivata in Cina, Tamiflu «ha un processo produttivo articolato in 12 tappe, che richiedono da 6 a 8 mesi di lavorazione e si basano su tecnologie sofisticate». Nell’ottobre 2005, Roche fa sapere che è disposta a negoziare. La pressione di Nazioni Unite e Usa si è fatta sentire – ma è la scelta della strategia di comunicazione che ancora una volta è fenomenale. Roche si dichiara preoccupata per la salute pubblica e dunque pronta a discutere le condizioni di cessione della licenza «a qualunque governo e azienda che ci contatterà». D’altronde, l’Organizzazione Mondiale del Commercio aveva stabilito nel 2001 (e ribadito nel 2003) che in caso di emergenza sanitaria i governi hanno il diritto di copiare i farmaci, a dispetto di qualunque brevetto. Anticipando i tempi, Roche fa un’altra bella figura da Robin Hood – e si garantisce una parte di royalties. Visto il successo della prima donazione, rincara la dose con altri due milioni di trattamenti all’Oms – il relativo comunicato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità recita: «Siamo grati a Roche per la generosa donazione ». La produzione del farmaco, che era di 5,5 milini di dosi all’inizio, è prevista per il 2007 in 300 milioni di dosi. Oltreoceano, anche gli azionisti della Gilead Sciences non se la passano male.

Scrive Fortune (novembre 2005): «Grazie alla paura di una pandemia, le azioni della Gilead sono passate in sei mesi da 35 a 47 dollari. Il capo del Pentagono ci ha guadagnato un milione di dollari».

Fonte: http://www.enricomoriconi.it/
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26.04.2009

Pubblicato da Das schloss

  • Eli

    E se il virus fosse stato introdotto nei maiali già modificato e pronto per passare ad altre specie?

  • Gioacchino_Murat

    Secondo me c’e’ lo zampino della cia dietro tutto questo.

  • DANI

    NON È UN CASO CHE IL VIRUS SI STIA DIFFONDENDO NEL TERRITORIO DI UNO STATO CONFINANTE CON GLI USA.
    EVIDENTEMENTE L’INDUSTRIA FARMACEUTICA HA INTERESSE CHE IL VIRUS SI DIFFONDA E CHE IL PRODOTTO DI CUI SI PARLA NELL’ARTICOLO SIA VENDUTO NELLA MASSIMA QUANTITÀ POSSIBILE.

  • alcenero

    Un messaggio di spam a sfondo razzista da parte dell’utente “Gioacchino_Murat” è stato cancellato. Si ricorda che è proibito fare spam (e ricorrere a insulti personali o a volgarità) pena l’esclusione dal sito.

  • nettuno

    Non ho dubbi , qualcuno questo virus l’ha fabbricato. Dove deve andare a colpire ? 1°scenario, parte dalle america sttentrionali ( Messico -California ) dove hanno già sperimentato un vaccino top secret- poi la epidemia si sposta per andare a colpire le economie rivali. 2° senario : ecco che il virus cambia di formula e colpisce di brutto. Le economie asiatiche che si accorgono in ritardo di questa manovra a loro volta colpiscono con un forte incendio programmato coloro che ritengono sia il colpevole e reifestano a loro volta animali di altre specie sul territorio nemico.
    I credenti pregano perchè pensano che sia giunto Armagheddon

  • Tao

    IL RACCONTO SU INTERNET COLONNE DI LETTORI INQUIETI, CONFUSI, SUGGESTIONATI

    Le teorie del complotto sull’origine della nuova malattia

    DI GUIDO OLIMPIO
    corriere.it

    WASHINGTON — Lo hanno scritto prima che fosse dato l’allarme sanitario. Il 18 marzo. È uno scenario da film. L’esercito americano ha estratto il genoma dell’influenza «spagnola» da una vittima, un uomo morto nel 1918 e il cui corpo è stato estratto dalla fossa ghiacciata dell’Alaska. Adesso – accusano – gli scienziati militari stanno facendo esperimenti per produrre un nuovo virus. Una ricostruzione meticolosa, con nomi, dati, studi, collegamenti. Una teoria che, con l’esplodere dell’emergenza messicana, si è guadagnata su Internet colonne di lettori inquieti, confusi, suggestionati. Ma non è l’unica. Come spesso accade si cercano spiegazioni che superino le verità ufficiali. Nella testa di tanti ronza l’idea che l’allerta è stata data con colpevole ritardo. E qualcuno si ricorda del misterioso episodio emerso pochi giorni fa a Fort Detrick, Maryland. Nel sofisticato laboratorio che opera in stretto contatto con il Pentagono sono spariti — da tempo — tre «esemplari» del «virus dell’influenza equina».

    Partono le indagini che dovrebbero avere un esito rassicurante. Le autorità, infatti, hanno sostenuto che «molto probabilmente» le provette sarebbero andate distrutte. Vuoi vedere, suggeriscono i dietrologi non convinti dalla ricostruzione, che c’è qualche legame? Un dubbio rafforzato dalla storia recente di Fort Detrick. Qui lavorava il principale accusato per l’attacco all’antrace del 2001. Uno stimato ricercatore che togliendosi la vita è come se avesse confessato la sua responsabilità. In realtà non sono mancate perplessità sulla fondatezza delle accuse. Altri sospetti sono volati fino all’Isola di Plum, sulla punta a nordest di Long Island, il centro dove si conducono ricerche su epidemie collegate agli animali. Nella caccia all’untore si mescolano articoli di giornale, complotti misteriosi, libri e voci incontrollabili. Del tipo: «Una mia amica conosce un autista di camion che parte di notte da un deposito di New York e trasporta qualcosa di strano in Arizona, al confine con il Messico».

    C’è chi, scavando negli archivi, ricorda lo strano precedente del 1976. A Fort Dix, New Jersey, si sviluppa un focolaio dell’influenza dei suini. Viene preparato un vaccino ma non appena viene somministrato provoca reazioni devastanti sulle persone. Dal Messico rispondono con battute, ironie ma anche qualche teoria. Compresa la presunta distruzione da parte dell’esercito di rifiuti e abiti usati di provenienza statunitense. Forse, ipotizza, bisognerebbe indagare in questa direzione. Era «materiale contaminato»? È partito da lì il virus che spaventa il Paese centroamericano e i suoi vicini? Ma non c’è bisogno di spingere le persone a guardarsi intorno. In preda alla psicosi si moltiplicano le segnalazioni su scuole decimate dalle assenze: «Guardate, alla Coolbaugh sulle Pocono Mountain, ci sono molti ammalati». «Sì, anche in un istituto di New York. Alcuni ragazzi erano appena stati in Messico».

    Davanti ai bollettini dell’Oms c’è chi chiede cosa si possa fare, se ci sono farmaci adeguati o se l’unica risposta è la mascherina sul volto. I più smaliziati replicano: «Vedrete, annunceranno un nuovo vaccino». E alludono a una manovra commerciale, confortati dal balzo in Borsa di un paio di note società farmaceutiche: «Fanno i soldi con le nostre paure». Discorsi che non tranquillizzano i più impauriti. Che arrivano a rivedere le ultime ore come quelle del Gran Contagio. «Ora che ci penso: ero all’aeroporto e c’erano tante persone con il raffreddore. Sono andato in ufficio, stessa cosa. Tutti tossivano. Davvero strano con questo clima tiepido». No — per chi crede alla manipolazione — non è strano. E aggiunge una profezia inquietante: «Se la situazione precipita chiuderanno le frontiere. Dichiareranno la quarantena, imporranno lo stato d’emergenza. La minaccia dell’influenza sarà una buona scusa».

    Guido Olimpio
    Fonte: http://www.corriere.it/
    Link: http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_26/olimpio_usa_psicosi_influenza_suina_8f0c8e38-3213-11de-becc-00144f02aabc.shtml

    26 aprile 2009

  • AlbaKan

    *

    La Sanofi-Aventis ha annunciato il 9 marzo 2009 l’investimento di 100 milioni di euro nella costruzione di un nuovo impianto per la produzione di vaccini contro l’influenza stagionale e pandemica, situato proprio in Messico. Facendo espressamente riferimento alla “preparazione a possibili pandemie influenzali.”

    Dopo neanche un mese (2 aprile) la Sanofi acquista il produttore di farmaci generici messicano Laboratorios Kendrik, (con un giro d’affari annuo di 26 milioni di euro).

    E prima che finisca il mese di aprile, in Messico scoppia l’epidemia che miete le prime vittime….

    NIENTE PAURA SONO SOLO COINCIDENZE….STATE TRANQUILLI…NON PENSERETE MICA CHE L’HANNO FATTO APPOSTA?

    No perchè…se così fosse…sappiate che a fine febbraio la Sanofi ha acquistato anche la grande farmaceutica Ceca “Zentiva” per 1,8 miliardi, di cui aveva già azioni, ma ora invece detiene il controllo totale…

  • LonanHista

    INTERVIEW – World counting down to pandemic, says top virologist
    Mon Apr 27, 2009 10:42am IST
    ——————————————————————————————————

    By Tan Ee Lyn
    HONG KONG (Reuters) – ———————————————A Chinese virologist who helped fight SARS and bird flu warned on Monday of a possible swine flu pandemic that the most populous countries in Asia, China and India, would be ill-prepared to handle.
    “We are counting down to a pandemic,” said Guan Yi, a professor at the University of Hong Kong who helped trace the outbreak of SARS in 2003 to the civet cat.
    “I think the spread of this virus in humans cannot possibly be contained within a short time … there are already cases in almost every region. The picture is changing every moment.”
    Guan, who has been studying and tracking the spread of the H5N1 bird flu virus ever since it was discovered in people in Hong Kong in 1997, said there would be “many problems” if swine flu reached China and India, “where populations are so dense and health infrastructure is still insufficient”.
    The virus, which carries swine, avian and human DNA and the designation H1N1, has already killed up to 103 people in Mexico, infected 20 in the United States and six in Canada.
    There are many questions surrounding this virus, such as why it appears milder in the United States and deadlier in Mexico.
    “It may seem weaker for now in the United States, but we do not know if it will get more virulent when it goes to another place as it mutates constantly,” said Guan.
    “When it goes into a place like China, there will be very high transmissibility among people.”
    Microbes like viruses mutate all the time and can swap or mix DNA with other viruses they come into contact with. And nobody knows whether they could become more or less deadly, experts say.
    Guan said the swine flu virus was very different from the seasonal human H1N1 flu virus.
    “It is almost a new subtype,” he said, adding that as it was already transmitting efficiently among people, the world already had a pandemic on its hands.
    Currently the World Health Organisation classifies the virus as a “public health emergency of international concern” that could become a pandemic, or global outbreak of serious disease.
    “This is what I am very worried about. The WHO is always very cautious (about raising its alert system) but it is wasting time,” Guan added.
    The current phase of alert is 3 on a scale of 1 to 6. A full-blown pandemic, level 6, denotes sustained human to human spread over many countries of a new and serious virus.———————————————-
    © Thomson Reuters 2009 All rights reserved
    http://in.reuters.com/article/topNews/idINIndia-39265020090427?sp=true

  • Gioacchino_Murat

    Guarda che il virus in questione si diffonde per via aerea e non puo’ essere
    iniettato.