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CI FU UN UOMO: RICORDANDO RAUL HILBERG

DI NORMAN FINKELSTEIN
Counterpunch

Raul Hilberg è morto il 4 agosto. Rifugiato dall’ Austria occupata dal nazismo, Hilberg fu il fondatore degli studi sull’ Olocausto.

Non riesco a ricordare quando ho letto per la prima volta il capolavoro di Hilberg “The Destruction of the European Jews” [La distruzione degli Ebrei europei], ma deve essere stato nella mia prima giovinezza. Infatti all’inizio non ero neanche sicuro se mi fossi imbattuto nella prima edizione, pubblicata nel 1961 da Quadrangle Books, con le sue doppie colonne proibitive di un testo di 10 punti, ma lo tirai semplicemente fuori dallo scaffale, rilegatura spezzata, pagine staccate, abbastanza sicuro che fosse stato tutto manomesso.

Ho letto molte volte i tre volumi dell’ ampliata edizione di Holmes & Meier pubblicata nel 1985.
Ogni qualvolta mi avventuravo a scrivere qualcosa sull’ Olocausto nazista rileggevo attentamente tutti i volumi dall’inizio alla fine. Mi hanno procurato la sicurezza psicologica di cui avevo bisogno per osare a definire un mio proprio giudizio. Volendo stare sulle più risolute possibili basi intellettuali mi sono riflessivamente ispirato ad Hilberg. Il caso ha voluto che, in preparazione di una dichiarazione che mi era stata commissionata di scrivere sull’ Olocausto nazista, proprio nel mezzo della lettura della terza edizione dei tre volumi pubblicata da Yale University Press nel 2003, arrivasse la notizia della sua morte.Hilberg non era soddisfatto della prima edizione – un’opera fondamentale su cui si concentrò per molte settimane e che finì rappezzata in una lavoro ristretto – ma non poteva fare di meglio, nessuna autorevole casa editrice espresse interesse al suo studio innovativo riuscendo solo a trovare un editore grazie ad un benefattore privato che acconsentì a sostenere indirettamente alcuni dei costi.
(Anche il memoriale Israeliano dell’ Olocausto Yad Vashem aveva rifiutato il monoscritto e inizialmente lo proibì ai suoi archivi.)

Nelle sue spesso acre memorie “The politics of Memory” [Le politiche della Memoria] Hilberg racconta la storia di quando per la prima volta propose lo studio del genocidio ebreo al suo consulente della Columbia University, il grande sociologo tedesco, ebreo, Franz Neumann (autore di “Behemoth: the structure and practise of national socialism” [ Behemoth: la struttura e la pratica del socialismo nazionale], un studio classico sull’organizzazione dello stato nazista). Neumann lo avvisò: “saranno fatti tuoi”.

E’ duro, ora, ricordare che l’Olocausto nazista una volta era un argomento tabù. Durante i primi anni della Guerra Fredda, la menzione dell’ Olocausto nazista era vista come una minaccia alla critica alleanza tra gli Stati Uniti e la Germania dell’Ovest. Si mettevano a nudo le élite dell’appena denazificata Germania dell’ Ovest e in tal modo si favoriva l’ Unione Sovietica che non si stancava di ricordare i crimini dei “revancisti” della Germania dell’Ovest. La maggiore organizzazione americana ebraica si affrettò a far pace con il governo di Konrad Adenauer ( la Anti-Defamation League prese piede) mentre coloro che tenevano commemorazioni per gli ebrei morti furono etichettati come comunisti, e di solito lo erano.

In “Eichmann in Jerusalem” [Eichmann a Gerusalemme], pubblicato a metà degli anni sessanta, Hannah Arendt si poté ispirare solo ad un altro studio erudito in lingua inglese, a parte quello di Hilberg, sull’Olocausto nazista. Oggigiorno ci sono abbastanza studi da riempire una biblioteca di buona misura, benché forse non è appropriato qualificare tutte queste pubblicazioni con il descrittivo “erudito”.

Arendt prese ampiamente in prestito dal lavoro di Hilberg con attribuzione men che generosa. Egli non le perdonerà mai questa svista e – ciò che veramente è imperdonabile – i suoi condiscendenti riferimenti ai suoi studi nella corrispondenza privata, e le raccomandazioni contro la sua pubblicazione presso Princeton University Press. Nelle sue memorie Hilberg evita l’insulto, asserendo, secondo me sbagliando, che lo studio di Arendt “The Origin of Totalitarianism” [Le origini del totalitarismo] mancava di originalità. E’ vero che Arendt poteva trascurare alcuni fatti, il che potrebbe rispondere del duro giudizio di Hilberg, ma la prima parte delle Origini contiene molte intuizioni accorte sui dilemmi dell’ assimilazione ebrea e dei paradossi della nazione-stato.

Hilberg riservò un disprezzo (e un disgusto) ancor più grande per Lucy Dawidowicz, autrice dell’ assai propagandato “The war against the Jews” [La guerra contro gli Ebrei]. Qui si potrebbe dire che il verdetto fu impeccabile. Durante l’apice della religione dell’ Olocausto negli anni settanta-ottanta, Dawidowicz ne fu la su più alta sacerdotessa. Il problema era che, come Hilberg ha dimostrato in modo evidente nelle sue memorie, aveva percepito i fatti più elementari in modo sbagliato. Una volta chiesi a mia madre, che era sopravvissuta al campo di concentramento di Maidanek, circa la raffigurazione di Dawidowicz di tutti gli Ebrei nei ghetti e nei campi che furtivamente rimanevano fedeli alla loro religione fino all’ultimo stadio nella camera a gas.

“Quando entrai per la prima volta nel mio blocco a Maidanek, tutte le donne defunte avevano i capelli tinti di biondo”, mia madre sorrise. “Avevano provato a passare per nobili”. Il resoconto scioccante della corruzione ebraica che poteva essere trovata nelle memorie, convenientemente dimenticate, di Bernard Goldstein “The stars bear witness” [Le stelle sono testimoni] furono cancellate dalla fantasia di Dawidowicz.


[Sinistra: Raul Hilberg. Destra: Norman Finkelstein]

La reputazione di Hilberg per la conoscenza delle fonti primarie era tale che il mio primo coautore (un ‘autorità a pieno diritto sull’Olocausto nazista) Ruth Bettina Birn temette il loro primo incontro: nessun essere vivente, pensava, poteva depositare così tanti documenti del Nuremberg Tribunal nella sua mente. La grandezza della conquista di Hilberg è dura da apprezzare oggi perché le scoperte erudite sono divenute dei luoghi comuni. Il suo resoconto cronologico-sequenziale degli stadi inevitabilmente pressanti dalla definizione nazista di Ebreo al loro esproprio, massacro, deportazione e sterminio a catena di montaggio è stato assimilato nelle infrastrutture degli studi successivi.

Stilisticamente lo studio di Hilberg potrebbe essere considerato l’opposto dell’attuale “fare” sull’Olocausto: scarsità di aggettivi e avverbi cosicché quando ne utilizza uno raggiunge intensità inusuali. A parte la disciplina professionale la sua interpretazione concisa era forse volta a catturare il secco spirito del burocratico- oso a dire banale?- processo attraverso cui milioni di Ebrei furono spinti verso le loro morti.

Hilberg non si lasciò andare nelle pietà di ciò che divenne l’industria dell’ Olocausto che ha sfruttato lo sofferenza colossale degli Ebrei per guadagni politici e finanziari. Egli rifiutò la nozione che l’Olocausto venne fuori esclusivamente da un anti-semitismo virulento e nello stesso tempo sostenne che “Gli Ebrei furono solo le prime vittime” della macchina genocida della burocrazia tedesca, che fu diretta anche verso zingari e polacchi, tra gli altri. Riteneva che la resistenza ebraica fu insignificante ma la cooperazione ebraica ( che distinse dalla collaborazione) fu significativa, mentre riteneva che il numero totale delle vittime ebree era vicino ai 5.1 milioni. Il terzo volume contiene un’appendice di 20 pagine che mostrano i dettagli dei suoi complessi calcoli dei morti ebrei. Al contrario Dawidowicz dà una cifra per ogni paese e poi totalizza il numero, come se il problema fosse una semplice addizione mentre, come Hilberg nota, “i semplici dati di rado si spiegano da soli, e la loro interpretazione spesso richiede l’uso di voluminosi materiali supplementari che devono essere analizzati a loro volta.”

Dovrebbe andare da sé che se la cifra è più vicina a cinque che a sei milioni non ha alcun significato morale – eccetto per un cretino moralista, che potrebbe dire “solo cinque milioni?”- benché Hilberg credeva che avesse un significato storico. Anche se non lo era, quasi certamente avrebbe ancora insistito sui 5.1 milioni se la sua ricerca avesse dimostrato che era vicino alla verità.
“Sempre nella mia vita,” Hilberg scrisse spontaneamente nelle sue memorie, “ho voluto la verità su me stesso.” E fu così anche quando affrontò lo studio sull’ Olocausto nazista.

La sua conoscenza sicura del campo senza dubbio rendeva conto della tolleranza accomodante di Hilberg verso i negazionisti dell’Olocausto. Coloro che cercano di sopprimerli non lo fanno solo nel disgusto verso ciò che questi dicono ma anche nel timore dell’incapacità di rispondergli. ( La dichiarazione isterica riguardo a negazionisti dell’ Olocausto che si nascondono in ogni angolo è anche apparentemente pianificata per giustificare l’infinita proliferazione di sciocchezze sull’ Olocausto). Hilberg lanciò la provocante dichiarazione che se l’Olocausto nazista è un fatto irrifiutabile, questo “è più facilmente detto che dimostrato”.

E’ facile, dunque, per i non esperti inciampare sui dettagli specie quando su questioni cruciali come le camere a gas (bersaglio preferito dei negazionisti), esistono, come lo storico Arno Mayer ha notato, “molte contraddizioni, ambiguità, ed errori nelle fonti esistenti”, nessuna delle quali comunque “mette in dubbio l’uso delle camere a gas nell’omicidio di massa”. Personalmente io stesso ricordo vivamente che leggendo “Hoax of the Twentieth Century” di Arthur Butz non ero capace, a quel tempo, di rispondere alle più semplici provocazioni. (Se la cifra degli Ebrei uccisi fu stimata a sei milioni subito dopo la guerra, e il numero totale di Ebrei uccisi ad Auschwitz fu stimato a meno di tre milioni, come -chiedeva- può la cifra stare ancora a sei milioni se la stima del numero di quelli uccisi ad Auschwitz è stata ora ridotta dagli studiosi a un milione?). I suoi avvocati imposero la regola del silenzio a Deborah Lipstadt durante il suo processo contro David Irving- le fu impedito non solo dal testimoniare in corte ma anche di parlare alla stampa- poiché sapevano bene che una sola parola da quella “bocca che non sapeva nulla” avrebbe fatto affondare la nave. Nel suo resoconto del processso Lipstadt può minimamente nascondere il disprezzo degli avvocati verso di lei , e ancora è troppo ingenua per notare l’assurdità dei suoi compiaciuti pollici alzati dopo che la giuria annunciò il suo verdetto. Ella aveva a che fare con la vittoria quanto ne avevo io con la perfomance dei Bolshoi della scorsa notte.

Menzione del nome di Iriving non ha evocato urla di indignazione o torrenti di insulti da Hilberg.
Invece egli riconobbe l’apprensione impressionante su alcuni argomenti di Irving, anche se qualificandolo – con un tocco di snobismo – come autodidatta, e speculò che le sue assurde dichiarazioni venivano fuori più da un amore dei riflettori che da anti-semitismo. Di negazionisti dell’Olocausto nel mondo arabo osservò che “sono confusi circa l’Occidente quanto noi lo siamo su di loro”, mentre con nonchalance dileguò la conferenza dei negazionisti dell’Olocausto di Teheran come “difficoltà e turbamenti inutili” e disse che non è “tremendamente preoccupato da ciò”.

Ricordando “On Liberty” [Sulla libertà] di John Stuart Mill, Hilberg dichiarò anche che i negazionisti dell ‘Olocausto servivano allo scopo utile di mettere in discussione ciò a cui che tutti gli altri pensavano di avere già risposto.

Hilberg derideva un’altra dottrina dell’industria dell’ Olocausto, il “New anti-Semitism” [nuovo antisemitismo]. La tanto pubblicizzata rinascita dell’ antisemitismo, disse, corrispose “a prendere un po’ di ciottoli dal passato e lanciarli alla finestra”. Nella sua ultima intervista Hilberg criticò aspramente il maltrattamento israeliano dei palestinesi, il che, credo, non deve essere stato semplice per lui. (Sua figlia vive a Gerusalemme).

Benché Hilberg soffrì professionalmente perché scelse di studiare l’Olocausto nazista quando era politicamente imprudente e perché più tardi oppose resistenza alle ortodossie dell’industria dell’Olocausto, quelli che volevano veramente capire gli orrori palesi hanno tratto beneficio dalla sua indipendenza di spirito. Come le migliori memorie sull’Olocausto nazista (molte delle quali sono fuori stampa), il suo studio fu scritto prima che esigenze ideologiche deformassero e destabilizzassero molta della erudizione sull’argomento. Negli ultimi anni Hilberg era solito far notare che la maggior parte degli studi sull’Olocausto nazista stava apparendo in Germania mentre “non ci sono molti ricercatori di valore sull’Olocausto da menzionare in questo paese”. È difficile immaginare un’accusa più sprezzante contro l’operazione multi miliardaria dell’industria dell’Olocausto.

Per ragioni che francamente ancora mi rendono perplesso, Hilberg fu un mio devoto ed eloquente sostenitore. A dire il vero ho fatto sempre attenzione a mantenere le distanze. Non mi sentivo degno delle sue lodi e temevo di alienarlo. Non potevamo essere più diversi nello stile accademico ed io sono una persona di sinistra mentre lui fu un Repubblicano per tutta la vita.

Quando “Hitler’s willing executioners” [I volenterosi carnefici di Hitler] fu messo in commercio nel 1996, mi ci avvicinai a mente aperta. Entrambi i miei genitori erano della convinzione che tutti i tedeschi volevano gli Ebrei morti (mio padre sopravvisse ad Auschwitz) così immaginai che forse c’era qualcosa nella tesi di Goldhagen. Leggere il libro fu quasi uno shock. Il ragionamento era bizzarro, le prove inesistenti. In dibattiti su questo libro fui accusato di esagerazioni polemiche. Non poteva essere così male: guardate ciò che i critici ne dicevano. In effetti, chi può dimenticare gli interminabili mesi di prosa ansiosa sul New York Times per il nuovo protagonista dell’industria dell’Olocausto. Fu un sollievo singolare quando lessi il verdetto di Hilberg: “Non vale niente.”

Dopo un disaccordo di Henry Holt (Metropolitam) acconsentirono a pubblicare il mio saggio critico su Goldhagen (insieme ad uno di Birn), l’industria dell’Olocausto andò in crisi. I tentativi di fermare la pubblicazione del libro furono neutralizzati, tuttavia, quando Hilberg si fece avanti per lodare il mio contributo. Ma Adam Shatz suppose vivamente che Hilberg, insieme all’ altra mezza dozzina di studiosi di primo piano che pubblicizzavano il mio libro, non avevano letto attentamente ciò che avevo scritto. Alla luce di ciò che si conosce sulla meticolosità di Hilberg, questo sarebbe stato sorprendentemente non appropriato.

Quando il mio libro “The Holocaust industry” [L’industria dell’Olocausto] non poteva più essere ignorato negli Stati Uniti (aveva creato un enorme trambusto in Europa), le ondate di invettiva si aprirono in una tranquillità più ampia. Il critico del New York Times Omer Bartov consultò apparentemente l’edizione integrale di “Ad Hominems” di Roget, mentre Peter Novick, autore “The Holocaust in American life” [L’Olocausto nella vita americana], dichiarò che non di una parola che io scrissi ci si poteva fidare. (Lo studio sulla commemorazione dell’Olocausto negli Stati Uniti, di Novick, originariamente provocò indignazione ugualmente ma, dopo essersi unito all’attacco dell’industria dell’Olocausto, fu presentato come un critico in contrasto con me.). Hilberg si fece di nuovo avanti per supportare la mia più controversa disputa, in “The industry of Holocaust”, sul fatto che la campagna per la compensazione fosse un “doppio scossone” agli stati europei come anche ai sopravvissuti all’Olocausto. Hilberg mi raccontò che il museo dell’Olocausto degli Stati Uniti ed Elie Wiesel inesorabilmente si appellarono a lui per ritrattare la sua approvazione del mio libro. Lui rifiutò.

Prima della pubblicazione de “The Holocaust Industry” Hilberg denunciò egli stesso il fatto che gli Ebrei Americani ricorrevano all’arma del ricatto contro l’Europa. Il suo disgusto per il megalomane Edgar Bronfman e l’irrimediabilmente comune Rabbi Israel Singer del World Jewish Congress, che orchestrò lo scossone, è a malapena nascosto nel recente aggiornamento dell’ edizione Yale dei suoi studi.

Le accuse che io e Hilberg avevamo indipendentemente sollevato nel 2000 sono state successivamente confermate. I 1.5 miliardi di dollari dalle Swiss Banks non avevano alcuna relazione con la somma irrisoria che realmente possedevano, mentre i sopravvissuti dell’Olocausto hanno lamentato di aver ricevuto solo un’esigua somma dei 20 miliardi ricavati dall’Europa nel loro nome.

Ho incontrato Hilberg solo una volta. Mi fu chiesto di fare il presentatore per un documentario che veniva trasmesso dalla televisione britannica sul risarcimento dell’Olocausto (“The final insult” [L’ultimo insulto] ), e lui era uno dei commentatori esperti.

Hilberg viveva in una casa arredata modestamente a Burligton, Vermont. Sua madre lavorava in uno ospizio. Mi mostrò le varie traduzioni straniere dei suoi studi dei quali era ovviamente orgoglioso (in particolare per l’edizione giapponese), e non meno per il loro impegno fisico. Dubito avesse mai usato internet, proprio come sarebbe inimmaginabile che la citazione di uno studioso di vecchio stampo come lui potesse iniziare con www.

Durante le pause della riprese gli posi molte domande sull’Olocausto nazista – il ruolo dell’ideologia nazista (era scettico della sua importanza), il settore femminile a Maidanek (disse che ne sopravvissero molto poche), la rivendicazione dell’industria dell’Olocausto che milioni di Ebrei sopravvissero (mise il dito indice alla sua tempia, fece un movimento circolare, e disse “cuckoo”) e riguardo altri studiosi dell’Olocausto (fu uniformemente generoso nelle sue valutazioni, perfino per chi, disse, avrebbe “bisbigliato le peggiori cose su di me alle spalle”). Ciò che Hilberg non ha mai fatto è lasciarsi andare ai cliché dell’ Olocausto che, insieme al kitsch dell’Olocausto, egli detestava.

L’ultima affermazione davanti le telecamere fu che, accanto a gente come Bronfman e Singer, perfino Shylock prometteva bene. Pienamente cosciente di quanto provocante fosse la giustapposizione, Hilberg ridacchiò a telecamere spente che probabilmente si era cacciato in un mare di guai. In modo assurdo la stazione televisiva britannica costrinse il produttore a tagliare l’affermazione. Neanche ad Hilberg era permesso di pronunciare alcune verità.

Quando i problemi della mia docenza presso la DePaul University andarono aumentando, Amy Goodman di “Democracy Now” telefonò ad Hilberg per un commento. Fu un disputa sobria. Ruth Connif e Masthew Rothchild di The Progressive mi avevano accusato di minimizzare l’Olocausto per aver citato la cifra di Hilberg di 5.1 milioni. Jon Wiener , scrivendo su The nation, un’altra pubblicazione di centro sinistra, mi difese citando il “meditato” commento di Peter Novick che Alan Dershowitz ed io “ci meritavamo l’un l’altro”.
Ancora una volta Hilberg, l’eterno repubblicano, non risparmiò alcuna parola sul mio conto. Il carattere, non l’ideologia, mi suggerì una volta Birn, è la migliore misura di un uomo.

È famoso l’uso di Hilberg della triade Colpevoli- Vittime- Spettatori per catalogare i principali attori dell’Olocausto nazista. C’è da notare che non includeva una categoria per coloro che davano soccorso, presumibilmente perché erano molto pochi. A giudicare dalla vita che ha vissuto, immagino che, se fossero cambiate le carte in gioco, Hilberg sarebbe stato fra quei pochi a farlo.

Primo Levi intitolò le sue memorie “Se fosse un uomo”. Riguardo a Raul Hilberg si dovrebbe dire, “Ci fu un uomo”.

Il più recente libro di Norman Finkelstein è “Beyond Chutzpah: On the misuse of anti-Semitism and the abuse of history” (University of California Press). Il suo sito web è www.NormanFinkelstein.com.

Titolo originale: “There Went a Man: Remembering Raul Hilberg”

Fonte: www.normanfinkelstein.com/
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22.08.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIULIANO LEVATO

Pubblicato da Das schloss

  • leodavinci2

    Non tutti pensano che le cifre e le documentazioni date da Hilberg siano serie. Cercate sul sito dell AAARGH i libri di Paul Rassinier, vi porranno dei problemi.
    Leon