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CHI TIRA LE FILA DEL PKK?

DI JUSTIN RAIMONDO
Antiwar.com

Le contraddizioni della politica medio-orientale di Washington

All’inizio di agosto – ossia molto prima che i media dominanti affrontassero l’argomento – Thierry Meyssan aveva rivelato dalle nostre colonne [www.voltairenet.org] il progetto d’intervento militare congiunto statunitense-turco contro il PKK. Tuttavia, poiché la mano destra del Pentagono ignora quello che fa la sua mano sinistra, questo piano non ha tardato a scontrarsi con un’altra realtà che viene qua analizzata da Justin Raimondo: anche lo stesso PKK è armato dal Pentagono!

La recente minaccia agitata dai Turchi d’invadere l’Iraq per contrastare a caldo i terroristi del PKK (Partito dei “lavoratori” del “Kurdistan”) costringe l’amministrazione Bush a darsi da fare per calmare Ankara ed impedirle di portare un colpo terribile all’affermazione secondo la quale l’occupazione statunitense dell’Iraq avrebbe portato “stabilità” nella regione.Dopo tutto, il Kurdistan non è stato finora presentato come un modello di pace, di prosperità e di pura felicità – un assaggio del radioso avvenire del paese, sempre che i “disfattisti”, negli Stati Uniti, non tirino via “precipitosamente” il tappeto della nostra imminente vittoria da sotto i piedi?

Vedere questa tangibile utopia schiacciata dalle forze armate turche sarebbe un disastro enorme per Washington – ma ancora peggiore sarebbe la rivelazione del modo con cui ci siamo cacciati in questa posizione totalmente indifendibile, tanto per cominciare. Sarebbe peggio, lo preciso, per chiunque si vedesse messo sotto esame e condannato per aver architettato quella che rischia fortemente di rivelarsi come una delle nostre più ambiziose e pericolose operazioni segrete dall’epoca dello scandalo Iran-Contra!

I numeri di serie delle armi catturate a dei combattenti del PKK hanno permesso di risalirne la filiera fino a dei carichi statunitensi destinati all’esercito e alla polizia iracheni. In risposta a lamentele turche a questo riguardo, gli Stati Uniti pretendono che queste armi sarebbero state dirottate dagli Iracheni – verosimilmente il governo curdo autonomo -, ma i Turchi non credono ad una parola: se questa enorme quantità di armi di fabbricazione USA (1260 unità trovate finora) si rivelasse essere stata fornita direttamente dagli Stati Uniti al PKK, ha avvertito Abdullah Gül, quando era ancora Ministro degli Esteri turco, le relazioni turco-americane “andrebbero in frantumi“. I diplomatici statunitensi hanno immediatamente rigettato tale ipotesi e Washington ha inviato sul posto il consigliere generale del Pentagono, William J. Haynes, dove ha incontrato i più alti responsabili delle forze armate turche. Secondo almeno una fonte, “L’incontro verteva su di una inchiesta in corso, scrupolosamente condotta dal Dipartimento USA della Difesa, su alcune informazioni secondo cui delle armi USA erano in procinto di essere vendute ad opera di truppe USA di stanza in Iraq”.

Un altro indizio su quanto si sta realmente tramando da quelle parti è fornito dall’informazione secondo la quale l’FBI si è offerto di aiutare i Turchi a scoprire dove il PKK ottenga i suoi finanziamenti e le armi – guarda un po’, non vi sembra bizzarro? Il direttore dell’FBI, Robert Muller, ha dichiarato: “Noi lavoriamo, assieme ai nostri omologhi, altrove in Europa e in Turchia per trattare la questione PKK e lavorare congiuntamente allo scopo di trovare e fermare il finanziamento di formazioni terroristiche, sia che si tratti di PKK, di Al Qaeda o di qualunque altro”. Rimane il fatto che ci si interroga sul perché l’FBI ci tenga a mescolarsi in questo affare. A meno che, beninteso, gli Stati Uniti non ci siano poco o tanto coinvolti? Il Ministro degli Esteri turco, Gül, lo ha confermato ai media turchi dichiarando: “1260 armi prese al PKK sono di fabbricazione statunitense. Ne abbiamo dato le prove agli Stati Uniti. Queste armi, beninteso, non sono state date direttamente al PKK dagli Stati Uniti. Si tratta di armi che sono state date all’esercito iracheno. Sfortunatamente alcuni ufficiali statunitensi si sono lasciati corrompere. Il Dipartimento della Difesa (USA) ci ha informati che è in corso una inchiesta molto seria”.

Si tratta semplicemente di alcune mele “marce” oppure è più grave?

Come ha spiegato [il giornalista] Seymour Hersh, gli Stati Uniti e Israele finanziano e aiutano con tutti i mezzi il Partito Curdo della Vita, conosciuto con il nome di Pejak, a “liberare” l’ovest dell’Iran dove vive un’importante popolazione curda irredentista. Ancora, i legami tra il PKK e il Pejak sono più che fraterni: fondamentalmente si tratta della medesima unica organizzazione, in quanto le due formazioni condividono non solo alcune basi nella regione curda particolarmente montagnosa del Oandil, ma anche personale e un comando comune.

La subitanea esplosione di violenza del PKK – due imboscate spettacolari di cui l’una ha portato all’uccisione di dodici soldati turchi e alla cattura di altri otto – che sono al momento utilizzati come merce di scambio – merita anch’essa qualche spiegazione. Finora il PKK aveva condotto operazioni di bassa intensità, con gruppi di sei/otto attivisti che piazzavano bombe, e generalmente logorando i Turchi su piccola scala. In questi ultimi mesi, invece, il livello medio degli attacchi ha conosciuto una crescita radicale, con dispiegamento di centinaia di combattenti del PKK in un unico attacco e con una inedita sofisticazione sia in termini di potenza di fuoco che di disponibilità dell’equipaggiamento tecnico richiesto per realizzare operazioni così complesse come quella dell’imboscata-rapimento.

Dal momento in cui i Siriani avevano cessato di aiutare il PKK, alla fine degli anni ’90, questa organizzazione è stata in larga misura nell’impossibilità di lanciare operazioni di ampia portata ed aveva dovuto contentarsi di azioni terroristiche rivolte ad infrastrutture turistiche in Turchia. Le adesioni erano crollate in caduta libera, virtualmente ridotte alla metà, e la cattura del loro leader, Abdullah Oçalan, aveva demoralizzato ampi segmenti del PKK in un contesto di voci di scissioni. La fortunosa riattivazione di questa formazione ha coinciso con le informazioni riguardo alla connessione Pejak/Stati Uniti così come – il che è particolarmente evocativo – con la sparizione di munizioni, armi ed altri equipaggiamenti statunitensi in Iraq …

Circa un’arma ogni venticinque tra quelle fornite agli Iracheni dagli Stati Uniti è sparita. Inoltre, in nessun caso hanno funzionato i sistemi previsti per assicurarne la tracciabilità. Dal 2003, sono state inviate in Iraq, da parte degli Stati Uniti, 370.000 armi leggere, eppure è solamente il 3% di esse che hanno visto i loro numeri di serie registrati dal Dipartimento della Difesa USA prima di essere consegnate al regime iracheno. Per impenetrabili ragioni, che non osiamo immaginare, il generale incaricato di questo compito particolare – un certo Petraeus – non è mai stato ritenuto responsabile di questo che è uno dei maggiori scandali di questa guerra, che ne è piena.

L’idea che soldati statunitensi “corrotti” avrebbero venduto armi ai guerriglieri del PKK al mercato nero non è tirata per i capelli, ma l’assenza di ogni sistema che permetta di individuare queste armi invita a sospetti su più larga scala. Si è forse agito così precisamente perché il Pentagono – o qualcun altro – voleva essere sicuro che tali armi non presentassero alcuna tracciabilità? Ciò non faciliterebbe palesemente l’armamento di gruppi come il Pejak, allo scopo di mettere sotto pressione gli Iraniani e dare ai maniaci del cambiamento di regime al Pentagono un’enorme riserva di armi statunitensi da cui pescare a volontà?

Si sa che sia gli Stati Uniti che Israele aiutano il Pejak e ciò ha sicuramente permesso al PKK di attingere alle riserve di armi statunitensi, fosse pure “indirettamente”. Il fattore israeliano porta, inoltre, a vedere questa storia da un altro punto di vista: Seymour Hersh ha anche spiegato che gli israeliani hanno riversato una quantità di denaro nel Kurdistan, non solamente investendo in numerose gigantesche operazioni economiche, ma anche impegnandosi nell’addestramento di “commandos” curdi. Non potrebbe trattarsi, appunto, dei guerriglieri del PKK?

L’Iran e la Turchia hanno intrapreso a cooperare per sradicare la minaccia curda e tale cooperazione è una ragione supplementare del declino generale delle relazioni tra Ankara, da una parte, e Washington-Tel Aviv, dall’altra. Quella che una volta era una relazione molto stretta ha cominciato a sfilacciarsi quando i Turchi si sono rifiutati di permettere agli Stati Uniti di utilizzare il loro territorio come rampa di lancio per invadere l’Iraq, e da allora le cose non hanno smesso di deteriorarsi ad un ritmo sostenuto. I sostenitori dei cambi di regime in seno all’amministrazione Bush, che si sono riuniti attorno allo staff di Dick Cheney e dei più alti responsabili civili del Pentagono, hanno forse stabilito che i Turchi dovessero essere gettati a mare adesso che la campagna contro Teheran è al massimo.

Se il prezzo da pagare ai Curdi per sovvertire il regime iraniano consiste in un aiuto clandestino alle loro continue aggressioni contro la Turchia, allora si può scommettere che il Partito della Guerra sia disposto a pagarlo: la lealtà non è loro particolarmente cara, come gli sciiti iracheni potrebbero volentieri testimoniare.

Ho molta difficoltà a credere che l’enorme quantità di armi statunitensi confiscate, che apparentemente hanno trovato la maniera di arrivare nelle mani dei combattenti del PKK, sia semplicemente apparsa sulle bancarelle del mercato nero, così, all’insaputa e senza alcuna complicità delle più alte autorità. Resta da stabilire fin dove giunga questa “corruzione”. Quello che in compenso sappiamo con certezza è questo: il Partito della Guerra non è particolarmente timido quando si tratta di mettere le mani in operazioni sporche e di cortocircuitare le legittime autorità, se è utile ai propri obiettivi.

Nel corso di una manifestazione studentesca turca contro il terrorismo del PKK, si sono visti i manifestanti denunciare insieme i Curdi e il governo degli Stati Uniti: “Abbasso il PKK!“, gridavano gli studenti, “Abbasso gli Stati Uniti!”. In Turchia, almeno, la gente sa chi c’è dietro l’ondata di terrore che sta scuotendo il paese.

Invece, negli Stati Uniti le cose vanno diversamente: i media detti “d’informazione” non hanno praticamente detto nulla a proposito dell’inchiesta dell’FBI, né della possibile implicazione degli Stati Uniti, e non abbiamo ascoltato granché nemmeno riguardo le connessioni israeliane o americane con le formazioni curde dette “di liberazione”, come il Pejak, tolto quello che hanno potuto spiegarci Hersh e qualcun’ altro. Quanto ai media “come si deve”, per essi quello che sta succedendo tra i Turchi e i Curdi non è che una nuova incarnazione di quei debiti di sangue antichi ed interminabili che si ritiene caratterizzino il Medio-Oriente! Nessuno si prende la briga di chiedersi come mai questo problema ancestrale stia conoscendo, proprio nel momento attuale, una escalation?

Che il PKK e il Pejak abbiano trovato rifugio tra gli artigli del Partito della Guerra è qualcosa che si comprende benissimo: dopo tutto essi vogliono liberare il proprio popolo ed unificarlo in quel sogno da età dell’oro che rappresenta il “Grande Kurdistan“. Come l’Iraqi National Congress di Ahmad Chalabi, essi sono pronti, sono determinati e sono capaci di utilizzare gli Stati Uniti per promuovere la loro agenda politica.

Tuttavia, la domanda posta al Congresso degli Stati Uniti è la seguente: i contribuenti statunitensi non corrono il rischio di stare sovvenzionando un terrorismo che colpisce i Turchi all’unico scopo di promuovere l’agenda politica del Partito della Guerra? …

Justin Raimondo è il direttore del sito Antiwar.com e redattore del giornale The American Conservative di Patrick Buchanan. E’ membro del Randolph Bourne Institute e del Ludwig Mises Institute, due think tank libertari e non-interventisti, negli Stati Uniti. Vicino ai conservatori libertari, è autore di numerose opere tra cui la biografia del padre fondatore del movimento libertario Murray N. Rothbard “An Enemy of the State”. Ha firmato assieme a Pat Buchanan il libro “Reclaiming the American Right: The Lost Legacy of the Conservative Movement” e “Into the Bosnian Quagmire: The Case Against U.S. Intervention in the Balkans”.

Titolo originale: “Who’s Behind the PKK? “

Fonte: http://antiwar.com/
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29.11.2007

Traduzione francese di Marcel Charbonnier per www.voltairenet.org

Traduzione dal francese per www.comedonchisciotte.org a cura di MATTEO BOVIS

Pubblicato da Das schloss