BOLIBIA?

BOLIBIA?

DI MARINELLA CORREGGIA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Bolivia e Libia, due paesi quasi agli antipodi. Eppure… hanno qualcosa in comune? Sono vittime di un gioco imperialista analogo? Certo, nel caso della Bolivia non si potrebbero usare i missili della NATO: sarebbe difficile inventarsi un genocidio come casus belli, visto che non è morto nessuno nella contesa del Tipnis (vedi oltre); e poi salvo la destra ultraminoritaria, in Bolivia e in America Latina nessuno chiede né accetterebbe l’intervento militare estero, mentre lo chiedeva a gran voce il CNT di Bengasi, nel silenzio del mondo arabo circostante frastornato dalla primavera. (Alla destra boliviana le bombe NATO andrebbero anche bene: il giornalista Juan Carlos Zambrana Marchetti ha visto a Washington una piccola manifestazione di boliviani con poster che dicevano “Mubarak, Gheddafi e il prossimo è Morales”). Ma non c’è sempre bisogno di bombardare un paese per destabilizzarlo. Un articolo di Ollantay Itzamnà avanza qualche ipotesi di somiglianza: anche in Bolivia il “metodo libico”, cioè il sostegno capitalista e occidentale a “rivoluzioni” interne, sembra poter trovare qualche riscontro. La marcia degli indigeni delle terre basse organizzati dalla CIDOB (Confederazione dei popoli indigeni dell’Oriente boliviano) contro la costruzione di una strada nel parco del TIPNIS (Territorio indigeno e parco nazionale Isidoro Secure),per lo schieramento nazionale e internazionale di forze si è trasformata in qualcosa di diverso dalla difesa di Madre terra contro un “presidente indio che ha tradito”. In sé chi protesta contro la strada avrebbe tutte le ragioni obiettive; probabilmente ci sono alternative ben più sostenibili e lo stesso compatibili con la necessità di lottare contro la povertà, senza ferire la natura. Ma “dimmi chi ti appoggia e ti dirò in che direzione vai”. E il governo boliviano, oltre a essersi scusato ripetutamente perché la polizia ha usato i gas lacrimogeni contro i manifestanti, fatto certo grave ma avvenuto senza alcun ordine governativo (e simili scuse si sono mai sentite in Italia o negli USA?), ha fornito le prove di contatti fra capi indigeni e ONG statunitensi.

Ma veniamo alle analogie fra le due dinamiche che i potenti del mondo mettono in atto in Libia e ora in Bolivia.

La demonizzazione linguistico-contenutistica di Gheddafi e di quello che era l’esercito libico è stata totale e ha raggiunto picchi incredibili, eppure creduti. C’è stato un concorso di media internazionali (in prima linea le tivù satellitari arabe, soprattutto al Jazeera), ma anche di ONG per i diritti umani (quelle finte, come le libiche che a febbraio spararono la menzogna dei diecimila morti nella repressione delle “pacifiche proteste”; e quelle vere, che però non si sono mostrate imparziali), e degli stessi “movimenti altermondialisti” occidentali. Ebbene, Evo Morales non è ancora demonizzato (sarebbe obiettivamente arduo! Oltretutto, nemmeno un morto nella protesta; gli oppositori hanno provato a tirarne fuori qualcuno dal cappello a cilindro, senza successo). Ma certo molti di quegli altermondialisti che dall’alto del loro status di globe trotter (che mantengono, anche in tempi di crisi, grazie al sostegno che ricevono da fondazioni e governi) l’avevano eletto a simbolo di “un altro mondo possibile”, della lotta contro un capitalismo predatore e inquinante (del quale però si sono sempre avvalsi facendo parte degli “alternativi privilegiati” in Occidente o delle élite del Sud globale), per Madre Terra e per il buen vivir, e per la giustizia climatica, ebbene gli hanno tolto l’aureola. Gli scrivono lettere indignate (l’indignazione è di moda) o addolorate e promuovono su Avaaz (che non accettò alcuna petizione contro la guerra in Libia) una petizione internazionale che ha raggiunto in pochi giorni centinaia di migliaia di firme, molte in occidente, c’è da giurare. Adesso Evo il santo è diventato un fratello indigeno che ha tradito “il suo stesso popolo” (come Gheddafi – mai considerato santo - era accusato di uccidere “il suo stesso popolo”).

Evo è “intrecciato” alla Libia anche da un’altra colpa, benché meno grave di quella di Hugo Chavez del Venezuela: la Bolivia fa parte di quel gruppo di paesi dell’Alleanza bolivariana per la nostra America (ALBA) che fin dall’inizio della crisi libica ha proposto una mediazione di pace purtroppo ignorata dagli altri stati, e dai movimenti. Sempre i paesi dell’ALBA non hanno riconosciuto gli attuali padroni della Libia, gli alleati libici della NATO (il CNT dell’Abdel Jalil il quale dichiara a La Russa che il colonialismo è stato abbastanza bello mentre Gheddafi era del tutto brutto). Non solo: i paesi dell’ALBA tramano alle spalle del capitale finanziario internazionale come tramava la Libia. Anch’essi propongono una politica finanziaria autogestita regionale, svincolata dal Fondo Monetario Internazionale (la Libia non aveva debito con esso), e perfino una moneta autonoma per gli scambi fra di loro (la Libia propose il “dinaro d’oro” al mondo arabo e agli africani). Anche l’insistenza sulla sovranità energetica e sul tenere la mano statale sul petrolio e sul gas, praticando una politica di royalties elevate, mette i paesi dell’ALBA fra i cattivi, come la Libia. Per non dire della loro molesta abitudine a parlare di imperialismo e a criticare perfino il santo Obama. Infine Evo Morales ha l’aggravante di essere davvero scomodo nei negoziati sul clima, banco di prova della totale indisponibilità dei paesi ricchi (tuttora grandi emettitori di gas serra, anche se in crisi) a qualunque cambiamento.

Ovviamente non c’è nulla in comune fra gli indigeni amazzonici che si oppongono ai progetti del governo e gli alleati libici della NATO, un Frankenstein formato da un po’ di islamisti senoussiti, un po’ di assistiti dalla CIA, un po’ di tifosi del colonialismo italiano. Ma “dimmi chi ti appoggia e ti dirò dove vai”: sia i primi che i secondi hanno avuto rilevanti sostegni esterni. I boliviani da parte di ONG internazionali e della stessa USAID (per esempio, spiega il sito Bolivia Rising, i gruppi Citpa, Cpilap e Cabi, tutti parte del Cidob). I libici armati sono stati protetti come e più dei bambini inermi dalle bombe della NATO, foraggiati in armi e denaro dal Qatar e dall’Arabia Saudita, addestrati da Francia, Gran Bretagna, Usa e Qatar.

Un’altra analogia: tanto i gruppi indigeni del TIPNIS che gli alleati libici della NATO hanno sempre rifiutato ogni trattativa, consultazione e tentativo di mediazione. Sanno di avere il potere costituito dalla loro parte? E anche nella zona considerata dal progetto, non tutti gli indigeni sono d’accordo: altri gruppi pensano che l’utilizzo delle risorse naturali del paese sia necessario per far uscire molte persone dalla povertà assoluta. Oltretutto Morales ha promesso che qualunque deforestazione sarà punita molto severamente. E siccome non siamo in Italia, può succedere davvero.

E in effetti proprio questo è il punto. Come riassume un equilibrato articolo della agenzia stampa Adista, citando diversi commentatori latinoamericani, la vera questione di fondo, e non certo solo per il Paese andino è questa: “È possibile conciliare un modello a bassa crescita economica con la soddisfazione delle necessità di base di tutta la popolazione?” Insomma: può un paese povero che tutela Madre Terra uscire dall’economia estrattiva e al tempo stesso dalla miseria delle masse? È un dibattito centrale. Ma certo non deve stare nelle mani di privilegiate ONG occidentali che certo nella loro vita e nel loro lavoro non prescindono affatto dall’economia estrattiva. Anzi. Da che pulpito!

Materie prime: se la Libia ha il petrolio più leggero e accessibile del mondo, la Bolivia ha le maggiori riserve di litio, minerale fondamentale per l’economia futura.

A proposito di Obama. Per celebrare i sei mesi di guerra NATO in Libia, il Premio Nobel per la pace 2009 ha tenuto all’assemblea dell’ONU un discorsetto in cui vantava l’intervento in Libia come modello di azione per il futuro relativamente a situazioni difficili. Un modello riuscito per via di quel mix di “sanzioni collettive, protezione militare e assistenza umanitaria”: “Ecco come la comunità internazionale dovrebbe lavorare in questo XXI secolo: varie nazioni insieme si assumono la responsabilità e i costi delle sfide globali”; “in effetti, è proprio l’obiettivo delle Nazioni Unite. Dunque, ogni nazione qui rappresentata oggi può inorgoglirsi per aver salvato vittime innocenti aiutando i libici a riprendersi il paese. Era la cosa giusta da fare.” La cosa giusta: una guerra basata su false accuse di genocidio, che di corsa hanno partorito una risoluzione ONU (“per la protezione dei civili e delle aree popolate da civili minacciate di attacco”) che di corsa ha spinto la NATO a cogliere la bomba al balzo, poche ore dopo. Dunque se Obama dice che quello giocato nel deserto libico è un buon modello, perché non adattarlo alle varie geografie, anche a quelle andine?

I piani di destabilizzazione da parte degli USA in America latina sono noti e i regali avvelenati dell’agenzia USAID non sono riservati ai soli oppositori cubani. Adesso i piani Usa possono anche giovarsi dei social network e di Internet. La destabilizzazione non ha bisogno sempre di bombe. In Bolivia i media internazionali, le reti sociali e diverse ONG fanno ricorso a quella che alcuni chiamano “guerra di quarta generazione”: costruire con informazioni tendenziose un immaginario collettivo e sensibilità sociali contrarie al governo di volta in volta nel mirino. Al centro di tutto: i “diritti umani violati”.

Un’altra similitudine fra Libia e Bolivia è in… Al Jazeera. La tivù satellitare qatariota ha giocato un ruolo fondamentale nel favorire la guerra della Nato, avallando o alimentando le menzogne avanzate dai cosiddetti “ribelli” libici (tanto da provocare diverse dimissioni). Ebbene Al Jazeera (almeno la versione inglese) si è interessata molto ai “ribelli” indigeni del TIPNIS. Anche lì schierandosi apertamente. Contro il governo boliviano.

Marinella Correggia

16.10.2011

Commenti (6)

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    1. pedronavaja 19 ottobre 2011

      Solo poche parole prima che questo post scompaia dalla prima pagina.


      La marcia indigena é arrivata a La Paz.



      La gente dell'altipiano ha accolto come “eroi” le donne, gli uomini, i bambini indigeni dell'amazzonia e del chaco che dal 15 agosto hanno marciato per quasi 1.000km contro la strada che vuole costruire Morales e i suoi elettori.



      Oggi ci sará la piu grande, vera, genuina espressione di unitá nazionale della Bolivia.

      Forse la piú importante di sempre...nonostante la signora Correggia.



      NE scriveró con dettagli nei prossimi giorni in qualche sito (forse durito).

    1. lore1979 17 ottobre 2011

      Premesse: non appartengo a nessuna ONG americana, ho in qualche modo provato simpatia per le "rivoluzioni bolivariane" di Venezuela, Ecuador e Bolivia, almeno fino a quando non le ho viste da vicino, non ho nessun interesse politico nello scrivere.

      Ero in Bolivia per lavoro nei giorni della repressione della manifestazione, e assicuro marcopa che quello che scrive pedronavaja è la verità.

      Chavez, Correa e Evo Morales sono sotto la lente d'ingrandimento ( eufemisticamente, perché la realtà è che sono sotto un bombariere), ed è certo che ogni errore politico viene preso a pretesto e sfruttato dai nemici, interni ed esterni.

      Tuttavia in questi tre paesi ho notato da parte del potere cosidetto bolivariano una sindrome di onnipotenza.
      Evo, il cui nome è scritto su ogni muro di La Paz e di El Alto, segno delle appena trascorse elezioni, ha messo nella costitutzione che ogni volta che si fosse dovuto toccare il territorio indigeno, era necessaria un'approvazione previa da parte della comunità locale tramite referendum.

      La vicenda TIPNIS, di cui ho visto tutto, prima e dopo, ha reso visibile la vera natura del governo di Evo: è il governo dei cocaleros ( i coltivatori di coca, di cui Evo è ancora il presidente) e degli indigeni andini colonizzatori, a cui questa strada in mezzo alla riserva naturale serve.
      In Bolivia la coca si coltiva legalmente, è consumata in foglia per resistere alle altitudini ( El Alto è a 4000m, 1 milione e mezzo di persone!), e, a chi interessasse, masticarne le foglie ha meno effetto di una Redbull. Il punto è che solo il 20% del coltivato finisce in foglie e infusi, il resto viene trasformato in cocaina, e parte per l'evoluto occidente.
      I cocaleros muovono soldi e potere.

      Il razzismo contro i più miti indios amazzonici è stato rivelato da questa vicenda. E, sembra assurdo dopo secoli di supremazia, a Santa Cruz lamentano anche un grosso razzismo contro i bianchi.
      Certo è vero che fino a prima di Evo gli indios erano sottomessi, ma questo smascheramento di interessi privati del potere in questa vicenda è un colpo durissimo per il governo, che ha perso anche nel suo elettorato più fedele.

      La S.ra Correggia scrive per ideologia, probabilmente non sapendo niente della Bolivia né del sudamerica. L'invasione della Libia è uno scandalo di proporzioni immani, ma l'equilibrio sarebbe una grande dote in vicende come queste: non si può difendere l'indifendibile, e chi dipinge al vicenda Tipnis come un'operazione della Cia, non ha capito bene come gira il mondo: i politici sono tutti uguali, anche Hugo Chavez e Evo (de nuevo) Morales.

    1. pedronavaja 17 ottobre 2011

      Il commento precedente dimostra che più che ragionare, o leggere, o informarsi, si va a spanne, per consegna ideologica, preventiva.

      Tant'è: ciò non stupisce affatto. Non capisco ma “interpreto”, tanto serve solo per vendere un po' della mia storia sulla “lega araba” o affini, ecc ecc.



      Detto questo cercherò di essere schematico e breve:

      1) Afferma la signora Correggia, per avvalorare il suo grottesco paragone con la questione libica, che “i gruppi indigeni del TIPNIS ...hanno sempre rifiutato ogni trattativa, consultazione e tentativo di mediazione”.



      Evidentemente la signora Correggia scrive ma non sa, come spesso avviene sulle questioni boliviane.



      Non ripeto la storia del territorio indigeno parco nazionale Isiboro Secure, ma sintetizzando, nel 2009 Morales ne riduce le dimensioni per consegnare 200mila ettari ai coloni quechua aymara suoi elettori.
      Nel frattempo aveva già firmato con Lula la ricezione di un credito bancario brasiliano per 322 milioni di dollari per costruire la strada che lo attraversi.



      Morales aveva però dimenticato alcuni dettagli:

      Secondo la Costituzione boliviana, la lui stesso approvata, i trattati internazionali di difesa dei popoli più vulnerabili indigeni, sottoscritti dalla Bolivia (OIT169 e dichiarazione ONU dei diritti indigeni del 2007), gli indios devono essere consultati previamente riguardo alla costruzioni di infrastrutture nei loro territori ancestrali (strade, estrazione petrolio, oleodotti, ecc.).

      Evo però non consulta. Evo: non gli indigeni.



      Gli indios dell'Amazzonia e del chaco boliviano, 34 gruppi etnici, chiedono al governo durante tutto il 2009 e 2010 dialogo, riconoscimento di diritti acquisiti. Non vengono ascoltati: i cantieri per la costruzione della strada vanno avanti.
      Non a caso la dirigente indigena Justa Cabrera, un'anziana perseguitata a suo tempo dalla retrograda destra boliviana ha dichiarato: “questo è il governo più razzista dacché esiste il movimento indigena dell'Amazzonia e del chaco boliviano”.



      La signora Correggia forse non sa che, di fronte a questo silenzio del governo, gli indigeni avevano già organizzato una marcia l'anno scorso. Ma l'impresa brasiliana non aveva ancora fisicamente iniziato la costruzione della strada e la marcia è stata facilmente disarticolata dalla propaganda del governo e il silenzio totale, come ora, dei grandi media internazionali e delle sirene latinoamericane in Italia, che tanto hanno favoleggiato, come la signora Correggia, Evo Morales difensore della Madre terra e dei diritti indigeni (devo dire si che ho riso, se non vi fosse da piangere, quando la signora Correggia afferma: “Morales ha promesso che qualunque deforestazione sarà punita molto severamente. E siccome non siamo in Italia, può succedere davvero”.... Invito a leggere i commenti ai link inviati in precedenza per leggere com'è finita la regione forestale dove il colonizzatore Evo Morales si è formato come dirigente).



      Dispiace dire quindi che la signora Correggia dimostra di non conoscere ne la Bolivia ne, tantomeno, ciò che sta succedendo, e scrive (ne farà anche un libro?) solo un sentito dire, ottenendo anche i tradizionali applausi di merito da qualche commentatore.


      2) Assai più grave (non sapere di fronte al silenzio di troppi non è poi grande peccato, anche se meriterebbe silenzio) e invece ciò che afferma questa scrittrice di libri socio-ambientali.



      “...E anche nella zona considerata dal progetto, non tutti gli indigeni sono d’accordo: altri gruppi pensano che l’utilizzo delle risorse naturali del paese sia necessario per far uscire molte persone dalla povertà assoluta”.



      Gli indigeni “d'accordo” a cui si riferisce la signora sono probabilmente i quechua aymara che hanno colonizzato l'area, tagliando la foresta per coltivare il prodotto agricolo d'esportazione principale della Bolivia: la coca (assieme alla soia transgenica che la signora correggia, vegetariano, deve certo consumare).



      Sono quindi questi gli “indigeni” o, come loro stesso si definiscono, i colonizzatori d'accordo con la costruzione: persone che hanno occupato negli ultimi anni territori degli indios estromettendoli. Sono di più degli indios, è vero. Ha ragione Correggia, come sono di più i francesi a Reunion, o gli inglesi nelle Malvinas.



      Ma la cosa aberrante di questa scrittrice socioambientale (tra l'altro nel consiglio del CTM, i negozi dell'equo e solidale ...che equo e solidale faranno questi con una signora così nel consiglio direttivo?) è quando impone il suo concetto di sviluppo, la sua ricetta per la povertà.
      Lo sai lei, la signora Correggia, come uscire dalla povertà, e se i diretti interessati non sono d'accordo, perché magari vivono con altri parametri di ricchezza e povertà della signora scrittrice Correggia, non vanno ascoltati, giacché è in atto una cospirazione internazionale stile Libia.



      E', la signora Correggia, scrittrice socio ambientale, degna compare di quel dirigente dei colonizzatori, grandi elettori di Evo, che ha dichiarato: "la strada si costruisce affinché gli indigeni non siano più selvaggi". Avete letto bene: la CSUTCB (confederación sindical unica de trabajadores campesinos de Bolivia) , braccio paramilitante del partito di governo, dichiara che gli indigeni devono smettere di essere selvaggi (http://www.fmbolivia.com.bo/noticia62766-csutcb-no-queremos-que-indigenas-vivan-como-salvajes.html), tal quale afferma la signora Correggia. Applaudita dal commentatore precedente.

    1. marcopa 17 ottobre 2011

      Il commento precedente conferma quanto scritto da Marinella Correggia. Piu' che salvare le foreste si vuole colpire Morales.e c'e' del metodo e dell' impegno specifico...................
      Ovviamente e' la mia interpretazione. .............Segnalo che nella Lega Araba si voleva una condanna ,ed espulsione forse, della Siria .Cosi' e' stato riportato anche se non mi sembra del tutto verosimile. La lega araba pero' non ha accettato questa linea ed e' passata la richiesta di favorire i negoziati, anzi di convocare i negoziati.......Tempi duri per l' Occidente...

    1. pedronavaja 16 ottobre 2011

      A parte l'arduo esercizio di Correggia per comparare personaggi ed avvenimenti in forma allegra, forse per guadagnare la simpatia dei complottisti pro-Muammar, fa ribrezzo il trattamento della signora Correggia alla marcia indigena contro la strada che vuole costruire Evo Morales nelle foreste boliviane.

      Questa signora, forse preoccupata per le sue forniture vegetariane di soia transgenica dalla Bolivia, rigorosamente tagliando le foreste tropicali e recentemete legalizzata da Morales con la sua legge di “revolucion agraria”, trasforma il massacro della polizia di una pacifica marcia di 34 popoli indigeni dell'ammazonia e del chaco boliviano contro la costruzione di una strada che Morales vuole costruire attraversando un territorio indigeno e parco nazionale (si noti: una delle aree protette a maggior biodiversità della Terra) in una normale operazione di “repressione giusta”, per le allegre analogia che lei legge con la guerra in Libia.

      Corbezzoli, signora Coreggia, che analisi! La CIA dietro la marcia indigena.



      Evidentemente le repressioni che condanna Correggia sono solo quelle dei suoi beniamini.

      Quella contro popoli indigeni, contro donne e bambini, massacrandoli, usando nastro adesivo per imbavagliare, deportando i manifestanti, è invece legittima. Non c'è il morto, dice Correggia. Quindi non c'è repressione. Correggia, correggia, la polizia ti chiamarrà a testimoniare a difesa del loro operato alla Diaz e a Bolzoneto.
      Invece, oltretutto, i morti ci sono: sono un bambino e un ragazzo indigeni. C'entra poco che non siano morti per cause dirette della repressione. Sono morti durante una marcia che non dovrebbe essere mai partita, se solo il presidente avesse rispettato la costituzione approvata da lui stesso.



      Non contano naturalmente per Coreggia gli indignati boliviani, scesi in piazza in tutto i paese contro la repressione con manifestazioni di una dimensione mai vista negli ultimi dieci anni.

      Le manifestazioni hanno costretto Morales a lasciare il campo di calcio per fabbricare il tradizionale messaggio di scarica responsabilità (ne parlo in dettaglio in uno dei link sotto).


      Intanto oggi Bolivia tutta, dall'amazzonia alle ande, dagli aymara ai guarani, fino agli ex bastioni elettorali di Morales, come El Alto, hanno risposto a Morales con il 70% di voto nullo nelle elezioni giudiziarie a partito unico organizzate dal governo. Ma certo per Correggia ci sarà almeno usaid dietro questo risultato. Il/la Boliviano/a non pensano, non ragionano per Correggia. Sono solo pedine manovrate dagli usa. Ragionano bene solo quando votano per Evo.




      Detto questo. Invito a visitare questi link con un resoconto generale del conflitto, motivazioni, retroscena, ecc.

      http://www.ilcambiamento.it/foreste/bolivia_costruzione_strada_riserva_india_tipnis.html



      repressione:
      http://www.durito.it/2011/09/bolivia-lo-scempio/#comment-112



      responsabilitá della repressione:
      http://www.durito.it/2011/09/morales-non-e-un-santo/#comment-114




      Si Noti. La marcia è tutt'ora in movimento. Arriverà nei prossimi giorni nella capitale. Seguite gli esisti.

    1. marcopa 16 ottobre 2011

      In settimana l' articolo del Sole24ore sui militari italiani sul suolo libico, oggi pomeriggio questo pezzo sul corriere.it, sito del Corsera. L' omerta' sulla guerra illegale sta perdendo colpi e questo e' rischioso per Siria ed Iran....
      marcopa.........................................................

      A Tawargha, in Libia, teatro della vendetta dei ribelli sui «mercenari»

      TAWARGHA - Le palazzine bruciano piano. Un lavoro metodico, svolto senza fretta. Quelle che non si incendiano subito restano dimenticate per qualche giorno: porte e finestre sfondate, tracce di fumo sui muri, stracci di vestiti e schegge di mobili sparsi attorno. Poi gli attivisti della rivoluzione tornano ad appiccare il fuoco aiutandosi con la benzina ed il risultato è assicurato. Nei viottoli sporchi sono abbandonati alla loro sorte cani, galline, conigli, muli, pecore, mucche. Ogni tanto giunge una vettura dalla carrozzeria dipinta con i simboli del fronte anti-Gheddafi e si porta via gli animali. ...........................................................................................Sono le immagini della pulizia etnica di Tawargha, piccola cittadina una trentina di chilometri a sud-est di Misurata. Ricordano i villaggi vuoti della ex-Jugoslavia negli anni Novanta. L'episodio che con maggior forza due giorni fa ci ha trasmesso la gravità immanente dei crimini consumati in questa zona è stato l'incontro con quattro ragazzi della «Qatiba Namr», una delle brigate di Misurata nota per le doti di coraggio e resistenza dimostrati al tempo dell'assedio delle milizie scelte di Gheddafi contro la «città martire della rivoluzione» in primavera. «Qui vivevano solo neri. Negri stranieri. Nemici dalla pelle scura che stavano con Gheddafi. Ucciderli è giusto. Se fossi in loro scapperei subito verso sud, in Africa. Qui non hanno più nulla da fare, se non morire», affermano sprezzanti...... Sono motivati dalla consapevolezza che la «caccia al negro» non si ferma. Due giorni fa, durante gli scontri a Tripoli tra milizie della rivoluzione e sostenitori di Gheddafi, i primi ad essere arrestati erano i passanti di pelle nera.

      Lorenzo Cremonesi
      16 ottobre 2011 17:13
      Fonte www.corriere.it

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