BILDERBERG 2011: CALA IL SIPARIO

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DI CHARLIE SKELTON

Guardian.co.uk

Charlie Skelton si

è svegliato per trovare un cordone di sicurezza che impedisce la vista

della sede dell’evento, e ci porta nuove dal Bilderbus

Edizione straordinaria. C’è stata

una bomba. Scusate, una “bomba”. Un “ordigno tubolare”

è stato “rinvenuto” dalla polizia, due persone sono state ammanettate

e trascinate via, e la security si è intensificata velocemente.

L’affare della bomba è solo uscito nelle ultime ore, ma una foto

dell’arresto sta volando giù dalla montagna per trovare la strada

che porta verso di me. La posterò quando arriverà.
E quindi, sembra che abbia parlato

troppo presto di un Bilderberg svizzero festaiolo. La lieta prossimità

delle telecamere e della conferenza è già stata interrotta,

nel corso della notte, da un lungo cordone di sicurezza, che ha bloccato

la vista del luogo dove si svolge l’evento. Nessuno sembra sapere

chi l’abbia innalzato, ma l’odore dei soldi ci dice che è stato

piantato alle 3 di mattina da Jorma Ollila, il presidente di Royal

Dutch Shell, mentre Peter Voser, il CEO di Royal Dutch Shell,

teneva i chiodi.

Naturalmente, quando descrivo quello

che è successo come un “cordone di sicurezza”, quello

che intendo dire è che si parla di un “cordone per la

privacy“. È come una tela da doccia, non un anello d’acciaio.

E ovviamente, per “privacy” voglio intendere

“vergogna”. È un recinto della vergogna. Un esteso recinto

bianco d’imbarazzo. La privacy è quello che i delegati avranno

quando si chiuderà la porta della sala riunioni. La privacy è

un accordo stipulato dalla Chatham

House per non discutere

in pubblico quello che è stato dibattuto nelle varie presentazioni

e seminari del Bilderberg.

Ma non si tratta di privacy.

È un nascondersi. È come un bambino che si nasconde

dietro le tende per non farsi vedere dal mostro, e lo trovo molto infantile.

Stranamente poco sicuro di sé. Gli adulti, felici di quello che fanno,

non si abbassano sui sedili della propria auto e non si precipitano

verso le porte di servizio. Ci sono le persone più potenti al mondo

che si aggirano furtivamente come delle piccole pesti. Piccole pesti

con gli agenti della sicurezza sui tetti dell’albergo, e uomini armati

in moto che affiancano le loro limousine.

C’è qualcosa del Bilderberg che

proprio non riesco a capire. È un vecchio cruccio, ma diamoci un’altra

botta in testa. Diciamo, per chiarire le cose, che il Bilderberg fa

del bene a tutti. I cittadini del mondo saranno resi più sicuri, o

più felici, o più in salute o più ricchi grazie ai risultati di questa

riunione. Ammettiamo che il direttore di Deutsche Bank voglia trascorrere quattro

giorni con il capo di BP per migliorare le nostre esistenze.

Supponiamo che i piacevoli ospiti – David Rockefeller, Henry Kissinger e la Regina d’Olanda – abbiano l’interesse del grande pubblico scritto a caratteri cubitali in cima all’ordine del giorno della conferenza.

Supponiamo tutto questo. E perché

il recinto? Perché i delegati si scagliano nei sedili posteriori

delle loro limousine invece di farsi vedere all’opera in questo

compito caritatevole? Perché i vetri oscurati e i giornali tenuti davanti

al volto? E perché il grande recinto bianco? Non capisco.

Perché Josef Ackermann, il

CEO of Deutsche Bank, non saluta con benevolenza la folla?

Perché questi eccitati partecipanti non si fermano alle porte dell’albergo

per parlare con la stampa accreditata? “Sì, vi ringraziamo. Speriamo

proprio di risolvere la crisi finanziaria europea di questo anno, e

allora incrociamo le dita!” Perché i poliziotti tedeschi, con

le uniformi stirate, pedinano persone del pubblico per le strade svizzere…?

Ah, c’è un’altra domanda. Importante, ma è differente.

Ma ascoltate, non so che idea vi state

facendo. Vi state chiedendo: cosa sarà mai successo al Bilderbus? Ma

è arrivato? RACCONTACI DEL BILDERBUS!

OK, OK, datevi una calmata, ho bisogno

di un attimo per radunare i ricordi.

Ah, sì, Il Bilderbus …

Il distinto Bilderbus a 15 posti ha

fatto ingresso nel piazzale di un garage di St. Moritz appena passata

mezzanotte. Proprio quando Peter Voser stava rovistando l’albergo

in cerca di chiodi (vedi sopra). Quattro pneumatici lisci si sono fermati

scalpicciando su un lindo tappeto di tarmac svizzero. Un’altra scossa del motore, un

baluginìo delle luci, e, finalmente, silenzio.

Poi siamo riusciti a uscire, facendolo scivolare

la porta del minibus e allora un grosso sospiro di sollievo è fuggito

nella notte, un sospiro così profondo e così lungo che ha

fatto cadere gli uccellini dal nido, schitarrato le corde dei tram,

e ha echeggiato su, su, fino alle montagne, dove si è fermato in una

caverna da qualche parte, al freddo, affamato, ma felice di non dover

rimettere piede in quel furgone.

Il piovigginoso piazzale svizzero si

è riempito di viaggiatori che si stiracchiano. I femori risuonavano

nelle articolazioni e lo sguardo era cambiato. Sguardi pieno di panico.

“Picaresco” è come descriverebbe il viaggio un’anima dalle

orbite infossate. “Kafkiano” ha sibilato un altro dalle labbra

socchiuse. “Abbiamo avuto problemi alla frontiera”, ha borbottato

un terzo. “E abbiamo preso uno spartitraffico.” “E i

freni non funzionano.” “Non abbiamo mangiato.” “Non

abbiamo dormito.” “Non sono sicuro di aver preso la

patente.”

Ma ce l’hanno fatta. E mentre il

vapore saliva dalle ruote puzzolenti, queste anime audaci si sono potute

crogiolare nel sapere che lo spirito dell’uomo non… – “Mi

dispiace di interromperti, ma ci potresti portare al campeggio? Abbiamo

davvero bisogno di dormire.” Va bene, mi dispiace. Ne parliamo

domani.

Domani (oggi) l’ho passato in un

garage svizzero per sistemare i freni. Se stai cercando una metafora

visiva che possa racchiudere le forze che si scontrano una contro l’altra

al Bilderberg – la segretezza della ricchezza e del potere contro

le preoccupazioni e la curiosità dei senza potere– eccola qui:

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Il Bilderbus che si fa controllare

i dischi dei freni in un garage svizzero

Cambiare i dischi dei freni su un veicolo

che può trascinare sé stesso poco al di sopra dei 70 chilometri

l’ora sembra quasi come sistemare le ali a un cactus, ma meglio mettersi

al sicuro che fare la fine di un formaggio svizzero. La maggior parte

di quello che è successo sul furgone verrà portato nella tomba dai

sopravvissuti. Un velo di segretezza è stato steso su quest’orrore.

Forse un giorno si incontreranno in un resort di montagna per

discutere, in una stanza con la luce soffusa, su come si stanno rimettendo

in salute. Tireranno su un alto e bianco recinto bianco ai confini dell’evento,

sia mai che chiunque possa scorgere un accenno di sofferenza nei loro

occhi. Un accenno come quello? Attento, che ti potrebbe uccidere.

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Fonte: http://www.guardian.co.uk/world/blog/2011/jun/09/bilderberg-2011-curtains-drawn

09.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

LEGGI ANCHE: BILDERBERG 2011: PERCHÉ LUI È UN BRAVO RAGAZZO

BILDERBERG 2011: LA DISTINTA LINEA BLU

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