Alla Biennale 2026 la censura colpisce chi non fa propaganda

Boicottaggio, scudo legale e arte invisibile: l'inutile strangolamento del Padiglione Russo e la sconfitta dell'arte

Alla Biennale 2026 la censura colpisce chi non fa propaganda

Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

Venezia. Vicino all'ingresso del Padiglione Russo, come un'insegna di morte o un crocifisso esposto a monito dei passanti, svetta il cervo di cemento bianco di Zhanna Kadyrova. È il simbolo della resistenza ucraina, trasformato in uno strumento di pressione estetica e di tacita censura. Guarda l'edificio russo come per sigillarlo, eppure, a pochi passi da quella statua che impone un'unica narrazione politica, si consuma il paradosso più crudele del nostro tempo: la feroce e insensata guerra contro l'arte stessa, basata su una premessa giuridica inesistente e la fine del pluralismo europeo e la morte del confronto, sostituiti dall'imposizione dogmatica di un'unica "parte buona".

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Il cervo scultura realizzata da Zhanna Kadyrova

Il Falso Problema dell'Invito: La Russia non è Ospite, è Proprietaria

Tutta la furia scatenatasi contro la Biennale e il suo presidente, Pietrangelo Buttafuoco, si è basata su un malinteso colossale, alimentato ad arte dalla propaganda: la convinzione che la Fondazione avesse "invitato" o "auto-invitato" la Russia, sottintendendo un atto di volontà politica.La realtà dei fatti è elementare, ma è stata accuratamente oscurata: la Russia non doveva essere invitata perché è la proprietaria del padiglione. L'edificio nei Giardini, costruito ai tempi di Nicola II e raffinatamente restaurato nel 2019, è di proprietà dello Stato russo. La Biennale di Venezia, forte del principio che qualsiasi Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana ha diritto di partecipare, si è semplicemente limitata a prendere atto della decisione di Mosca di tornare a utilizzare un proprio immobile. Chiedere alla Biennale di "non invitare" la Russia sarebbe come chiedere a un condominio di vietare l'accesso a un proprietario che vuole rientrare nella sua casa. Pretendere l'espulsione, dal punto di vista del diritto internazionale, era una pretesa priva di qualsiasi fondamento giuridico.

L'Arte come Arma e la Morte del Pluralismo

Se l'attacco alla Biennale era giuridicamente infondato, moralmente è ancora più assurdo se si guarda a cosa è stato effettivamente messo in mostra al suo interno. In linea con le direttive della curatrice della mostra internazionale "In Minor Keys," il progetto russo – "The Tree is Rooted in the Sky", curato dall'Accademia Gnessin – ha scelto la via del minimalismo assoluto. Nessun manifesto, nessun richiamo imperialista, nessuna simbologia bellica. C'è un boschetto di conifere, stimoli olfattivi, musica, danza e performance. I giovani artisti e filosofi coinvolti hanno persino deciso di restare anonimi, proprio per sganciare la loro opera da qualsiasi identità statale, cercando di fare pura estetica.

Contrariamente a questo, l'Ucraina ha usato la Biennale come la prosecuzione diretta del proprio sforzo bellico e diplomatico. Il loro programma ufficiale, Net of Shadows (Rete di Ombre), è curato da un collettivo che opera tra le zone di prima linea. L'arte qui è letteralmente militarizzata: sono esposti manufatti creati con reti camuffamento, schegge di metallo e droni distrutti, trasformati in sculture che raccontano la vita nei rifugi anti-aereo. Non c'è spazio per l'introspezione. L'obiettivo è esaltare il sacrificio militare e mantenere alta l'attenzione emotiva dell'Occidente su un concetto, la "vittoria inevitabile", fortemente spinto dall'ufficio presidenziale di Zelensky.

È un'arte di Stato, militante, che non tollera la presenza russa nemmeno in forma anonima e pacifica a pochi metri di distanza. Ma l'assurdo, la vera negazione dello spirito della Biennale, tocca il vertice con l'iniziativa del cosiddetto “Padiglione Invisibile”. Questo progetto si incontra sul percorso del Padiglione ufficiale dell’Ucraina, pur rimanendo fuori dai confini istituzionali, è un percorso dove immagini e manifesti mettono in evidenza esclusivamente la violenza dei russi.

È il colmo dell'ipocrisia: si strangola l'arte russa reale e pacifica con la scusa che sia "propaganda", per poi legittimare un'operazione ucraina che usa la Biennale dell'arte come potentissimo strumento di comunicazione politica unidirezionale. In questo scenario si compie il tradimento più grave: la cancellazione del pluralismo europeo. La Biennale, che per 130 anni è stata il luogo dove le identità si definivano attraverso il confronto e lo scontro creativo, si è piegata a una visione manichea della storia. Non c'è più uno scambio di sguardi, ma una dittatura dello sguardo.

Solo l'Ucraina di Zelensky è ammessa come "parte buona", e quindi ha il monopolio assoluto della narrazione. Chiunque osi anche solo esistere in modo diverso, come il padiglione russo con il suo silenzio, deve essere eliminato. Il pluralismo è morto, sostituito da un'opera di proselitismo politico in cui non è ammesso nemmeno il dissenso estetico.

La Mappa del Doppio Standard: Cosa fanno gli altri

Per comprendere appieno la follia del caso russo e l'ipocrisia di questa edizione, è fondamentale analizzare il piano di lavoro degli altri Stati citati. Il contrasto tra come viene trattata la Russia e come vengono gestiti gli altri fronti bellici è la prova definitiva del "doppio standard" ai Giardini.

Israele: Lo Scontro Interno e la Ripresa Istituzionale

Il padiglione israeliano aderisce pienamente alle regole istituzionali ed è regolarmente aperto al pubblico, nonostante la strage in corso a Gaza. Tuttavia, non è esente da fratture interne.

Il progetto: L'artista Belu-Simion Fainaru presenta Rose of Nothingness, un'installazione che gioca su contrasti drammatici: rovine, ferro arrugginito e rose artificiali che simulano una natura che tenta di rinascere dalla distruzione. È un'opera metaforica sulla condizione di assedio e isolamento, ma trattata con un linguaggio universale e non esplicitamente politico.

La controversia: Fainaru è stato il primo a minacciare querele per discriminazione quando la giuria (dimissionaria) lo ha equiparato alla Russia, rifiutandosi di giudicare opere di nazioni i cui leader sono sotto mandato dell'ICC. Il governo israeliano ha difeso a spada tratta il diritto del padiglione di restare aperto, imponendo il principio per cui l'arte israeliana non può essere cancellata per le decisioni del governo di Gerusalemme (esattamente l'opposto di quanto chiedono gli ucraini per la Russia).

Palestina: L'Invisibilità Istituzionale e la Guerriglia Collaterale

Qui sta la maggiore dimostrazione dell'assurdità burocratica della Biennale. Lo Stato di Palestina non è riconosciuto dalla Repubblica Italiana e, di conseguenza, non può avere un Padiglione Nazionale ufficiale nei Giardini.

Il progetto: In assenza di un padiglione, la voce palestinese è stata confinata ai margini della manifestazione ufficiale, ospitata in spazi collaterali (in questo caso a Palazzo Mora, lontano dai Giardini, con il progetto Gaza No Words See the Exhibit del Palestine Museum US).

Il messaggio: Estremamente crudo, documentaristico, basato su video e foto dalla Striscia di Gaza. Un'arte della sofferenza pura che non può competere visivamente con le architetture storiche dei padiglioni ufficiali.

L'ironia: Molti attivisti pro-Palestina hanno unito le proteste anti-israeliane a quelle anti-russe. L'assurdità è che chiedevano l'espulsione di Israele (che ha un diritto legale di esserci) e l'espulsione della Russia (che ha un diritto di proprietà), difendendo al contempo una Palestina che l'Italia non riconosce nemmeno come Stato.

Iran: la ritirata Preventiva

L'Iran rappresenta il caso opposto alla Russia. Mentre Mosca ha insistito per rientrare nel proprio padiglione subendo l'umiliazione della chiusura al pubblico, Teheran ha scelto diplomaticamente di ritirarsi.

La decisione: A poche settimane dall'inaugurazione, il governo iraniano ha comunicato alla Biennale il proprio ritiro, chiudendo il proprio padiglione (che si trova nell'Arsenale).

I motivi: Ufficialmente per "ragioni organizzative", ma secondo le indiscrezioni dei diplomatici la decisione è stata presa per evitare di sottoporre il proprio apparato culturale alle umiliazioni, alle contestazioni di piazza e ai controlli finanziari legati alle sanzioni internazionali che hanno investito la Biennale in questa edizione.

Il "Teatro dell'Assurdo" e il Crollo delle Istituzioni

Tornando al Padiglione Russo – di proprietà di Mosca, anonimo, minimalista – questo è stato il centro di una reazione isterica che ha fatto crollare il sistema. L'edificio è presente ai Giardini, ma non aprirà al pubblico. La performance è stata vista solo a giornalisti e addetti ai lavori per pochi giorni. È diventato un "teatro visto solo dall'esterno".

Da un lato, la Biennale mantiene intatto il proprio statuto giuridico: non ha espulso la Russia, salvaguardando 130 anni di storia e il principio della non discriminazione per passaporto. Dall'altro, l'effetto pratico è identico a una censura. L'arte russa è di fatto invisibile, confinata in una bolla privata e destinata a spegnersi per asfissia amministrativa. Ventidue paesi UE hanno inviato lettere di protesta contro la Biennale. Bruxelles ha minacciato di tagliare due milioni di euro di finanziamenti. Nel catalogo ufficiale, la sezione russa è letteralmente scomparsa, sostituita da una nota burocratica: «in corso di approfondimento alla luce del quadro normativo vigente».

È sullo sfondo di questo stallo che possiamo chiederci: l'apparente "autonomia" garantita dal governo filo-ucraino Meloni a Buttafuoco forse è stata una copertura istituzionale?

L'obiettivo sarebbe stato quello di consentire l'apertura del padiglione per il tempo strettamente necessario a far intervenire gli ispettori del governo italiano e verificare eventuali violazioni delle sanzioni finanziarie? Una volta accertata l'impossibilità burocratica, la chiusura sarebbe scattata in automatico, senza che il governo italiano dovesse assumersi la responsabilità politica di un'espulsione.

A sostegno di questa tesi c'è la pressione esercitata in questi anni dall'Ucraina per ottenere una "cancellazione culturale" totale della Russia dal suolo italiano. Potrebbe esserci anche un altro motivo legato proprio alla cancellazione culturale portata avanti dal governo di Kiev?

Evitare a tutti i costi che quel padiglione rimanesse aperto e dibattuto: il rischio che il dibattito artistico e culturale potesse deviare verso i nodi storici non risolti del conflitto, come il timore che un confronto aperto avrebbe potuto riportare alla luce narrazioni storiche e attuali scomode per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, come le polemiche riguardanti la strage di Odessa del 2014, evento in cui le forze filo-ucraine causarono almeno quarantadue vittime, arse vive e massacrate a colpi di spranghe, bastoni e coltelli, solo perchè filo-russi.

Il padiglione non andava chiuso per non celebrare Putin, ma per evitare che l'arte diventasse un veicolo per smascherare le ombre del passato ucraino e di come le armi fornite dall'Europa, dall'inizio del conflitto, vengono realmente utilizzate.

Il Ministro che fugge e il Presidente "Colpevole" di Rispettare il Diritto

L'assurdo si è raggiunto quando gli ispettori del Ministero hanno concluso i loro due giorni di indagini: nessun invito formale illegittimo (perché non ce n'era bisogno), sanzioni rispettate, il padiglione rimarrà chiuso al pubblico. La Biennale è stata "assolta".

Eppure, la resa politica è stata totale. Giuli ha scaricato tutto su Palazzo Chigi, disertando la Biennale. Meloni ha preso le distanze da Buttafuoco («la scelta non l'avrebbe fatta al suo posto»). Tutti si sono defilati. La frase di Giuli contro Buttafuoco – "Voleva fare l'ONU dell'arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera" – suona come un atto di accusa paradossale.

In quale mondo viviamo se il presidente di una fondazione d'arte che si limita a far rispettare il diritto di proprietà e lo statuto giuridico, viene trattato come un fuorilegge dal proprio governo? A essere sanzionato non è il violatore delle regole, ma chi le ha rispettate alla lettera, infrangendo però l'implicito "diktat morale" che pretendeva un'espulsione illegittima.

La Luna e il Dito: L'Ultimo Baluardo

In mezzo a questa tempesta, rimarranno in piedi, intatte, le parole pronunciate da Buttafuoco il giorno dell'inaugurazione. Quelle parole che i suoi detrattori avevano scagliato contro di lui come fossero un atto di empietà politica, ma che alla fine si riveleranno l'unica, disperata, lucida descrizione della realtà.

Buttafuoco aveva detto: «Mi meraviglia che tutto questo mondo [...] si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato».

Aveva parlato del rischio di fermarsi al "dito" delle polemiche, perdendo la "luna" della verità. Aveva avvertito: «Il mio unico veto è l'esclusione preventiva. Mi preoccupa la deriva della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato».

Aveva citato la lex romana e la natura universale dell'uomo, conclusendo con un monito che oggi risuona come una profezia disattesa: «Ai Giardini oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Perché a Venezia noi non imbracciamo le armi».

Alla Biennale 2026 c'è un cervo di cemento che fa da censore a un boschetto di conifere. C'è un'arte ucraina che legittima la propria nazione attraverso il nazionalismo, e un'arte russa che si fa piccola, minimale, anonima, rinchiudendosi in una casa di proprietà per non disturbare. Eppure è proprio quest'ultima che viene massacrata. L'assurdo è perfetto: abbiamo deciso che l'arte non ha il diritto di esistere se non grida con la fazione giusta. E chi difende il diritto di non gridare, come Buttafuoco, viene processato.

A Venezia non hanno imbracciato le armi, è vero. Si sono accontentati di usare la burocrazia per uccidere il silenzio.

Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

20.05.2026

NOTE

fonti:https://www.linkiesta.it/2026/05/biennale-ucraina-padiglione-invisibile-cultura-guerra/

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Commenti (6)

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Mostra commenti 6 caricati
    1. maghi 21 maggio 2026

      siamo in un paradosso. Lo stesso che giustifica l'odio e le guerre. Come se fosse logico dare loro una parvenza di giustizia, che non possono avere, perchè odio e guerra sono ingiuste per definizione. Se sono ingiuste, quindi illogiche, cosa vogliamo attenderci? Ha fatto bene la delegazione iraniana a non presentarsi, seguendo la logica del chi non mi vuole, non mi merita. I russi, in virtù del loro diritto di proprietà e della loro superiore cultura hanno cercato la conciliazione, dove la chiusura alla conciliazione è totale e quindi impossibile ad aversi, come è impossibile tentare di discutere con chi non ne ha la volontà o la possibilità. Nel nostro caso, ma succede anche in tanti casi della vita di ognuno, è necessario decidere se vale la pena di combattere o è meglio soprassedere. Sono convinto che qualunque tribunale farebbe riaprire il padiglione russo, ma ci vorrebbero anni di cause legali e per allora, forse, si sarebbe trovata prima una soluzione politica. Probabilmente, sia dalla parte russa, che europea, sanno già come andrà a finire e preferiscono fare la melina.
      In fondo melina viene da miele e, prima della crudezza di uno scontro non redditizio, certe volte è più saggio addolcire tirandola per le lunghe. E' quello che mi pare sia stato fatto anche con la guerra in MO. Si è fermata, perchè ha raggiunto l'obbiettivo prefissato e ora siamo alla melina. Se continuiamo a interessarcene, è solo per vedere, se le nostre intuizioni sono giuste.
      Lo dice lo stesso Trump, di aver raggiunto tutti gli obbiettivi o no? Pazzia e genio sono spesso le faccie della stessa medaglia.
      Ora Trump può anche andarsene e lasciare fare alla diplomazia. Quanto è durata la guerra fredda? 40 anni più o meno. Ci sono tutte le possibilità che un altro quarantennio aspetti il mondo per vedere i cambiamenti.
      Probabilmente il mondo tornerà alla fase pre-colombiana cogli emisferi separati, in cui però 'Europa tornerà a essere solo una penisola del grande mondo asiatico.

    2. ric 21 maggio 2026

      penisola del mondo asiatico e' sempre preferibile che colonia yankee...

    1. ailavioni 20 maggio 2026

      Invece della scultura del cervo l' ucraina avrebbe dovuto esporre
      i cessi d 'oro.
      Sarebbe stato più interressante, infatti di cervi se ne sono visti tanti, ma i cessi d' oro credo che nessun dei visitatori ne abbia mai visto uno.

    1. ric 20 maggio 2026

      forza RUSSIA !

    2. nicolcass 21 maggio 2026

      alziamo i calici per la Russia...e chi non beve con me....è....pina piccccierno

    3. ric 21 maggio 2026

      se penso che negli anni 50 , sentivo la gente a dire che se arrivano i "comunisti" ti prendono le galline che tenevamo ( tre galline ) nel pollaio per le uova , che avremo mangiato solo quello che passa lo stato , che gli abiti addosso non erano nostri...ma della collettivita'...

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