DI KURT NIMMO
Another Day In The Empire
Per dare una spinta iniziale al nuovo anno e introdurre l'atteggiamento politico richiesto, gli Israeliani stanno trasformando il mantra dell' attacco all'Iran in una ossessione.
“Dato che un attacco Americano all'Iran è essenziale per la nostra sopravvivenza, dobbiamo aprirgli la strada facendo lobby presso il Partito Democratico (che si sta comportando in maniera folle) e gli editori dei giornali USA”, dichiara il Generale Brigadiere Israeliano Oded Tira. “Dobbiamo farlo per trasformare la questione Iraniana in un argomento bipartisan e scollegarlo dal fallimento in Iraq.”
E' sadicamente piacevole che ci sia così poco bisogno di interpretare queste parole. Prima di tutto, Tira, ex comandante di artiglieria dell'esercito Israeliano, arriva dritto al punto, senza sfiancarci con i luoghi comuni usati da Benyamin Netanyahu o Ehud Olmert. Perchè Israele possa esistere, questo è il ragionamento, c'è bisogno che gli Stati Uniti attacchino l'Iran e dare così inizio alla terza guerra mondiale, o, come viene chiamata dai Neocon, quarta guerra mondiale [la terza sarebbe la Guerra Fredda n.d.t.]. Naturalmente col termine “esistenza” l'ex ufficiale dell' IDF [Israeli Defence Force n.d.t.] intende la possibilità per Israele di continuare l'occupazione illegale della terra Palestinese, la tortura e l'uccisione dei Palestinesi e il manipolare gli affari interni dei suoi vicini Arabi.
A seguito: L’ultima beccata dell’anatra zoppa, Carlo Bertani;
Credo però che il secondo punto non sia necessario dato che in molti modi i Democratici sono, se possibile, più filo Israeliani dei Repubblicani. Uccidere un grande numero di Musulmani, 650000 alla fine di quest'anno, secondo stime conservative, nel solo Iraq, è infatti un affare bipartisan. Sia Hillary Clinton che Barack Obama, pur criticando la guerra in Iraq per ragioni di opportunità politica, hanno chiesto l'invasione dell'Iran. Ma il probabile candidato democratico alle presidenziali, John Edwards, è persino più filo-sionista della Clinton o di Obama.
“Edwards è stato uno dei più accaniti e coerenti sostenitori di Israele al Senato USA, e, come presidente, lavorerà nella tradizione dei presidenti Democratici quali Harry Truman, John Kennedy e Bill Clinton per rinforzare la speciale relazione tra gli Stati Uniti e Israele e il popolo ebraico. Lavorerà senza sosta per rinforzare i legami politici ed economici dell'America con Israele, l'unica democrazia della regione, e assicurerà che l'America faccia quanto è necessario per assicurare la sicurezza di Israele, anche tramite aiuti militari ed economici,” dichiara la American-Israeli Cooperative Enterprise , che si definisce una organizzazione “non di parte” stabilita “per rinforzare la relazione tra USA e Israele sottolinenando le basi dell'alleanza,” sarebbe a dire disseminare propaganda attraverso la Jewish Virtual Library, una estesa enciclopedia online.
In particolare, per quel che riguarda l'Iran, Edwards ha detto, durante un 'dibattito' per la candidatura alla vicepresidenza nel 2004: “E' importante che l'America si confronti con la situazione in Iran, perchè l'Iran è una enorme minaccia a Israele e al popolo Israeliano.” Non al popolo Americano, badate bene, ma al popolo Israeliano. Da presidente Edwards porterà avanti la fiaccola Israeliana, per assicurarsi che l'Iran prenda fuoco ma è probabile che ciò non sia necessario dato che i neocon uscenti lo faranno, più prima che poi, al posto suo.
Tira offre alcuni suggerimenti tra cui scegliere un modo per iniziare la quarta guerra mondiale e alla fine distruggere l'America. “Da parte nostra dobbiamo preparare un attacco militare indipendente coordinando voli sullo spazio aereo iracheno insieme agli Usa. Dovremo anche coordinare insieme all’ Azerbaijan l'uso delle basi aeree sul suo territorio e assicurarci l'appoggio della minoranza Azera in Iran. Inoltre dobbiamo immediatamente iniziare a prepararci per una risposta iraniana all'attacco.”
In aggiunta al lucrativo oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e ai miliardi di entrate per il petrolio e il gas gli israeliani sono interessati ad usare l’ Azerbaijan come base di partenza per un futuro attacco, come fa notare Tira. Secondo Seymour Hersh e Scott Ritter, il mossad israeliano è alacremente al lavoro nel mandare cellule di agenti in incognito all'interno dell'Iran, “affiancati da commandos particolarmente addestrati che entrano in Iran mascherati da cittadini del luogo,” secondo Hersh. In un'intervista pubblicata da Al Jazeera, Ritter afferma che “il mossad sta lavorando insieme alla popolazione Azera” per minare la sovranità iraniana.
L'importanza strategica dell'alleanza Israelo-Azera non deve essere sottostimata—gli Azeri sono il secondo maggiore gruppo etnico in Iran. “Human Rights Watch riferisce che tra i 15 e i 20 milioni di Azeri risiedono in Iran, e che ‘essi abitano una regione ricca e strategicamente importante nell’ Iran nordoccidentale, relativamente vicina a Theran,’” afferma Nick Grace C.
Secondo Glenn Hauser, che tiene sotto controllo la radio a onde corte, la Voice of Southern Azerbaijan è un'operazione israeliana. Wolfgang Bueschel, un altro osservatore delle trasmissioni a onde corte, ha riferito a “IPS nell'ottobre del 1992 da Baku che lo specialista del servizio segreto israeliano David Kimche e … Richard Secord, che era coinvolto nello scandalo Iran-Contra, hanno visitato l’ Azerbaijan, (e) hanno presentato una delegazione di altri membri del servizio segreto israeliano. Mr. Culuzadeh prese parte ad una visita di risposta a Israele, (e) guidava una delegazione dei servizi segreti di Azerbaijan, Uzbekistan, Kazakhistan.”
Ma semplicemente mettere in agitazione la popolazione Azera non sarebbe stato sufficiente, non senza degli Stati Uniti sul piede di guerra, ancora una volta disposti a presentare le loro, una volta potenti e ora sempre più impotenti, forze armate alla causa israeliana. “Guardando all'urgenza delle straordinarie richieste del Generale Tira, è subito evidente che egli è stato scioccato dal cambiamento negli eventi politici all'interno dell'America. Ad oggi egli ha saputo da fonti ufficiali Usa che l'attacco contro l'Iran da tempo anticipato è stato rimandato a causa degli enormi cambiamenti nella politica americana,” scrive Michael Carmichael.
In breve, gli israeliani non sono preparati ad aspettare i cambiamenti nella politica americana che avvengono su scale geologiche, specialmente ora che dei democratici decisamente pro Israele hanno preso in mano il Congresso. Israele da un paio d'anni ha chiesto che gli Stati Uniti invadano l'Iran ed è sempre più agitato a causa dei lenti passi in tale direzione, anche se è tale mossa è stata comunque promessa prima della fine del mandato di Bush.
Anche se Carmichael crede che il piano neocon per l'attacco all'Iran sia in declino, i mandanti rimangono fedeli alla causa. Per esempio Binyamin Netyanahu.
In un editoriale pubblicato sul Jerusalem Post, giornale infestato dai neocon, Netanyahu dichiara che “l’ Iran la può ancora essere fermato”, e che gli israeliani “devono rendere chiaro al governo, al congresso e al popolo americano che un Iran nucleare è una minaccia agli Usa e al mondo intero e non solo a Israele”.
In altre parole, verso il Congresso Democratico entrante, ci deve essere “ un fronte di pubbliche relazioni intenso e internazionale focalizzato innanzitutto e soprattutto verso gli Usa.... È arrivato il momento perché il governo israeliano faccia della nostra esistenza la sua prima priorità. Se così facesse, garantisco che sia i membri del mio partito che io stesso daremo il nostro pieno appoggio alla preparazione contro la minaccia iraniana, come abbiamo fatto per la guerra in Libano,” nonostante tale “ guerra” sia andata male per Israele, che è andato a sbattere contro la realtà di un movimento Hezbollah ben armato ed addestrato.
Alle prese con l'invasione dell'Iran, la resistenza di Hezbollah sembrerà al confronto una semplice prova generale.
Come è evidente oggi, il 2007 sarà l'anno decisivo per l'attacco da tempo pianificato di Israele all'Iran, grazie ad un infinito fiume di propaganda e all'ignoranza facilmente sfruttabile del popolo americano. “L'amministrazione Bush, con il valido aiuto del governo israeliano e della Lobby pro Israele, è riuscito a sfruttare l'ignoranza degli americani sulla tecnologia nucleare e le armi nucleari,” scrive Scott Ritter. “Se ci sarà una guerra americana con l'Iran sarà una guerra fabbricata in Israele e da nessun'altra parte.”
In aggiunta all'influenza dell’ AIPAC e al lavoro straordinario dei neocon, quest'ultimo con un forum elettronico virtuale grazie ai media delle corporation e il primo che ora sta facendo una diligente propaganda presso il congresso per ottenere facilmente appoggio, c'è anche una “eredità” di Bush da considerare.
“Bush non può fermarsi ora”, scrive Scott Horton. “Egli crede che il suo lascito di disgrazia all'America e al genere umano possa essere ritardato o persino in qualche modo rovesciato se potesse disporre di un po' più di tempo. Tempo per cosa? Potrebbe essere che Bush intenda veramente portare a termine l'intero programma neoconservatore in Medioriente, completo di ulteriori cambi di regime?.... Forse bisogna chiedersi se Israele inizierà una guerra in Siria come porta di servizio per l'espansione della guerra americana all'Iran, o forse gli Usa fingeranno nell'oceano indiano un'altra provocazione del tipo di quella del Golfo del Tonchino [il falso incidente che diede inizio alla Guerra del Vietnam n.d.t.] e poi colpiranno la Siria per seconda?.... Robert Parry riferisce che Bush, Blair e Olmert stanno già pianificando altre guerre per il nuovo anno. Gli iraniani sembrano aver aspettato troppo tempo per fare quello che dovevano fare. Si fossero ritirati dal trattato di non proliferazione e avessero iniziato a raccogliere plutonio come ha fatto la Corea del Nord, invece che aprire i loro libri all'Onu e cercare di andare avanti, essi oggi avrebbero un deterrente nucleare.”
Deterrente o no, l’Iran non ne uscirà a breve da un qualunque attacco, sebbene non ci sia dubbio che moltissimi iraniani moriranno. Saranno gli Stati Uniti e Israele che alla fine ne soffriranno, o piuttosto i popoli di questi paesi. Se Israele riesce a spingere gli Stati Uniti ad un attacco, basteranno le sole conseguenze economiche a porre fine alle demenziali aspirazioni di Pax Americana, e ciò implicherà un disastro anche per Israele, dato che non può sperare di esistere nella forma attuale se le mance che riceve dalla sua balia, al ritmo di miliardi ogni anno, evaporeranno all'improvviso.
Kurt Nimmo
Fonte: http://kurtnimmo.com
Link: http://kurtnimmo.com/?p=708
01.01.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO
Tao 9 gennaio 2007
“Serbisi questo violento rimedio al caso estremo”
Pietro Metastasio (Pietro Trapassi) – Attilio Regolo – Atto Primo Scena I
Su George Walker Bush c’è sempre qualcosa da raccontare, anche quando sembra oramai alle corde e privo di qualsiasi via d’uscita che non sia una resa, più o meno onorevole.
L’unica via che gli analisti internazionali davano per scontata per uscire dal pantano iracheno – dopo l’affermazione dei Democratici al Congresso ed al Senato – era quella di un accordo bipartizan per andarsene da Baghdad: cosa del tutto ovvia e ragionevole, se mai ci fosse ancora qualcosa di “ragionevole” nella politica statunitense.
Quali potevano essere i termini dell’accordo? Un accordo bipartizan deve soddisfare la gran maggioranza d’entrambe le parti: non può essere una via d’uscita che salva soltanto il sederino a quattro politici di prima grandezza, bensì deve essere una soluzione che in futuro si potrà giocare nella campagna elettorale per la Presidenza senza concedere all’avversario dei vantaggi strategici. In altre parole, non è tanto l’oggi che conta, bensì i riflessi che le decisioni odierne avranno nel prossimo biennio, fino al febbraio del 2009, quando s’insedierà il prossimo Presidente USA.
Ci sarà un “nuovo” Presidente? Anche questo è un aspetto da sondare, ma andiamo avanti un passo dopo l’altro.
Strombazzato ai quattro venti subito dopo le elezioni di novembre, l’accordo bipartizan sembrava inevitabile: il pensionamento di Rumsfeld e Bolton pareva quasi un sigillo sulla pergamena, ma a George Bush rimangono ancora due anni, due lunghi anni da vivere sulla “graticola” che i Democratici gli prepareranno senz’altro – bocciandogli le leggi di spesa – due anni nei quali i democratici avranno tutto l’interesse a presentare un Presidente già sconfitto dagli eventi, per poi celebrare le elezioni di novembre 2008 come una semplice routine.
Tutto questo può andar bene in casa democratica: e in quella repubblicana?
In casa repubblicana l’unica possibilità di spianare un poco la strada al futuro candidato – sia esso Giuliani, Mc Cain od un altro – è quello di una “onorevole” uscita dall’Iraq, il che è quasi come immaginare che giungano gli alieni a sistemare magicamente la situazione.
Da oggi ad un anno, due o tre non ci sono ragionevoli prospettive che la situazione irachena cambi: anche inviando 20-40.000 nuovi effettivi in Iraq (a patto di riuscire a trovarli) la situazione non cambierà poiché ogni anno l’Iraq “ingoia” mille e più morti, 100 miliardi di dollari e, soprattutto, decine di migliaia di feriti e mutilati. Quest’ultimo è proprio l’aspetto più pericoloso per Bush: i feriti ed i mutilati che la gente osserva con i propri occhi – in stridente contrasto con la censura dei media di regime – e che già in Vietnam furono coloro che catalizzarono il crollo del cosiddetto “fronte interno”.
Con l’esecuzione di Saddam Hussein la fazione sciita ha conseguito un ulteriore punto nei confronti di quella sunnita: non dimentichiamo, però, che rafforzare troppo gli sciiti – a lungo andare – potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio; tutti possono facilmente comprendere che gli sciiti iracheni sono legati a Teheran a doppio filo. In qualche modo, si può già oggi affermare che Teheran governa l’Iraq.
Come uscirne?
Va detto che una soluzione ragionevole non esiste, ma George Bush ci ha abituati oramai alle soluzioni più irragionevoli che possiamo immaginare: mercoledì 10 gennaio 2007 il Presidente parlerà alla nazione – ufficialmente per spiegare la exit strategy dall’Iraq – ma temo che ci sarà dell’altro.
Anticipandolo di quasi una settimana, i nuovi leader democratici del Congresso e del Senato gli hanno mandato a dire – a stretto giro di posta – che una strategia di uscita dall’Iraq deve prevedere la partenza delle truppe americane nell’arco dei prossimi 4-6 mesi.
Cosa rimarrebbe da fare a Bush per il rimanente anno e mezzo della sua presidenza? Fare l’anatra zoppa e muta per i democratici che, comodamente seduti, potrebbero dedicarsi al tiro al bersaglio contro il Presidente repubblicano per 18 mesi. Per Bush questo è il peggior affare, da evitare in qualsiasi modo.
Il termine di 4-6 mesi è però perentorio; anche i democratici americani hanno oramai superato una soglia: l’Iraq è un affare che “puzza di morto” ed è garantito che chi ci rimane aggrappato finisce per farsi trascinare a fondo. Non ci potranno essere accordi bipartizan che salvino capra e cavoli, perché la capra dell’uno significa la scomparsa dei cavoli dell’altro e viceversa: nessun accordo nel nome “dell’interesse superiore della nazione”, perché anche gli interessi nazionali dei democratici e dei repubblicani, oramai, collidono.
L’ossessione petrolifera di Bush (ed il suo apocalittico conflitto d’interessi) si scontra con nuove esigenze: la salvezza del dollaro, i rapporti con la Cina e con gli altri partner planetari, che il Presidente non è in grado di gestire – anche a causa del cancro iracheno – e che invece sono le priorità dei democratici per uscire dall’impasse della politica reaganiana. Come evitare lo scacco matto dei Democratici?
Prima di questo fatidico mercoledì, Bush ha compiuto due mosse che insospettiscono, e parecchio.
Per prima cosa ha sostituito i capi delle forze armate: sparisce la generazione dei generali “del Vietnam” (Abizaid, Casey, ecc) e ci sono delle “new entry”. I nuovi venuti – proprio per l’occasione che loro si presenta – saranno più proni ai desideri della Casa Bianca che – oltretutto – li ha scelti fra coloro che hanno fama di “duri”. Brutto inizio.
La seconda decisione è invece ancora più preoccupante: una portaerei a propulsione nucleare della classe “Eisenhower” ha fatto il suo ingresso nel Golfo Persico alla testa di una task force.
La presenza di una simile unità nelle acque del Golfo non ha nessun legame con l’Iraq, ma può averne uno solo: l’Iran. Già, e come?
Premetto d’aver scritto più volte che non credevo in un attacco all’Iran: troppo pericoloso per gli USA visto come andavano le cose in Iraq, ma a quel tempo Bush aveva il completo controllo della politica interna. Ricordiamo che la sconfitta in Vietnam avvenne più all’interno degli USA che nelle risaie dell’Indocina: a crollare fu il “fronte interno”.
Oggi, il “fronte interno” americano contro l’Iraq sta crollando, inutile negarlo: la percentuale degli americani che appoggiano il Presidente – per l’Iraq – è scesa in tre anni dal 50% al 30% circa. Una débacle.
Come riconquistare gli elettori delusi?
Prima che il Congresso riesca a bloccare le leggi di spesa, l’idea che può aver attraversato le mente di Bush potrebbe essere quella di metterli di fronte al fatto compiuto, giocando d’anticipo. I democratici intendono smontare pezzo per pezzo la strategia di Bush – affermano che con Siria ed Iran si deve dialogare – ed a me riservano la parte di un orso sul quale fare per 18 mesi il tiro al bersaglio?
Io sono il Presidente, ed ho ancora la possibilità di giocare le mie carte: oggi Bush è il classico cagnolino messo alle corde e chiuso in un angolo. Sono i cani più pericolosi, perché azzannano per paura.
Come spiazzare i democratici?
La guerra contro la Siria è passata in cavalleria, a causa della resistenza di Hezbollah e per l’imbecillità delle alte sfere militari israeliane, ma rimane l’Iran.
C’è una risoluzione ONU contro l’Iran – che non prevede l’uso della forza – ma non è detto che non si riesca a “rivoltarla” facendo in modo che siano gli iraniani ad attaccare.
Facciamo un’ipotesi: dalla portaerei americana s’alzano regolarmente velivoli che compiono rapide incursioni ai limiti dello spazio aereo iraniano. Già, “ai limiti”.
Quali sono questi limiti?
Gli stessi per i quali ancora oggi Hezbollah ed Israele si gettano l’un l’altro addosso la responsabilità della causa che scatenò la guerra in Libano: la pattuglia israeliana attaccata, per gli israeliani era in territorio israeliano, per Hezbollah in quello libanese. Difficile dirimere tali questioni, poiché pochi metri fanno la differenza: dopo, su quei pochi metri si litigherà all’infinito.
In aria non sono metri ma miglia: i velivoli, però, volano normalmente a circa 1.000 chilometri l’ora – circa 270 metri il secondo – ed in una manciata di secondi possono entrare ed uscire dallo spazio aereo iraniano.
Un piccolo incidente, due pattuglie che si scontrano in aria, lanciano i rispettivi missili aria-aria: non importa come va a finire, perché oramai il gioco è fatto.
Dopo, parte la catena di ritorsioni: aerei americani entrano decisamente nello spazio aereo iraniano (per “dare una lezione” a chi li aveva intercettati nello spazio aereo internazionale), mentre missili contraerei e velivoli iraniani attaccano aerei americani per garantire i confini violati della Repubblica Islamica.
Gli iraniani non possono farcela a lungo contro gli aerei USA e subirebbero forti perdite, ma c’è la portaerei e, soprattutto, ci sono i missili antinave Mosquit russi in grado di raggiungerla ed affondarla. E questo, probabilmente, potrebbe essere il segreto desiderio di George Walker Bush. Perché, altrimenti, offrire su un piatto d’argento una portaerei USA quando, dal punto di vista tattico, non ce n’è nessuna necessità?
Con le immagini dei marinai americani in acqua, aggrappati alle tavole o sorretti dai giubbotti salvagente, i media di regime avrebbero finalmente quel casus belli necessario per partire con un bombardamento indiscriminato dell’Iran, delle sue città, dei siti nucleari, delle fabbriche e delle vie di comunicazione.
E i democratici americani? Cosa potrebbero opporre? A quel punto sarebbero loro a dover ingoiare il rospo poiché – di fronte ad una nuova Pearl Harbour – l’elettore americano medio si schiererebbe senza condizioni dalla parte del Presidente. Chi proponesse trattative verrebbe immediatamente tacciato di “collaborazionismo” con il nemico, d’essere un comunista nemico dell’America: al resto penserebbe il tam tam dei media.
Ciliegina sulla torta, per un Presidente statunitense c’è una sola possibilità – nell’ordinamento costituzionale americano – per farsi rieleggere per la terza volta (capitò solo a F. D. Roosevelt: 1936, 1940, 1944): quella che il paese sia in stato di guerra. Dichiarata o no, grande o piccola, scommetto un penny che George Bush ci sta pensando.
Carlo Bertani
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www.carlobertani.it
7.01.07