Home / ComeDonChisciotte / YOSFIYA: I NAZISTI DEL 21 SECOLO SONO QUI

YOSFIYA: I NAZISTI DEL 21 SECOLO SONO QUI

DI SABAH ALI

CON FOTO

Quelli che seguono le notizie sull’occupazione americana dell’Iraq potrebbero essere familiari con un termine usato nei media quasi due anni fa: il Triangolo della Morte, un’area a sud di Baghdad che consta di tre città relativamente piccole: Yosfiya, Mahmoodiya e Latifiya. Ovviamente non ha nulla a che fare con la morte; al contrario è situata in una delle zone più verdi, più belle e pacifiche dell’Iraq, piena di frutteti ed orti, dove il Tigri e l’Eufrate e molti fiumi più piccoli scorrono placidamente tra le aree rurali e centinaia di piccoli villaggi. Era anche una delle zone industriali più importanti dell’Iraq centrale, specialmente nel settore tessile. Ma adesso è bollata come Triangolo della Morte dalle truppe americane perché vi affrontano il maggior numero di attacchi sulla principale strada a sud.La popolazione è un misto di sciiti e di arabi sunniti, come quasi ovunque in Iraq. Non è mai successo nella storia che quest’area abbia visto un benché minimo conflitto settario. Ma subito dopo l’occupazione, e nel corso del 2004, sono state regolari le notizie su raid americani, arresti e grandi operazioni militari. Comunque, quest’anno, è stata aggiunta una nuova dimensione: trapelavano notizie su orribili storie di arresti, torture, massacri, non solo dalle truppe americane, ma anche dalla polizia irachena e da unità dell’esercito. Raramente, quasi mai, queste notizie sono giunte nei media mainstream, né iracheni né internazionali.

Yosfiya è quasi parte della Baghdad meridionale, forse a meno di 30 kilometri. Il luogo più ampio e più importante qui è la base militare americana Saqr (falco), e la prigione dove tutti i detenuti da Baghdad sud vengono generalmente portati, per essere poi trasferiti in prigioni più grandi come Abu Graib o Camp Bucca ad Um Qasr (vicino a Bassora) o in altre prigioni ignote. Nel passato questa enorme struttura era una fabbrica di bus Scania. Questo è il motivo per cui adesso gli Iracheni la chiamano la prigione Scania. Montagne di rifiuti sono state gettate su entrambi i lati della strada (il guidatore ha commentato sarcasticamente che in Iraq è caduto tutto tranne i rifiuti, che sono aumentati) e al di là di esse si trova il cimitero delle auto, un’area molto grande dove i veicoli danneggiati sono raccolti per essere venduti al prezzo più economico in un paese confinante. Per peggiorare il tutto, code molto lunghe di auto si fermano qui all’infinito o per far benzina, aspettando ai molti check-point, o perché fermate temporaneamente in modo da lasciar passare le pattuglie americane o dell’esercito iracheno. Prevedibilmente, la strada per Yosfiya, che normalmente non richiederebbe più di 15 minuti, ora richiede almeno un’ora e mezza.

La nostra destinazione era un villaggio chiamato Qaraghool. Ma il conducente ci ha spiegato che è impossibile raggiungere quel villaggio perché è assediato dalle truppe americane ed irachene da 3 mesi.

“è questo il punto”, abbiamo obiettato, “vogliamo vedere come gli abitanti del villaggio stanno sopravvivendo lì”

“Non oggi, vi prego, fidatevi di me, non potete andare oggi”. E’ stato irremovibile.

La nostra prima fermata è stata il villaggio di Nasser Shneiter, sul lato orientale. Non sono più di 14 case di agricoltori di una famiglia: Nasser, una famiglia sciita dalla tribù Beni Saad. Sulla polverosa strada laterale, una casa deserta era stata distrutta, i muri fatti a pezzi, le finestre rotte, gli abelmoschi lasciati a seccarsi incolti, al pari degli alberi di cotone. Gli apiari e il giardino degli animali erano vuoti e deserti. Il conducente spiegò che la casa era stata razziata e bombardata con bombe sonore, mentre due uomini erano stati arrestati. Uno di loro, Nektal Rahman Adaay era stato ucciso durante l’arresto. La famiglia, di 12 persone, vive ora con i parenti.

Il villaggio Nasser sembrava completamente deserto. Nulla poteva essere visto o udito se non l’abbaiare dei cani. La maggior parte delle case era stata bruciata. Stavamo filmando la prima, quella di Hussein, che era stata completamente distrutta e bruciata tranne che per il ritratto dell’imam Ali, quando un giovane, coperto di polvere, è apparso dal nulla e ci ha chiesto, strano a dirsi, cosa stessimo facendo. Era molto stupito di vedere “finalmente” dei giornalisti, come ha detto, per poi iniziare a raccontare cosa accadde il 5 novembre del 2005, il primo giorno del Ramadan.

[La casa di Hussein]

[Il ritratto dell’imam Ali]

Le forze speciali della polizia, le Brigate Al-Hussein, arrivarono a mezzogiorno. Erano circa 20 camionette piene di loro. Erano stati colpiti sulla strada molto duramente da un posto dietro la sede del Progetto Acqua di Yosfiya, ad est del villaggio. Decine erano stati uccisi. Le loro auto erano bruciate. Alcuni si nascosero nel villaggio. La battaglia continuò per tre ore. Alla fine alcuni poliziotti riuscirono a scappare. Nel pomeriggio, lo stesso giorni, più forze tornarono accompagnate dalle truppe americane e da elicotteri. Si presero i loro morti, razziarono le case, uccisero ed arrestarono gli uomini, umiliarono le famiglie, uccisero le mucche e le galline, distrussero i giardini, e diedero alle fiamme il villaggio.

“Trascinarono uno degli uomini, Abbas Oeid, più di 70 anni, e lo picchiarono a morte. Altri due uomini furono arrestati, Karim Motar, 50 anni, e Riyadh Talab Jabr, 20 anni. I loro corpi furono rinvenuti tre giorni dopo a Baghdad. Misero l’uniforme della polizia sul corpo di Karim. Riyadh era stato denudato. Entrambi furono ferocemente torturati, le loro ossa, le schiene, i bracci erano rotti.”

“Credevano che il villaggio fosse colluso con la resistenza”

Ali Nasserm, un altro uomo dal villaggio, negava furiosamente che fosse vero, “alcuni di loro [dei poliziotti] non furono uccisi, riuscirono a scappare, possono testimoniare cosa accadde, si nascosero nelle nostre case e combatterono da lì, demmo loro protezione, alcune famiglie servirono te e pane. Dicono che sono i Sunniti a combatterli, noi siamo sciiti, allora perché hanno bruciato il nostro villaggio?”

– Puoi rispondere a questa domanda?

“Non posso, non so, perciò ho chiesto al governo di venire qui ed indagare. Non abbiamo fatto nulla di male, mai ferito qualcuno o violato qualche legge. Siamo stati puniti per un crimine che non abbiamo commesso. Eravamo nel fuoco incrociato, questa è la nostra unica colpa”

La casa di Ali era stata completamente distrutta. Le aste metalliche del soffitto stavano cadendo a causa del fuoco. C’erano letti di bambini, le tradizionali culle per neonati, i bidoni del latte per neonati, piatti rotti, tutti bruciati fino al midollo. Ali non esitava a parlare davanti alla telecamera.

[I letti dei bambini]
[Bidoni del latte]
[Piatti]

– “Voglio che il governo ascolti la mia domanda e mi risponda: perché siamo stati trattati in questo modo? Le brigate della polizia hanno rotto persino i generatori di elettricità, non abbiamo energia da 40 giorni, ovviamente le pompe dell’acqua non funzionano e le piante sono tutte morte. I nostri animali sono stati uccisi, le nostre donne umiliate. Chiedevano alle donne dove nascondessero gli uomini, afferravano i loro bambini per i capelli e li spingevano a terra. La madre di Riyadh stava piangendo e li supplicava di lasciare suo figlio; l’hanno colpita con il calcio della pistola, poi hanno rotto la testa di suo figlio con un mattone davanti ai suo occhi, adesso lei sta morendo. Quando il suo corpo fu rinvenuto era stato scannato… Abbas, poi, era così vecchio da non poter neppure camminare, come poteva essere un terrorista!! Fu picchiato a morte sul posto e il suo corpo venne lanciato nelle fogne. Quando perquisirono le case non trovarono alcun indizio che qualcuno di noi avesse a che fare con il terrorismo o le armi, dunque, perché? Il governo continua ad agire in modo che tutti si schierino contro di esso. Sta incoraggiando le persone comuni a resistere trattandole così violentemente. Non hanno misericordia. E noi non abbiamo più nulla, nulla”.

[Ali Nasser]
[La casa di Ali]

Ali andò dalla polizia con alcuni uomini per protestare. La polizia accusò gli abitanti del villaggio di aver massacrato i poliziotti. Cercò di spiegare quello che aveva detto a noi, che il villaggio si trovava nel fuoco incrociato, che i corpi dei poliziotti erano stati trovati nel villaggio perché lo usavano come scudo e stavano combattendo lì, che i poliziotti erano stati colpiti dalla sede del progetto acqua, ma questi tentativi furono infruttuosi. Infatti la polizia lo minacciò di arrestarlo. 24 persone vivevano nella casa di Ali, ora sono sparse in cinque luoghi diversi.

Tutti gli uomini di Yosfiya non dormono nelle proprie case, che siano giovani, anziani, armati, o che non abbiano nulla a che fare con la resistenza; perché la polizia arresta tutti gli uomini. Le donne sono lasciate sole ad affrontare la situazione. Nella casa di Hilal, tra le fattorie, incontriamo Karima, una coraggiosa contadina, moglie di Hilal e madre di molti bambini. Non è rimasto nulla nella sua piccola casa, tutto è stato bruciato, anche la farina, lo zucchero e il riso sono stati distrutti.

[L’auto di Hilal]
[La casa di Hilal]

“Ho cercato di salvare qualcosa, ma non ci sono riuscita, non me lo permettevano. Sono venuti in quattro elicotteri e hanno circondato l’intera area. Mi hanno puntato la pistola alla testa chiedendomi dove fossero i mojahideen. Distrussero tutto, anche le mie medicine. Dissero che aiutavo i mojahideen con quelle medicine, e le distrussero. Le truppe della polizia appartenenti alla brigata Scorpion erano state colpite nell’area il giorno prima, e credevano che noi sapessimo dei mojahideen.

[Karima]
[La sorella di Hilal]

[La famiglia di Hilal]

Tre bellissime bambine ci stavano guardando e sorridevano. Ghofran ha 10 anni, Iman 7 e Ayat 5. Sono le figlie di Hamid, il fratello di Hilal, che è stato arrestato quasi 2 anni fa. “Non lo potevo vedere, è a Bucca, non mi lasciano andare a vederlo” dice Ghofran rivolgendosi a sua zia. Hamid era un guardiano della scuola; fu arrestato perché la polizia pensava che la scuola fosse usata per nascondere alcuni stranieri rapiti.

[Ghofran]
[Iman]

[Ghofran, Iman e Ayat]

Nella casa di Abid Ahmad si è ripetuta la stessa storia. Le forze della polizia erano state colpite sulla paventata strada lì vicino. Razziarono la casa, distrussero i mobili e bruciarono tutto, inclusi tutti i documenti della famiglia e di proprietà della terra. Peggio di tutto bruciarono la nuova automobile di Abid che aveva comprato solo due mesi prima per 8 milioni di dinari (più di 5000 $). Abid si occupa di una famiglia di 18 persone, incluso suo padre, sua madre, la sorella e 2 fratelli, a parte i suoi bambini. “Devo pagare 75.000 dinari solo perché abbiano dei nuovi documenti, puoi immaginarti”.

Abdi è andato dalla polizia per protestare. La polizia e il giudice hanno deciso che era innocente e meritava una riparazione, “ma parlando francamente, non ho alcuna speranza che riceverò qualcosa”.

[La casa di Abdi]

Data: 20 novembre 2005

Fonte: Brussels Tribunal

Link

Traduzione dall’inglese a cura di CARLO MARTINI per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da God

  • Zret

    Un articolo come questo stride con quello di Travaglio: prendere ad esempio la “giustizia” dell’Impero di USatana, ossia gli USA è una bestemmia, assodato il ruolo di andreotti. Certo dietro…