Una Modestissima Proposta: Chiudiamo le Scuole

M.C.

Comedonchisciotte.org

Sono le 6:30 del mattino, l’aurora si apre fra le nuvole di un fresco mattino del primo autunno e dove gli alberi delle barche incrociano il giorno che arriva, io incrocio l’unica altra forma di vita che insieme a me percorre questa strada divelta dalle ruspe. Sul viso indossa una mascherina chirurgica e io non posso fare a meno di sentirmi responsabile di questo, perché se cambiassi comportamenti, se mettessi in discussione il mio modo di vivere, forse quell’uomo si sentirebbe abbastanza al sicuro da incedere senza l’ausilio di dispositivi di protezione individuale.

Ogni settembre le scuole della nostra Repubblica affrontano l’annoso problema delle cattedre vacanti. Decine di migliaia di studenti si trovano a trascorrere le prime settimane senza lezioni di matematica, di latino, di scienze. Ciò accade perché i tempi per le supplenze sono lunghi e, soprattutto al Nord, molti docenti non accettano di passare l’anno scolastico lontano dalle loro famiglie e quindi, mediante utilizzazione o assegnazione provvisoria, abbandonano la loro cattedra ancora prima di occuparla lasciando il posto vacante alla stregua di un trono imperiale nell’Alto Medioevo.

I mezzi pubblici e le infrastrutture costituiscono inoltre una nota dolente nel sistema italiano. Le strade sono vecchie e maltenute, le ferrovie, in modo particolare da Roma in giù, sono in uno stato disastroso: binario unico, mezzi antiquati e fatiscenti, una rete scarsa e a singhiozzo, gran parte del territorio non coperta e quella che è coperta, non lo è a sufficienza. Il pendolarismo sovraccarica questo sistema già debole fino a farlo scoppiare, causando disagi a catena. La nostra rete di trasporto pubblico andrebbe benissimo così, senza ulteriori spese a carico delle Casse dello Stato, se le persone si muovessero molto meno. In maniera speculare, le nostre città sono trafficate e inquinate perché agli spostamenti per raggiungere il luogo di lavoro si sommano quelli per raggiungere le scuole; uno sguardo alle principali arterie cittadine alle 8:00 del mattino renderà la cosa evidente.

Ogni anno in Italia muoiono 50.000 persone a causa delle malattie infettive, non è un numero alto in valore assoluto, ma certo non è mai piacevole morire o perdere un proprio caro in nome della statistica. La catena del contagio delle malattie infettive è nota, ma siamo inermi nell’ostacolarla perché legalmente e moralmente impossibilitati ad andare a recidere con decisione i nodi in cui questo contagio prende forma. Le scuole sono senza dubbio però dei veicoli importanti, in quanto sede obbligatoria per tutti i figli d’Italia dai 6 ai 16 anni. Milioni di persone che ogni giorno entrano in contatto, condividono esperienze, coabitano spazi e poi portano i virus e i batteri raccolti in classe nelle loro case e da qui virus e batteri raggiungono posti di lavoro, centri commerciali, luoghi pubblici, case di nonni, ospedali, residenze assistite e mietono la loro strage silente e ignorata, perché non si può fermare nulla per lo 0,001% della popolazione; seppure quella percentuale sia in effetti dolore concreto e tangibile per le persone interessate.

Sono invece 15 milioni le persone che in Italia soffrono di ipertensione arteriosa. L’eziologia del problema è vasta e variegata, così come le risposte farmacologiche e terapeutiche; siamo però fortemente limitati di fronte a questo scenario che infatti finisce per causare 240.000 morti ogni anno. Pur nei nostri limiti è però nostro patrimonio comune che lo stress e la rabbia peggiorano questa condizione. Se alcuni lavori pesanti sono perciò considerati usuranti dal punto di vista del funzionamento dell’apparato scheletrico, di determinati organi, delle vie respiratorie, il lavoro di insegnante va considerato usurante per quanto riguarda le malattie dell’apparato circolatorio. Se infatti 1 italiano su 3 soffre di ipertensione arteriosa, un discreto numero di insegnanti, sottoposti ogni giorno per decenni alla fatica, al nervosismo, allo stress, agli scatti di ira, risentirà di uno stato di salute nettamente peggiore di quello che potrebbe essere in condizioni differenti. Alla lunga molti di loro andranno ad aggiungersi a quel conto di 240.000 vittime, prima causa di morte nel nostro Paese.

I disturbi neuropsichiatrici investono invece il 27% della popolazione europea e sono la terza principale causa di anni di vita persi per mortalità prematura (YLLs – years of life lost to premature mortality). La pressione che la vita quotidiana a scuola reiterata nel corso degli anni esercita sugli insegnanti, soprattutto nelle scuole medie e professionali, è annoverabile fra le ragioni dietro questa importante percentuale e, di conseguenza, dell’accorciamento dell’aspettativa di vita per migliaia di persone.

Tutti i problemi qui sopra delineati potrebbero essere eliminati o mitigati dalla chiusura permanente delle scuole di ogni ordine e grado. Un passaggio integrale alla didattica a distanza, la cui efficacia e inevitabile applicazione futura sono riconosciute da autorevoli voci, cancellerebbe la necessità per i docenti di abbandonare le proprie famiglie per lavorare e quindi farebbe sì che ogni scuola, ogni primo settembre, avesse tutti i suoi insegnati arruolati e intelligentemente pronti a lavorare. Non si porrebbe neanche più quella disparità nel salario reale che è dovuta al differente costo della vita nelle differenti regioni italiane e che rende molto più conveniente il mestiere dell’insegnante nella provincia sarda piuttosto che nei grandi centri lombardi. Il pendolarismo di insegnanti e studenti sparirebbe dall’oggi al domani con immenso beneficio per il sistema di trasporto pubblico, l’inquinamento, il traffico cittadino. Inoltre verrebbero meno anche quegli episodi di violenza che si registrano dentro e in prossimità delle scuole, mentre i ragazzi più fragili potrebbero essere molto più sicuri dentro le loro camerette. Contestualmente si ridurrebbe la trasmissione di virus e batteri e si eviterebbero situazioni in cui le malattie cardiovascolari possono peggiorare e i disturbi neuropsichiatrici presentarsi. Viene difficile calcolare quante vite verrebbero salvate, certo avremmo una sensibile diminuzione dei cosiddetti YLLs. In generale le persone potrebbero sentirsi più sicure di camminare senza l’ausilio di mascherine protettive.

Alla luce di ciò non esistono ragioni per continuare a tenere aperte le scuole. Se ci proiettiamo nell’ottica della razionalizzazione delle risorse e delle riforme strutturali, la conversione alla didattica a distanza porterebbe a una riduzione considerevole del personale docente e quindi dell’aggravio per le pubbliche finanze. Meno docenti perché una classe virtuale può contenere anche 100 studenti, meno dirigenti perché calerebbe il numero di scuole (virtuali), nessun collaboratore scolastico, poco e snello personale di segreteria in smart working. Infine gli edifici oggi occupati dalle scuole, spesso bellissimi e posti in luoghi di primario interesse nelle città, potrebbero essere trasformati in alberghi nei quali i nostri studenti, rispondendo alle esigenze di mercato, potrebbero lavorare, favorendo così la trasformazione dell’Italia in un Paese a economia trainata dal turismo, noto modello di successo.