Terra contro mare: una nuova guerra mondiale potrebbe essere inevitabile

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DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

Il raid americano in Siria e la minaccia di un analogo intervento in Nord Corea hanno riacceso i timori di un conflitto mondiale esteso a Russia e Cina. È un argomento non nuovo, che abbiamo già trattato evidenziando le condizioni critiche dell’economia occidentale e la più generale crisi del sistema internazionale post-1945, dove l’egemonia angloamericana appare sempre più in affanno. Tocca ora completare l’analisi, soffermandosi sull’emergere di nuove realtà geopolitiche capaci di spodestare l’impero atlantico. L’intesa tra Russia e Cina ed il cementarsi di un blocco euroasiatico è il peggior incubo possibile per gli strateghi delle potenze marittime, tanto di spingerli ad una “guerra preventiva” finché esiste una possibilità di vittoria.

Il blocco continentale euroasiatico: il peggior incubo della potenze marittime

È ormai assodato che Donald Trump sia stato “normalizzato” dopo neppure 100 giorni alla Casa Bianca e che abbia iniziato ad agire come qualsiasi altro alfiere dell’oligarchia atlantica: il suo voltafaccia non solo lascia l’amaro in bocca, tradendo le molte speranze “rivoluzionarie” che erano state riposte in lui, ma desta anche forti timori, alimentati dalle sue ultime mosse in politica estera e dalla prospettiva di nuovi imprevedibili interventi militari. Come abbiamo più volte evidenziato negli ultimi anni, il panorama internazionale è infatti attraversato da gravi e profonde tensioni e l’idea di un presidente americano “isolazionista”, che focalizzasse cioè la sua attenzione sull’economia americana anziché sulla politica estera, era la migliore garanzia per il mantenimento della pace. La conversione di Trump alla solita politica imperiale statunitense contribuisce invece alla sensazione che le nubi nere addensatesi negli ultimi tempi possano esplodere da un momento all’altro, scatenando una tempesta internazionale di epiche proporzioni.

L’interrogativo che molti si pongono dopo il raid in Siria del 7 aprile, e la minaccia di un intervento analogo in Nord Corea, è se Washington stia o meno per avventurarsi in un’impresa militare che, coinvolgendo potenze del calibro di Russia e Cina, avrebbe buone probabilità di degenerare in un conflitto regionale e/o in una nuova guerra mondiale. Constatata l’incapacità degli Stati Uniti di auto-rigenerarsi e la completa sudditanza di qualsiasi inquilino della Casa Bianca alla volontà dell’oligarchia atlantica, ci sono oggettivamente poche ragioni per essere ottimisti: le premesse per un conflitto di proporzioni globali sono chiare e visibili ed è difficile soltanto stabilire quando (una settimana, un mese, un anno, tre anni?) potrebbe scoccare quella scintilla destinata ad incendiare le polveri sinora accumulate. Data la natura degli attori coinvolti (Stati Uniti, NATO, Russia, Cina) e l’estensione delle operazioni all’intero globo terracqueo, il conflitto si configurerebbe come la classica “guerra d’egemonia”, utile a ridisegnare la gerarchia delle potenze: chi comanda e chi obbedisce, chi riscuote e chi paga, chi scrive le regole e chi le osserva.

Come scrivemmo nel nostro articolo “Perché il sistema internazionale si dirige verso la guerra”, pubblicato alla vigilia delle elezioni presidenziali per sensibilizzare i lettori sui rischi che un’elezione di Hillary Clinton avrebbe comportato (gli stessi poi materializzatisi con Donald Trump!), l’attuale configurazione del sistema internazionale è di per sé allarmante: l’erosione della base economica degli Stati Uniti, l’emergere di nuovi potenze, il divario economico-tecnologico sempre più ridotto, hanno creato un forte disequilibrio, interpretato come una grave minaccia da Washington e Londra e come un’imperdibile occasione per i concorrenti. Significativo era un passaggio tratto da “Guerra e mutamento nella politica internazionale” di Robert Gilpin:

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