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STEFANO CHIARINI MUORE

D’ALEMA, PRODI, NAPOLITANO, BERTINOTTI, IL PAPA, I PENNIVENDOLI VIVONO: C’E’ UNA TRINCEA DA
RIPOPOLARE

Uomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraquà

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea

Non rompere il cazzo! Così, secco come la fiondata
di un Tanzim, Stefano Chiarini, un paio di anni fa in un presidio in Piazza San
Marco a Roma, rispose all’ intimazione di una morgantiniana “donna in nero” di
smettere di gridare Sharon assassino all’indirizzo di una turba di
“sinistri per Israele” che, con picchiatori fascisti in testa, si muoveva dal
Campidoglio veltroniano verso la sinagoga. Non conosceva mezze misure, Stefano,
in un mondo massacrato da mezze misure tipo Va bene l’Afghanistan, ma
riduciamo il danno con un po’ di fiancheggiatori Ong; passi il Molin 2 purchè ci
assicurino che bombarderanno piano; offriamo il culo a Olmert, ma ribadiamo che siamo
equivicini; aumentiamo le spese per missioni di genocidio, ma fateci mangiare
nella cooperazione; votiamo il culo-e-camicia sionista Veltroni, ma in piazza
gridiamo “Palestina libera” (ovviamente redarguendo gli smanierati che bruciano
fantocci di guerra)…

La
sagra della santocchieria

Chissà cosa di analogo avrebbe esclamato Stefano a vedere
che sul “manifesto” l’apertura della pagina di ricordi veniva aperta con un
triplo salto mortale etico dal sindaco con la kippa incorporata, Walter
Veltroni: Vi mancherà una parte di voi. Chissà. Una parte che non
mancherà a Veltroni, questo è certo: visto che lo aveva mille volte sbertucciato
per il suo unilateralismo sinistrosionista. Chissà la sua smorfia a vedere che nel riquadro d’eccellenza del
paginone si esibiva Abu Mazen con la promessa che il popolo palestinese
rimarrà fedele alla memoria del nostro amico.
Fatta da chi si protegge dal
suo popolo con una guardia
pretoriana Usa e con armi israeliane, la frase suona vagamente minacciosa.
Chissà il suo sghignazzo a vedere che poi seguiva uno stitico
equilibrista Bertinotti con: Una persona con cui abbiamo fatto molto cammino
insieme, convergendo e anche divergendo.
Le convergenze, io che ho
frequentato da vicino entrambi, non le ricordo proprio. Monumentali, invece, le
divergenze quando il Bertisconi dava del “terrorista” al partigiano palestinese
o iracheno e intimava al suo partito di sabotare le manifestazioni del
chiariniano “Comitato per ricordare Sabra e Shatila”. Non si conciliavano con
quel suo, tanto esilarante quanto vomitevole, “Sharon, uomo di pace”. A
seguire il capo, con la salvietta sul braccio, Russo Spena, parlamentare
cronico, inamovibile dai tempi di De Pretis: Non sempre siamo stati
d’accordo
. E come si fa, da capogruppo di una carovana di migranti che
partono dalla rivoluzione e finiscono alla buvette con atlanto-sionisti come
Bonino e Mastella, a essere d’accordo con chi non si è mai prestato a dare del
“terrorista” ai combattenti di Baghdad, Gaza, Bint Jbeil, Belfast, come le
chiaviche della truffa 11 settembre hanno ordinato a compari e pali? Quando, al funerale di Stefano, ho
potuto dire due parole, mi è parso giusto ricordare a coloro che si salvavano il
posto nel coro ricordando le liti e ribadendo il dissenso dalla sua “cocciutaggine”, che
quando Stefano si scontrava con qualcuno sui popoli in lotta era inesorabilmente
lui che aveva ragione e gli altri che avevano torto. Lo posso dire con prove
alla mano perché con lui ho attraversato i momenti e luoghi stellari
dell’umanità sofferente, insofferente e ribelle, dall’Irlanda dell’oppressione
colonial-fascista, alla Palestina delle intifade da incondizionatamente amare e
sostenere, dall’Iraq, cui prima e dopo l’invasione i predatori genocidi e i loro
portaborse hanno riservato il record assoluto della diffamazione, al Libano
tornato in piedi e perciò da dilaniare con la scure dell’ipocrisia Onu. Come
Stefano ne riferiva era semplicemente inoppugnabile e imponeva agli onesti – e
questo faceva accapponare la pelle ai misirizzi dell'”intervento di pace” – di
schierarsi senza quei ributtanti se e ma che costituiscono i pioli della scalata
ai quattrini e agli strapuntini del potere.


Dopo
Stefano il diluvio? La stransustanzazione del “manifesto”

Gli ha dedicato un coccodrillo anche Giuliana Sgrena. Gli
succederà al desk del Medio Oriente? Non si offenda la sopravvissuta a
Calipari, i dissensi sono pur sempre legittimi, anche se da una parte c’è
conoscenza, coscienza, verità e, dall’altra, stereotipi, pregiudizi, bigottismi,
fobie ammantate di pietismo, subalternità alle menzogne che fanno egemonia. Non
si offenda se ora mi si rizzano i capelli all’idea che il posto di Stefano possa
essere preso da chi vede nel velo islamico un orrore peggiore di Padre Pio e ci
ha inondato per anni di cliché calunniosi e bugiardi, tra “integralismi
islamici” e “terroristi Al Qaida” (laddove Al Qaida serviva agli Usa per
diffamare e stroncare una resistenza di popolo), tra “primavere berbere” di
borghesie filofrancesi revansciste, e complici assunzioni di mascalzonate
propagandistiche catto-atlantiche sui regimi che al colonialismo di ritorno si
permettevano di non offrire quaquaraquismi prodian-berlusconiani. E’ stata dura
la vita di Stefano, perfino al “manifesto”. Amara soprattutto al “manifesto”,
dato che è da lì che doveva puntare il fucile, visto che tutt’intorno c’erano
perlopiù, se andava bene, lanciatori di micette e il fucile, semmai, lo
puntavano su di lui che non si acconciava a realistiche “mediazioni”. Ma quali
mediazioni! Quelle che stanno facendo scappare dal “manifesto” tutti coloro che
non si riconoscono più nella testatina sulle sottoscrizioni: “Siamo tutti del
manifesto”? Quelle dell’infatuazione bertinottista che stende un velo perfino
sulla fellonia dei consanguinei “dissidenti” del PRC? Dissidenti obbedienti,
ossimorici felloni al punto da blaterare contro la guerra e per Vicenza e poi
accucciarsi, a fini di poltrona-pensione, ai piedi di ogni spedizioniere bellico
purchè abbia nel taschino una Ong raccomandata da Patrizia Sentinelli. O le
“mediazioni” del direttore del bollettino marcosiano “Carta”, che continua a
imperversare sul “manifesto” con
proposte di fiancheggiamento buonista al capitalismo (quel “bilancio
partecipativo” (in effetti meramente consultivo all’0 virgola qualcosa per
cento) che ha sacralizzato la carriera, “dal basso”, dell’ imperialfinanziato
patron Cassen) e ora, insieme ad altri avvoltoi, si va precipitando sulla
rivolta dei vicentini e degli antimperialisti veri per trarne, sull’esempio
dell’affabulatore parassita pseudochapaneco, consolanti indicazioni nonviolente
e anti-potere. Almeno Barenghi, l’agnelliano che quando, stupefacentemente per
quanto il giornale virasse verso il catto-radical-chic, era ancora al
“manifesto”, preferiva i “marines ai tagliatori di teste”, al funerale non si è
fatto vedere. Un respiro di sollievo nella bara. Conosco i velenosi cilici che
questa gente ha stretto attorno alla vita professionale del migliore giornalista
mediorientalista di sempre. Ha
detto bene Luciana Castellina: C’era chi diceva che era un po’ estremista. Ma
quando uno ha visto tutte le cose che ha visto Stefano è difficile non essere
estremi.
Io che le cose di Stefano le ho viste, spesso assieme a lui e con
occhi diversi dalle compiangenti Sgrena e Gruber (Giovanna Botteri del Tg3, con
un residuo di pudicizia, si è astenuta dall’intervenire), con gli occhi dei
fellahin della sabbia e delle palme, dei guerriglieri di Falluja e di Jenin, di
Bobby Sands, poeta come lui, e dei Provos nelle case-scatole-di-cerini di Derry,
io lo posso confermare. E’ lotta di classe, dappertutto, altro che fanfaluche su
integralismi e terrorismi sparate dal covo terrorista e integralista cristiano.
E, nella lotta di classe, o sei “estremista”, o stai dall’altra parte, che tu lo
sappia o no.

Una tromba muta

Nei giorni attorno alla morte di Stefano, primo violino
nello sparuto e stonato coro degli antagonisti della menzogna – ma perché non
gli hanno fatto l’autopsia ? Ne succedono di cose… – abbiamo vissuto
episodi sui quali avremmo voluto sentirti suonare la tua
tromba-mitraglia-enciclopedia, nostro grande compagno, amico e modello. Questo
Ratzinger che arrota tiritere su pace e fame e non nomina mai chi guerreggia e
affama. Anzi, con il suo per niente teologico invasamento sulla “famiglia
matrimoniale”, cattolicamente fornisce un rancido supporto domestico-dinastico
alla repressione di Stato e, insieme, alla liquidazione capitalista, per ormai
evidenti fini di guerra, delle residue briciole di welfare. Altro che
piagnistei sulla fame nel mondo. Del resto, Stefano, ricordi come noi e tutti i
nostri amici in Libano avevamo ben compreso il messaggio del panzerpapa quando,
nascondendosi dietro a un imperatore bizantino, diede man forte all’islamofobia
dei Cheney, Magdi Allam e Amato? Eravamo lì che con i guerriglieri hezbollah –
scusa la violenza, Sgrena – per l’ennesima volta, tutto merito tuo, facevamo
risorgere i martiri di Sabra e Shatila da quella fossa comune in cui li avevano
lasciati marcire i governanti “legittimi”, cari a Prodi e D’Alema, e che tu
avevi trasformato in un giardino di ulivi. C’eri ancora quando un capo dello
Stato, che non perde proprio nessuna occasione per stare zitto e sempre se la
tira da inconfutabile bipartisan mentre la tira forsennatamente a destra,
sull’onda della “giornata della memoria”, giornata dell’oblìo per tutte le
vittime di olocausti non funzionali a coprire i crimini di Israele, pronunciò l’anatema: chi è
antisionista è antisemita
. Tra l’altro facendo sghignazzare amaramente 200
milioni di semiti arabi. Meno male che a queste non innocenti scempiaggini
jabotinskiste hanno risposto a tono chiariniano gli Ebrei contro l’Occupazione,
prima italiani, poi europei e infine britannici. Giubilo, invece, tra i fascisti doc e soft: visto che si tratta
del loro Stato guida… Silenzio dai
democratici, mica perché convinti: qui o si governa con il benestare del
rottweiler israeliano, o si finisce fuori, magari a pezzi.

Chiarini e Mastella

Chissà se non sia stato uno di questi episodi ad averti
colpito alla schiena, te autentico San Sebastiano della fede giornalistica. Per
esempio, quando l’irpino di risulta che recita da ministro della giustizia emise
quel decreto che fece belare tutto intero il parlamento. Quello del
negazionismo. Mica perché tu fossi negazionista. Del resto non so come la
pensassi, non ne abbiamo mai parlato, se non per dire che della Shoah veniva
fatto un uso nefando, anti-israeliano e antiebraico, come ben detto nel libro di
Norman Finkelstein (figlio di morti nei campi) “L’industria dell’Olocausto”.
Quanto a me, al di là di quanto hanno raccontato gli storici dei vittoriosi, so
solo che c’ero quando, nel ’45, i tedeschi comuni vennero a sapere dei lager e
tutti, proprio tutti, in città, compresi il panettiere, il lattaio, il
professore, il capo della Hitlerjugend, il sindaco, il prefetto, il vicino, il
fabbricante di sidro, il barcaiolo e perfino il maestro ebreo, Haas, che mi aveva fatto lezioni di inglese
dal ’43 al ’45, rimasero attoniti e inorriditi. E di questo stupore e sgomento
di fronte alle terrificanti rivelazioni sono stato testimone anche in infinite
frequentazioni in anni successivi. Per cui mi ha sempre infastidito la brutale e
arbitraria distribuzione al popolo tedesco (un milione di morti antinazisti) che
alcuni cantori dei campi, come certo antifascismo degli stereotipi, fanno delle
colpe naziste. Comprendere come milioni di esseri umani abbiano potuto essere
sterminati con l’appoggio (tacito o attivo) di una larga maggioranza della
popolazione… ieri il buon cittadino tedesco era soggettivamente (
sic)
coinvolto nella campagna di odio contro gli ebrei e si rifiutava di voler
sentire l’odore di carne bruciata dei forni crematori…
(“I volti di
Abele”). Chiuso: tedesco uguale nazista. E’ falso ed è identico a “musulmano
uguale terrorista”. E io ho ancora negli occhi la commozione di Herr Haas per
come tutta la comunità proteggeva e
occultava lui e i suoi correligionari per evitargli insidie di qualsiasi genere.
Dunque il vernacolare Mastella, poi raffinato da quella vetta del pensiero
veltroniano che è Giovanna Melandri, fresca di Malindi e di feromoni briatoniani, decreta: da
tre a dodici anni per il reato connesso alla negazione di fatti storici e
all’istigazione a comportamenti che potrebbero riprodurre crimini contro
l’umanità. Beh, qualche anima bella
ha obiettato, non a torto, che così si rischia di ammazzare la libertà
d’espressione, la ricerca storica, necessariamente spesso revisionista (pensate
cosa hanno fatto a un illuminato imperatore innovatore come Nerone,
attribuendogli stragi di cristiani arrivati a Roma solo dieci anni dopo la sua
morte!). Qualcuno si è meravigliato che si possa benissimo affermare che
Napoleone non era sposato con Giuseppina, bensì con un ussaro alemanno, ma che
non si possa discutere nemmeno sul numero dei morti da lager. Ma tu, Stefano dal
ghigno micidiale, forse avresti salutato un provvedimento che punisce chi
nega fatti storici e chi istiga a riprodurre crimini contro l’umanità
. E
già, avresti gioito all’idea che avrebbero trovato sacrosanto castigo coloro
che, dai palazzi del governo di Tel Aviv, negavano l’esistenza del popolo
palestinese, o che in Turchia negavano l’olocausto armeno (in proporzione
numerica più cospicuo di quello ebraico); Giuliano Ferrara detto Cia, che
approva la volontà di Israele di incenerire l’Iran con una salva nucleare, Bush e
criminalità organizzata varia che hanno istigato, su bufale megagalattiche,
all’invasione di Afghanistan e Iraq, a uranizzare generazioni, a fosforizzare
Fallujah; tutti i governanti israeliani che da 60 anni istigano alla pulizia
etnica e ai crimini contro l’umanità; Magdi Allam, Adriano Sofri e Oriana
Fallaci – e il Corriere ella Sera che se ne fa imbrattare – i quali hanno
eccelso nel convincere gli italiani che bisognava a tutti i costi andare a
liquidare cristiani di Serbia e tutti i musulmani del mondo. E se non basta,
Mastella ha sicuramente pensato a costoro quando ha decretato che si danno da 12
a 18 mesi di carcere a quelli che propagandano idee basate sulla superiorità
o sull’odio razziale o etnico.
Che pacchia, Stefano! E bravo Mastella: d’un
botto ci potremo liberare della ciurmaglia razzista e islamofobica di mezzo
mondo. E addirittura verrà sanzionato lo Stato canaglia fondato sulla
monoetnicità e sulla pulizia etnica di tutti i non eletti. Rifiorirebbe
finalmente come Stato unico israelopalestinese, laico, pluralista e solidale. In
cambio, avremmo anche potuto chiudere un occhio sui quattro anni inflitti a
David Irving, negazionista quanto Golda Meir nei confronti dell’esistenza di un
popolo palestinese, forse addirittura meno perché fa questione di
numeri.


Il
Mastella col trucco

Stefano, ci siamo illusi. Vuoi che dove c’è un Mastella
non ci sia il trucco? Ecco qua: la pena è aumentata se l’istigazione a
commettere crimini contro l’umanità o atti di discriminazione è stata commessa
negando in tutto o in parte l’esistenza di genocidi o di crimini contro
l’umanità, per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da
parte dell’autorità italiana o internazionale
. Norimberga, ovviamente.
Quando mai c’è stata una sentenza sul Churchill del gas sugli iracheni nel ’22
(altro che la balla su Saddam!) o di Dresda piena solo di profughi e di
meraviglie barocche rasa al suolo, o sul Cia Posada Carriles a Cuba, o sulla
totale eliminazione dei pellerossa, o sui desparecidos, su Pinochet, su
Kissinger, o sull’olocausto immane
di palestinesi e iracheni? Siamo nel paese dove gli Andreotti baciano mafiosi e
generali macellai. Per questa gente
c’è l’impunità che tu ogni volta che parlavi stigmatizzavi come causa dei nostri
tempi criminali. E allora non è che, per istigazioni che più non si può, si
sbatte davanti a un PM Magdi Allam, vicedirettore del satellite di Israele Palo
Mieli al Corriere della Sera, un copto che si atteggia a musulmano meritevole
della civiltà occidentale aizzando contro imam e moschee bassifondi
viscerali e operatività
repressive e assegnando Al Qaida (a
Langley si gongola) il dominio del pianeta da Giacarta a Casablanca. Lui da
extracomunitario senza una lira e filopalestinese in vent’anni è assurto a vice
del più grosso giornale italiano. La gemella in istigazioni a delinquere,
Fallaci, viene insignita di medaglia d’oro da reggicoda di Israele annidati nel
centrosinistra. Ma i dirigenti ddell’Ucoii, unione delle comunità islamiche,
vengono accusati – e, anche se assolti, sputtanati – in base alle leggi sulla
discriminazione e la violenza razziale per aver puntato il dito contro il
governo di Israele per quello che fa ai civili palestinesi e libanesi: “Israele
sta disseminando di stragi e rovine il Vicino Oriente…” E non è vero? E non
dovremmo essere milioni ad autodenunciarci per lo stesso “delitto”?


Fucilato a prescindere

Ma poi non c’è neppure bisogno che qualcuno neghi o
istighi, oggigiorno basta che quegli altri pensino o dicano che quel qualcuno,
domani, magari negherà o istigherà. Chi meglio di te, Stefano, avrebbe potuto
rispondere a quel presidente della Comunità ebraica di Torino, Tullio Levi, che,
saputo di una mia presentazione del documentario “Gaza, Baghdad, Beirut: Delitto
e Castigo” a Caselle, ha innescato un finimondo preventivo, giorni prima che
mettessi piedi da quelle parti, scatenando sui giornali una canea tipo “Scoppia
il caso Grimaldi, tacciato di antisemitismo”, “Serata sul Libano, scoppia la
lite, la comunità ebraica contro Caselle”, “Grimaldi dica di non essere
antisemita”, e via con le intimazioni e intimidazioni terroristiche: scomuniche
a prescindere. Caselle e i compagni del Circolo Enrico Berlinguer hanno tenuto
duro. Anzi, il compagno Dario ha saputo rispondere con parole che avrebbero
potuto essere tue. Segno che hai lavorato bene. Il che non ha impedito al Levi
di intervenire a proiezione avvenuta per bollare di fanatico antisemitismo il
racconto della distruzione del Libano e del serialkilleraggio di Gaza, per
denunciare quei palestinesi incontinenti che non si sono accontentati nel ‘48,
essendo il 93% della popolazione, di quel 22% della loro Palestina, venendogli
il resto sottratto a furia di massacri e incendi di villaggi ad opera dei
terroristi di Haganà, banda Stern, Irgun e simili “irredentisti”. Quegli
arabi che, semplicemente essendoci,
si ostinano ad “assediare Israele” e dai quali Israele “non fa che difendersi”,
magari predicando in un dossier ufficiale dell’82, che il mondo arabo andava
frantumato in mille bantustan per linee confessionali, etniche e tribali. Del
resto il buon Levi non faceva che rifare il verso alla circolare sionista che ha
permesso a un “sinistro” come Furio Colombo di straripare su pagine di “L’Unità” con
la stessa solfa dell’Israele “democratica” e assediata, senza trovare neanche un
mezzo accenno al popolo scacciato e sterminato, alla terra rubata, ai coloni
fascistizzanti, alle violazioni di ogni risoluzione Onu, allo scatenamento di
guerra su guerra, al razzismo anti-palestinesi di Israele, alle punizioni
collettive, agli infanticidi, ai furti dell’acqua, ai condizionamenti anti-arabi
imposto dalla lobby e dai suoi ricatti ai governi di mezzo mondo. Tutte cose
alle quali nessuno come te avrebbe saputo opporre i rolling stones della
verità.

Ebrei contro l’occupazione

Io, comunque, non avevo bisogno di rispondere. Per me
avevano già risposto gli “Ebrei contro l’Occupazione” quando si sono rivolti al
Napolitano del sionismo uguale antisemitismo: Le sue parole, signor
Presidente, rischiano di portare acqua al mulino di chi, affamando i
palestinesi, e costruendo il muro in Cisgiordania, lavora a una nuova pulizia
etnica in nome della ‘sicurezza di Israele’. Ci aspettavamo che Lei, signor
Presidente, rappresentando la nostra Repubblica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo oppressore,
affermasse il principio di non discriminare per ‘razza’, e religione senza le
sottigliezze diplomatiche che dimostrano la sudditanza italiana ai potenti del
mondo e il colpevole silenzio verso le terribili condizioni in cui vive oggi il
popolo palestinese occupato.
E così passò la “giornata della memoria”. Dove,
non ci fossero stati gli Ebrei contro l’Occupazione, il passato avrebbe
obliterato il presente, l’olocausto di ieri gli olocausti di intere nazioni
oggi.

Ermeneutica errata dell’ontologia
chiariniana

per dirla alla maniera delle pagine culturali del
“manifesto” per quattro gatti. Maurizio Matteuzzi, egregio giornalista del
“manifesto”, ti ha voluto commemorare con affetto e stima, caro Stefano,
chiudendo però con un tonfo logico che avrebbe provocato quella tua solita,
vetriolica ironia. Ha concluso compiangendoti teneramente come “innamorato delle
cause perse”. Che sia una causa persa continuare a lavorare per quel giornale
senza più Stefano Chiarini è un dubbio legittimo. Che tu fossi dedito alle cause
perse, fa di te un romantico sentimentalone perso appresso alla luna. E anche
questo è farti torto. Soprattutto far torto a coloro dei quali ci hai raccontato
il dentro e il fuori e per i quali ti sei battuto con la Grande Armada delle
buone ragioni. Quella palestinese, irlandese, irachena, libanese, araba, dei
popoli aggrediti in tutto il mondo, non è una causa persa. E’ la Grande Causa
del nostro tempo e del futuro. Non siamo perdenti né loro, né tu, né io, né noi.
Siamo con quelli che sono gli araldi della vittoria, e non solo perché, come ci ha insegnato l’imperfettibile
Che, combattere è già vincere. La tua vittoria più grande? Non averli mai
chiamati “terroristi”. I partigiani nel mondo, di ieri e di oggi, te ne rendono
grazie. I perdenti stanno tutti dall’altra parte. Quasi sei milioni di esseri
umani lo sanno. Lo sanno i delfini
e gli orsi, le querce e i mandarini, le nuvole e il mare. Qualunque cosa accada,
anche la fine del mondo.

Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
08.02.2007

Pubblicato da God

  • marzian

    Certo l’oggetto di questa mail potevo cambiarlo, ma ho voluto lasciarlo
    così, duro e provocatorio come tu Fulvio l’hai voluto e sto rispondendo ai
    destinatari del tuo Mondocane-Chiarini, tra cui ci sono anch’io.

    Ho conosciuto Stefano Chiarini in maniera a dir poco singolare. Era il 2001,
    e mi trovavo in ogni posto appena potevo, dove si parlasse di Genova, c’ero stata e volevo capire e conoscere. Su un autobus di quartiere a Romanord, sono una chiacchierona lo sai, parlai con una signora avanti negli anni e scoprimmo che stavamo andando nello stesso luogo , in centro.

    Lei mi disse che dove ci sarebbe stata questa conferenza con filmati su
    Genova, avremmo incontrato un suo vecchio amico, Stefano Chiarini, una
    persona straordinaria, per lei un figlio…io ero molto emozionata perchè lo
    leggevo sul Manifesto e mi trovai davanti quell’uomo semplice e diretto,
    quella penna e testa e cuore di trincea che era. La signora dovette
    andarsene presto, perchè non poteva lasciare il marito solo a casa quando
    arrivava il buio, era quasi cieco e doveva “sentirla”. Il suo nome era
    Violetta Marconi. Mi parlo’ della Palestina e di un bambino palestinese,
    figlio adorato e adottato nei territori, forse a distanza, piangeva davvero
    mentre raccontava. Non aveva certo il pc la signora, era una creatura forte
    e all’apparenza molto comune. Cominciammo a scriverci delle lettere ,
    gestite poi da mia madre e si scambiavano poesie ed emozioni. In piazza ho rincontrato Violetta, l’avvisavo quando c’erano degli appuntamenti, come quello di Piazza San Marco, anzi bisognerebbe usare il plurale, ce ne furono a decine…

    Tra quelli che imparavo a conoscere oltre Stefano, ci fosti pure tu Fulvio,
    ci incontriamo talvolta ancora oggi e più frequentemente ci scriviamo.
    E’ stato un cazzotto questo capitoletto del tuo Mondocane, questo passaggio sulle Donne in Nero.

    Sono stata con loro per anni e tu lo sai.

    Non ci sto più a rappresentare simbolicamente la protesta contro la guerra
    con loro, e tu lo sai, come altri, ho detto le mie ragioni anche in piazza.
    Ma ai tempi quelle donne ci sono state, come te, come gli altri, anche
    quando la presenza contemporanea era critica, assumeva pure toni violenti.

    E’ vero noi non si gridava mai, anzi dovevamo stare in nero e silenzio,
    questo era il nostro modo.

    Nessuno doveva ovviamente sentirsi limitato e molto spesso abbiamo
    “silenziosamente” gridato con gli altri.

    Non so quale donna abbia detto a Chiarini di non gridare, magari nel timore di provocazioni… ma quello che più mi spiace, è che tu narri di un tempo in cui eravamo comunque là, insieme.

    Oggi conosciamo spazi assai più vuoti, assai meno partecipati e seguiti,”
    tant* non ci sono “volut* e potut*venire”.

    Anche questo è un segno, tutto da interpretare.

    Ti ho sempre riconosciuto la capacità di parola, la passione totale,
    l’esperienza sul campo che da anni ti autofinanzi.

    Capirai, spero bene che capirai Fulvio che con questa lettera, non sono
    intervenuta a difesa di nessuna( forse solo di me e del mio passato da
    ingenuotta di movimento e politica) ma mi dispiaceva di non dire che
    Stefano era certo quello che strillava contro il nemico, ma era anche quello
    capace di dolcezza e comprensione, che riusciva a portare donne comuni come Violetta e me , in una piazza romana, in pomeriggi distratti ed inquinati a denunciare misfatti e crimini , nazionali ed internazionali.
    Ognuna di noi faceva quello che poteva, chi dopo a correre dal marito a
    casa, chi a preparare la cena, chi a discutere con le compagne sul da farsi,
    su chi sarebbe stata domani, a quell’appuntamento che non si poteva mancare.

    Non ho trovato più negli ultimi mesi le Donne in Nero, quando ero certa ci
    sarebbero state…loro continuano a fare sitin e manifestazioni, fiaccolate
    e convegni, so che saranno a Vicenza come tutti.

    Io non so che fine abbia fatto Violetta, non abito neanche più a Roma.
    Quando scendo, misuro le mie forze e possibilità…vorrei incontrarti le
    prossime volte e aver chiarito questo passaggio, vorrei che tu facessi
    circolare queste mie parole, dove hai fatto circolare anche l’oggetto di cui
    sopra.

    Perchè si sappia che Stefano Chiarini era uno che gridava non rompere il
    cazzo e lo stesso che non avrebbe rotto nemmeno lo stelo di una margherita su quel prato a piazza San Marco , dove ci siamo alternati per giorni e giorni, tutte e tutti.

    Doriana Goracci
    Capranica
    11.2.2007