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SEPARAZIONE DI PETROLIO E STATO

DI WILLIAM BLUM
The Anti-Empire Report

In diverse occasioni mi è stato proposto l’argomento che, contrariamente
all’opinione diffusa nel movimento di opposizione alla guerra e nella
sinistra, il petrolio in realtà non è stato un fattore nell’invasione
e occupazione americana dell’Iraq. Il punto chiave dell’argomento,
forse l’unico, è che le compagnie petrolifere non hanno spinto alla
guerra.

Rispondendo solo a questo particolare
argomento: primo, i dirigenti delle aziende multinazionali non hanno
l’abitudine di fare pubbliche dichiarazioni, favorevoli o contrarie,
riguardanti problemi vitali della politica estera americana. E non sappiamo
cosa dicono in privato i dirigenti delle compagnie petrolifere agli
alti funzionari di Washington, anche se sappiamo che questi dirigenti
hanno molto più accesso di me o di voi a tali funzionari, come alle
riunioni segrete di Cheney. Cosa più importante, dobbiamo distinguere
fra il petrolio come combustibile e il petrolio come arma politica.Una lettura degli scritti politici
pubblicati dai neoconservatori dopo la fine dell’Unione Sovietica
chiarisce come questa gente non tollererà che qualche altro paese o
gruppo di paesi sfidi l’egemonia globale dell’unica superpotenza
globale. Un saggio – nel 1992 scrivevano: “Dobbiamo mantenere i
meccanismi per dissuadere i potenziali concorrenti anche solo dall’aspirare
a un maggiore ruolo regionale o globale”[1]; e nel 2002, nel documento
della Casa Bianca “Strategia di sicurezza nazionale”: “Le nostre
forze saranno forti abbastanza da dissuadere potenziali avversari dal
perseguire un accrescimento militare nella speranza di superare, o uguagliare,
la potenza degli Stati Uniti. […] L’America agirà contro tali minacce
emergenti prima che siano pienamente sviluppate. […] Dobbiamo dissuadere
e difenderci contro la minaccia prima che questa sia scatenata. […] Non possiamo lasciare che i nostri nemici colpiscano per primi. […] Per anticipare o prevenire tali atti ostili da parte dei nostri avversari,
gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente”.

Come il mondo ha imparato con
grande dolore, i dominatori neoconservatori del mondo non sono solo
tigri (politiche) di carta.

Il Giappone e l’Unione Europea ricadono facilmente nelle categorie
dei concorrenti potenziali o degli avversari potenziali, economicamente
parlando. Entrambi dipendono in modo decisivo dalle importazioni petrolifere.
Così è in misura maggiore o minore per la maggior parte del mondo.
L’amministrazione Bush non ha bisogno dell’approvazione delle compagnie
petrolifere per perseguire il suo grandioso programma di dominazione
mondiale, usando le vaste riserve petrolifere irachene come un’altra
delle sue armi.

Per chi vorrebbe credere che
c’è un limite all’arroganza imperiale dei neocon, che perfino quelli
come Bush, Cheney, Rumsfeld, Bolton, Wolfowitz, Rice e gli altri della
banda non tratterebbero mai l’Europa come qualcosa di simile a un
nemico, suggerisco di dare un’occhiata a un recente articolo dell’ex
ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, John Bolton, apparso sul
Financial Times di Londra. In esso, l’intimo di Cheney e attuale accademico
esperto presso la cittadella neocon, l’American Enterprise Institute,
sgrida il primo ministro britannico Gordon Brown per aver implicato
che il Regno Unito potrebbe avere una “special relationship” sia
con gli Stati Uniti che con l’Unione Europea (a cui Bolton fa riferimento
come al “porridge europeo”). Come un amante ferito, Bolton esclama
che la Gran Bretagna è stata portata a “un punto di decisione chiara.
[…] Quello che Londra deve sapere è che la sua risposta avrà conseguenze”.
L’articolo è intitolato: “La Gran Bretagna non può avere due migliori
amici”.

Bolton continua chiedendo:
“Perché una ‘unione’ con una politica estera e di sicurezza comune,
e con la prospettiva di un vero ‘ministro degli esteri’, ha due
seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e spesso ben tre
seggi non permanenti su un totale di 15 membri del consiglio? Francia
e Gran Bretagna possono non gradire la prospettiva di abbandonare il
loro status unico, ma cosa li rende diversi – come membri della ‘Unione’
– dal Lussemburgo o da Malta? Un’Unione, un seggio. Brown non può
avere la botte piena e la moglie ubriaca (e il presidente Nicolas Sarkozy
nemmeno)”.

L’Impero non ha ancora fatto
dell’Europa un ODE (Officially Designated Enemy [Nemico Ufficialmente
Designato]) come l’Iran, ma, dichiara Bolton, “Se Bush decide che
l’unico modo per fermare l’Iran è usare la forza militare, dove
si schiererà Brown? Appoggerà gli USA o permetterà all’Iran di
marciare al passo dell’oca verso le armi nucleari?”[2]

La mentalità squisitamente
imperiale di Washington, la sua dichiarata determinazione di “agire
contro tali minacce emergenti prima che siano pienamente sviluppate”,
naturalmente vede “avversari potenziali” anche in Cina e Russia.
Gli Stati Uniti – con un’ipocrisia impressionante perfino per l’amministrazione
Bush – critica regolarmente e con asprezza la Cina per il suo budget
militare in espansione; e cerca di circondare la Russia con basi militari,
scudi antimissile, e paesi legati a Washington e alla NATO.

Inoltre gli Stati Uniti dagli
anni ’90 sono in concorrenza con la Russia per le vaste riserve di
petrolio e gas naturale dell’area senza sbocco al mare del mar Caspio.
Con tutta probabilità la costruzione e la protezione di oleodotti e
gasdotti in Afghanistan è stato uno dei maggiori fattori nell’invasione
americana di quel paese. E in questo caso sappiamo che la compagnia
petrolifera americana UNOCAL prima dell’11 settembre si incontrò
in Texas e in Afghanistan con funzionari talebani per discutere delle
condutture.[3]

Una
licenza di mentire che non scade mai

Ho toccato questo punto un anno fa, ma il nostro molto stimato leader
e i suoi ugualmente stimati accoliti continuano a usare lo stesso argomento
per distogliere l’attenzione dal loro figlio deforme, al Guerra al
Terrore – tale argomento è che dopo gli attacchi dell’11 settembre
2001 la politica antiterrorismo americana ha funzionato. Come lo sanno?
Perché negli Stati Uniti non ci sono stati attacchi terroristici nei
sei anni successivi a quel giorno infame.

Giusto, ma non c’erano stati
attacchi terroristici nemmeno nei sei anni precedenti l’11 settembre
2001; l’ultimo fu l’attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995,
con nessun legame noto ad al Qaeda. L’assenza di attacchi terroristici
negli USA sembra essere la norma, con o senza la Guerra al Terrore.

Cosa più significativa, nei
sei anni seguiti all’11 settembre gli Stati Uniti sono stati il bersaglio
di attacchi terroristici in decine e decine di occasioni, senza nemmeno
contare quanto accade in Iraq o Afghanistan – attacchi a bersagli
militari, diplomatici, civili, cristiani e di altro genere associati
agli Stati Uniti in Medio Oriente, in Asia meridionale e nel Pacifico,
più di una dozzina di volte solo in Pakistan. Gli attacchi includono
gli attentati nell’ottobre 2002 contro due nightclub a Bali, in Indonesia,
che uccisero più di 200 persone, quasi tutti americani e cittadini
dei loro alleati di guerra Australia e Gran Bretagna; l’anno successivo
ha portato il grave attentato contro l’Hotel Marriott (a gestione
americana) a Jakarta, in Indonesia, sede delle celebrazioni del 4 luglio
e dei ricevimenti diplomatici tenuti dall’ambasciata americana; e
altri orrendi attacchi in anni più recenti contro alleati degli USA
a Madrid e a Londra a causa della guerra.

Quando l’amministrazione
Bush sostiene che l’assenza di attacchi terroristici negli USA dopo
l’11 settembre significa che la sua guerra al terrorismo ha creato
un mondo più sicuro per gli americani… perché ne dubito?

Il passato
è imprevedibile

Man mano che la richiesta del ritiro delle forze americane dall’Iraq
diventa più forte, chi appoggia la guerra sta riscrivendo la storia
per dipingere un quadro spaventoso di cosa accadde in Vietnam dopo che
i militari USA partirono nel marzo 1973.

Parlano di invasioni ad opera
dei comunisti nordvietnamiti, ma non fanno notare che una guerra civile
lunga due decenni era semplicemente continuata dopo che gli americani
se ne erano andati, senza un bel po’ dell’orrore che le armi chimiche
e le bombe USA erano andate causando.

Parlano del “bagno di sangue”
che seguì al ritiro americano, un termine che implica l’uccisione
di grandi numeri di civili che non appoggiavano i comunisti. Ma ciò
non è mai accaduto. Se fosse accaduto, negli Stati Uniti gli anticomunisti
che appoggiavano la guerra in Vietnam sarebbero stati felici di pubblicizzare
un “bagno di sangue comunista”. Titoloni sarebbero usciti sui giornali
di tutto il mondo. Il fatto che non si riesce a trovare niente del genere
indica che non ebbe luogo nulla di simile a un bagno di sangue. Sarebbe
difficile confutare in altro modo questa assenza.

“Circa 600,000 vietnamiti
annegarono nel Mar Cinese Meridionale tentando di fuggire”.[4] Qualcuno
che non sia confinato in una happy farm di destra lo ha mai sentito
prima?

Mischiano Vietnam e Cambogia
nello stesso pensiero, lasciando l’impressione che gli orrori di Pol
Pot includessero il Vietnam. Questa è la conservatrice National Review
Online: “Sei settimane più tardi, gli ultimi americani decollarono
sugli elicotteri dal tetto dell’ambasciata USA a Saigon, lasciando
dietro di sé centinaia di sudvietnamiti in preda al panico e un’intera
regione alla mercé dei comunisti. La scena fu simile a Phnom Penh [Cambogia].
L’ondata di torture e stragi che seguì lasciò milioni di cadaveri”.[5]

Ed ecco la cara vecchia Fox
News, 26 luglio, giornalisti Sean Hannity e Alan Colmes, con il loro
ospite, l’attore Jon Voight. Voight dice “In questo momento abbiamo
un sacco di gente che non sa un sacco di cose che piange per farci ritirare
dall’Iraq. Questo – ci fu un bagno di sangue quando ci ritirammo
dal Vietnam, 2.5 milioni di persone in Cambogia e in Vietnam – Vietnam
del Sud furono massacrate”.

La risposta di Alan Colmes,
nella sua interezza: “Sì, signore”. Hannity non ha detto nulla.
I molti devoti ascoltatori di Fox News potevano solo annuire saggiamente.

In realtà, invece di un bagno
di sangue di chi aveva collaborato con il nemico, i vietnamiti li spedirono
in campi di “rieducazione”, un trattamento più civile che in Europa
dopo la seconda guerra mondiale, quando molti di quelli che avevano
collaborato con i tedeschi furono fatti sfilare in pubblico, la testa
rapata, umiliati in altri modi, e/o impiccati all’albero più vicino.
Ma alcuni conservatori oggi vorrebbero farvi credere che i campi vietnamiti
erano praticamente delle piccole Auschwitz.[6]

La visione conservatrice del
Vietnam dopo il ritiro USA si è già indurita in cemento storico? “La
storia concordata”, per usare il termine di Gore Vidal?

La via
di ogni carne, la via di ogni guerra

Nel 1967 e ‘68 scrivevo una rubrica molto simile a questo rapporto,
solo che naturalmente non era online; era per la Washington Free Press,
parte della cosiddetta “stampa underground”. Di recente dando un’occhiata
a queste vecchie rubriche ho trovato tre voci la cui attinenza non è
stata affatto ridotta dal tempo:

(1) [Dal Washington Post, 1968]:
“Mai è stato più chiaro che i Marines stanno combattendo per il
proprio orgoglio, per la propria paura e per i loro compagni che sono
già morti. Nessun americano a Hue sta combattendo per il Vietnam, per
i vietnamiti, o contro il comunismo”.[7]
[Fate le ovvie sostituzioni abbiamo: Nessun americano a Baghdad
sta combattendo per l’Iraq, per il popolo iracheno, o contro il terrorismo.
E quanti dei guerrieri di oggi possono guardare a quello che sta accadendo
intorno a loro in Iraq e autoconvincersi di combattere per qualcosa
chiamato libertà e democrazia?]

(2) Arthur Sylvester, vice
ministro della difesa per gli affari pubblici, è stato l’uomo con
maggiori responsabilità quanto a “fornire, controllare e gestire
le notizie di guerra dal Vietnam”. Un giorno nel luglio 1965 Sylvester
ha detto ai giornalisti americani che avevano il dovere patriottico
di diffondere solo informazioni che gettassero sugli Stati Uniti una
luce favorevole. Quando uno dei giornalisti ha esclamato: “Certo,
Arthur, non ti aspetti che la stampa americana sia l’ancella del governo,”
Sylvester ha risposto, “Questo è esattamente quello che mi aspetto,”
aggiungendo: “Guardate, se pensate che qualche ufficiale americano
vi dirà la verità, siete stupidi. Avete sentito? – stupidi”. E
quando un corrispondente di un giornale di New York ha cominciato a
fare una domanda, è stato interrotto da Sylvester che ha detto: “Oh,
andiamo. A che importa a uno di New York della guerra del Vietnam?”[8]

(3) Gli USA hanno recentemente
completato un’operazione nell’area sudvietnamita del III Corpo chiamata
“Decisi a vincere”. Ora una nuova operazione viene pianificata per
la stessa area. Questa è chiamata “Vittoria completa”, il che dovrebbe
darvi un’idea di quanto abbia avuto successo “Decisi a vincere”.
Mi aspetto che l’unica operazione con una possibilità di successo
sarà quella chiamata “Ritiro totale”.

Libertari:
un’eccentrica mescolanza di anarchia e capitalismo sfrenato

Cosa sostengono i libertari? La loro filosofia, in teoria e in pratica,
sembra corrispondere a poco più di: “Se il governo lo sta facendo,
è oppressivo e siamo contrari”. Le aziende, tuttavia, tendono ad
avere via libera. Forse il libertario più famoso è oggi Ron Paul,
congressista del Texas, che si era candidato alla presidenza per il
Libertarian Party nel 1988 e ora sta concorrendo per la stessa carica
come repubblicano. È contrario alla guerra in Iraq, senza incertezze,
ma se la guerra venisse ufficialmente combattuta da, per e in nome di
un consorzio di Lockheed Martin, Halliburton, Bechtel, e qualche altra
azienda gigante americana, avrebbe lo stesso atteggiamento? E naturalmente
si potrebbe sostenere che la guerra viene effettivamente combattuta
per un consorzio del genere. Così è semplicemente l’idea o l’immagine
di una “operazione del governo” che infastidisce lui e altri libertari?

Paul ha detto recentemente:
“Il governo è troppo burocratico, spende troppi soldi, sprecano i
soldi”.[9]

Quest’uomo pensa che le aziende
non siano burocratiche? I libertari pensano esista una grossa istituzione
che non sia autoritariamente burocratica? Non è la natura della belva?
chi fra di noi non ha avuto questa frustrante esperienza con un’azienda,
cercando di correggere una fatturazione sbagliata o di far riparare
o sostituire un prodotto difettoso? Non si può sostenere che le aziende
spendono troppi soldi (nostri)? Cosa pensano i libertari dei salari
enormemente osceni versati ai dirigenti aziendali? O delle due dozzine
di varietà di corruzione e furto aziendale? Qualcuno ha nominato la
Enron?

Ron Paul e altri libertari
sono contro la previdenza sociale. Credono che per gli anziani sia meglio
vivere in un riparo per senza tetto piuttosto che dipendere da “elemosine”
del governo? È esattamente a questo che si ridurrebbero molti cittadini
anziani se non fosse per la previdenza sociale. Sono sicuro che la maggior
parte dei libertari non sono razzisti, ma Paul certamente parla come
uno di loro. Ecco un paio di commenti dalla sua newsletter:

“I sondaggi d’opinione
mostrano costantemente che solo il 5 per cento circa dei neri hanno
opinioni politiche sensate, cioè appoggiano il libero mercato, la libertà
individuale e la fine del welfare e dell’azione affermativa”.

“Date le inefficienze di
quello che D.C. chiama in modo ridicolo il ‘sistema giudiziario criminale’,
penso possiamo tranquillamente supporre che il 95 per cento dei maschi
neri in quella città siano semi-criminali o interamente criminali”.[10]

L’autore Ellen Willis ha
scritto che “la fallacia fondamentale del libertarianismo di destra
è che lo stato sia la sola fonte di potere coercitivo”. Non riconoscono
“che le aziende che controllano la maggior parte delle risorse economiche,
e quindi l’accesso della maggior parte delle persone alle cose necessarie
per la vita, hanno molto più potere del governo di dettare il nostro
comportamento e le condizioni quotidiane della nostra esistenza”.[11]

NOTE

[1] “Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999”,
New York Times, 8 marzo 1992, p. 14, grassetto aggiunto

[2] Financial Times (Londra),
2 agosto 2007

[3] BBC News, 4 dicembre 1997,
“Taleban in Texas for talks on gas pipeline”

[4] Joseph Farah, direttore
del consrevatore WorldNetDaily (worldnetdaily.com/news/article.asp?ARTICLE_ID=56769),
6 agosto 2007

[5] Mona Charen, National Review
Online, 20 luglio 2007

[6] Per altri esempi ricercare
su Google News:

[7] Washington Post, 20 febbraio
1968, articolo di Lee Lescaze

[8] Resoconti del Congresso
(Camera dei Rappresentanti), 12 maggio 1966, pp. 9977-78, ristampa di
un articolo di Morley Safer di CBS News

[9] National Public Radio,
edizione del mattino, 9 agosto 2007

[10] Atlanta Progressive News,
3 giugno 2007 (www.atlantaprogressivenews.com/views/0024-views.html)
Per quanto posso determinare, Paul non nega che queste osservazioni,
e altre ugualmente razziste, appaiano nella sua newsletter, ma afferma
che ne è autore un membro del suo staff.

[11] Ellen Willis, Dissent
magazine, Fall 1997

William Blum
Fonte: http://killinghope.org/
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer48.htm
10.08.2007

Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI

Pubblicato da God