Viviamo in un'epoca nella quale le opinioni si moltiplicano, ma il significato stesso della verità sembra farsi sempre più incerto. Se ogni punto di vista rivendica la medesima legittimità, con quale criterio distinguiamo un fatto da un'interpretazione, una prova da una convinzione, la conoscenza dalla semplice percezione? Attraverso un percorso che intreccia filosofia, storia e attualità, questo saggio ripercorre la lunga vicenda del relativismo, dalle sue origini nel pensiero greco fino alle sfide poste dagli algoritmi e dall'informazione digitale, interrogandosi su una domanda decisiva: può una società democratica sopravvivere senza un terreno comune di verità?
Di Riccardo Alberto Quattrini Scrittore, saggista e autore del blog culturale inchiostronero.it
Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per perdere il loro significato. Accade con "libertà", con "democrazia", con "diritti". Ma poche espressioni hanno conosciuto, negli ultimi anni, una fortuna pari a questa: «È la mia verità».
La parola più abusata: «È la mia verità»
Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per perdere il loro significato. Accade con "libertà", con "democrazia", con "diritti". Ma poche espressioni hanno conosciuto, negli ultimi anni, una fortuna pari a questa: «È la mia verità.»
La sentiamo nei dibattiti televisivi, la leggiamo sui social network, la ascoltiamo nelle conversazioni quotidiane. Viene pronunciata quasi sempre con l'intenzione di chiudere una discussione, non di aprirla. È una formula che sembra ispirata alla tolleranza: riconosce all'altro il diritto di pensarla diversamente e, nello stesso tempo, rivendica il proprio punto di vista come inattaccabile.
A prima vista, non c'è nulla di inquietante. Anzi, questa espressione appare il segno di una società finalmente libera dai dogmatismi, capace di accettare la pluralità delle opinioni e di convivere con idee differenti. Ma è davvero così?
Perché una domanda, tanto semplice quanto decisiva, continua a riaffacciarsi.
Se ciascuno possiede una propria verità, esiste ancora una verità che possa essere cercata insieme? Oppure abbiamo sostituito la ricerca del vero con la semplice convivenza tra opinioni, tutte considerate ugualmente legittime?
La questione è molto meno teorica di quanto possa sembrare. Da essa dipende il nostro modo di leggere una notizia, di valutare una scoperta scientifica, di interpretare un fatto storico, di decidere a chi accordare fiducia. Se il confine tra ciò che è accaduto e ciò che ciascuno ritiene sia accaduto diventa sempre più sfumato, anche il confronto pubblico perde il terreno comune sul quale, da sempre, si fonda ogni dialogo.
Hannah Arendt osservò che
«il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma colui per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso, non esiste più.»
Non era soltanto una riflessione sul totalitarismo. Era un avvertimento rivolto a ogni società che smarrisca il senso della realtà condivisa.
È proprio da qui che prende avvio questo percorso.
Non per stabilire chi possieda la verità, ma per chiederci se abbia ancora senso cercarla.
Per affrontare questa domanda non sarà necessario trasformare queste pagine in una storia della filosofia. Protagora, Platone, Aristotele e altri pensatori compariranno lungo il cammino soltanto quando potranno aiutarci a comprendere un problema che riguarda, prima di tutto, la nostra esperienza quotidiana.
Perché la vera questione non è se la verità sia facile da raggiungere. Probabilmente non lo è mai stata.
La vera questione è un'altra.
Abbiamo ancora il desiderio di cercarla?
Relativismo e soggettivismo non sono la stessa cosa
Per comprendere come siamo arrivati a considerare naturale l'espressione «questa è la mia verità», occorre fare un passo indietro di oltre duemila anni.
Fu Protagora, il più celebre dei sofisti, a formulare una delle affermazioni più discusse della storia della filosofia:
«L'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono, per ciò che sono; di quelle che non sono, per ciò che non sono.»
Una frase destinata a segnare profondamente il pensiero occidentale.
Per alcuni rappresentò una straordinaria affermazione della libertà umana. Per altri, invece, l'inizio di una frattura destinata ad accompagnare la filosofia fino ai nostri giorni.
Se ogni uomo è misura della realtà, la realtà possiede ancora una misura indipendente dall'uomo? Oppure ciò che è vero dipende sempre e soltanto da chi lo osserva?
Platone comprese immediatamente la portata di quella tesi. Nel Teeteto dedicò pagine memorabili alla sua confutazione. Se ogni opinione fosse vera semplicemente perché qualcuno la sostiene, allora dovrebbe essere vera anche l'opinione di chi considera falsa la dottrina di Protagora. Il relativismo, portato fino alle sue estreme conseguenze, finisce così per negare se stesso.
Non era una disputa accademica.
Era una domanda destinata a riaffiorare in ogni epoca.
Molti secoli più tardi Blaise Pascal avrebbe scritto una frase altrettanto celebre:
«Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là.»
Pascal non sosteneva che la verità non esistesse. Voleva piuttosto denunciare quanto spesso gli uomini confondano le proprie consuetudini, le leggi, i costumi e perfino i pregiudizi con principi universali. Era un invito all'umiltà intellettuale, non all'indifferenza verso il vero.
Ed è proprio qui che occorre introdurre una distinzione che nel linguaggio comune viene quasi sempre dimenticata.
Relativismo e soggettivismo non sono la stessa cosa.
Il relativismo mette in discussione l'esistenza di criteri universali validi per tutti. Secondo questa prospettiva, ciò che consideriamo vero o giusto dipende sempre da un contesto: un'epoca, una cultura, una società.
Il soggettivismo, invece, compie un passo ulteriore. Non è più la cultura a stabilire ciò che è vero, ma il singolo individuo. Il criterio ultimo diventa l'esperienza personale, la sensibilità, la percezione del soggetto.
La differenza è sottile, ma decisiva.
Il relativista afferma che la verità cambia con il contesto.
Il soggettivista ritiene che cambi con la persona.
Nella vita quotidiana, tuttavia, queste due prospettive finiscono spesso per confondersi.
Espressioni come «io la penso così», «questa è la mia esperienza», «ognuno ha la sua verità» sembrano mettere fine a qualsiasi discussione. Non si cerca più un criterio comune; ci si limita ad affiancare punti di vista differenti, considerandoli tutti ugualmente legittimi.
È un cambiamento linguistico solo in apparenza innocuo.
Quando il confronto rinuncia a chiedersi chi abbia ragione, smette lentamente di essere una ricerca comune e si trasforma in una semplice esposizione di opinioni.
Lo aveva intuito con straordinaria lucidità Gilbert Keith Chesterton, quando scriveva:
«Il problema non è che gli uomini non credano più a nulla; il problema è che sono disposti a credere a qualunque cosa.»
È difficile immaginare una descrizione più efficace del nostro tempo.
Non viviamo nell'epoca dell'assenza di convinzioni.
Viviamo nell'epoca della loro moltiplicazione.
Ogni opinione reclama lo stesso diritto di cittadinanza.
Ogni interpretazione pretende la medesima autorevolezza.
Ogni narrazione rivendica lo stesso spazio dei fatti.
E quando tutte le opinioni vengono considerate equivalenti, il rischio non è quello di diventare più tolleranti.
È quello di perdere il desiderio stesso di distinguere il vero dal falso.
Per questo motivo la questione del relativismo non appartiene soltanto alla storia della filosofia.
Riguarda il modo in cui leggiamo un giornale, valutiamo una ricerca scientifica, scegliamo chi ascoltare o decidiamo di chi fidarci.
Ed è proprio qui che il nostro percorso incontra il presente.
Perché il relativismo non è nato con Internet.
Internet gli ha dato una voce infinitamente più potente.
Il problema non nasce con Internet
Sarebbe un errore credere che la crisi della verità sia nata con i social network o con l'intelligenza artificiale. La tecnologia ha modificato il modo in cui le idee si diffondono, non le idee stesse.
Il dubbio sulla possibilità di conoscere una verità oggettiva accompagna il pensiero occidentale da secoli. Ogni epoca ha avuto le proprie certezze e, quasi sempre, la generazione successiva si è incaricata di metterle in discussione.
Fu Michel de Montaigne, nel pieno del Rinascimento, a trasformare il dubbio in un metodo di conoscenza. Il suo celebre interrogativo, «Que sais-je?» - Che cosa so? - non era una resa allo scetticismo, ma un invito alla prudenza intellettuale. Prima di affermare, occorre interrogarsi; prima di giudicare, bisogna riconoscere i limiti della propria conoscenza.
Un secolo più tardi David Hume avrebbe spinto ancora oltre questa riflessione. L'esperienza, sosteneva, ci abitua a credere che alcuni eventi seguano necessariamente altri, ma questa convinzione nasce più dalla consuetudine che da una dimostrazione razionale. Molte delle nostre certezze poggiano su fondamenta meno solide di quanto siamo disposti ad ammettere.
Il passo decisivo, tuttavia, si compie nel XIX secolo con Friedrich Nietzsche.
È sua una delle affermazioni più celebri e più controverse della filosofia moderna:
«Non esistono fatti, ma solo interpretazioni.»
Una frase spesso citata per giustificare qualsiasi forma di relativismo, ma che merita di essere letta con maggiore attenzione.
Nietzsche non invita a credere che ogni opinione abbia lo stesso valore. La sua critica è rivolta alla pretesa dell'uomo di osservare il mondo da un punto di vista assoluto, neutrale, quasi divino. Ogni conoscenza è inevitabilmente una prospettiva, perché ogni osservatore guarda la realtà da una posizione determinata, con una storia, una cultura e un linguaggio che ne condizionano lo sguardo.
È una distinzione fondamentale.
Riconoscere che ogni conoscenza è situata non significa affermare che tutte le interpretazioni siano equivalenti.
Alcune spiegano meglio i fatti.
Altre li deformano.
Altre ancora li negano.
La filosofia del Novecento eredita questa tensione. Le due guerre mondiali, i totalitarismi e l'uso sistematico della propaganda dimostrarono quanto fosse facile manipolare il linguaggio e, attraverso di esso, alterare la percezione della realtà.
Fu Hannah Arendt a osservare che il pericolo più grande non consisteva soltanto nella diffusione della menzogna, ma nella distruzione del confine tra verità e finzione. Quando gli individui non sono più in grado di distinguere i fatti dalle narrazioni, diventano inevitabilmente più vulnerabili a qualsiasi forma di potere.
La crisi della verità, dunque, era già pienamente visibile molto prima dell'era digitale.
Internet non l'ha inventata.
Le ha semplicemente dato una velocità e una portata senza precedenti.
Se un tempo un'idea impiegava anni per diffondersi, oggi bastano pochi minuti perché raggiunga milioni di persone. Se una menzogna rimaneva confinata entro limiti geografici, oggi può attraversare il mondo prima ancora che qualcuno abbia il tempo di verificarla.
La rivoluzione digitale non ha creato il relativismo.
Gli ha fornito un megafono.
Ed è proprio per questo che il problema, da questione filosofica, è diventato una delle grandi sfide della vita quotidiana.
Oggi non siamo chiamati soltanto a formarci un'opinione.
Siamo chiamati, ogni giorno, a distinguere ciò che è fondato da ciò che è soltanto convincente.
È qui che entra in scena un protagonista nuovo, invisibile e potentissimo.
L'algoritmo.
Oggi la verità compete con gli algoritmi
La rivoluzione digitale ha trasformato il modo in cui conosciamo il mondo.
Per secoli gli uomini hanno cercato le informazioni. Oggi, sempre più spesso, sono le informazioni a cercare gli uomini.
Ogni volta che apriamo un motore di ricerca, consultiamo un social network o scorriamo le notizie sullo schermo di uno smartphone, non entriamo in uno spazio neutrale. Ci muoviamo all'interno di un ambiente costruito da algoritmi che selezionano, ordinano e propongono contenuti sulla base delle nostre preferenze, delle nostre abitudini e perfino delle nostre emozioni.
Non vediamo il mondo.
Vediamo la versione del mondo che un sistema ritiene più adatta a noi.
È un cambiamento silenzioso, ma profondo.
Per la prima volta nella storia non siamo soltanto noi a scegliere le informazioni. Sono le informazioni a essere scelte per noi.
Questo meccanismo produce un effetto tanto invisibile quanto potente. Le opinioni che già condividiamo tendono a essere continuamente confermate, mentre quelle che potrebbero metterci in difficoltà diventano progressivamente più rare. La tecnologia, nata per ampliare l'accesso alla conoscenza, rischia così di trasformarsi in uno specchio che riflette soprattutto le nostre convinzioni.
Il filosofo Karl Popper, molto prima della nascita di Internet, aveva intuito un problema destinato a diventare centrale nel nostro tempo:
«La vera ignoranza non è l'assenza di conoscenza, ma il rifiuto di acquisirla.»
Oggi questa affermazione assume un significato nuovo.
Non viviamo più nell'epoca della scarsità delle informazioni.
Viviamo nell'epoca del loro eccesso.
Il problema non consiste nel trovare dati, ma nel distinguere quelli attendibili da quelli costruiti per confermare ciò che già pensiamo.
La psicologia cognitiva definisce questo fenomeno confirmation bias, il pregiudizio di conferma. Tendiamo a cercare, ricordare e condividere soprattutto le informazioni che rafforzano le nostre convinzioni, mentre ignoriamo o minimizziamo quelle che potrebbero smentirle.
Gli algoritmi non hanno creato questa inclinazione.
L'hanno resa straordinariamente efficiente.
Ogni clic, ogni ricerca, ogni condivisione contribuisce a costruire un ambiente informativo sempre più simile alle nostre aspettative. A poco a poco, il confronto con idee diverse si riduce e ciascuno rischia di abitare una realtà costruita su misura.
È ciò che molti studiosi chiamano camera dell'eco (echo chamber): uno spazio nel quale le nostre opinioni ci vengono continuamente restituite amplificate, fino a darci l'impressione che siano condivise da tutti.
Eppure la filosofia aveva intuito questo rischio molto prima che la tecnologia gli desse un nome.
Socrate non pretendeva di possedere la verità. Pretendeva qualcosa di molto più difficile: sottoporre ogni convinzione all'esame della ragione.
La celebre affermazione attribuitagli,
«So di non sapere.»
non è una dichiarazione di ignoranza.
È un metodo.
Significa riconoscere che ogni certezza può essere messa alla prova dal dialogo, dalle obiezioni e dai fatti.
Chi pensa di possedere tutta la verità smette di cercarla.
Ma anche chi sostiene che la verità non esista più smette di cercarla.
Per motivi opposti, entrambi rinunciano alla ricerca.
Ed è proprio qui che la riflessione filosofica incontra la democrazia.
Il filosofo Jürgen Habermas ha scritto:
«La verità emerge dalla forza del migliore argomento, non dalla forza di chi lo pronuncia.»
È un principio semplice.
Eppure il mondo digitale sembra spesso funzionare secondo una logica opposta.
Non prevale l'argomento meglio fondato.
Prevale quello che genera più reazioni.
Più condivisioni.
Più indignazione.
Più visibilità.
La popolarità rischia di sostituire la credibilità.
Il consenso prende il posto della dimostrazione.
La viralità diventa il nuovo criterio della verità.
È qui che la tecnologia smette di essere soltanto uno strumento.
Diventa un ambiente culturale.
E quando la ricerca della verità viene sostituita dalla competizione per l'attenzione, il dibattito pubblico cambia natura. Non conta più ciò che è meglio dimostrato, ma ciò che riesce a imporsi più rapidamente nello spazio mediatico.
Per questo motivo la sfida del nostro tempo non consiste nel difendersi dagli algoritmi.
Consiste nel non delegare ad essi il compito di decidere che cosa meriti la nostra attenzione.
Perché una società rimane libera soltanto finché i cittadini conservano la capacità di cercare, confrontare e verificare le informazioni, invece di limitarsi a consumarle.
Ed è a questo punto che la riflessione si allarga inevitabilmente alla politica.
Una democrazia può davvero sopravvivere se viene meno un patrimonio comune di fatti condivisi?
Una democrazia può vivere senza verità?
Esiste un equivoco che accompagna gran parte del dibattito contemporaneo.
Molti ritengono che difendere l'esistenza della verità significhi pretendere di possederla. Ma le due cose non coincidono affatto.
Riconoscere che una verità esiste non significa affermare di averla già raggiunta. Significa, più semplicemente, ammettere che vale la pena cercarla.
Fu Aristotele a formulare una definizione destinata a diventare uno dei fondamenti del pensiero occidentale:
«Dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero.» (Metafisica, IV, 7)
Dietro questa apparente semplicità si nasconde un'idea rivoluzionaria: la realtà non dipende da ciò che desideriamo sia.
Possiamo interpretarla.
Possiamo comprenderla meglio o peggio.
Possiamo perfino sbagliarci.
Ma non possiamo modificarla con le nostre convinzioni.
È proprio questo limite a rendere possibile ogni forma di conoscenza.
Un medico formula una diagnosi perché esiste una realtà biologica da comprendere.
Uno storico ricostruisce un avvenimento perché i fatti hanno lasciato tracce verificabili.
Un giudice valuta prove che possono essere autentiche o false.
Uno scienziato sottopone un'ipotesi all'esperimento proprio perché accetta la possibilità di essere smentito.
Se tutto fosse soltanto interpretazione, anche l'errore cesserebbe di esistere.
E se l'errore non esistesse più, non avrebbe senso parlare neppure di verità.
Il filosofo americano Richard Rorty, spesso indicato come uno dei maggiori interpreti del neopragmatismo contemporaneo, invitava a diffidare dell'idea della verità come specchio perfetto della realtà. La conoscenza, sosteneva, nasce sempre all'interno di comunità umane, linguaggi condivisi e pratiche storiche.
È una riflessione preziosa.
Ma lascia aperta una domanda inevitabile.
Se tutto dipende dal contesto, chi stabilisce quando un contesto ha torto?
La storia offre esempi ai quali è impossibile sottrarsi.
Per secoli la schiavitù fu considerata naturale.
L'antisemitismo trovò giustificazioni giuridiche, religiose e perfino scientifiche.
Le teorie razziali vennero insegnate nelle università.
Erano convinzioni condivise.
Ma erano false.
Non sono diventate false perché la maggioranza ha cambiato idea.
La maggioranza ha cambiato idea perché qualcuno ha dimostrato che erano false.
È una differenza decisiva.
La verità non coincide con il consenso.
Altrimenti ogni epoca avrebbe avuto ragione soltanto perché era convinta di averla.
Lo storico Marc Bloch scriveva:
«L'incomprensione del presente nasce fatalmente dall'ignoranza del passato.»
È una frase che va oltre il mestiere dello storico.
Ogni generazione tende a credere che i propri criteri siano definitivi.
Poi arriva la realtà, e spesso la storia, a ricordarle che anche le convinzioni più radicate possono essere smentite dai fatti.
Ed è proprio questa possibilità di essere smentiti che distingue una società libera da una società ideologica.
In una democrazia nessuna opinione dovrebbe essere sottratta al confronto.
Ma nessun fatto dovrebbe essere ridotto a semplice opinione.
Le opinioni meritano rispetto.
I fatti chiedono di essere verificati.
Confondere questi due piani significa indebolire entrambi.
L'opinione perde il confronto con la realtà.
La realtà diventa ostaggio delle opinioni.
Fu Alexis de Tocqueville, osservando la giovane democrazia americana, a mettere in guardia da un pericolo spesso dimenticato:
«Non conosco paese in cui regni, in generale, meno indipendenza di spirito e meno vera libertà di discussione che in America.»
Non era una condanna della democrazia.
Era un avvertimento.
Anche una maggioranza può esercitare una pressione capace di scoraggiare la ricerca della verità, quando il consenso diventa più importante dell'argomentazione.
E oggi questo rischio appare ancora più evidente.
L'approvazione immediata, il numero dei "mi piace", le condivisioni e la viralità tendono a trasformare il consenso in un criterio di credibilità.
Ma una convinzione largamente condivisa non è, per questo, più vera.
Fu George Orwell a cogliere il cuore del problema quando scrisse:
«In tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.»
Che la frase appartenga letteralmente ai suoi scritti oppure sintetizzi efficacemente il suo pensiero cambia poco rispetto al significato che esprime. Quando il linguaggio viene manipolato e i fatti diventano negoziabili, la ricerca della verità smette di essere un esercizio teorico e diventa una responsabilità civile.
Ed è qui che la domanda iniziale ritorna con tutta la sua forza.
Una democrazia può sopravvivere senza cittadini disposti a riconoscere almeno alcuni fatti come veri?
Oppure, nel momento in cui ogni affermazione vale quanto un'altra, il confronto democratico si trasforma inevitabilmente in una competizione fra narrazioni?
Forse è proprio questa la sfida più difficile del nostro tempo.
Non imporre una verità.
Ma impedire che la verità scompaia.
Conclusione
Siamo partiti da un'espressione che ascoltiamo ogni giorno: «Questa è la mia verità.»
Una formula apparentemente innocua, quasi sempre pronunciata in nome della tolleranza. Eppure, seguendone le conseguenze, abbiamo scoperto che essa nasconde una domanda ben più profonda: esiste ancora qualcosa che possa essere riconosciuto come vero da tutti, oppure ci siamo ormai rassegnati a convivere con una moltitudine di verità private?
La filosofia non ha mai offerto una risposta definitiva.
Da Protagora ad Aristotele, da Pascal a Nietzsche, da Hannah Arendt a Jürgen Habermas, ogni epoca ha cercato di comprendere quale rapporto unisca la realtà, il linguaggio e la conoscenza. Le risposte sono cambiate, talvolta profondamente. La domanda, invece, è rimasta la stessa.
Forse è proprio questo il segno della sua importanza.
Il problema non nasce quando gli uomini discutono.
Hanno sempre discusso.
Il problema nasce quando smettono di credere che esista qualcosa per cui valga ancora la pena discutere.
Il filosofo Karl Jaspers scriveva:
«La verità è ciò che ci unisce nella ricerca, non ciò che possediamo.»
In questa frase è racchiusa, probabilmente, la migliore risposta tanto al dogmatismo quanto al relativismo.
La verità non è un trofeo da esibire.
Non è una proprietà privata.
Non appartiene a chi grida più forte.
È un cammino.
È la disponibilità a lasciarsi correggere dai fatti, dagli argomenti e, quando accade, perfino dall'avversario.
Per questo motivo il contrario della verità non è semplicemente l'errore.
L'errore appartiene alla condizione umana e può essere corretto.
Il vero contrario della verità è l'indifferenza nei suoi confronti.
È il momento in cui non ci interessa più sapere come stanno realmente le cose, purché ciò che ascoltiamo confermi ciò che desideriamo credere.
Fu Václav Havel, uomo che conobbe sulla propria pelle il peso della propaganda e della menzogna politica, a lasciare un pensiero che va ben oltre il suo tempo:
«La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come andrà a finire.»
Anche la ricerca della verità assomiglia a questa speranza.
Non ci promette certezze assolute.
Non ci garantisce di raggiungere una risposta definitiva.
Ci impedisce, però, di rinunciare alle domande.
In un'epoca nella quale ogni opinione reclama la stessa autorevolezza e ogni convinzione pretende lo stesso diritto di cittadinanza, la sfida non consiste nel proclamarsi custodi della verità.
Consiste nel non smettere di cercarla.
Con umiltà.
Con spirito critico.
Con il coraggio di cambiare idea quando la realtà ci smentisce.
Perché una società non diventa più libera quando ciascuno possiede la propria verità.
Diventa più libera quando nessuno rinuncia al dovere di confrontare le proprie convinzioni con i fatti.
La verità, forse, non appartiene mai completamente a nessuno. Ma appartiene ancora meno a chi decide che non valga più la pena cercarla.
Di Riccardo Alberto Quattrini
15.09.2026
Riccardo Alberto Quattrini. Scrittore, saggista e autore del blog culturale inchiostronero.it
Gli autori che accompagnano questo saggio
Protagora - Il padre del relativismo: la verità dipende da chi guarda.
Platone - Contro i sofisti, difende l'esistenza di una verità che trascende le opinioni.
Aristotele - La verità come corrispondenza tra il pensiero e la realtà.
Montaigne - Il dubbio come forma di onestà intellettuale.
Pascal - La ragione è potente, ma non onnipotente.
David Hume - Lo scettico che mette in discussione le nostre certezze.
Friedrich Nietzsche - La verità come interpretazione e prospettiva.
G. K. Chesterton - Quando tutto diventa relativo, tutto diventa credibile.
Karl Popper - La verità si cerca mettendo continuamente alla prova le proprie idee.
Hannah Arendt - Senza rispetto per i fatti, la politica si trasforma in propaganda.
Jürgen Habermas - La verità nasce dal dialogo razionale, non dall'imposizione.
Richard Rorty - Il consenso conta più dell'idea di una verità assoluta.
Marc Bloch - Lo storico come ricercatore critico dei fatti.
Alexis de Tocqueville - La democrazia può essere soffocata anche dal conformismo.
George Orwell - Chi controlla il linguaggio può arrivare a controllare la realtà.
Karl Jaspers - La verità non si possiede: si ricerca insieme.
Václav Havel - Vivere nella verità è il primo atto di libertà.
di Riccardo Alberto Quattrini Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero https://www.inchiostronero.it/
akel 16 settembre 2026
Parmenide scrive «πάντων χρημάτων…» e nella grecia di parmenide «χρημάτων» (chrèmata) non sono le «cose» ma quello che l’uomo usa, prova: un albero non è «χρημάτων» (chrèmata), lo è la lancia fatta a partire dal legno di quell’albero. La parola «χρημάτων» (chrèmata) deriva dal verbo χράομαι (chráomai) che vuol dire «usare»
Quindi Parmenide dice una cosa molto differente da quello che l’autore di questo testo gli attribuisce usando la traduzione fatta da cicerone: «Omnium rerum mensura est homo».
Ma Parmenide ha scritto che l’uomo è la misura delle «COSE CHE USA», non di «TUTTE LE COSE».
Quindi per l’autore di questo testo è lecito tradurre un concetto ignorando completamente il significato che aveva nel momento in cui è stato espresso modificando così completamente il significato del testo presentato? Sarebbe questo il cammino verso la «verità»?