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SE GLI USA LASCERANNO L'IRAQ, LE COSE SI METTERANNO MALE SUL SERIO?

DI WILLIAM BLUM
The Anti-Empire Report

Questo sembra essere l’ultimo argomento che resta, e regge a malapena, a quella specie in via di sparizione che ancora appoggia questa guerra orrenda. L’argomento implica una preoccupazione profondamente sentita per il benessere e la sicurezza del popolo iracheno. Cos’altro potrebbe voler dire? Che i militari USA non possono andarsene perché servono a proteggere la manna petrolifera che attende le compagnie petrolifere americane non appena il parlamento iracheno approverà la nuova legge sul petrolio scritta a Washington? No, l’amministrazione Bush ama il popolo iracheno. Di quante altre distruzioni, uccisioni e torture avete bisogno per convincervene? Non possiamo andarcene per via della violenza. Non possiamo andarcene finché non avremo garantito che la pace torni dai nostri cari camerati in Iraq.

Per capire meglio questo argomento, aiuta tenere presente quanto segue sull’orrore quotidiano che è la vita in Iraq:
non esisteva prima dell’occupazione americana. La violenza dell’insorgenza è cominciata come una reazione all’occupazione, e resta tale; come quasi tutte le insorgenze in paesi occupati – dalla rivoluzione Americana ai Vietcong – è una lotta diretta a far andare via forze straniere.

La fase successiva è stata la violenza di iracheni contro altri iracheni che lavoravano o cercavano lavoro per qualsiasi cosa fosse associata con il regime di occupazione.

Poi sono venuti attacchi di rappresaglia per questi attacchi.

Seguiti da attacchi di rappresaglia per gli attacchi di rappresaglia.

Dei jihadisti venuti da molti paesi sono affluiti in Iraq perché vedono la Guerra contro gli occupanti del Satana Americano come una guerra santa.

Prima dell’occupazione molti sunniti e sciiti si sposavano tra loro; dopo l’occupazione sono stati intrappolati in una spirale di odi e uccisioni reciproche.

E per questi atti naturalmente deve esserci una rappresaglia.

L’abolizione da parte dell’occupazione della maggior parte dei posti di lavoro nell’apparato militare e nel governo di Saddam Hussein, e il caos che è la società irachena sotto l’occupazione, hanno lasciato molti in miseria; rapimenti a scopo di riscatto e altri atti di violenza criminale sono diventati sistemi comuni per guadagnarsi da vivere, o almeno sopravvivere.

Forze irachene addestrate, finanziate e armate dagli USA hanno ucciso un gran numero di persone designate come “terroristi” da qualcuno con cariche ufficiali, o forse da qualcuno non ufficiale, o da qualche sconosciuto, o per caso.

Gli stessi militari americani sono stati fra i principali perpetratori di violenza, uccidendo individualmente e in massa, uccidendo tanti o pochi, ogni giorno, per qualunque ragione, chiunque, in qualsiasi luogo, spesso come cieca rappresaglia contro chiunque si trovi nei paraggi per un attacco degli insorti.

I militari americani e i loro alleati della coalizione sono stati spesso il principale bersaglio degli attacchi violenti. Un rapporto del ministero della difesa datato novembre 2006 affermava: “Le forze della coalizione sono rimaste il principale bersaglio della maggior parte degli attacchi (68%)”.[1]

Ed ecco James Baker, eminenza dell’establishment, co-presidente dell’Iraq Study Group, alla CNN con Anderson Cooper:

Cooper: Ed è possibile che ritirare le truppe americane diminuirà effettivamente quella violenza, che almeno eliminerà la motivazione degli insorti nazionalisti?

Baker: Ce lo hanno detto in molti. Molti in Iraq hanno sostenuto questa tesi.

Cooper: La convince?

Baker: Sì, penso che abbia qualche validità, assolutamente. Allora non saranno più visti come occupanti.[2]

Malgrado tutto questo, ci viene detto che la presenza dei militari americani è stata e continuerà a essere un paracolpi contro la violenza. Gli stessi iracheni non lo credono. Un sondaggio pubblicato in settembre ha riscontrato che gli iracheni credono, con un margine del 78 contro il 21 per cento, che la presenza militare degli USA sta “provocando più conflitto di quanto non ne prevenga”.[3]

Ricordate che eravamo stati avvertiti mille volte di un bagno di sangue comunista in Vietnam se le forze americane se ne fossero andate. Le forze americane se ne andarono. Non ci fu nessun tipo di bagno di sangue.

Se gli Stati Uniti se ne andranno – intendendo con questo tutte le truppe e le basi – rimuoveranno la fonte, l’origine e l’ispirazione stessa della maggior parte dell’odio e della violenza. Gli iracheni avranno una possibilità di recuperare il loro paese e la loro vita. Hanno diritto a questa opportunità. Che il mortale, “amorevole” abbraccio americano al popolo iracheno finisca. Che cominci la guarigione.

Alcuni amano le armi. Ma perché noialtri dovremmo essere bersagli?

Il massacro alla Virginia Tech è il tipo di tragedia che invariabilmente produce un’abbondanza di speculazione sociologica e psicologica, paragoni con la violenza della politica estera americana, e molti altri cliché, banalità, e ovvietà; tutto terreno che preferirei non percorrere un’altra volta. Solo questo, come il riflesso automatico che è: dovremmo proibire tutte le armi. Dovrebbe essere illegale possedere qualsiasi arma da fuoco funzionante; chi già ne possiede dovrebbe essere obbligato a consegnarle in cambio di una somma. Qui nessuna mezza misura. È da molti massacri che siamo andati oltre qualsiasi mezza misura.

L’anno scorso in Inghilterra e nel Galles (popolazione 54 milioni), dove ci sono dure restrizioni sulla proprietà di armi, ci sono state 50 morti per armi da fuoco. A Washington, DC (popolazione mezzo milione), ci sono stati 137 morti uccisi da armi da fuoco.[4]

Nei 15 stati degli USA con i più alti livelli di possesso di armi da fuoco si suicida quasi il doppio di persone che nei sei stati con i più bassi livelli di possesso di armi da fuoco, anche se la popolazione dei due gruppi è più o meno la stessa. Le armi vengono usate solo nel cinque per cento dei tentativi di suicidio, ma più del 90 per cento di questi tentativi sono fatali, mentre i farmaci fanno quasi il 75 per cento dei tentativi di suicidio, ma il livello di mortalità di questi tentativi è inferiore al 3 per cento.[5]

Chi mette in questione la correlazione fra la facilità con cui si possiedono armi e i morti uccisi da arma da fuoco dovrebbe cercare di immaginare cosa avrebbe fatto l’assassino della Virginia Tech se non fosse stato in grado di acquistare armi con la stessa facilità. Cosa avrebbe usato? Un randello? Un coltello? In classe gli sarebbero saltati addosso e lo avrebbero disarmato dopo che avesse aggredito la sua prima vittima.

L’unica eccezione alla proibizione delle armi da fuoco dovrebbe essere per le forze dell’ordine. Che non comprendono l’apparato militare. Se l’apparato militare Americano non avesse armi questo triste e vecchio mondo sarebbe un posto molto più sicuro e gradevole, sia per i soldati americani che per le loro vittime. Così compiamo un atto di eutanasia e stacchiamo la spina dalla macchina che tiene in vita l’apparato militare. Convertiamo il Pentagono in case a buon mercato. Non ci dovremo preoccupare dei terroristi antiamericani perché le nostre forze non armate non andranno per tutto il mondo a crearli con bombardamenti, invasioni, rovesciamenti di governi, occupazioni, appoggio a regimi repressivi e analoghe incantevoli attività, che richiedono tutte vaste quantità di bombe e armi da fuoco. Sì, anche le bombe diventerebbero storia.

Oh, ancora una cosa. Prima che la proibizione delle armi entrasse in vigore bisognerebbe mettere insieme una milizia e andare a bucherellare la sede della National Rifle Association. La NRA ama citare il secondo emendamento della costituzione: “Essendo una milizia ben regolata necessaria alla sicurezza di uno stato libero, il diritto del popolo di possedere e portare armi non sarò violato”. A quali milizie stanno pensando nel 21° secolo gli amanti delle armi della NRA? E a quale stato? Suppongo che la maggior parte dei membri della NRA siano fervidi libertari che hanno tanta paranoia e nessun amore per nessuno stato. È tempo che un altro emendamento costituzionale abolisca il secondo emendamento, come il tredicesimo e il quattordicesimo emendamento modificarono la costituzione per abolire la schiavitù.[6]

Data la localizzazione della Virginia Tech e il fatto che diverse vittime venivano dai sobborghi virginiani di Washington, DC, dove vivo, il Washington Post ha dato all’evento una copertura da libro. Mi sono trovato con un nodo alla gola, a volte in lacrime, mentre leggevo ogni giorno le storie di queste giovani vite rubate. Due giorni dopo il massacro la Corte suprema ha emesso una sentenza che ha reso illegali determinati aborti. Questo ha portato a dichiarazioni di attivisti antiabortisti in festa su come sarebbe stata salvata la vita di “bambini non nati”, e su come il feto è pienamente un essere umano meritevole di cura, rispetto e protezione legale quanto ogni altro essere umano. Ma qualcuno conosce casi di genitori afflitti per un feto abortito nel modo in cui i media hanno mostrato genitori e amici afflitti per gli studenti massacrati della Virginia Tech? Naturalmente no. Non fosse altro perché i genitori di un feto abortito hanno scelto di avere un aborto. Qualcuno conosce un caso di genitori di un feto abortito che ricordino in lacrime le prime parole di un feto, o il suo esame di maturità o il matrimonio o il viaggio in campeggio che avevano fatto tutti insieme? O il sorriso del feto o il modo in cui rideva? Naturalmente no. Perché – per chi appoggia l’aborto volontario – il feto non è un essere umano in un senso fisico, sociale, intellettuale ed emotivo sufficientemente significativo. Ma gli attivisti antiaboristi – spesso per ragioni di pruderie, antifemminismo, religione (la decisione della Corte suprema ha avuto origine dai cinque membri cattolici della corte), o altre fissazioni personali o politiche – proiettano un alone intorno al feto, trattano i bisogni e i desideri dei genitori come fossero senza valore, e condannano tutti quelli che non sono d’accordo con loro come degli infanticidi. Sfortunatamente in molti di questi attivisti il loro perfetto amore per gli esseri umani non si estende agli esseri umani dell’Iraq o dell’Afghanistan.

L’idea che un conservatore ha di un atto di gentilezza spontanea è il taglio dell’imposta sui capital gain

Michael Scheuer è un ex-agente della CIA che ha diretto l’unità Osama bin Laden dell’agenzia. È anche l’autore di “Through Our Enemies’ Eyes: Osama bin Laden, Radical Islam and the Future of America”, e “Imperial Hubris: Why the West Is Losing the War on Terror” [trad. Italiana “L’arroganza dell’impero”, M. Tropea, 2005]. Nell’edizione del mese scorso di questo rapporto, nella mia sezione sulla Guerra di Washington contro il terrorismo, citando dal Sydney Morning Herald, ho scritto che quando a Scheuer fu detto che il gruppo più grosso a Guantánamo veniva da arresti in Pakistan, aveva detto: “Di certo abbiamo quelli sbagliati”. Questo parere era conforme al punto che stavo sostenendo, che una parte significativa dei “terroristi” detenuti dagli USA non sono niente del genere.

Ma poi il direttore di DissidentVoice.org, che ogni mese riporta i miei articoli, ha ricevuto una lettera da Scheuer, che dice fra l’altro: “Riguardo alla citazione attribuitami nella colonna del signor Blum. Non ricordo di aver mai fatto una tale affermazione, e se l’ho fatta, mi sono sbagliato. Non ho motivo di credere che nella struttura di Guantanamo Bay ci siano detenuti che non meritino di starci. Ho obiettato alla struttura solo perché costringe gli Stati Uniti a essere oggetto dei piagnucolii pacifisti di sostenitori dei diritti umani e funzionari della CE [presumibilmente la Comunità europea]”.

Ho risposto a Scheuer, chiedendogli se la sua osservazione – “Non ho motivo di credere che nella struttura di Guantanamo Bay ci siano detenuti che non meritino di starci”. – si riferisse solo agli “attuali prigionieri, a quelli detenuti al momento delle osservazioni attribuitale nel febbraio 2006, o a tutti i prigionieri che vi sono stati detenuti negli ultimi 5 anni? Nel secondo caso sarebbe un’affermazione piuttosto notevole da fare dato tutto quello che sappiamo sui criteri assai poco perfetti impiegati per decidere chi inviare a Guantanamo, parte dei quali discuto nel mio articolo. Anche se egli si stesse riferendo al primo o al secondo momento, la sua affermazione sarebbe ancora estremamente sorprendente. Come potrebbe mai saperlo? O anche solo azzardare un’ipotesi? Come ho menzionato, perfino i comandanti del carcere non lo credono”.

Scheuer non ha ancora risposto. Mi ero stupito anche per il suo uso del termine “piagnucolii pacifisti”. Poi, in una recensione del nuovo libro dell’ex-direttore della CIA George Tenet, Scheuer rimprovera sia lui che Bill Clinton per non aver attaccato abbastanza l’Afghanistan alla fine degli anni ’90 per uccidere Osama bin Laden e i suoi seguaci, accusando l’ex-presidente di “pacifismo vigliacco”. Scrive Scheuer: “Non mi importava – e non mi importa – di perdite collaterali in situazioni del genere, dal momento che i civili nei dintorni sarebbero state le famiglie che gli uomini di bin Laden avevano portato in una zona di guerra. Ma a Tenet importava. ‘Non puoi uccidere tutti’, diceva. Questa in astratto è un’ammirevole preoccupazione umanitaria, ma non fa nulla per proteggere gli Stati Uniti. Anzi, migliaia di famiglie americane non sarebbero in lutto oggi se ci fosse stata più ferocia e meno sentimentalismo nella squadra di Clinton”.[7]

Andrebbe osservato che nel 1993 Clinton ordinò di lanciare missili in Iraq, uccidendo e ferendo molte persone, come rappresaglia per il coinvolgimento iracheno in un complotto per assassinare l’ex-presidente George H.W. Bush, che doveva visitare il Kuwait. (Sia il complotto che il coinvolgimento iracheno andrebbero classificati come “pretesti”). Nel 1998 il presidente ordinò il lancio di diversi missili in Afghanistan e in Sudan in un tentativo di eliminare dei terroristi sospetti e le loro strutture, colpendo invece “perdite collaterali”. E l’anno successivo Clinton, indossando una maschera della NATO, lanciò bombe sul popolo jugoslavo per 78 giorni consecutivi.

Ma secondo gli standard di Michael Scheuer, Bill Clinton era un pacifista.

Se per voi pacifisti – della varietà piagnucolona, vigliacca, o di un’altra ancora – è difficile apprezzare o capire la mente o il cuore o l’anima di un Michael Scheuer, se pensate che sia sconnesso dalla realtà, amorale e spaventoso, date un’occhiata al recente incontro fra George W. e un gruppo di neoconservatori. Paragonato a questi tipi, Scheuer dovrebbe cercare immediatamente la più vicina Friends Meeting House [le chiese dei quaccheri, da sempre pacifisti totali – n.d.t.]. E noialtri dovremmo cercarci un altro paese. O un altro pianeta.

Salon.com ha riferito del pranzo, il 28 febbraio, di Bush con i luminari di punta del neoconservatorismo americano. Ve la dovete leggere tutta, ma ecco un assaggio: “La priorità più critica [dei neocon] è convincere il presidente a continuare a ignorare la volontà del popolo americano e a mantenere una lealtà completa al programma neoconservatore, per quanto impopolare divenga. Per farlo hanno convinto il presidente di avere attinto a un’autorità molto più elevata del popolo americano – cioè una moralità obiettiva, ordinata da Dio – e che finché vi aderirà (cosa che otterrà continuando le sue politiche militaristiche in Medio oriente, mediante le quali sta combattendo il Male e difendendo il Bene), Dio e la storia lo giustificheranno. […] Infine i neoconservatori hanno lasciato Bush con l’istruzione che corona il tutto – cioè che l’unica cosa di cui dovrebbe preoccuparsi, l’unica cosa che conta davvero, è l’Iran”.[8]

C’è mai stato un impero che non dicesse a se stesso e al mondo di essere diverso da tutti gli altri imperi, che la sua missione non era saccheggiare e controllare ma educare e liberare? E che aveva Dio dalla sua parte?

Riuscirà il sistema immunitario dell’America a liberarsi dai suoi conservatori oltranzisti?

La bugia più grande di tutte non viene mai menzionata

Il recente documentario di Bill Moyers [foto] “Buying the War” mostra in maniera eccellente come le personalità più importanti del giornalismo mainstream americano abbiano deplorevolmente mancato al proprio dovere verso il pubblico e la loro professione non mettendo debitamente in discussione le grandi falsità dell’amministrazione Bush nella preparazione dell’invasione dell’Iraq. I media non smascherarono le falsità delle pretese della Casa Bianca che Saddam Hussein possedesse ogni sorta di armi di distruzione di massa, che avesse stretti legami operativi con Osama bin Laden e/o con al Qaeda, che un agente iracheno si fosse incontrato con Mohammad Atta, il presunto leader dei dirottatori dell’11 settembre, e altre storie proposte dalla banda Bush-Cheney per creare la credenza che Saddam Hussein fosse una minaccia per gli Stati Uniti.

Ma la bugia più grande di tutte sulla guerra in Iraq, una che ho discusso in precedenza in questa serie di articoli, che i media mainstream non approfondiscono mai, che Moyers non menziona nel suo documentario, ma che è stata chiaramente implicita durante cinque anni di notizie e discussioni, è questa: che se in effetti Saddam Hussein avesse posseduto tutte quelle terribili armi sarebbe stato una minaccia perché avrebbe potuto usarle contro gli Stati Uniti, anche senza provocazione. Questo è così assurdo che dubito che perfino Bush o Cheney avessero una tale convinzione. Per attaccare gli Stati Uniti Hussein avrebbe essere dovuto imbevuto da niente di meno che un irresistibile desiderio di suicidio nazionale di massa. Non so di alcuna prova che fosse malato di mente.

Nemmeno i leader iraniani. Ma questo non conta nulla quando l’impero sa che non credi all’impero.

Inoltre, avendo smascherato le scuse dichiarate dall’amministrazione come fraudolente, il documentario inesplicabilmente non presenta alcuna discussione di quali possano essere state le reali ragioni per la guerra, anche se il programma indubbiamente ha lasciato molti spettatori chiedendosi proprio questo – “Allora perché hanno mentito tanto? Per coprire cosa?” La maggior parte dei giornalisti televisivi tende ad andarci con i piedi di piombo in un campo pieno di mine che portano il nome di “petrolio” o “Israele” o “aziende del settore della difesa”.[9]

Democracy Now!

Sono un fan di Amy Goodman e del suo programma radiofonico mattutino “Democracy Now”. Copre costantemente una vasta gamma di questioni interessanti per la comunità progressista e indubbiamente recluta molti nuovi membri alla causa. Ma forse la sua sfera d’azione è troppo ampia per aspettarsi che lo staff di Democracy Now! abbia fatto tutti i suoi compitini su tutte le questioni. Cuba è uno di questi temi sui quali il programma tende a inciampare. L’ultimo esempio è stato il 26 aprile. Nell’apertura informative del programma Amy ci ha informato: “A Cuba sei dissidenti sono stati liberati quasi due anni dopo essere stati incarcerati. Il governo cubano si era attirato la condanna internazionale dopo queste incarcerazioni nell’estate del 2005”.

Tutto qui. CBS o NPR non avrebbero potuto seguire meglio il copione del Dipartimento di Stato. Devono esserci molte migliaia di carcerati nelle prigioni americane che potrebbero essere chiamati “dissidenti” per avere espresso una volta o l’altra ripugnanza per quello che gli USA stavano facendo in qualche parte del mondo e aver preso parte a una protesta; o per aver fatto lo stesso riguardo a qualche vitale problema economico oppure legato ai diritti o alle libertà civili in patria. “Oh”, dite voi, “ma non sono imprigionati per via della loro dissidenza”. Sì, questo è vero per quasi tutti loro. Ma è vero anche per quasi tutti i prigionieri cubani.

Per capire questo, bisogna prima capire quanto segue: gli Stati Uniti per il governo cubano sono come al Qaeda per Washington, solo molto più potenti e molto più vicini. A partire dalla rivoluzione cubana gli Stati Uniti e gli esuli cubani anticastristi negli USA hanno inflitto a Cuba danni e perdite di vite umane maggiori di quanto accaduto a New York e Washington l’11 settembre 2001. Tipicamente i dissidenti cubani hanno avuto connessioni strettissime, anzi intime, con funzionari del governo americano, particolarmente all’Avana attraverso l’ambasciata americana (la sezione Interessi degli Stati Uniti). Il governo americano ignorerebbe un gruppo di americani che ricevesse fondi da al Qaeda e/o prendesse parte a ripetuti incontri con noti leader di quella organizzazione all’interno degli Stati Uniti? Negli ultimi anni il governo americano ha arrestato moltissime persone negli USA e all’estero unicamente sulla base di pretesi legami con al Qaeda, in base a molte meno prove di quante Cuba ne abbia avute sui legami dei suoi dissidenti con gli Stati Uniti, prove raccolte da agenti cubani che facevano il doppio gioco.

Note:

[1] http://www.globalsecurity.org/military/library/report/2006/iraq-security-stability_nov2006.htm

[2] CNN, 6 dicembre 2006

[3] World Public Opinion Poll, condotto dal Program on International Policy Attitudes, University of Maryland, “The Iraqi Public on the US Presence and the Future of Iraq”, 27 settembre 2006, p.5

[4] Washington Post, 24 aprile 2007, p.18

[5] Studio della Harvard School of Public Health, Associated Press, 16 aprile 2007

[6] Il titolo di questa sezione e alcuni pensieri sulla Costituzione sono presi da un eccellente articolo sull’argomento del controllo delle armi scritto da Jonathan Safran Foer sul Washington Post, 22 aprile 2007, p. B5

[7] Washington Post, 29 aprile 2007, p.B1

[8] Glenn Greenwald: http://www.salon.com/opinion/greenwald/2007/03/14/roberts_luncheon/print.html

[9] Trascrizione: http://www.pbs.org/moyers/journal/btw/transcript1.html

William Blum
Fonte: http://members.aol.com/bblum6/
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer45.htm
03.05.2007

Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI

Pubblicato da God