Home / ComeDonChisciotte / RIALLINEAMENTO GLOBALE E DECLINO DELLA SUPERPOTENZA

RIALLINEAMENTO GLOBALE E DECLINO DELLA SUPERPOTENZA

DI MIKE WHITNEY
Information Clearing House

Gli Stati Uniti sono stati sconfitti in Iraq. Questo non significa che ci sarà un ritiro delle truppe a breve, ma che non c’è speranza di raggiungere gli obbiettivi politici della missione. L’Iraq non sarà una democrazia, la ricostruzione sarà minima e le condizioni di sicurezza continueranno a deteriorarsi nel prevedibile futuro.

I veri obbiettivi dell’invasione sono egualmente irrealizzabili. Mentre gli Stati Uniti hanno stabilito molte basi militari nel cuore del centro energetico mondiale, l’esportazione è scemata a 1.6 milioni di barili al giorno, circa metà della produzione post-bellica. Ancora più importante, l’amministrazione non ha una chiara strategia per proteggere gli oleodotti, le petroliere e le principali strutture. La produzione di petrolio sarà saltuaria per anni a venire, anche se la sicurezza dovesse migliorare. Questo avrà gravi effetti sui futures petroliferi, scatenando picchi irregolari e innervosendo i mercati energetici mondiali. Se il contagio si diffonde ad altri stati del Golfo, come ora si aspettano numerosi analisti politici, molti dei paesi del mondo dipendenti dal petrolio continueranno in un agonizzante ciclo di recessione/depressione.Il fallimento degli Stati Uniti in Iraq non è solo uno sconfitta per l’amministrazione Bush. E’ un fallimento anche per il “modello unipolare” dell’ordine mondiale. L’Iraq prova che il modello della superpotenza non può offrire stabilità, sicurezza o la garanzia dei diritti umani, punti essenziali per ottenere il supporto dei 6 miliardi di persone che occupano questo pianeta. La rapida diffusione dei gruppi armati in Iraq, Afghanistan e ora Somalia fa presagire un confronto più ampio e violento tra le sovra-sfruttate legioni americane e i loro sempre più adattabili e letali nemici. La resistenza all’ordine imperiale si sta sollevando ovunque.

Gli Stati Uniti non hanno le risorse o il supporto pubblico per prevalere in un tale conflitto. Né hanno l’autorità morale per persuadere il mondo del merito della loro causa. Le azioni illegali dell’amministrazione Bush hanno galvanizzato la maggioranza delle persone contro gli Stati Uniti. Il paese è diventato una minaccia alle stesse libertà civili e ai diritti umani, con cui esso veniva identificato. C’è poco supporto popolare per imprigionare nemici senza accuse, per torturare sospetti con impunità, per rapire persone dalle strade di capitali straniere, o per invadere nazioni sovrane disarmate senza l’approvazione delle Nazioni Unite. Queste sono violazioni fondamentali del diritto internazionale, oltre che dei principi comuni di decenza umana.

L’amministrazione Bush difende le sue attività illegali come una parte essenziale del nuovo ordine mondiale; un modello di governance globale che permette a Washington di pattugliare il mondo secondo la sua discrezione. La grande maggioranza delle persone ha respinto questo modello e i sondaggi indicano chiaramente un supporto declinante per le politiche statunitense più o meno ovunque. Come ha fatto notare Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza nazionale durante l’amministrazione di Jimmy Carter:

“Il potere degli Stati Uniti potrà essere maggiore nel 2006 che nel 1991, (ma) la capacità del paese di mobilitare, ispirare, puntare in una direzione condivisa – e di conseguenza modellare realtà globali – è significativamente declinata. Quindici anni dopo la loro incoronazione come leader globale, gli Stati Uniti stanno diventando una democrazia solitaria e timorosa in un mondo politicamente antagonista”.

Gli Stati Uniti sono una nazione in fase di declino irreversibile; i suoi principi fondatori sono stati abbandonati e il suo centro di potere politico è una palude morale. La presidenza Bush rappresenta il il fondo etico della storia di questo paese.

Ora gli Usa affrontano una battaglia, che dura da decenni, che coinvolgerà il Medio Oriente e l’Asia Centrale, conducendo alla rapida e prevedibile erosione del potere militare, politico ed economico degli States.

Questo non è il “nuovo secolo” che hanno immaginato Bush e i suoi compari.

Ci sono ancora degli irriducibili nell’amministrazione Bush che credono di star vincendo la guerra. Il vice-presidente Dick Cheney ha celebrato il “successo enorme” dell’occupazione dell’Iraq, ma si trova sempre più isolato nelle sue prospettive. Le persone ragionevoli concordano che la guerra è stata una catastrofe strategica e morale. Gli Usa hanno pagato un prezzo salato per la loro avventatezza, perdendo oltre 3.000 uomini in servizio e minando seriamente la propria posizione nel mondo. Una piccola composizione di guerriglieri iracheni ha dimostrato di poter frustrare gli sforzi dell’esercito meglio equipaggiato, meglio addestrato e più tecnologico sulla faccia della Terra. Hanno reso l’Iraq un pantano ingovernabile che, secondo gli standard della guerra asimmettrica, è la stessa definizione di successo.

E se invece i piani di Bush avessero avuto successo? E se l’oscura visione di “vittoria” fosse stata realizzata e gli Stati Uniti avessero soggiogato il popolo iracheno, controllato le sue risorse, e creato una “facciata araba” attraverso la quale l’amministrazione portare a termine le proprie politiche?

C’è forse qualche dubbio che Bush marcerebbe in tutta fretta verso Tehran e Damasco? C’è forse qualche dubbio che Guantanamo e gli altri “siti neri” della CIA in tutto il mondo aumenterebbero in numero e dimensioni? C’è forse qualche dubbio che il riscaldamento globale, il picco del petrolio, la non-proliferazione nucleare, la povertà, la fame e l’AIDS continueranno ad essere ignorati dagli aziendalisti e dalle elite bancarie di Washington?

C’è forse qualche dubbio che un successo in Iraq rinforzerebbe ancor più un sistema tirannico che limita il processo decisionale su tutti i temi di importanza globale, compresa la stessa sopravvivenza del pianeta, ad una piccola fratellanza di ricchi plutocrati e gangster?

Il “nuovo ordine mondiale” promette dispotismo, non democrazia.

Molte persone credono che gli Stati Uniti abbiano subito un golpe silenzioso e siano stati sequestrati da una cabala di fantasisti politici e guerrafondai. Ma questo è solo parzialmente vero. Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di attività segrete e altre chiare violazioni del diritto internazionale. Forse, siamo reclutanti ad accettare la verità perché è più facile nascondere la testa nella sabbia e lasciare che la rapina continui.

La verità è che c’è una linea retta dalla fondazione di questo paese ai campi di sterminio di Baghdad. Questa linea potrà anche essere deviata da periodi di illuminismo e pace, ma è ininterrotta dal Congresso Continentale ad Abu Ghraib, da Bunker Hill a Falluja, da Valley Forge a Guantanamo. Cresce tutto dalla stessa radice.

Adesso gli Stati Uniti stanno affrontando una crescente resistenza da tutti gli angoli della Terra. La Russia, la Cina, e i paesi dell’Asia Centrale si sono uniti nella Shanghai Cooperation Organization (SCO) per respingere l’influenza Usa-NATO nella regione. E in America latina un’alleanza di governi di sinistra ha formato il Mercosur sotto la leadership di Hugo Chavez. L’Africa resta ancora politicamente frammentata e aperta allo sfruttamento occidentale, nonostante maldestri interventi in Somalia, Nigeria e Sudan suggeriscano che l’impero affronterà anche qui una resistenza in ascesa.

Queste nuove coalizione indicano gli enormi cambiamenti geopolitici che sono già in corso. Il mondo si sta riallineando in reazione all’aggressione di Washington. Possiamo aspettarci di vedere questi gruppi continuare a rafforzarsi mentre l’amministrazione compie la sua guerra per le risorse con la forza delle armi. Questo significa che il “vecchio ordine” — le Nazioni Unite, la NATO e l’Alleanza Transatlantica — saranno sempre più sotto pressione finché le relazioni saranno infine tagliate.

Le Nazioni unite sono già diventate irrilevanti con il cieco supporto alle politiche Usa in Medio Oriente. Il loro silenzio durante il distruttivo assalto di Israele al Libano, come il loro mancato riconoscimento dei “diritti inalienabili” dell’Iran secondo il Trattato di Non-proliferazione Nucleare (NPT) ha esposto l’ONU ad un cieco avvallo per la belligeranza statunitense. Un attacco all’Iraq sarebbe la fine delle Nazioni Unite, un’istituzione che aveva portato grandi promesse al mondo, ma che adesso serve meramente come copertura per l’agenda dell’elite occidentale. L’ONU facilita più guerre di quante nel fermi.

L’Afghanistan è la chiave per capire cosa c’è in serbo per l’UE, la NATO e l’Alleanza Transatlantica. Non c’è possibilità di successo in Afghanistan. Se gli uomini che hanno programmato l’invasione conoscessero un briciolo di storia del paese avrebbero saputo come sarebbe progredita la guerra. Avrebbero realizzato che gli Afghani, tradizionalmente, si prendono il loro tempo prima di rispondere (Eric Margolis predisse che la vera guerra non avrebbe avuto luogo fino a 4 o 5 anni dopo l’invasione iniziale), misurando la forza del loro nemico e guadagnandosi un più ampio supporto popolare. Poi hanno proceduto con passi deliberati per liberare il loro paese dagli invasori. Queste sono persone fieramente nazionaliste ed indipendenti che hanno combattuto l’occupazione prima di oggi e sanno cosa ci vuole per vincere.

Siamo indotti a pensare erroneamente che la guerra in Afghanistan sia meramente un’insorgenza talebana (o peggio ancora) “terrorista”. L’attuale conflitto rappresenta una sollevazione generale dei nazionalisti Pashtun, che cercano di porre fino all’occupazione straniera. Conoscono di prima mano la politica Usa-NATO, che ha rafforzato i signori della guerra, esteso il commercio di droga, ridotto la sicurezza ed aumentato il terrorismo. Secondo il rapporto del Senlis Council, l’occupazione ha scatenato “una crisi umanitaria di fame e povertà… le politiche Usa in Afghanistan hanno ricreato un paradiso sicuro per il terrorismo che l’invasione del 2001 mirava a distruggere”.

La resistenza armata afghana è piena di risorse ed indomabile. Ha un numero crescente di reclute per infoltire i propri ranghi. Alla fine, vinceranno loro. E’ il loro paese e saranno lì per molto tempo dopo che ce ne saremmo andati.

Una sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso della NATO. Il progetto globale dell’amministrazione dipende pesantemente dal supporto dell’Europa, dal persuadere le nazioni occidentali, a maggioranza bianca, ad unirsi alla battaglia e ad assicurare corridoi petroliferi sicuri e riserve di energia senza sbocchi sul mare lungo l’Asia Centrale. Il fallimento in Afghanistan menderà tremori in tutto il panorama politico dell’Europa e darà i natali ad una generazione di politici anti-americani che cercano di dissolvere le relazioni tra i due tradizionali alleati. Ma una rottura sembra inevitabile. Dopotutto, l’Europa non ha aspirazioni imperiali e la sue economie sono prospere. Non ha bisogno di invadere ed occupare paesi per ottenere accesso a risorse vitali. Può semplicemente comprarle sul mercato.

Quando gli Europei inizieranno a vedere che i loro interessi nazionali sono meglio serviti con il dialogo e l’amicizia (con i fornitori di risorse in Asia Centrale e Russia), allora i legami che stringono l’Europa agli Stati Uniti si scioglieranno e poco a poco i continenti si allontaneranno l’uno dall’altro.

La fine della NATO è la fine degli Stati Uniti come potenza globale. L’attuale avventurismo non è sostenibile “unilateralmente” e senza la foglia di fico delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa, ma l’abisso tra i due sta progressivamente crescendo.

E’ impossibile predire il futuro con un qualche grado di certezza, ma l’apparire di queste coalizioni suggerisce fortemente che sta emergendo un nuovo ordine mondiale. Comunque, non è quello che Bush e i neo-conservatori avevano anticipato. Il coinvolgimento degli Usa in Iraq ed Afghanistan continuerà ad impedire loro di innescare fiamme di scontro in America Latina e Russia, rafforzando ulteriormente i rivali degli Stati Uniti e precipitando cambiamenti macroeconomici che potrebbero schiacciare la classe media americana. La probabilità di una grave recessione economica non è mai stata maggiore, mentre la difesa delle spese da parte dell’amministrazione, le prodighe riduzioni fiscali e il deficit commerciale hanno gettato le fondamenta per lo spodestamento del dollaro come “riserva di valuta” del mondo. I tre pilastri del potere imperiale statunitense – politico, economico e militare – giacciono sulle traballanti fondamenta del dollaro Usa. Se il dollaro cade, come ora si aspettano molti trader di valuta, allora le riserve di valuta straniere saliranno, e gli Stati Uniti scivoleranno in una profonda depressione/recessione.

Il risollevamento militare ed economico del paese richiederà probabilmente un decennio o più, a seconda della situazione in Iraq. Se l’amministrazione Bush è in grado di esercitare il controllo sul petrolio mediorientale, allora il dollaro continuerà ad essere connesso a risorse vitali e la supremazia statunitense persisterà. Se, invece, le condizioni sul campo si deteriorano, allora le banche centrali di tutto il mondo diminuiranno le loro riserve di dollari, gli Statunitensi affronteranno una iper-inflazione in patria e gli Usa perderanno la loro presa sul sistema economico mondiale. L’amministrazione Bush deve, quindi, assicurarsi che il petrolio continui ad essere denominato in dollari Usa e che l’economia mondiale resti nelle mani delle elite occidentali, dei giganti bancari e delle corporation.

Le chance per il successo in Iraq stanno gradualmente diminuendo. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere incapaci di dare sicurezza, di fornire servizi sociali di base, o di mantenere la pace. La guerra di guerriglia continua ad intensificarsi mentre il sovra-sfruttato esercito è stato spinto ad un punto di non ritorno. Ci aspettiamo che l’occupazione in Iraq diventi insostenibile entro 5 anni, se l’attuale trend continua.

Il risollevamento militare ed economico del paese sarà senza dubbio doloroso, ma potrebbe generare maggior parità tra le nazioni, il che sarà uno sviluppo positivo. Il modello della superpotenza è stato un fallimento abissale. Esso ha causato la distruzione delle libertà civili in patria e diffuso guerra ed instabilità nel mondo. L’attuale sistema ha bisogno di una scossa, in modo che il potere possa essere equamente distribuito secondo gli standard democratici tradizionali. Il declino degli Stati Uniti presenta un’opportunità unica per ripristinare la Repubblica, ristrutturare il paradigma globale esistente ed iniziare a costruire consenso sulle sfide che minacciano la nostra specie.

Mike Whitney
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article17277.htm
10.03.2007

Traduzione per www.radioforpeace.info & www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Pubblicato da God