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A Carabiniere officer stands in front of the disco 'Lanterna Azzurra' in Corinaldo, central Italy, Saturday, Dec. 8, 2018. At least Six people, all but one of them minors, were killed and about 35 others injured in a stampede of panicked concertgoers early Saturday at a disco in a small town on Italy's central Adriatic coast. (ANSA/AP Photo/Andrew Medichini) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Quel vuoto peperoncino

DI GIOVANNI IOZZOLI

carmillaonline.com

L’arresto dei membri della cosiddetta “gang del peperoncino” (variamente denominata nelle cronache giornalistiche) ha riportato in auge, tra cronaca, editoriali e reportage, la famigerata “questione giovanile” – un topoi eterno e immutabile, che viene istantaneamente tirato fuori ogni volta che un minorenne commette un atto criminale.

Lo schema, in queste settimane, ha trovato conferme e argomenti in altri scellerati fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti dei ragazzi – accoltellatori di carabinieri, lanciatori di cassonetti, un circo di giovane umanità degenerata che ha costretto psicologi ed editorialisti a fare gli straordinari agostani. La “questione giovanile” è infatti un cantiere narrativo perennemente aperto, disponibile ad ogni genere di incursione ideologica: che si parli di droga, violenze negli stadi, sadismi sociali, tutti possono andare ad azzuppare dentro questa vasta insenatura del nostro immaginario. E questo da sempre, nonostante i cambi di stagioni, di contesti e di generazioni.

C’è un concetto, però, che più spesso è rimbalzato in questi giorni dalle pagine dei giornali, imponendosi all’attenzione degli italiani spaparanzati sotto l’ombrellone o sbattuti nei bar di periferia: il Vuoto.

I giovani ne combinano di ogni, perché sono “vuoti” – o, a seconda delle versioni, crescono “nel vuoto”. Qui le variazioni sul tema sono infinite: il vuoto valoriale delle famiglie, il vuoto dei quartieri, il vuoto delle metropoli e quello della provincia, il vuoto della mancanza di luoghi di aggregazione, il vuoto delle discoteche.

Il Buddha sarebbe molto soddisfatto di questa continua evocazione del “vuoto” (anche se lui predicava la vacuità), come vera essenza di tutte le cose – in particolare del nostro sbrindellato tessuto sociale.

Qualche anno fa – ricordo la stagione dei sassi dal cavalcavia – andava di moda il più raffinato “nichilismo”, nel quale imberbi Stavrogin di provincia sguazzavano inconsapevoli, lungo i bordi bui delle autostrade. Era più o meno la stessa solfa semantica del “vuoto” – ma oggi si vede che i direttori dei giornali hanno meno fiducia nelle competenze linguistiche dei loro lettori e lasciano tranquillo Nietzsche.

Insomma, tutte le volte che ci si occupa dei “giovani” (categoria, anche questa, di assai dubbia pregnanza sociologica e statistica), è perché c’è scappato il morto e può partire la tiritera sull’assenza dei valori.

Mi permetto di dire che stavolta, al cospetto di questi rapinatori di collanine, non siamo davanti né a un vuoto valoriale (cioè, un rifiuto o una impermeabilità rispetto alla griglia dei valori condivisi) né ad una violazione deliberata dell’ethos sociale. Anzi, questi ragazzi, più che in una condizione di “vuoto”, sembrano piuttosto belli “pieni”: pieni di valori che non solo hanno ormai acquisito libera circolazione, ma sono diventati il combustibile di ogni ideologia e di ogni immaginario del presente. Qualcuno può definirli dis-valori, certo. Ma dipende dal campo di applicazione.

Dove sarebbe il “vuoto”, scusate? Nel fatto che rubino? Gesù: quali sarebbero i sacri esempi di integerrima onestà che si stagliano nel patrio empireo?

Non c’è un singolo pezzo di ceto politico che non abbia le mani invischiate nella merda dei finanziamenti illeciti, del riciclaggio, della corruzione, della concussione, del concorso esterno, del lobbismo a favore di banche e gruppi.
Le disavventure giudiziarie della Lega – da Siri al Metropol – hanno fatto addirittura impennare il suo consenso nei sondaggi, tanto per capire che aria tira nel paese sul tema legalità. La capitale d’Italia è diventata, a detta di molti osservatori, una narcometropoli, crocevia di ogni traffico internazionale, oltre che grande mercato a cielo aperto dello stupefacente; la polizia sequestra locali a dozzine, intorno alle grandi sedi istituzionali del paese, in pieno centro, perché riconducibili a clan che hanno pienamente assunto un ruolo egemone nell’economia cosiddetta legale. In Lombardia pure peggio: appalti, discariche in fiamme e controllo del territorio messo in atto da due generazioni di ‘ndrangheta. In Emilia, le mani sul mercato del lavoro e l’intermediazione di mano d’opera. E il mezzogiorno – in cui la violazione sistematica della legge diventa imperativo di sopravvivenza per decine di migliaia di persone – corre verso lo sfascio sociale facendo da apripista alla progressiva “mezzogiornizzazione” del paese intero. Sembra che una parte d’Italia si svegli ogni mattina col sangue agli occhi, furiosamente famelica, per derubare, truffare e spremere, l’altra parte che più o meno subisce – per evidente incapacità di fare altrettanto.

Volevamo diventare l’America (nei sogni di Berlusconi) o la Germania (nei sogni di Prodi) ma cominciamo ad assomigliare ad un paese dell’Est Europa: una piccola, insignificante Repubblichetta che si arrangia come può tra grande crimine, piccola illegalità e continua ricerca internazionale del protettore giusto. Questo è il paese reale, oggi. Non altro.

In che cosa i rapinatori di collanine sarebbero “fuori sincrono”? Rispetto a quali “valori” essi farebbero registrare un preoccupante vuoto? Rispetto ai valori borghesi ufficiali, formali – la buona educazione, il rispetto delle leggi? Ma quella è la scorza esteriore delle nostre comunità. Basta grattare un po’ col dito e la patina superficiale di consuetudini civili viene via: basta un pugno di profughi, un furto in casa, o anche solo la macchina rigata, che la brava gente perde la sua maschera di rispettabilità civica e invoca la pena di morte, il supplizio, l’affondamento militare dei barconi, l’ostracismo, i muri non alle frontiere nazionali ma a quelle del quartiere o del condominio.
Perché il rispetto della polis, del vivere civile, del tasso minimo di solidarietà umana che la nostra specie ha faticosamente conquistato in diecimila anni, non possono essere pannelli attaccati con lo scotch: o quelle cose ce le hai dentro per davvero – e fanno parte di un patrimonio valoriale reale (non importa se laico, civile o religioso), cioè di una mobilitazione permanente delle coscienze, di una storia che si tramanda di generazione in generazione – oppure non reggono, come le facciate di scena di Cinecittà: un soffio di vento e crollano.

Dunque, in che cosa i Di Puorto o i Cavallari sarebbero “devianti”, dentro il disastrato quadro antropologico dei nostri tempi? Nessun vuoto. Hanno pienamente assorbito l’imperativo consumista: “spendevano tutto quello che guadagnavano in abiti firmati”, ci informano scandalizzati i cronisti – come se i loro figli non fossero sottoposti alla medesima pressione morbosa. E hanno rapidamente introiettato l’ideologia competitiva che è l’essenza della nostra epoca: competere a scuola, col vicino di banco, con il vicino di casa, con il collega sul posto di lavoro, con i paesi, i popoli, le macroaree geopolitiche. Poi, è chiaro, ognuno la competizione la fa con gli strumenti che si ritrova: il furto con destrezza non deve essere poi sembrato un così grave crimine, nel quadro generale. E se qualcuno ci lascia la pelle, nella calca di un discoteca, che vuoi mai? È solo il risultato della dura legge della sopravvivenza, in cui tutti siamo tenuti a sfidarci, ad alzare la posta, a “sentirci veramente liberi di essere noi stessi”, a “superare i limiti”, a “non rimanere nel branco” (queste, ad esempio, sono solo alcune delle mediocri stronzate che i pubblicitari associano all’acquisto di mediocri vetturette che dovrebbero conferire al mediocrissimo acquirente una identità vincente).

Possono le etiche quietiste, sobrie, rassegnate di impotenza, competere con l’epica gomorroide di prima serata? Possono i richiami al buon senso, avere presa sul fuoco acido degli adolescenti?

E non dimentichiamo che questi meschini delinquentelli di provincia, hanno dalla loro una formidabile attenuante storica: appartengono alla prima generazione repubblicana che non ha mai, proprio mai, sentito parlare, della possibilità di vivere in un altro modo, in un altro mondo, in una società in cui il brand, il mercato, le gerarchie di classe, i destini di casta, non fossero l’unico terreno di gioco. Prima di rubare, quei ragazzotti sono stati derubati: di una narrazione alternativa, di una visione, di una possibilità, anche germinale o utopistica, di immaginare un altro modo di vivere. Una scommessa, una potenzialità, con cui da cento anni a questa parte, i giovani figli delle classi lavoratrici avevano avuto la possibilità comunque di misurarsi. In questo, i ragazzi del peperoncino sono stati allievi diligenti: hanno assimilato subito la lezione del There is no alternative, e si sono dati da fare – un po’ di spirito imprenditoriale ce l’hanno messo anche loro, per Dio – per attrezzarsi ad un degno ingresso in società.

Niente. Ad una attenta analisi non troverete nulla nel comportamento dei ragazzi della “gang” che rappresenti una reale defezione dalle leggi non scritte della moderna polis tardocapitalista.

Il sindaco di uno dei paesi modenesi in cui alcuni ragazzi del gruppo abitavano, ha tenuto a precisare che “si tratta solo di residenti, gente sradicata, estranea alla comunità”. Metà hanno cognomi meridionali (in gergo: marucchein), gli altri genuinamente maghrebini. Quindi le parole del sindaco hanno evocato una qualche differenza etnica: il male viene da fuori, noi lo abbiamo solo incolpevolmente ospitato, come fa un corpo sano con un virus. Non sono figli nostri – voleva dire. E in questo riflesso purista, si nascondeva proprio la terribile consapevolezza che SONO figli nostri, figli legittimi, prodotti di tutte le nostre passive accettazioni dello spirito dei tempi, contro cui è sempre sconveniente porsi, da amministratore, da intellettuale, da persona qualunque. Quella voce perbenista è la stessa di quei sindaci che difendono ad oltranza le aziende del “nuovo triangolo industriale” – che proprio nel modenese ha uno dei suoi vertici –, in cui quegli stessi cognomi marocchini/marucchein, figurano arruolati nella nuova classe operaia 4.0, in condizioni di sfruttamento e precarietà (vedi il comparto carni o la mitica Italpizza) un tempo sconosciuti.

Ecco: probabilmente i Di Puorto, gli Amoruso, i Mormone, gli Haddada, li avrebbero visti bene lì dentro, negli stabilimenti e nei cantieri, che stessero al loro posto naturale, a sei euro lordi l’ora – o a consegnare cibo in bicicletta. Ma ricordiamoci che oggi tutti – industriali e proletari, con la medesima pervasiva intensità – sono accecati dallo stesso peperoncino maligno; e tutti, ognuno con i mezzi che si trova a disposizione, cerca di partecipare alla medesima democraticissima Grande Festa: chi sbocciando champagne nel privèe, chi imbucandosi e strappando collanine.

 

Giovanni Iozzoli

Fonte: www.carmillaonline.com

Link: https://www.carmillaonline.com/2019/08/13/quel-vuoto-peperoncino/

13.08.2019

Pubblicato da Davide

11 Commenti

  1. Vincenzo Siesto da Pomigliano

    Ergo, cos’è questo Vuoto? Lo dico da sempre: è la mancanza degli antichi, veri valori a cui ogni comunità faceva riferimento: ovvero i “mores maiorum” dei nostri avi, nati dalle buone consuetudini consolidatesi nel corso dei secoli. Vuoto ora riempito dagli smartphones “mangia-cervello”, dai demenziali “social trash” e dai mezzi di persuasione occulta di massa, il cui mercato arricchisce i pochi criminali della finanza speculativa ma impoverisce le menti dei molti.
    Maiorum mores servandi sunt iuvenibus!!!

  2. Per una volta qualcosa che somiglia a un’analisi… magari non troppo approfondita, ma se non altro si distingue dal ragliare di chi passa mezza giornata attaccato allo smartphone per mettere like ai post che criticano i giovani con lo smartphone.
    È già qualcosa dai.

  3. Cito: “Le disavventure giudiziarie della Lega – da Siri al Metropol – hanno fatto addirittura impennare il suo consenso nei sondaggi, tanto per capire che aria tira nel paese sul tema legalità.”
    Il problema è diverso, e forse l’autore fa finta di non capirlo. La gente ormai è convinta che la Magistratura sia un centro di potere affiliato alla sinistra, quindi non prende in considerazione le sue indagini, non crede che i reati siano veri. Dopo gli ultimi scandali e la faida interna al CSM poi… Quindi non è un problema di valori, ma di mancanza di credibilità degli attori.

  4. E’ un ottimo articolo per una buona riflessione, un pò come quando Gesù disse “chi è senza peccato scagli la prima pietra” e non c’è dubbio che qualche peccato tutti l’abbiamo, anche coloro che si pongono ad esempio morale per tutti gli altri, già peccano di supponenza che è dote del bugiardo.
    Però non bisogna neppure dimenticare la strada, e la strada la si imbocca da giovani, c’è chi sceglie la via più breve (Via peperoncino) e chi quella più lunga (Via Sudore) certo colpevolizzare e generalizzare non è saggio, ma neppure lo giustificare, dando colpa alla società, mi appare saggio, per il semplice fatto che si incentivano i giovani ad imboccare la via più breve ed anche perchè, la Via Peperoncino, è la preferita anche da coloro che sono ricchi ed istruititi, quelli che di problemi sociali non ne hanno ma sono istruiti ad imboccar sempre la strada più breve, anche quando non ne hanno reale necessità.

  5. Dunque, riproviamo in ossequio al regolamento. La civiltà umana secondo uno studio della Nasa (che non allego) è vicina alla fine.
    “ la civiltà umana collasserà nel corso dei prossimi 20 anni a causa dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e della crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza mondiale”
    Come collegare queste poco rassicuranti previsioni col vuoto di valori dei nostri giovani?
    Durante il processo per cui una civiltà invecchia e decade vengono meno i valori su cui è questa è stata edificata. E in mancanza di un paradigma sostitutivo non resta che il vuoto. Io personalmente trovo inquietante certa musica Rap di bassa lega che oramai ha invaso l’immaginario giovanile con la sua violenza verbale e gestuale in una esaltazione di droghe e degradanti tatuaggi su tutto il corpo

    Lo stesso studio sottolinea però che c’è ancora modo di fermare questo sconvolgente trend:

    «Il collasso può essere evitato e la popolazione può raggiungere l’equilibrio se il tasso pro capite di esaurimento della natura viene ridotto ad un livello sostenibile e se le risorse vengono distribuite in modo abbastanza equo»

  6. E’ la mancanza di cultura!

    è tutto un crescendo di disavventure che farebbero impallidire anche Nietzsche:

    la scuola è in degrado, la società è in degrado, la magistratura degrada, la politica non è mai avanzata di un passo… così si va verso il baratro.

    tutto lo sfascio cominciò (?) con Berlus cane e le sue leggi ad personam, poi il partito (dovè andato?) comunista ha dato il là con la depenalizzazione di decine di leggi risolte con una semplice multa, (mai pagate vedi i vari condoni) anche salata, ma inconsistente all’atto pratico, senza la certezza della pena non vai da nessuna parte.

    nessuno paga perché nesssuno vuole che si paghi.

    sarà dura recuperare questo marciume,

    prima ci vorrebbe la pena di morte per i politici e direttori di giornali e televisioni e come per simbiosi le cose andranno a posto. quando la gente vede che si fa sul serio, si dà una regolata, la storia insegna…

  7. Condivido, ma dissento sull’estraneità della componente etnica al fenomeno.
    E aggiungo che non si tratta di un caso isolato.

    Io mi sono ritrovato circa un mese fa ad accompagnare al cinema i miei nipoti. Questo cinema è situato in periferia di Firenze in un centro commerciale con alcune aree non utilizzate che sono state adottate come ritrovo di una banda di adolescenti. Mi sono ritrovato a passare nel loro “territorio” con i miei nipoti e la sensazione è stata proprio quella di passare da un zona occupata. Questi ragazzi, incuranti della nostra presenza e di intralciare le rampe di scale, erano intenti a scambiarsi cartine, fumare spinelli, limonare con le “pupe” del gruppo, senza pudore, con la strafottenza da bullo tipica delle scene di “Gomorra”.
    Era inoltre ben chiaro che gran parte dei maschi del gruppi fossero di origine magrebina.

    Giorni dopo ho raccontato la storia alla mia solita amica di ultrasinistra, che tra l’altro abita vicino a questo cinema. Lei si è rifiutata categoricamente di credermi ed è arrivata persino a sbugiardare il figlio quando ha detto di essere stato vittima di atti di bullismo proprio nello stesso posto.

    Io le ho risposto che non si meravigli se, grazie alla sua indifferenza, entro qualche anno il quartiere dove abita sarà diventato una No Go Zone come ci sono in Francia o Svezia.

  8. La definivano la società del benessere invece è quella del consumo che stabilisce anche come, quando e perché parlare delle nuove generazioni o dei o delle giovani, una società bacchettona che offre dei cliché vecchi e non da enfasi sulla irregolarità dei permessi, un mercato che apre le porte a qualsiasi cosa pur di far soldi perché la società dei consumi vive grazie ai soldi chi consuma, corri consuma e crepa ma se corri senza consumare o consumando poco o consumando quello che non è di ‘tendenza-moda’ non fai parte della società consumistica che corre solo per accontentare un sistema consumistico ed oramai consumato, non ha senso consumare quelle che è già stato consumato, ha senso offrire nuovi spazi che danno respiri più intelligenti al futuro ed anche questi fatti ripropongono il vecchio sistema. Fanno entrare più persone del n consentito e nessuno ne parla perché per fare soldi sono tutti pronti a mentire perché il vuoto lo chiamano pieno e quando un contesto è vuoto di novità si innescano i circuiti noiosi e viziosi ma approvano perché portano soldi. Nostro e vostro, noi e loro è quello scaricabarile – spartiacque pesante di chi teme la responsabilità personale pertanto e’ un linguaggio che non ha niente da insegnare a queste generazioni che -a mio avviso- cercano di adattarsi

  9. Finché nonni e genitori non restituiranno tutto ciò che si sono rubati dagli anni 60 in poi niente cambierà; e non ci stupisca del vuoto, il vuoto e’ la loro, la vostra religione, oggi a me domani a me e per i figli e nipoti solo dei gran complessi di colpa (o le briciole che cadono dal mio piatto,se fanno i bravi).
    E continuate pure a chiedervi come mai (spolverando la BMW e affittando le seconde case ai figli di altri come voi).
    Tutto sto degrado, come mai, proprio non si spiega. Con lavori assurdi (tre tasti battuti su un PC o tre buchi fatti su una lamiera (cit. Orlov)) vi compravate case giardini e garages e dicevate ai figli: beh potrai farlo anche tu. Poi i figli crescono e si accorgono che no, non possono farlo anche loro, neanche in quattro vite. Si accorgono di essere stati ingannati e derubati. E adesso tutti a stupirsi, come mai tutto sto vuoto? La verità fa male, quanta ne riusciamo a sopportare? Fa veramente così male prendere atto di essere stati preceduti da generazioni di debosciati ed egoisti? Sì, molto, ma una volta preso atto della situazione si può ripartire, continuando ad incensare questi padri della patria e cavalieri del lavoro ed i loro valori da usurai fannulloni che hanno generato tutto questo non si andrà mai da nessuna parte, se non verso la schiavitù (ma tanto è per noi, non per loro, con pensione liquidazione e doppia casa).
    Ah, ma se non ci riusciste continuate pure a dare addosso ai giovani coi tatuaggi e senza valori, come fanno i vecchi ricchi da 50 anni ormai, diamo la colpa ai poveri e indifesi educati e cresciuti da chi? Mistero.
    (Ah, ma dimenticavo, certo la colpa è dei magrebini.)

  10. Non male, diciamo un riassunto ben fatto di tutti i commenti che fino adesso ho scritto su questo blog.

  11. Gli ignoranti ci sono in ogni generazione,poi diventano grandi e fanno:i politici-i giornalisti-i preti e i banchieri.

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