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PIOGGIA D’ESTATE

DI SIMONA MASINI

(“keep showing the truth, no
electrcity, this laptop’s battery is dying now, i must leave soon.

Mohammed”
7 Luglio 2006, una mail dall’inferno!)

In queste ultime settimane l’afa
è opprimente. Cosa non darei perché un bell’acquazzone spazzasse
via almeno un po’ di questo caldo che lascia senza fiato!

D’estate la pioggia cade quasi accarezzandoti,
la brezza fresca abbraccia il tuo corpo affannato, il profumo della
terra bagnata arriva ai tuoi sensi inebriandoti.

“Pioggia d’estate”. Questo il
nome del genocidio in atto a Gaza. Davvero di pessimo gusto.

“Gli faremo cadere il cielo addosso”

“Gaza deve scomparire”

AGGIORNAMENTO: A seguito, Israele chiude ai palestinesi americani per la prima volta dal 1967 (Amira Hass; Ha’aretz); Equivicinanze (Miguel Martinez; Kelebek); Un sondaggio “mirato” (Vichi; Palestina Libera!) ed un appello urgente per una squadra di calcio palestinese a Roma che non può fare ritorno a Gaza.Alcune delle frasi del governo israeliano
che, usando la scusa della cattura di un soldato, sta commettendo quello
che chiunque dotato anche di un unico neurone libero da faziosità non
stenterebbe a chiamare CRIMINE CONTRO L’UMANITA’.

In cambio del soldato rapito, i palestinesi
chiedono la liberazione di 1000 tra donne e bambini (secondo la loro
legge, gli israeliani possono incarcerare palestinesi dai 12
anni in su e riservargli lo stesso trattamento degli adulti: la tortura).

In TV hanno mostrato l’immagine della
cattura di un gruppo di palestinesi: nessuno si è domandato – almeno
– se è normale bendare un prigioniero?

E che dire del “ancora un raid
israeliano a Gaza: 12 morti”
e subito aggiungono: “le vittime
erano miliziani di Hamas”
.

Ma quanti miliziani ha Hamas! A parte
il fatto che non è vero (…non possono mica raccontare che stanno
massacrando la popolazione civile! Sarebbero antisemiti!), è
così scandaloso che un popolo occupato da sempre, privo di un esercito
regolare, abbia dei resistenti? Siamo tutti figli e nipoti della Resistenza
Italiana, appena eleggono un senatore a vita o un presidente della repubblica
si puntualizza immediatamente che è stato un partigiano e i partigiani
delle altre resistenze li chiamiamo terroristi??

Una sera, mentre facevo zapping,
capito sul tg5 e rimango di stucco (più del solito, intendo): “Mimosa
Martini in diretta da…..Israele”!
Come “in diretta da Israele”??

Le immagini erano di Gaza (le stesse
del tg3), da dove parlava Mimosa Martini?

Non importa. Evidentemente, a tracciare
i confini ci ha pensato Rossella: tutta quell’area è Israele!

Gaza senz’acqua, senza elettricità,
cibo razionato, farmaci centellinati.

Distrutti i ponti, le vie di comunicazione,
le centrali idroelettriche, l’università, le scuole, un orfanotrofio,
le sedi dei ministeri, le abitazioni civili; valici chiusi, decine e
decine di palestinesi bloccati al valico di Rafah – chiuso dal 25
Giugno – in fuga verso l’Egitto e costretti a rimanere lì, non possono
andare in Egitto e non possono più tornare a casa perché l’esercito
di occupazione israeliano glielo impedisce e, comunque, molti di loro
non hanno più una casa perché gliel’hanno distrutta i bombardamenti.

Ieri il numero dei morti per il caldo
e gli stenti al confine tra Gaza e l’Egitto è salito a 4.

Uno di questi era un ragazzino di 15
anni appena tornato dal Cairo dopo un intervento al cuore.

Quanti morti in quasi 3 settimane?
Non lo so, ho perso il conto.

La media esatta dal 30 Giugno al 12
Luglio è di 6,833 morti al giorno (dati del ministero della sanità
palestinese: 82 morti – 22 erano bambini – e 217 feriti dal 30 Giugno
al 12 Luglio).

Nonostante la difficoltà a raccoglierli,
visto che sparano sulle ambulanze, gli ospedali sono pieni di feriti,
molti gravissimi e senza farmaci né elettricità per i macchinari d’emergenza
è come se fossero già morti.

Non c’è più posto per i cadaveri,
che vengono lasciati in strada: è caldo e manca l’acqua, cosa pensate
che accadrà? Non ci sono farmaci, figuriamoci vaccini!

Manca il tempo per seppellirli tutti
perché i bombardamenti non finiscono mai.

C’è poco tempo per piangere i propri
cari, i propri figli, le madri e i padri uccisi. Bisogna scappare e
farlo in fretta.

A Gaza non si mangia, non si beve e
non si dorme.

I carriarmati e i bulldozer sono dappertutto.
Hanno rioccupato anche le aree delle ex colonie ebraiche, arrivano con
gli aerei assordando e stordendo la popolazione oltrepassando il muro
del suono e poi bombardano, bombardano…

Sparano su tutto: giornalisti, ambulanze,
infrastrutture civili essenziali; spazzano via case, campi, scuole,
ospedali.

La popolazione è terrorizzata, i bambini
sotto shock.

Dopo le stragi di metà Giugno, la
Resistenza Palestinese ha rapito un soldato israeliano: Abu Mazen condanna.

Inizia un’invasione senza precedenti:
Abu Mazen condanna.

Hamas chiede alla polizia e alle forze
di sicurezza palestinesi di sparare contro l’esercito israeliano:
Abu Mazen ordina di non sparare.

Qassam contro drones, carriarmati,
bulldozer, F16, elicotteri Apache: Abu Mazen condanna il lancio di Qassam.

Hamas chiede il cessate il fuoco ad
ambo le parti: Olmert rifiuta e affonda senza pietà “Non si tratta
con i terroristi! Lo stato d’Israele ha il diritto di difendersi!”

Il Ministro egli Esteri palestinese
aveva ottenuto dalla Lega Araba, sempre più indifferente, la presentazione
di un documento presso il consiglio di sicurezza internazionale in cui
chiede la fine dell’aggressione israeliana e uno scambio di prigionieri:
Abu Mazen rinnega il ministro del governo democraticamente eletto e
dichiara che l’unico rappresentante palestinese all’estero è Qaddoumi,
segretario di Fatah.

Qualche giorno fa, il ministero della
sanità palestinese ha reso noto uno studio condotto di recente su
strane
lesioni riscontrate su civili rimasti feriti durante uno
degli attacchi condotti da Israele a Gaza il 10 Luglio scorso.

Si tratta di ferite da schegge di proiettili
sulla cui superficie sarebbero state ritrovate tracce di sostanze chimiche
radioattive.

Le schegge, entrate nella carne, provocherebbero
ustioni estese verso l’interno fino a raggiungere e distruggere gli
organi e i tessuti ossei. Non è stato possibile curare queste ferite
e i medici sono ricorsi all’amputazione degli arti, ove possibile.

Il ministro ha chiesto alla comunità
internazionale l’invio di una commissione medica per valutare le ferite
e accertare l’uso di armi chimiche e radioattive da parte di Israele.

Già circa 3 anni fa l’Islamic Association
of Palestine (con sede negli Usa) aveva ipotizzato l’uso di armi chimiche
contro la popolazione palestinese, in particolare gas di un singolare
colore paglierino che avrebbero provocato attacchi epilettici, anche
a distanza di tempo, a chi li aveva inalati.

Purtroppo, nel dicembre 2004, un’associazione
ebraica statunitense li ha denunciati per antisemitismo e per “collegamenti
con un gruppo terroristico” e ha ottenuto che il loro sito web fosse
oscurato. Il “gruppo terroristico” in questione, manco a dirlo,
è Hamas.

Circa una settimana fa, dopo una sorta
di “nota di demerito”, l’Onu ha chiesto più volte di poter inviare
osservatori. Niente da fare. Nessun testimone. I giornalisti di al-Jazeera,
uno dei target più gettonati, lo sanno bene.

Il gruppo pacifista israeliano Gush-Shalom,
con un comunicato stampa urgente del 7 luglio scorso, si è rivolto
all’Unione Europea perché intervenga con una forza d’interposizione
a Gaza e in Cisgiordania. Ma l’Europa non risponde, la paura di scontentare
i suoi pessimi amici è davvero troppa. E io che, quando ho pagato le
94.000 lire di tassa per “entrare in Europa”, ho masticato amaro
ma ho pensato: “Bhè, forse la sudditanza nei confronti degli Usa
diminuirà un pochino”. Illusa!

In Cisgiordania hanno arrestato decine
di ministri e parlamentari di Hamas e centinaia di civili (detenzioni
amministrative).

La popolazione è insorta, sciopero
generale a Gerusalemme Est, manifestazioni sedate con la forza un po’
ovunque.

Espulsi da Gerusalemme e requisite
le proprietà ad avvocati e personalità legate ad Hamas. Checkpoits
dappertutto, Tulkarem, Jenin, Hebron assediate: alcuni morti e molti
feriti. Nablus sigillata: imposto a tutti i cittadini al di sotto dei
35 anni il divieto di lasciare la città.

Nonostante l’incredibile dispiegamento
di uomini e mezzi – ma in Cisgiordania possono contare anche sulla
loro forza paramilitare: i coloni – per la sua opera di sterminio
a Gaza e in Libano, Israele riesce senza problemi a proseguire la costruzione
del muro dell’apartheid passando letteralmente sopra ai manifestanti
palestinesi, internazionali e israeliani contro l’occupazione.

Durante l’assedio a Gaza, gli spazi
aerei siriano e libanese erano stati violati più volte da Israele.

Alle proteste, Olmert ha sbraitato
insulti.

2 soldati israeliani rapiti dagli Hezbollah
libanesi (ricordiamoci che Israele occupa ancora oggi la parte più
a sud del Libano e le Alture del Golan siriane).

La colpa è di tutti: Libano, Siria,
Iran…Israele bombarda il Libano.

Distrugge le centrali elettriche, i
ponti, i cavalcavia, le strade vicino a Beirut. Bombarda anche l’aeroporto
(che viene chiuso e bollato come centro di smistamento armi), la periferia
e il sud del Libano: più di 40 morti, tutti civili, 15 bambini.

Distrutta la strada di collegamento
con Damasco.

[Ponte libanese distrutto dai bombardamenti]

Gli Hezbollah rispondono lanciando
katyusha contro le città israeliane a ridosso del confine libanese
e provocano 2 morti (una donna e un bambino israeliani) e 120 feriti
lievi.

Israele, forte dei suoi 2 morti civili,
urla il suo sacrosanto ed esclusivo diritto a difendersi e fa strage:
più di 70 morti in 48 ore (e mentre sto scrivendo sono le 8.25, quindi
il numero è destinato a salire…).

Le reazioni:

Bush: “Israele si difenda, i terroristi
non vogliono la pace”

Canada: condanna il Libano per il rapimento
di 2 soldati israeliani.

Unione: critica l’uso sproporzionato
della forza da parte di Israele (capito? “critica”) Olmert:
“Spazzeremo via gli Hezbollah”

D’Alema: ieri “condanna duramente
la politica dei rapimenti di cittadini e soldati israeliani come strumento
politico” e chiede “l’immediata liberazione dei prigionieri
e invita Israele, riconoscendo il suo legittimo diritto all’autodifesa,
di dare prova di moderazione”

Oggi si limita a dire che “Israele
sta esagerando”

Rice: “I palestinesi liberino
il soldato israeliano” e “condanna il rapimento dei 2 soldati
israeliani da parte degli Hezbollah. Questa azione minaccia la stabilità
della regione ed è contraria agli interessi dei popoli israeliano e
palestinese. Accusa Iran e Siria.

“Israele ha diritto a difendersi”

Proprio ieri la Regione Lazio ha firmato
il contratto “Lisite” (Lazio e Israel Sharing Innovation
Technology Experience) con il Centro industriale israeliano per la ricerca
e lo sviluppo (Matimop) per una collaborazione nel settore della ricerca
e dello sviluppo tecnologico.

In Inghilterra, The Guardian ha pubblicato
una lettera firmata da 30 personalità inglesi – primo firmatario
il sindaco di Londra – che chiedono al governo la fine della complicità
in questo massacro, il ripristino degli aiuti alla Palestina e il riconoscimento
del governo palestinese. Sempre in Inghilterra, 300 ebrei hanno affittato
l’intera pagina di un quotidiano chiedendo: “Cosa sta combinando
Israele??”

La stampa italiana, tranne rare eccezioni,
è unanime nel limitarsi a ribadire il diritto alla difesa di Israele
(e solo di Israele, evidentemente); al solito noto la palma d’oro:
dalle pagine del Corriere della sera si piagnucola che: “Israele
è costretta a difendere la sua esistenza” (Magdi Allam).

Nella notte, grazie al veto degli Usa,
bocciata una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva
la fine dell’assedio di Gaza.

Il sole è alto, non c’è una nuvola,
ma questa pioggia d’estate sta incenerendo il Medio Oriente.

(per le immagini di Gaza: http://rafah.virtualactivism.net/news/todaymain.htm )

Le foto sono di Mohammed Omer, il ragazzo
che mi ha scritto da Gaza chiedendomi di raccontare la verità)

— Simona Masini

https://www.comedonchisciotte.org

VEDI ANCHE:

ISRAELE DOVREBBE CERCARE NEMICI RAGIONEVOLI (HASAN ABU NIMAH)

Pubblicato da God

  • marzian

    Guardate le altre foto nel link alla fine dell’articolo. Le parole non servono.

  • marzian

    APPELLO MOLTO URGENTE

    Ho appena ricevuto questo appello dalla signora Silvia Re dell’ufficio stampa AltriMondiali (www.altrimondiali.it) .

    Mi scuso con la signora Re per non avere il tempo materiale, in questo momento, per dare il rilievo che questa notizia meriterebbe.

    Mi rivolgo a tutta la società civile, ai partiti politici, ai compagni onorevoli, ai Ministri degli Interni e degli Esteri, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Repubblica, alle associazioni di solidarietà, ai media e, in particolare, ai bloggers e ai siti web (che, soprattutto ultimamente, sono coloro che, in materia d’informazione, FANNO LA DIFFERENZA!) perché accolgano questo appello e lo diffondano il più possibile.

    Grazie a tutti — Simona Masini

    Appello

    Da un mese in Italia per giocare gli
    AltriMondiali, tornei di calcio, di sport e pace, sette ragazzi palestinesi,
    provenienti dai campi profughi, non possono tornare alle loro case.

    Gaza occupata e sotto l’assedio, striscia
    di terra umiliata, cumulo di macerie, privata di ogni risorsa, senza
    possibilità di decidere del proprio futuro. Terra palestinese, circondata
    da muro alto quanto serve, per impedire il passaggio delle persone e
    di ogni bene di prima necessità; un muro alto sì, ma non abbastanza
    per imprigionare i sogni e la voglia di libertà e giustizia di un intero
    popolo.

    Le operazioni militari israeliane in corso in tutti i territori occupati,
    la chiusura di ogni frontiera ed il silenzio dei governi e dei media
    occidentali, bene illustrano lo scenario di una guerra che semina disperazione
    e divide le persone.

    Rafah è chiusa e per questo i sette
    ragazzi non possono tornare.

    “Siamo abituati a vivere in una piccola prigione, ora siamo costretti
    in una prigione un po’ più grande”, dice Mohammed della squadra
    di calcio.

    Di nuovo profughi: i sette ragazzi di Gaza devono poter tornare alla
    loro terra, alle loro case, ai loro cari.

    La chiusura della frontiera con l’Egitto, rappresenta l’ennesima violazione
    degli accordi internazionali: il valico di Rafah è gestito dalle forze
    multinazionali, compresi i Carabinieri, eppure migliaia di persone
    sono costrette in un accampamento in mezzo al deserto, in attesa che
    si concludano le rappresaglie, la crisi dell’ostaggio… fino a quando?

    La squadra di calcio Free Palestine non può ripartire finché non saranno
    riaperte le frontiere e non saranno garantite le condizioni di sicurezza
    per il loro rientro.

    Chiediamo a tutte le Istituzioni nazionali e cittadine, alla società
    civile di dare un concreto segnale di aiuto e di assunzione di responsabilità,
    sostenendo la permanenza in Italia dei giovani palestinesi di Gaza.

    Invitiamo le associazioni, la società civile, i cittadini a mobilitarsi
    concretamente a sostegno dei nostri sette giovani palestinesi.

    L’Italia ha giocato e vinto contro la
    Germania, in uno stadio dove piovevano fischi assordanti: a Gaza piovono
    bombe, sulle università, sui centri culturali, sulle strade e sui campi
    sportivi.

    Libertà di giocare: che vinca la pace.
    Liberate gli ostaggi, civili e militari, liberate la vita. L’Italia
    vinca anche questa partita.

    Sottoscrivete a sostegno
    dei 7 palestinesi di Gaza

    bonifico bancario a: associazione l’Altropallone,
    via Angera 3 20125 Milano

    Banca
    Popolare Milano ag.350 MI, coord.banc.: abi 5584 cab 1661 c/c 02204

    causale: CONTRIBUTO
    STRAORDINARIO X 7 RAGAZZI GAZA

    l’AltroPallone Acea
    – Accesso – ConGES – Deafal – Martesana Solidale

  • marzian

    UN SONDAGGIO “MIRATO”

    DI VICHI
    Palestina libera!

    Le esecuzioni extra-giudiziarie o, come le definiscono gli Israeliani, le “eliminazioni mirate” di militanti palestinesi – spesso leader delle fazioni armate ma talvolta anche semplici esponenti politici – costituiscono una pratica vietata dal diritto internazionale in quanto equivalgono, come più volte ricordato dal Segretario Onu Annan, a delle “executions without a trial”, ovvero a delle condanne a morte eseguite da Israele senza alcuna prova, alcun processo, alcuna giuria.

    Ma il fatto ancor più grave è che queste “eliminazioni mirate”, per i luoghi e le modalità con cui vengono portate a compimento, determinano quasi costantemente il coinvolgimento di civili palestinesi inermi e inconsapevoli, e costituiscono dei feroci e spietati crimini di guerra.

    In questi ultimi mesi, nella più totale e colpevole inerzia della comunità internazionale e dei media di regime, abbiamo visto Israele dispiegare tutto la capacità tecnologica del suo infernale apparato bellico, e abbiamo assistito impotenti a uccisioni e massacri di ogni sorta, intere famiglie spazzate via, bambini uccisi mentre giocavano in strada o magari costretti – come la piccola Mariyah Aman [palestinanews.blogspot.com] – a rimanere paralizzati per tutta la vita in un letto d’ospedale mentre, fino a pochi istanti prima, giocavano sulle ginocchia della propria madre.

    Per un resoconto cronologico delle “prodezze” dell’esercito israeliano fino alla data del 14 giugno rimando a questa pagina [palestinanews.blogspot.com] del blog “Palestina libera!”, mentre, per il periodo successivo, mi limiterò a riportare i casi più eclatanti, dato che il ritmo delle uccisioni, delle violenze e delle distruzioni operate da Israele nei Territori occupati diventa ogni giorno più incalzante, tanto da rendere difficile persino il semplice tener dietro agli accadimenti.

    Martedì 20 giugno, intorno alle 7:20 della sera, un aereo dell’aviazione israeliana ha lanciato un missile contro un auto che trasportava tre militanti delle Brigate al-Aqsa, l’ala militare di Fatah, all’interno del quartiere Sheikh Radwan di Gaza City.

    Ma mentre i tre se la sono cavata con qualche ferita, l’esplosione del missile ha provocato la morte di due poveri bambini e del 16enne Bilal al-Hissi, nonché il ferimento di altri 13 Palestinesi innocenti, tra cui quattro bambini di 2, 5, 8 e 9 anni.

    I due poveri bimbi uccisi, Mohammed Jamal Rouqa di sei anni e la sorellina Samia, di soli cinque anni, stavano tranquillamente giocando per strada davanti alla porta della loro casa.

    Mercoledì 21 giugno, intorno alle 6:30 del pomeriggio, un altro aereo della Iaf ha lanciato due missili contro un pick-up che trasportava alcuni membri dei Comitati di Resistenza Popolare nei pressi della cittadina di Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza.

    Inopinatamente, tuttavia, i missili hanno completamente mancato il loro bersaglio, andando a colpire in pieno la vicina casa appartenente alla famiglia di Abdul Qadar Ahmed, in quel momento riunita in cucina.
    Hanno trovato così la morte Zakaria Ahmed, il fratello 45enne del padrone di casa, giunto in visita dall’Arabia Saudita, e la sorella Fatema, una povera donna di 37 anni incinta di sette mesi; in aggiunta, altri undici componenti della famiglia e quattro passanti sono rimasti feriti, tra cui cinque bambini di 9 mesi e di 2, 3, 5 e 7 anni.

    I soccorritori, più tardi, racconteranno che la cucina dell’appartamento era un vero e proprio lago di sangue.

    Venerdì 5 luglio, intorno alle 9:15 del mattino, alcuni soldati israeliani hanno circondato una casa nel campo profughi di Ein al-Sultan, a nord-ovest di Gerico, intimando al Palestinese ricercato che la occupava, il 41enne Mahmoud Jaber, di uscire fuori e di arrendersi.

    Mahmoud Jaber, dietro la minaccia israeliana di demolire la casa con i bulldozer, è uscito fuori con le mani alzate, e a quel punto i soldati israeliani lo hanno liquidato con un colpo di fucile alla testa a distanza zero, in puro stile SS.

    Più tardi, naturalmente, un portavoce dell’esercito israeliano sosterrà che il povero Mahmoud aveva cercato di scappare, ma si tratta di una versione difficile da sostenere, dato che i soldati gli si erano già avvicinati e addirittura gli avevano ordinato di togliersi i vestiti…

    Sabato 8 luglio, intorno alle 7:50 della sera, nel tentativo di colpire un gruppo di militanti palestinesi nei sobborghi di Gaza City, e precisamente alla fine di Mansour Street, l’aviazione israeliana ha lanciato un missile davanti al cortile di una casa di civile abitazione, uccidendo la 42enne Ammouna Hajjai e due dei suoi figli, Rawan e Mohammed, rispettivamente di 6 e di 20 anni; in aggiunta, altri cinque componenti della famiglia sono rimasti feriti.

    Israele, in ognuna di queste occasioni, si è sempre dichiarata “dispiaciuta” per la morte di civili palestinesi innocenti, rigettando però, nel contempo, ogni responsabilità al riguardo, ed arrivando a definire l’esercito israeliano – come ha fatto il premier Olmert – “l’esercito più etico del mondo”: e meno male!

    Sempre secondo Olmert, non vi sarebbe assolutamente “equivalenza morale” tra gli attacchi terroristici dei Palestinesi e le operazioni dell’esercito israeliano, in quanto Tsahal non ha mai l’intenzione di “colpire gli innocenti”.

    A giudizio del capo dell’aviazione israeliana, il Maggiore Generale Elyezer Shkedy, gli uomini al suo comando compiono “sforzi sovrumani” per evitare di coinvolgere nei loro raids i civili innocenti, eppure i risultati sono sotto gli occhi di tutti: o Shkedy afferma il falso, oppure questi sforzi non sono poi così sovrumani!

    Il vero è che condurre assassinii “mirati” all’interno di città o villaggi densamente popolati – come sono soprattutto quelli della Striscia di Gaza – comporta necessariamente l’uccisione e/o il ferimento di civili inermi ed innocenti, povere donne, bambini e neonati inclusi: come ha avuto modo di commentare Gideon Levy di Ha’aretz, tutto ciò “sta scritto sui muri”.
    Lanciare dei missili nel cuore di quartieri residenziali o in strade affollate, soprattutto nelle prime ore della sera quando la gente esce fuori per strada per godere del fresco serale, non può che comportare inevitabilmente che anche la popolazione innocente venga coinvolta negli attacchi.

    Resta fermo, in ogni caso, che Israele ha il dovere sancito dal diritto umanitario, e in primis dalla Convenzione di Ginevra, di non danneggiare in alcun modo nelle proprie azioni militari i civili disarmati e non coinvolti nei combattimenti.

    Secondo il principio di proporzionalità, in particolare, è vietato ogni attacco – anche contro obiettivi legittimi – se vi è la probabilità di causare danni alla popolazione civile, sproporzionati rispetto al vantaggio che l’attaccante si propone di ottenere; il che, tra l’altro, comporterebbe per Israele anche l’onere di provare che non vi era altra alternativa ragionevole all’attacco stesso.

    In tutti questi casi, dunque, ci troviamo di fronte di tutta evidenza a dei veri e propri crimini di guerra, che dovrebbero comportare sanzioni per i vertici politici che ordinano gli assassinii “mirati”, per i vertici militari che li pianificano, per gli esecutori materiali degli stessi.

    In un Paese civile, il sanguinoso massacro di decine e decine di uomini, donne e bambini assolutamente inermi ed incolpevoli dovrebbe comportare, quanto meno, il ripensamento del modus operandi dell’esercito, nonché la rimozione dei vertici militari responsabili di questo bagno di sangue, in primis del comandante della Iaf Shkedy.

    Ed invece Israele non sembra avere alcun ripensamento (né, tanto meno, alcun rimorso…), considerato che il giornale inglese The Guardian, citando fonti diplomatiche, ci informa che sarebbe già pronta una lista di ben 13 “candidati” all’uccisione “mirata”, comprendente Khaled Meshaal ed il premier palestinese Ismail Haniyeh.

    In un Paese civile, l’opinione pubblica si ribellerebbe a questo folle e brutale spargimento di sangue innocente, e scenderebbe in piazza per protestare contro questa banda di assassini che siede al governo di Israele.

    Ed invece, sorprendentemente, un sondaggio del giornale israeliano Ma’ariv, pubblicato il 7 luglio scorso, mostra che l’82% degli Israeliani sarebbe d’accordo all’assassinio dei leader di Hamas.

    Dunque, secondo Ma’ariv, quattro israeliani su cinque sono d’accordo con la politica delle esecuzioni extra-giudiziarie portata avanti con gran vigore dal premier israeliano Olmert e da quell’assassino entusiasta di nome Amir Peretz, pur se essa viene rivolta a dei leaders politici estranei alla militanza armata, e pur se, in tutti questi mesi, le eliminazioni “mirate” hanno provocato il vero e proprio massacro della popolazione civile palestinese.

    Eccola la razza, pardon, il “popolo eletto”, ecco il “faro di civiltà” nel mare della barbarie mediorientale, una collettività che pratica e approva il massacro e l’assassinio, che fonda la propria esistenza sulla cieca violenza, sulla brutalità, sul razzismo, sul furto della terra e delle risorse naturali, sull’arbitrio.

    E pensare che qualche giullare della politica nostrana, di tanto in tanto, esce fuori a sostenere la proposta di accogliere questa gente nell’ambito della Comunità europea.

    Vichi
    Fonte: http://palestinanews.blogspot.com/
    Link: http://palestinanews.blogspot.com/2006/07/un-sondaggio-mirato.html

    11.07.2006

  • marzian

    ISRAELE CHIUDE AI PALESTINESI AMERICANI PER LA PRIMA VOLTA DAL 1967

    DI AMIRA HASS
    Ha’aretz

    Per la prima volta dal 1967 Israele impedisce l’ingresso ai palestinesi con cittadinanza straniera, la maggior parte dei quali sono americani. Molti di coloro cui è stato rifiutato l’ingresso arrivano dall’estero ma hanno vissuto e lavorato per anni in Cisgiordania.

    Il ministero degli Interni e l’amministrazione civile non hanno reso un comunicato ufficiale sul cambio di procedura, lasciando che chi tornava indietro [ndt, dal soggiorno all’estero] scoprissero la situazione non appena giunto al punto di frontiera.

    Secondo diverse ipotesi, il bando ha colpito alcune migliaia di americani ed europei, cui Israele ha impedito di tornare a casa e al loro lavoro, o di visitare le loro famiglie in Cisgiordania. Questo potrebbe riguardare potenzialmente altri milioni [ndt, di palestinesi] che vivono nei territori, inclusi insegnanti e ricercatori universitari, impiegati che lavorato in vitali programmi per lo sviluppo oppure proprietari di attività commerciali – così come quei migliaia di cittadini stranieri che visitano ogni anno i loro parenti. Questa politica viene applicata anche agli stranieri che non sono palestinesi ma che sono sposati con i palestinesi o coloro che visitano le università.

    Il primo gruppo a soffrire sono i palestinesi nati nei territori la cui residenza Israele aveva revocato dopo il 1967 quando studiavano o lavoravano all’estero. Alcuni residenti dei territori magari sposati o ritornati a vivere con i genitori e fratelli. Israele ha respinto la loro richiesta per la “riunificazione familiare” (i.e., la richiesta di avere ripristinata la residenza). Ad ogni modo, da poco tempo fa Israele ha permesso loro di continuare a vivere nei territori con visti turistici, rinnovabili ogni tre mesi dopo essere usciti e rientrati nel paese. In alcuni casi lo Stato ha anche garantito loro permessi di lavoro.

    I cittadini degli stati arabi (siano o non siano palestinesi) sono stati banditi dall’ingresso in Israele fin dal 2000. Una mano veniva allungata per “eccezionali casi umanitari” – specie quando stava morendo o era morto un parente prossimo – ma anche questa pratica da Aprile è stata sospesa.

    Una delle richieste che Israele ha posto su casi specifici che l’avvocata Leah Tsmel ha presentato davanti all’Alta Corte di Giustizia, è che la richiesta dei visti fosse autorizzata da un rappresentante del Ministero palestinese degli Interni che non fosse affiliato ad Hamas. Il ministero rifiutò queste condizioni. Ora si scopre che questa politica era stata estesa ai cittadini statunitensi e europei.

    Un portavoce del Ministero israeliano degli Interni ha dichiarato ad Ha’aretz che questa non è una nuova politica ma solamente “l’aggiornamento di una procedura”. Ma il dipartimento per le procedure dell’Alta Corte presso l’Ufficio del pubblico ministero, cui era stato sottoposto il fenomeno in merito a diversi specifiche richieste, ha scritto a Tsemel il 2 Maggio del 2006, che la politica di ingresso dei cittadini stranieri in Cisgiordania potrebbe essere formulata solo “all’inizio della prossima settimana”.

    Fino a quel momento Tsemel non sapeva se questa politica fosse una bozza di legge.

    L’ambasciata statunitense a Tel Aviv ha dichiarato a Ha’aretz che nessun esponente israeliano li aveva informati di un cambiamento nelle procedure di ingresso e che gli Stati Uniti non potevano intervenire con decisioni sovrane in un altro stato. Diverse persone cui è stato rifiutato l’ingresso e che hanno parlato con i rappresentati americani hanno detto che il consolato e l’ambasciata sono bene informati dell’apparentemente nuova politica.

    Una e-mail del dipartimento americano per il servizio ai cittadini in Gerusalemme, indirizzata a un cittadini americano che era stato interrogato circa il suo ingresso in Cisgiordania, dice che il console generale aveva incontrato un rappresentante israeliano del Ministero degli Interni riguardo alle politiche di ingresso del governo: “I funzionari israeliani hanno ammesso che il visto di 90 giorni che era garantito una volta in passato, specialmente per i cittadini americani, sono ora molto più difficili da ottenere, specialmente per i palestinesi cittadini americani che viaggiano diretti in Cisgiordania e per i cittadini americani affiliati con le organizzazioni umanitarie. Sia l’ambasciata che il consolato americano a Gerusalemme si stanno occupando della questione”.

    L’amministrazione civile israeliana ha dichiarato in risposta che “l’ingresso nella regione di stranieri che non sono residenti dei territori ha luogo con un permesso di visita emanato dall’Autorità palestinese nella regione e approvato dalla parte israeliana”, perché le relazioni sono state sospese nel Settembre del 2000 e da allora l’ingresso è stato consentito solo in eccezionali casi umanitari – una pratica che è stata inoltre sospesa dopo la formazione del governo Hamas. Oggi, continua il comunicato, casi “che hanno a che fare con particolari necessità umanitarie” sono considerati.

    L’amministrazione civile ha confermato che l’applicazione deve essere approvata da un ufficiale [ndt, palestinese]che non sia affiliato ad Hamas. Il ministero degli interni e l’amministrazione civile declinano ogni commento sul fatto che per 40 anni ai cittadini palestinesi che vivono negli paesi occidentali non era richiesto alcun “permesso di visita”.

    Versione originale:

    Amira Hass
    Fonte: http://www.haaretz.com
    Link: http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArtVty.jhtml?sw=amira+hass&itemNo=736349
    11.07.2006

    Versione italiana:

    Fonte: http://redazione-minorityreport.blogspot.com/
    Link: http://redazione-minorityreport.blogspot.com/2006_07_10_redazione-minorityreport_archive.html#115255485310743720

    Traduzione a cura di redazione-minorityreport

  • marzian

    EQUIVICINANZE

    DI MIGUEL MARTINEZ
    Kelebek

    Tre piccoli segni dei tempi e delle equivicinanze.

    Un mese fa, un certo Ben Kurtzer si è stabilito, con moglie e cinque figli, a Maaleh Adumim, la gigantesca colonia israeliana nei Territori Occupati, che taglia in due il cosiddetto West Bank e viola clamorosamente quella cosa ormai dimenticata che un tempo chiamavano “legalità internazionale”.

    Ricordiamo a chi cerca di distinguere tra lo stato d’Israele e “pochi coloni estremisti” che Maaleh Adumim è stata voluta da un governo laburista e costruita da un governo likudista.

    E che a ricevere il neo-colono all’aeroporto, c’era il presidente d’Israele e il ministro dell’immigrazione.

    Ben Kurtzer – secondo da sinistra – accolto dal presidente d’Israele

    Mentre i nativi palestinesi vivono sotto quotidiano coprifuoco, esproprio e bombardamento, questo signore di Dallas nel Texas annuncia che per lui “è il luogo più comodo” e che “non ha paura. Ci sono un sacco di cose buone che succedono in Israele”.

    La notizia sarebbe quasi irrilevante, se Ben Kurtzer non fosse il fratello di Dan Kurtzer, un signore che ha appena lasciato il posto di ambasciatore degli Stati Uniti [www.ynetnews.com] in Israele.

    Ben dice che

    mio fratello è molto felice e orgoglioso che siamo immigrati in Israele. Ho cercato di convincere anche lui a immigrare, ma la decisione spetta a lui. Cercherò di usare le mie abilità diplomatiche per convincerlo”.

    Alcuni giorni fa, un tribunale belga ha condannato due impiegati [www.ejpress.org] del Centro Islamico Belga a 10 mesi di carcere e al pagamento di 17.500 euro per “istigazione all’odio razziale”.

    Il reato?

    Il loro sito web, http://www.assabyle.com, aveva pubblicato un link a un video libanese; e in quel video, qualcuno aveva paragonato l’ex-ministro degli esteri dello Stato d’Israele, David Levy, a Hitler, “per aver detto che la terra del Libano sarebbe stata consumata dal fuoco [www.wsws.org] (“”The soil of Lebanon will burn””) nel caso di attacchi contro la cittadina di Kiryat Shimon nel nord d’Israele. Presumo che il video avesse un tono acceso, anche se non quanto un qualunque editoriale di Libero, per intenderci.

    Il link era stato tolto subito dal sito, ma il giudice ha voluto ugualmente applicare la condanna, sull’improbabile base che il cittadino e uomo politico israeliano David Levy è di religione ebraica.

    Ora, noi possiamo immaginare che i due condannati, se non sono dei filosofi, finiranno per pensarla più o meno come il giudice: cioè, che lo stato mediorientale che si chiama Israele “è” in qualche modo “gli ebrei”.

    E’ importante distinguere sempre tra giudaismo e sionismo, e non per banalità di political correctness.

    Lo si deve fare, per il semplice motivo che il sionismo è nato come rifiuto radicale di duemila anni di giudaismo post-templare, come tentativo di inventare un nazionalismo sul modello di quelli europei e di creare un “uomo nuovo” il più possibile alieno alla cultura tradizionale. Ed è solo dopo il 1967 che cade la netta distinzione evidente tra i due fenomeni.

    Però è anche vero che le concrete organizzazioni ebraiche – a mio avviso criticabili quanto le concrete organizzazioni cattoliche o islamiche – fanno spesso il possibile per confondere i due concetti, proprio come ha fatto il giudice belga.

    L’agenzia AGI del 3 luglio, ad esempio, ci informa che

    “Gli ebrei italiani chiedono al Governo Prodi una presa di posizione chiara contro i rischi di un rinascente antisemitismo, ‘mascherato da posizioni di equidistanza nel conflitto israelo-palestinese‘.”

    Leggiamo così che il Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) ha votato all’unanimità una mozione che invita il governo italiano a intervenire in una faccenda puramente politica in un paese mediorientale: il sequestro di un soldato israeliano da parte di milizie palestinesi che chiedevano il rilascio delle donne (circa 130) e dei minorenni (circa 200) sequestrati, a loro volta, dall’esercito di cui fa parte lo stesso soldato.

    In un’altra mozione, la stessa UCEI chiede che il governo non avvii alcuna relazione con il governo legittimamente eletto dai palestinesi.

    Poi chiede che Israele possa entrare nell’Unione Europeo, nonostante la grande distanza geografica e l’assenza di una costituzione.

    Tutto questo accompagna la vittoria elettorale della destra nelle elezioni interne della comunità, una destra che ha l’inequivocabile nome di Lista Per Israele.

    Chiaramente, una persona colta e ragionevole saprà ugualmente distinguere tra questa militanza a sostegno di uno stato estero particolarmente aggressivo, e i lunghi secoli di cultura umana e religiosa del giudaismo.

    Ma è chiaro che un simile comportamento da parte di un’organizzazione che dovrebbe rappresentare i cittadini italiani di un determinato credo religioso, e non la lobby politico-militare di uno stato estero, non aiuta.

    Immaginiamo le reazioni, ad esempio, se la Consulta Islamica da poco istituita – dopo la vittoria della “Lista Per lo Stato Islamico” – esigesse dal governo italiano il ritiro delle truppe italiane dall’Afganistan, il rifiuto di riconoscere il governo collaborazionista iracheno e l’appoggio al diritto di ritorno dei profughi palestinesi.

    Però questo equivoco fa indubbiamente comodo allo stato d’Israele. Non solo perché nel lontano Belgio, si può far condannare un critico delle sue politiche per “antisemitismo”; ma soprattutto perché il risentimento confuso e generico contro “gli ebrei” che scaturisce da simili equivoci è alla base stessa dell’esistenza di Israele.

    Spaventati dall’antipatia per gli ebrei che la politica d’Israele genera, gli ebrei in tutto il mondo cadono facilmente preda delle campagne sioniste. Magari anche a Dallas, si sentono minacciati in quanto ebrei e pronti a dare soldi, o persino a insediarsi nelle colonie.

    Un brutto circolo vizioso.

    Miguel Martinez
    Fonte: http://www.kelebek.splinder.com/
    Link: http://kelebek.splinder.com/1152874602#8682207
    14.07.2006