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Piccolo è bello

 

DI NICOLAS BONNAL

dedefensa.org

Il pensatore austro-americano Leopold Kohr era citato insieme a Jacques Ellul e Guy Debord alla fine del documentario apocalittico Koyaanisqatsi. È così che l’ho scoperto nel 1983. In realtà mentre il suo nome è sconosciuto, è noto il suo mitico slogan: piccolo è bello. Kohr è colui che ha messo in dubbio il mondo moderno in tutto ciò che egli ha di gigantesco, titanico e complicato. Per lui tutto crollerà; o, se non crollerà, di certo finirà male. In un tempo in cui l’Europa barcolla, gli Stati Uniti barcollano, o la Spagna barcolla, faremmo bene a riscoprire il suo Il crollo delle nazioni pubblicato più di venticinque anni fa. Vicino ai liberali o ai conservatori (io sono delle due scuole, quindi sono molto preoccupato), il pensiero di Kohr potrebbe offrire un’alternativa alla nostra civilizzazione segnata dal gigantismo messianico e dall’ipnosi tecno-totalitaria.

Leopold Kohr è un po’ come René Girard. La sua spiegazione deve essere spiegata. Ecco cosa scrive nelle prime pagine de Il crollo delle nazioni:

«Come i fisici contemporanei hanno tentato di elaborare un’unica teoria, capace di spiegare non solo alcuni ma tutti i fenomeni dell’universo fisico, io proverò a sviluppare un’unica teoria attraverso la quale non solamente alcuni ma tutti i fenomeni dell’universo sociale saranno ridotti a un comune denominatore.»

E il suo segreto, ispirato da un’osservazione del nostro Jonathan Swift, è il rifiuto del globale, della massa, della grandezza:

Il risultato è una nuova filosofia politica, unificata e fondata intorno alla grandezza. Essa suggerisce che ci sia una sola causa dietro tutte le forme di miseria sociale: la grandezza. Per quanto semplicistico possa sembra, troveremo l’idea più accettabile se considerassimo che la grandezza, o sovradimensione , è molto più di un semplice problema sociale. Sembra essere il solo e unico problema. Dove qualcosa non va, è perché c’è qualcosa di troppo grande.»

Presenta poi alcuni esempi fisici e medici:

«Se le stelle nel cielo o gli atomi di uranio si disintegrassero in un’esplosione spontanea, non è perché la loro sostanza ha perso d’equilibrio. Ma perché la materia ha tentato di andare al di là di limiti impraticabili. La loro massa è diventata troppo grande. Se il corpo umano si ammala, è, come nel cancro, perché una cellula, o un gruppo di cellule, ha oltrepassato i propri limiti prestabiliti.»

Senza alludere a Le Bon e a tutti coloro (Canetti, Freud, Pearson) che hanno studiato la triste civilizzazione delle masse e dell’abbruttimento collettivista moderno, Kohr giustamente aggiunge:

«E se i corpi sociali diventano malati per effetto della febbre dell’aggressione, della brutalità, del collettivismo, o dell’idiozia massificata, non è perché siano vittime di una cattiva leadership o di un disturbo mentale. E perché gli esseri umani, così belli quando singoli o organizzati in piccole aggregazioni, sono stati saldati in unità sociali concentrate come le folle, i sindacati, i cartelli o i grandi poteri. E allora che si scivola verso una catastrofe incontrollabile. »

La società postmoderna sembra meno pericolosa ma è più stupida. Correttamente Huizinga aveva parlato della deriva dello sport massificato nel suo Homo ludens, che è allo stesso tempo un omaggio al mondo tradizionale non massificato. Kohr aggiunge in omaggio a Malthus (perché no ?):

«I problemi sociali, per parafrasare la dottrina della popolazione di Thomas Malthus, hanno la triste tendenza a crescere geometricamente con la crescita dell’organismo di cui fanno parte, mentre la capacità dell’uomo di fare fronte a essi, per quanto possa essere estesa, procede aritmeticamente. Ciò significa che, se una società si sviluppa oltre la sua taglia ottimale, i suoi problemi superano le facoltà umane che sono necessarie per risolverli.»

Ci stiamo avvicinando al nostro argomento: la deriva fascista ed escatologica degli Stati Uniti. Kohr scrive:

«Dopo la seconda guerra mondiale, iniziò una tendenza simile alla distruzione della propria potenza mondiale, ma in maniera più lenta. Nel frattempo, si è completamente fermata. Gli Stati Uniti sono diventati una grande potenza. Di conseguenza, lo stato d’animo corrispondente, sviluppatosi come conseguenza forse indesiderata ma inevitabile, ha cominciato a manifestarsi in numerose occasioni, ad esempio quando il segretario alla difesa del presidente Truman, Louis Johnson, ha considerato nel 1950 una guerra preventiva, o quando il generale Eisenhower, durante un discorso tenuto al Congresso nello stesso anno, ha dichiarati che noi possiamo schiacciare il mondo. Queste ultime parole sembrano appartenere più all’esuberante Kaiser tedesco che al rettore dell’università Columbia. Perché un difensore della pace e della democrazia dovrebbero volere schiacciare il mondo? Espressa in modo non aggressivo, l’affermazione significa che “se siamo uniti, il mondo intero non potrà liquidarci”. »

Kohr cerca di spiegarci questi nuovi tempi segnati dall’arroganza e dal terrore e dalla lotta contro il ​​terrore:

«Tuttavia, questo mostra come il potere generi questo singolare stato d’animo, in particolare in un uomo che dovrebbe conoscere l’intera portata del potenziale americano. Dimostra anche che nessuna ideologia della pace, anche qualora ancorata alle tradizioni di un paese, possa impedire la guerra se si presentano certe condizioni di potere. Puo’ solo essere rinviata o abbellita dalla propaganda come prescrive il mito ingannevole della guerra preventiva che profetizzava l’aggressione con l’obiettivo solennemente dichiarato di evitarla. È come se si uccidesse un uomo per evitargli la pena di morire. »

Questo mi fa pensare al «principio di precauzione» il cui uso non può che rivelarsi minaccioso nelle sue applicazioni, ridicolo nei risultati e totalitario nell’esito. Kohr riprende Hegel e Marx per il quale un cambiamento quantitativo comporta necessariamente una mutazione qualitativa. La tranquilla nazione di Jefferson divenne un piccolo mostro sotto Lincoln o Roosevelt I, un enorme mostro sotto Roosevelt II-Truman e una creatura teratologica e comica sotto Bush-Obama-Trump.

Egli spiega:

«E’ sempre la massa critica del potere che trasforma le nazioni in aggressori, mentre l’assenza di potere critico sembra essere la condizione che li rende pacifici. La calma non è dunque un’attitudine mentale o una qualità acquisita. Ma è il risultato di una debolezza fisica. Le tribù più selvagge sono pacifiche quando sono deboli. Ma, per lo stesso motivo, i popoli civilizzati diventano selvaggi quando sono forti.»

E diventando forti, diventeremo pericolosi (Stati torturatori poi imperi coloniali delle nazioni dell’estremo occidente europeo). E diventando più grossi, noi diventiamo anche mediocri. Nietzsche, Hobsbawn o Bakunin hanno sottolineato la sterilità culturale e musicale della Germania e dell’Italia post unificazione … culminata nei mostri politici che conosciamo.

Kohr teme ancora di più, verso il 1960, lo Stato mondiale o la demenza ridicola della costruzione europea. Ci resta da sottolineare che il suo culto per i piccoli stati (più pacifici, solidali, colti, ecc.) può facilmente manipolato dalle potenze di turno. Non è dimostrato che la decostruzione dei nostri poveri Stati-nazione – o ciò che ne resta – favorisca necessariamente la libertà, la prosperità e soprattutto la cultura dei nostri popoli. Sarebbe comunque un passo in avanti verso l’eliminazione del progetto flaccido e grottesco della gargantuesca costruzione mondiale.

 

Nicolas Bonnal

Fonte: www.dedefensa.org

Link: http://www.dedefensa.org/article/small-is-beautiful

3.12.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VOLLMOND

 

Pubblicato da Davide

12 Commenti

  1. “Koyaanisqatsi”.

    …il fratello del “Grande Capo Estiquatsi” ???

  2. Dire “piccolo è bello” mi pare molto semplicistico, soprattutto riferito alla geopolitica attuale.
    In un mondo in cui la popolazione è in costante aumento mi pare che sia più importante il rapporto tra numero di abitanti e risorse disponibili, la più importante delle quali è la disponibilità di terreno fertile e pianeggiante da sfruttare per agricoltura e per l’urbanizzazione.

    Non a caso le nazioni che sono cresciute di più e più a lungo anche come peso internazionale nell’ultimo secolo sono Russia, Cina e USA, paesi che hanno a disposizione terre sconfinate in rapporto alla popolazione.
    Al contrario, paesi con poco terreno sfruttabile, anche se sviluppati, hanno avuto il boom economico per un periodo molto breve. Vedasi l’esempio di paesi piccoli e montagnosi come Italia e Giappone.

    Nel mio recente viaggio in Cina sono rimasto molto stupito nel vedere che le loro metropoli non sono affatto i formicai che mi aspettavo.
    La mia Firenze, pur nel suo piccolo, è molto più affollata e rumorosa, e il traffico è molto più caotico di quello di Pechino o Shanghai.

    Vero anche che gli amministratori cinesi hanno affrontato il problema della sovrappopolazione, anche se con metodi brutali per i nostri parametri… i nostri politici, nonostante la densità di abitanti in Italia sia tra le più alte in Europa , si lamentano invece che la popolazione sta diminuendo…

  3. Si tratta di riflessioni su temi interessanti, che implicano progetti politici e sociali impegnativi e a lunga scadenza, che nessun politico oggi è in grado di fare. Difficile dire se sia meglio ragionare per grandi aggregazioni o per piccole realtà, è possibile che la giusta via sia nel mezzo. Certamente ciò che è grande è soprattutto utile ad economie di scala e politiche di aggressione, non solo militari, ma anche economiche, sociali ecc. delle quali poi, alla fine (e ormai dovrebbe essere chiaro), se ne avvantaggiano pochi privilegiati. D’altronde è anche vero che l’umanità non è mai stata così numericamente consistente, e quindi non ha mai dovuto affrontare problemi su così grande scala. In assoluto è vero quello che viene riportato nell’articolo, che piccolo è meglio, soprattutto per le esigenze pratiche della vita di ognuno di noi, basta vedere quelle che sono le megalopoli moderne, nella maggior parte dei casi città-cesso che ignorano le esigenze dei singoli, i quali finiscono per viverci delle esistenze alienanti e al limite della sopravvivenza. Per tentare di semplificare, si può dire che tutto ciò che è grande è funzionale allo arricchimento di pochi, mentre tutto ciò che è piccolo è funzionale alle esigenze di molti.

  4. L’articolo, e il riferimento del quale si serve, gira comunque attorno a problematiche centrali ed attuali, che però non potranno essere affrontate nei termini auspicati dall’autore e da molti di noi a causa del sopravvento di alcuni capillari cambiamenti nei costumi e nelle possibilità di strutturazione globale.

    Vedo piuttosto il rischio, che mi pare si stia profilando, di un frazionamento sulla base della possibilità di sfruttamento di aggregati culturali residui.

  5. «Come i fisici contemporanei hanno tentato di elaborare un’unica teoria, capace di spiegare non solo alcuni ma tutti i fenomeni dell’universo fisico, io proverò a sviluppare un’unica teoria attraverso la quale non solamente alcuni ma tutti i fenomeni dell’universo sociale saranno ridotti a un comune denominatore.»

    Sono, appunto, tentativi. I fisici contemporanei non ci sono riusciti, e anche spiegare i fenomeni sociali la vedo dura.

  6. Un conto è piccolo, un conto è gigantesco. I due termini vanno differenziati: non necessariamente sono utili a stabilire un vero CONTRASTO tra civilità umane. Le società ‘grandi’ sono COMPLESSE, ovvero secondo la teoria dei sistemi, fragili e sottoposte a ‘torsioni’ storiche che le fanno crollare: gli imperi si sono dissolti proprio a partire dall’impossibiltà di dominare spazi immensi, masse disordinate di esseri umani, risorse divenute scarse, ideologie passivizzanti ( cristianesimo ) o aggressive al limite dell’autodistruzione ( l’Impero mongolo ).
    Le società ‘piccole’ ( si capisce in confronto a queste: in termini assoluti il paragone non ha senso mancando una unità di misura univoca ) si possono difendere meglio, ma fino ad un certo punto: guardate ad esempio il Regno di Armenia nelle sue vicissitudini da Giustiniano in poi…è finito stritolato dalla pressione di arabi e turchi. Ma il punto fondamentale è che sono state ATTRATTE nell’orbita delle prime, finendo per esserne ‘satelliti’ che ne hanno condiviso le sorti.
    Quello che l’articolo può voler dire è che la logica INTERNA del potere dei due conglomerati può servire a differenziarne le sorti: in altri termini, il ‘grande’ non ha sufficienti inputoutput tra base della piramide e pyramidion, mentre quello ‘piccolo’ può ovviare consentendo una INFORMAZIONE SPECIFICA tale da consentire ‘aggiustamenti’ tra realtà ( politica, sociale, militare, economica ) ed ‘ideologia’ sovrastante, sempre che sia ‘possibile’, ovvero i mezzi coerenti con lo scopo che si desidera raggiungere ( in genere la mera sopravvivenza ).
    Questo mi sembra il punto di vista essenziale: il rapporto tra struttura, con i suoi ‘problemi’ da risolvere, e sovrastruttura che spesso non lo consente, ed a volte proprio per un fattore temporale, oltrechè di ‘comunicazione’ tra i due. Vorrei stare lontano da un certo marxismo nel considerare ‘univoci’ i termini del rapporto tra le due realtà: mi sembra invece che la priorità sia da assegnare proprio alla possibilità o meno di interazione significativa tra i due, ovvero alla possibilità di intervenire a tempo con una soluzione adatta al mutarsi delle circostanze originarie, quelle che hanno per così dire ‘solidificato’ il rapporto tra le due realtà sociali, ovvero hanno pre-formato il rapporto di ‘classe’ e di ‘potere’ fra queste.
    Le nostre società in verità non lo consentono se non a prezzo di perdere la loro ‘identità’: sono troppo rigide essendosi formate da tempo immemorabile. Questa rigidità ha formato il rapporto interno tra le diverse classi sociali ( non due, ma almeno tre o quattro ) e si è dimostrata insensibile ad ogni cambiamento in quanto ne ha ‘sequestrato’ l’identità in una forma ideologica che aveva ed ha come base una ‘religione’, cioè un modus vivendi non soggetto ad alcuna critica razionale ma solo ad una affermazionenegazione ’secca’. Se sei dentro devi accettare la tavola dei valori cristianocattolica. Se ne stai fuori, arrangiati: ma non puoi ‘uscirne’ con una modifica decisiva, cioè ‘violenta’ della tavola stessa. Puoi solo emigrare altrove: e tanti saluti.
    Insomma, le società vivono su di una ‘tavola di valori’ che ne preforma indirizzi, composizione, agire interno, proiezione esterna: piccole o grandi che siano.

    • Piccolo, riferito ad un Paese, é quando ci si può conoscere tutti, magari indirettamente o anche solo potenzialmente, l’equivalente di due o tre delle nostre regioni.

      E questa possibilità cambia tutto alla radice, anche il ruolo dell’informazione é ridimensionato dalla conoscenza diretta.

      I Paesi Scandinavi, la Danimarca, L’Irlanda, i Paesi Bassi, il Belgio, la Cechia, la Slovacchia, l’Austria, la Slovenia… . Si può fare.

  7. Mah, Berlusconi e Brunetta sarebbero quindi belli?
    Preferisco il vecchio adagio latino “mens nana in corpore nano”, mi pare più attinente.

  8. I grandi mistici indiani ebbero previsioni simili, il Kali Yuga, qualche migliaio di anni fa.