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NELL'INDUSTRIA DELLA CARNE UN PERNO DEL SISTEMA CAPITALISTA

Free Image Hosting at www.ImageShack.usDI MASSIMO FILIPPI e ANNAMARIA RIVERA
Il Manifesto

Il 16 febbraio scorso è comparsa su questo giornale, firmata da Marco Dotti, una recensione di Fumo bevo e mangio molta carne! (Excelsior 1881, 2011), pamphlet di Pierangelo Dacrema contro «talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi». Il pezzo di Dotti – che enfatizza il coté anti-animalista del libro di cui parla – ci ha sconcertati, e non solo per il tono sprezzante e derisorio verso chiunque problematizzi la questione animale, a cominciare da Jonathan Safran Foer, bersaglio dei due. Sulla scia di Dacrema (il cui pamphlet contiene una lettera aperta a Foer), Dotti accusa, infatti, l’autore di Se niente importa (Guanda 2010) – definito un «lezioso marchingegno», sebbene «di forte impatto emotivo» – di aver plagiato schiere di lettori, instillando loro «il veleno» di «sensi di colpa e retropensieri». E arriva a rimproverare giusto a Foer, che dallo Sterminio nazista prende le mosse, d’essere uno cui «interessa molto la bestia, ben poco l’uomo»Dopo aver biasimato lo scrittore newyorkese anche per l’autobiografismo – «il racconto del cibo kosher di sua nonna» -, Dotti utilizza uno spazio ampio del giornale (nostro bene comune) per parlarci dei gusti gastronomici suoi e di Dacrema, delle loro piccole storie, delle loro «passioni ed economie tristi». Tutto questo, per occultare, in definitiva, la grande storia che si nasconde dietro lo sfruttamento della vita animale, storia che non si può negare sia anche quella umana, a meno che non si condividano visioni del mondo di tipo trascendente oppure il vitalismo d’antan cui sembra indulgere il recensore: dovremmo essere noi a sghignazzare di passaggi dell’articolo quali «il dramma dell’infinita crudeltà e dell’infinita dolcezza della vita» o, peggio, «Spegnere una vita animale (…) è un gesto impegnativo ma la libertà è impegnativa e difficile». Insomma, la vecchia solfa necrofila secondo cui la libertà in fondo è anche libertà di uccidere. Per non parlare dell’utilizzo della tipica quanto risibile reductio ad absurdum da uomo della strada: quella che passa, a piè pari, da mucche e maiali a «lombrichi» e «amebe».

Siamo sconcertati non tanto perché vegetariani – perciò, secondo Dotti, fanatici «missionari armati di buoni argomenti pronti a evangelizzare schiere di dubbiosi carnivori»; ben più perché soggetti politici, consapevoli che la questione animale è faccenda squisitamente politica.

Ma siamo anche in qualche modo compiaciuti. Perché ci pare che il libro di Dacrema e la recensione di Dotti, come altri scritti di recente pubblicazione (per esempio, Tauroetica di Fernando Savater, Laterza 2012), testimonino che la questione animale ha acquisito una certa visibilità sociale. È allora, infatti, che intervengono le forze del potere, come ci ha insegnato Foucault, non per censurare temi scomodi, ma per produrre un discorso che li addomestichi, per inquadrarli in un sapere che difenda lo status quo. In questo senso, è sintomatico che Dotti sorvoli allegramente su due «dettagli»: Pierangelo Dacrema, bocconiano (un altro!), oggi docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, incarna un perfetto conflitto d’interessi, essendo egli parte attiva dell’Associazione italiana allevatori, quindi difensore degli allevamenti industriali; la prefazione a Fumo bevo e mangio molta carne! è firmata da Jody Vender, finanziere milanese di successo negli anni dell’ascesa berlusconiana, che è stato anche professore di Dacrema alla Bocconi.
Altrettanto allegramente, Dotti ignora o finge di ignorare l’ormai lunga e profonda elaborazione politica antispecista, a partire da autori marxisti, quelli della Scuola di Francoforte, o «libertari» come Derrida. Singolare è poi che dimentichi che l’industria della carne è uno dei perni del sistema capitalista: gli è mai venuto in mente che «capitalismo» deriva da caput, cioè «capo di bestiame», la prima forma di beni mobili prodotti dalla società classista e gerarchica in cui tuttora viviamo?

L’apologia di Dotti in favore di Dacrema potrebbe avere qualche credibilità se si potesse dimostrare che gli animali sono cose o enti assimilabili alle cose. Solo in tal caso, infatti, azioni così disparate come «fumare», «bere» e «mangiar carne» potrebbero rientrare legittimamente nella medesima categoria della libertà di scelta o dei gusti personali. Solo se gli animali fossero cose, abitudini potenzialmente auto-lesive quali fumare e bere (ma ognuno è libero di decidere come vivere e morire: in ciò concordiamo con Dotti) potrebbero essere accostate ad azioni che sottraggono la vita ad altri o comunque ne esigono la morte.

Solo se gli animali fossero cose, si potrebbe affermare che mangiarli è una questione di libertà. Se non sono cose, mangiarli significa, all’opposto, privare loro della libertà. Come ci insegnano un’infinità di dati scientifici, gli animali non sono cose. O Dotti è a conoscenza di dati che non conosciamo? Se sì, ce li fornisca: potremmo tornare, anche noi, a essere carnivori. Ma che sia convincente, questa volta, che si assuma l’onere della prova, che sia razionale, che non sia «emotivo» come suppone siano i vegetariani e, soprattutto, che ci dica che fare del materialismo e di tutta l’elaborazione delle scienze biologiche da Darwin in poi.

Se gli animali non sono cose e condividono con noi alcuni interessi fondamentali come quelli alla vita e alla non-sofferenza, allora la visione di Dacrema-Dotti s’incammina per una china pericolosa. Dove finisce, infatti, la loro strana idea di libertà? Cosa diremmo se un imprenditore – di questi tempi non è solo un paradosso – affermasse: «Fumo, bevo e sfrutto al massimo i miei operai»? O se un leghista dicesse: «Fumo, bevo e do la caccia ai clandestini»? In altri termini, argomentati da una copiosa letteratura, finché continueremo a pensare secondo dicotomie binarie e gerarchizzanti, in cui l’animale funziona come referente negativo cui assimilare chi, di volta in volta, deve essere oppresso o eliminato, non usciremo mai dalla logica dello sterminio, come la storia tragicamente ci insegna.

Equiparando le conoscenze acquisite sul campo da Foer e da Dacrema, Dotti ci propone una bizzarra idea del testimone: chi sta dalla parte delle vittime è testimone al pari di chi sta dalla parte dei carnefici. Siamo davvero disposti a considerare equivalenti la testimonianza di Primo Levi e quella di Eichmann sui campi di sterminio oppure la testimonianza di Riina e di Falcone e Borsellino sulla mafia? Infine, l’idea di libertà di Dotti non è «impegnativa e difficile», ma bislacca, appunto. Non è un «aprirsi sul vuoto», ma il risultato del vuoto della sua presunta apertura. Che significa che «pur ammazzandoli (gli animali), speriamo che questo non sia privo di senso»? Che cosa è questo senso, se non il nonsenso della soddisfazione dei sensi dell’autore? Che vuol dire «mangiamo carne perché siamo mortali e fallibili»? Forse che aspiriamo a una presunta immortalità spirituale dell’uomo-bianco-maschio-eterossessuale-carnivoro ai danni e grazie ai corpi degli altri? Non sarebbe forse più ragionevole sostenere il contrario, cioè che proprio in quanto mortali e fallibili scegliamo concatenamenti produttivi di vita e non la logica del risentimento o l’illusione dell’aldilà?
Nei Saggi, Montaigne racconta quasi in diretta l’incontro tra i primi colonizzatori europei e i «selvaggi» d’oltreoceano. Tra le altre cose, riporta le parole di una canzone di uno di loro fatto prigioniero, dopo una guerra, dai membri di un’altra tribù. In questa canzone, il prigioniero, sfidandoli, invita i suoi carcerieri a farsi avanti per mangiarlo, cibandosi in tal modo della carne dei «loro padri e (dei) loro avi» che, in precedenza, a loro volta catturati, avevano «servito di alimento e nutrimento al suo corpo»: «Questi muscoli (…), questa carne e queste vene sono i vostri, poveri pazzi che siete; voi non vi accorgete che dentro c’è ancora la sostanza delle membra dei vostri antenati: assaporateli bene; vi troverete il sapore della vostra propria carne».
Se un tempo l’uomo era un animale, se una volta l’uomo si è costituito escludendo l’altro animale e se l’uomo e l’animale, a ben pensarci, sono indissociabili, allora la critica al soggetto carnivoro è anche un ammonimento contro l’autofagia «di un sistema economico che in sé delira» (per citare Dotti), le cui conseguenze, oggi come mai prima, sono testimoniate dalla crisi globale del sistema economico-finanziario e dal disastro ecologico, forse irreversibile, dell’intero pianeta.

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CONTROLLI ETICI E VIOLAZIONI DEI CORPI ALTRUI

DI ALDO SOTTOFATTORI

Sono sconcertato dal pezzo di Marco Dotti «Quel difficile equilibrio tra ferocia e piaceri della vita» del 16 febbraio. Se – come si sostiene – la critica al libro di Foer verte sulla mancanza di «buoni argomenti», ciò può determinare semplicemente una critica al libro di Foer, e non alle conclusioni di quella nuova visione del mondo e delle relazioni tra tutto il vivente a cui il vegetarismo rigoroso si rivolge. Infatti l’antispecismo – questo è il nome di questa nuova visione (spiace che sul «manifesto» non ve ne sia traccia) – può contare su «buoni argomenti», argomenti talmente buoni che ormai hanno destrutturato completamente il principio secondo il quale abbiamo il diritto di trasformare la vita di altri soggetti in un agghiacciante inferno. In ogni caso, se Foer ha scelto la via di parlare alle «viscere» anziché «alla ragione», credo sia per un fatto che il «manifesto» dovrebbe comprendere molto bene, e cioè che in questo mondo irrazionale la maggioranza delle persone comprende solo la grammatica delle passioni. Se Dotti desidera «buoni argomenti» convincenti non ha che da consultare una letteratura varia e ormai sterminata a cui finora sono stati opposti soltanto la panzana biblica sulla signoria umana sul mondo e il Principio di Brenno: «io faccio all’animale quello che faccio in virtù del fatto che lo posso fare». Possibile che non si comprenda la natura del discorso di Dacrema? Possibile che non si comprenda come qualsiasi discorso «razionale» proveniente da un individuo che è «membro del comitato etico-scientifico dell’Associazione italiana allevatori» (sorprendente ossimoro) sia inficiato da un evidentissimo conflitto di interessi e, soprattutto da pulsioni ingovernabili? Può provenire da un individuo con un tale ruolo qualsiasi pezza razionale sull’argomento? Ma poi di quale razionalità si parla? Se l’autore «vuole solo rivendicare il suo e l’altrui diritto a mangiare carne» questo diritto deve essere sospeso e ripreso soltanto dopo il controllo etico sulla legittimità dell’atto che consiste nel violare corpi altrui. Altrimenti pedofili, stupratori, nazisti, sadici, colonialisti e banchieri saranno legittimati a svolgere il loro ruolo sulla base di un discorso che, formalmente e sostanzialmente, non differirà di una virgola. Saluti comunisti.

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Pubblicato da God

  • gdraghino

    Come si fa a parlare di libertà riguardo agli animali???? Gli animali non sono liberi! Minerali, vegetali e animali non possono essere liberi! Sono sottoposti, volenti o nolenti, alle leggi di natura! E le leggi di natura non hanno alcun grado di libertà: un topazio, un filo d’erba, una mucca, non possono scegliere alcunché, solo l’uomo, essere spirituale pensante, può esercitare la libertà. Gli animali condividono con l’uomo l’anima: per cui possono soffrire, pur non avendone la consapevolezza. Nutrirsi e meno di animali è lasciato all’etica dell’uomo, lui sì può scegliere.

  • alberto_his

    Scusa, l’uomo non è soggetto alle leggi di natura?

  • AlbertoConti

    Sì, può scegliere di avere rispetto o di fare lo stronzo. Sempre che ne capisca la differenza.

  • ottavino

    Questo tizio che mangia carne, beve, ecc. vorrebbe scrivere contro quelli che chiama: “talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi”. Si tratta quasi di una rivendicazione di libertà.
    Di fronte a questa dichiarazione l’uomo di “sinistra”, va in palla e non capisce più nulla, come si vede dalla reazione in quest’articolo. L’uomo di “sinistra” è spiazzato, non capisce perchè si rifiutano le sue argomentazioni così “buone”. Non capisce, dato che lui crede di voler convincere il mondo con le sue argomentazioni “razionali”. Questo è il grande problema di quelli di sinistra. Ma c’è il modo di rispondere a questo signore che mangia, beve, ecc. Ed è: ognuno si paghi le sue spese sanitarie!

  • sandman972

    Certo che si, Alberto; l’estrema conseguenza di questi ragionamenti, è che anche nell’uomo la legge di natura consente al più forte di vincere sul più debole. Ergo, avrebbero ragione gli israeliani a scacciare e sterminare i palestinesi, gli americani a scacciare e sterminare gli indiani, gli spagnoli a scacciare e sterminare gli indios, eccetera eccetera.
    Io quando leggo queste cose mi immagino sempre di trovare chi le scrive al cospetto dell'”anello forte” della catena, e mi godo i piagnistei ed i lamenti conseguenti…una bella invasione di alieni superintelligenti antropofagi, magari. Chissà se cambierebbero il tono dei loro scritti, dopo.

  • Tao

    Il dibattito che si è aperto sulle pagine del Manifesto dopo l’articolo di Marco Dotti (“Quel difficile equilibrio tra ferocia e piaceri della vita”, 16/02/2012) è un caso senza precedenti in Italia e fa sperare che la cosiddetta “questione animale” inizi ad essere discussa con più serietà e costanza di quanto non accaduto finora. C’è da dire, tuttavia, che molto di ciò che Dotti ha scritto è ancora tremendamente al di sotto di un’attenzione seria al tema della sofferenza animale e, soprattutto, delle implicazioni tra liberazione umana e liberazione animale.

    Anzitutto, infatti, è l’impostazione stessa del dibattito che appare insufficiente. Non si può limitare la questione animale ad un problema di “dieta”. Con questo non si vuol dire che il problema della carne non sia rilevante (chi scrive ha personalmente smesso di mangiarne dall’età di vent’anni), ma che se tutto viene ricondotto al problema del “cosa metto nel piatto” si è già operato una sostanziale neutralizzazione della rilevanza politica della questione animale. Sì, perché il destino degli animali non-umani riguarda da vicino la costituzione stessa dell’essere umano come zoon politikon: lemma che ha condannato gli animali non-umani ad una condizione di impoliticità, alla stregua di non-cittadini, reietti, schiavi, materia prima. Non a caso tutti gli umani che sono stati, nei secoli, esclusi dalla cittadinanza sono perciò stati marchiati con l’infamia di una condizione “bestiale”, “animalesca”, “disumana”. Il confine della polis è il confine dell’umano.

    Si tratta dunque di comprendere cosa gli animali non-umani hanno significato e tuttora significano per l’uomo, quale immane funzione hanno svolto e svolgono (come specchio, chimera, sogno, incubo, paura e desiderio), per l’auto-comprensione dell’umano. Perché è chiaro che senza gli animali noi non sapremmo chi siamo. Proviamo ad immaginare un mondo senza animali, un mondo in cui tra il soggetto e le cose non si ponesse quell’enigma disarmante e sfuggente dello sguardo animale: sarebbe un inferno di solitudine per l’uomo, come ha mirabilmente intuito Philip K. Dick in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

    Questa è la posta in gioco del pensiero “antispecista” che è cosa ben più articolata e complessa del semplice vegetarismo etico. Ripensare il nostro rapporto con la natura non-umana significa infatti ripensare la logica del dominio che da sempre entra in funzione solo attraverso la riduzione dell’altro a oggetto di manipolazione. Combattere il dominio, come hanno insegnato Adorno, Horkheimer e Marcuse, significa combattere la logica dell’accumulazione e dell’espansione di un soggetto disincarnato che tanto più incrudelisce quanto più si svuota e svuota la relazione tra sé e il mondo. Quanto la negazione dell’animale sia cruciale per questo processo di sublimazione distruttiva dell’umano a signore della natura, di questo stato paranoide di autoconservazione che si rovescia in distruzione irrazionale del vivente (uomo incluso) è ormai cosa nota. Quanto occorre aspettare prima che si traggano le conseguenze di tale consapevolezza? Non si tratta di sognare utopie tecnofobiche o irenici paradisi in cui “il lombrico” e “l’ameba” diventerebbero sacri. Questo tipo di obiezioni appaiono mere strategie retoriche di elusione del problema. E non solo perché, come ovvio, l’impossibilità di salvare tutte le “vite offese” non potrà mai essere un argomento in favore dell’indifferenza e dell’inazione. Affermare, ad es., che è necessario risparmiare la vita anche ai microbi uccisi inavvertitamente se si vogliono salvare scimmie e conigli, mucche e maiali dalla fine atroce che noi abbiamo programmato per loro appare un’argomentazione poco meno che capziosa.

    Porre, sì, già solo “porre”, il problema della sofferenza animale significa attendersi reazioni isteriche, una sostanziale incapacità di aprire un dialogo in modo razionalmente credibile ed emotivamente stabile. Lo si dice solitamente, e la cosa è venuta ormai a noia, degli “animalisti”, dipinti invariabilmente come sentimentali, sognatori, illusi. Ci sarebbe molto da dire sull’allergia a questo pathos, Derrida e Adorno ne hanno parlato, su quell’omofobia latente che si scatena in forma di cinismo reattivo ogni volta che la gentilezza e la fragilità della compassione alzano timidamente lo sguardo verso il male del mondo. Ma più interessante è soffermarsi invece sull’irrazionalità e l’emotività meno appariscente, quella camuffata e rimossa di coloro per cui la morte degli animali è un semplice fatto della “vita”, di una vita sempre, inevitabilmente “esuberante” e “tragica” cui non potremmo che arrenderci e gridare gioiosamente “sì”. Nietzschianesimo di ritorno che va a compensare un cartesianesimo mai veramente messo in questione.

    Ma come può essere razionale una “scelta” nei confronti della quale mancano anche i presupposti minimi perché possa parlarsi di “scelta”? L’attuale sistema economico, erede di una millenaria storia di oppressione dell’umano e del non-umano, istituisce la normalità come norma e fa della catastrofe animale, della trasformazione costante dei corpi animali in materie prime e merci, un presupposto in cui la coscienza individuale si trova da sempre irretita. Che l’animale sia a nostra disposizione, che lo reifichiamo “fuori” di noi come l’altro che deve e può essere fagocitato (in ogni senso) perché l’identità umana si affermi e si sostenga (in ogni senso), non è in nessun caso una scelta: semmai è l’effetto di un processo oggettivo, l’esito calcolato in anticipo di una razionalità sociale rispetto alla quale la razionalità individuale non è che appendice o, al massimo, un mezzo. La superiorità morale del vegetarismo, ed è quasi offensivo doverlo ricordare, precede addirittura la considerazione sulle vite risparmiate da un gesto di cui è sempre impossibile, in quanto gesto individuale, calcolare l’impatto sociale complessivo. La superiorità morale della scelta vegetariana – che tanto angoscia (è il caso di dirlo) gli altrimenti cinici e disincantati cultori della “vita così com’è” – è che dispone il soggetto in una condizione di inattesa libertà. Al contrario di ciò che comunemente si pensa, questa “limitazione”, come ogni scelta autentica non può che essere, è l’atto attraverso il quale il soggetto traccia una via di fuga dalla normatività sociale sottraendosi, seppure solo di un soffio, al suo potere incantatore. Chi inizia a pensare di poter vivere senza uccidere gli animali inizia a pensare altrimenti, si abilita a pensare altrimenti, ad immaginare mondi, relazioni, possibilità che non potrebbe pensare liberamente se dovesse costantemente giustificare a se stesso l’onta dell’annichilimento di un mondo altrui, di un rapporto che è privilegio, di una violenza che annulla lo sguardo possibile dell’altro. “Ora posso guardarti negli occhi, ora non ti mangio più” (Kafka).

    E come può essere veramente “tragica” una vita che si accomoda sullo status quo? Quale tragicità testimonia un’azione che scorre liscia sulla superficie del mondo? È davvero tragico chi ci accusa di essere fanciullescamente immersi in atmosfere new-age, di non sapere accettare il dolore, la sofferenza e la morte, per poi dirci che, in fondo, quello che dovremmo fare è lasciare tutto così com’è? Da persone che magari urlano: “un altro mondo è possibile!”, una simile conclusione appare curiosamente timida. Ci si accusa di voler spalancare le porte della polis all’orda dei migranti non-umani, di voler dare avvio ad un progetto di solidarietà universale assurdo, impraticabile, che condurrebbe, se perseguito seriamente, alla fine della civiltà stessa. Inutile nascondersi dietro a un dito: è chiaro che mettere in discussione il confine dell’umano implica un profondo ripensamento di tutta la società e che nessuno è in grado di dire preventivamente dove questo terremoto alle fondamenta della prigione sociale può portare. Ma ciò che si annuncia nello sguardo “liberato” di Kafka è la disponibilità a mettersi in gioco integralmente in questa strana lotta per l’esistenza altrui. Solo di fronte alla possibilità della perdita assoluta e al rischio dell’assurdo la scelta acquista la forza di rompere il programma prescritto della razionalità sociale per farsi non ripetizione ma produzione di senso. E poi vengono a parlarci di “sacro” e di “tragico”! Loro che del sacro intendono solo l’elemento rituale e ordinatore, lasciandosi totalmente alle spalle il brivido dell’indistinzione che allude all’al di là del quotidiano.

    Ovviamente, poi, quando il gioco si fa serio e il pensiero dell’animale arriva a mettere a repentaglio il volto rassicurante dell’umano, ecco partire la retorica di segno opposto. “Avventurismo ontologico”, lo chiamerà qualcuno. Cioè gli stalinisti della bistecca e della vivisezione. Coloro che tremano al pensiero di cosa potrebbe accadere se qualcuno intendesse “veramente” liberare gli animali e che, dunque, dopo averci accusato di essere dei sognatori senza speranza, ora temono l’incubo a cui potremmo volerli svegliare. Ma l’avevamo detto fin dall’inizio che a parlare di sofferenza animale non possiamo che aspettarci reazioni scomposte e incoerenti. Perché, come un amante, l’animale si concede liberamente solo al pensiero che lo rende libero. Per gli altri è solo oggetto di possesso, di rivendicazione, di invidia, gelosia e, fatalmente, di disprezzo.

    C’era un tempo in cui l’antispecismo vestiva i panni della razionalità e del buon senso. Erano i tempi in cui si trattava di guadagnarsi un’aura di rispettabilità accademica e scientifica, in cui si aveva paura di essere etichettati come pazzi. E anche le soluzioni che si proponevano alla schiavitù animale erano sempre una spanna sotto la legittima aspirazione che le muoveva. Dibattiti tra filosofi, carte dei diritti, riforme. Nulla che spingesse ad un ripensamento autenticamente, radicalmente politico. Ma poiché non ci sono mezze misure per descrivere la mostruosa condizione degli animali oggi, inevitabilmente, non ci sono mezze misure per pensarne la liberazione. E così, per parafrasare Adorno, verrebbe da dire che nell’antispecismo non c’è niente di vero, tranne le sue esagerazioni.

    Marco Maurizi
    Fonte: http://asinusnovus.wordpress.com
    Link: http://asinusnovus.wordpress.com/2012/03/03/gli-stalinisti-della-bistecca-e-della-vivisezione/
    3.03.2012

  • ottavino

    Qui si vede ancora più chiaramente quello che affermavo. I “sinistri” devono smettere di chiacchierare e di proporre dibattiti. Non hanno ancora capito che non servono a nulla? Non potrenno mai sperare di convincere chi vuole mangiare la carne. E’ un dibattito vano, senza via d’uscita. Chiacchierare per chiacchierare. Uno sterile esercizio intellettuale. Se ritengono che ci siano dei guadagni anche in salute ad essere vegetariani, che distruggano il sistema sanitario! Che dimostrino coraggio! Purtroppo sono tutti attaccati al loro essere “borghesi”, per cui non andranno da nessuna parte.