Mascherine

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

A Wuhan arriva la fase 2, il blocco termina, ma migliaia di persone stanno per fuggire dalla città. Però c’è il rischio che riaprendo Wuhan, potrebbe ricominciare una nuova ondata globale di contagi.

Immediatamente dopo la revoca delle restrizioni, i filmati delle agenzie di stampa hanno registrato un flusso di macchine in uscita alla periferia di Wuhan, oltre alle 55.000 persone che stanno lasciando la città in treno.

In giro per il pianeta il Catai cerca comunque di riabilitare la propria immagine, dopo essere stato la causa della peggiore pandemia globale che si ricordi, e dopo aver mentito al mondo sulla gravità dello scoppio di covid-19, ma i suoi tentativi di spassionato umanitarismo si sono rivelati parecchio sdrucciolevoli,  benché pur sempre laudati a reti unificate, soprattutto  in Italia.

Negli ultimi tempi infatti l’Italia del governo giallorosso sembra amare in modo iperbolico la Cina, tanto che allo scoppio del contagio aveva immediatamente spedito in dono ben 2 tonnellate di dispositivi individuali di protezione, ovvero tute, guanti, occhiali e mascherine. Che poi fossero mancati a noi nel momento dell’emergenza attuale, nessuno dei nostri eroi al governo lo avrebbe potuto immaginare… che diamine !!  Le foto degli scatoloni imbarcati su un volo dell’Onu decollato da Brindisi il 15 febbraio mostrano la bandiera tricolore appiccicata sugli imballaggi con la scritta in varie lingue “dono del governo italiano”. Tutto materiale di importazione pagato dalla Cooperazione internazionale.

Ora Xi Jinping vuole ricambiare il “dono”, benché simulato da un contratto di 209,5 milioni di euro di mascherine, con l’azienda cinese Byd, dichiarato dalla stessa la Farnesina. Non solo “donazioni” quindi, in realtà anche acquisti del governo.  Ma non importa, travolti da un insolito destino sulle prossime e condivise piattaforme digitali… la passione globalista è deflagrata.

Pechino ora offre sostegno a Roma per rinvigorire i loro rapporti a un anno dalla sua adesione alle nuove vie della seta. L’invio di forniture e personale medico e le proposte di collaborazione tecnologico-sanitaria non sono solo una forma di solidarietà contro la pandemia, ma anche parte di un progetto politico ben preciso.

Scrollarsi di dosso l’immagine di epicentro della pandemia che sta sconvolgendo il pianeta e rinvigorire il proprio soft power. 

Pechino si è servita dell’adesione italiana anche per rafforzare l’immagine del proprio progetto geopolitico, volto ad espandere l’influenza della Cina in Eurasia. Uno smacco notevole per gli Usa, le cui critiche dell’ultimo anno per la Bri, si sono aggiunte alle preoccupazioni di Germania e Francia per un’eccessiva penetrazione cinese in Europa e ai timori dei paesi asiatici più fragili per la cosiddetta trappola del debito.

Ma la Belt and Road Initiative (Bri) ormai è partita, include per ora 68 paesi, ed ha una visione geostrategica di lungo termine, volta ad intaccare anche il monopolio statunitense sulle rotte commerciali internazionali, specie quelle marittime.

Si tratterebbe di connettere gradualmente i bacini produttivi cinesi al ricco mercato europeo con una logistica autonoma che consenta di controllare le rotte attuali, quelle marittime che partono dalla costa pacifica sovraurbanizzata e iperindustrializzata, più le ferrovie transasiatiche ad alta velocità/capacità che collegano l’entroterra cinese ai mercati di sbocco.

Il cuore della questione sarebbe stato proprio marchiare la globalizzazione con il sigillo cinese, tramite la costruzione di infrastrutture: porti, binari, stazioni, piattaforme logistiche. Se poi qualche paese avesse bisogno di capitali, se li dovrà cercare sui mercati internazionali, tramite finanziamenti del FMI o Banca mondiale, oppure direttamente in Cina, attraverso crediti governativi o bancari, ma sempre sotto lo stesso controllo del governo.

Anche per il governo giallorosso il memorandum d’intesa con il Catai rappresentava l’occasione per obiettivi ben specifici: esportazioni verso la Repubblica Popolare, investimenti cinesi nelle infrastrutture portuali e collaborazione nel campo delle telecomunicazioni. Per ora la già avviata partnership con Huawei e Zte per lo sviluppo della rete 5G italiana subisce una battuta d’arresto imposta dal virus planetario. Il planet lockdown avrebbe interrotto momentaneamente per qualche mese (??) i sogni di gloria.

Però le aziende tecnologiche cinesi Huawei e Zte sono già penetrate sul suolo italiano, tramutando di fatto la penisola in uno dei teatri del braccio di ferro fra Cina e Stati Uniti.

Gli Usa hanno continuato a ricattare gli alleati sulla possibile riduzione dell’ombrello protettivo a stelle e strisce. La guerra dei servizi segreti da entrambe le parti è assicurata, reti informatiche spionistiche cinesi, e strategie di controllo da parte di Google e Facebook. Il tentativo del Catai insomma sarebbe quello di sostituirsi agli Usa come punto di riferimento dell’innovazione tecnologica.

In questo senso, la campagna contro Huawei farebbe parte del più ampio progetto Usa di negare legittimità alla Cina, magari provocandone la stagnazione economica. Quindi un virus no-global sembra essere arrivato al momento giusto.

L’Italia infine si è ritagliata un posto davvero invidiabile nel mezzo della guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, sfida perversa per il titolo di superpotenza mondiale. Esposta ai colpi degli uni, i nostri padroni di casa, e degli sfidanti, che si mostrano ora particolarmente amabili, anche dopo aver scatenato una delle più tragiche epidemie globali della storia.

Ma le ambizioni di Huawei vanno oltre la donazione di semplici forniture mediche, l’azienda si è offerta di sviluppare una rete cloud per connettere alcune strutture ospedaliere con le unità di crisi in tempo reale e di collegare i più importanti centri italiani con gli ospedali di Wuhan.

Il miglioramento della connessione digitale tra le strutture sanitarie italiane contribuirebbe sicuramente alla loro efficienza, tuttavia la stessa presenza del colosso Huawei genererebbe diverse incognite per la gestione dei dati che esse conservano sullo stato di salute della popolazione.

La consegna di mille respiratori – frutto dello stanziamento di Intesa Sanpaolo, Class Editori, Xinhua e Bank of China, indica invece il rafforzarsi dell’interazione sino-italiana nel settore dell’informazione, presente anche nei memorandum siglati durante la visita di Xi Jinping in Italia del marzo 2019.

Ma la trasparenza cinese sembra tutt’altro che limpida, come mostra l’intervento della portavoce del ministro degli Esteri di Pechino Hua Chunying, che racconta su twitter che gli italiani uscirebbero sui balconi per ringraziare la Cina e cantare l’inno cinese.

Il video postato appare visibilmente taroccato,  improbabile scelta per una figura istituzionale.

La stessa cosa ha fatto il suo vice, Lijian Zhao, portavoce e vicedirettore del dipartimento dell’informazione del Ministero degli esteri cinese. Non una persona qualunque ma uno dei portavoce del Governo di Pechino.

Su Twitter Zhao ha scritto anche che il  Covid-19 è nato negli Stati Uniti e non in Cina, postando un articolo di Larry Romanoff, pubblicato su Globalserearch.ca: “Ulteriori prove che il virus ha avuto origine negli Stati Uniti“.

Però se il primo tweet poteva essere credibile solo per una schiera di suore di clausura uscite dal convento per la passeggiata decennale, come potrebbe a questo punto esserlo il secondo?

Gli Stati Uniti avrebbero sprigionato un’epidemia globale capace di danneggiare la loro stessa economia? Sarebbero diventati a questo punto degli schizofrenici masochisti?

E poi la guerra fredda tra Stati Uniti e Cina si sta arricchendo di un’altra presenza assolutamente significativa: la più autorevole organizzazione sanitaria del pianeta, cioè la sublime, sacra, salvifica, taumaturgica Organizzazione Mondiale della Sanità.

Quella che ci ha detto a reti unificate fino a ieri che le mascherine non servivano ad una cippa, che ha ritardato la dichiarazione della pandemia in atto, che ha oscurato l’inizio cruciale del contagio nell’Hubei, che ha aiutato il PCC a taroccare il numero dei morti…

Dunque l’OMS, in questa tragica vicenda, non avrebbe rivestito il proprio ruolo secondo correttezza etica, tanto che gli Usa potrebbero congelarne i fondi.  Lo stesso Trump l’ha accusata in un tweet di aver “veramente sbagliato tutto” e di essere “filo-cinese”.

In un briefing alla Casa Bianca l’ha poi ulteriormente mazzolata per aver dato l’allarme in ritardo, aver oscurato la pandemia, aver impartito direttive molto contraddittorie e ambigue.

Gli Usa ora sono il primo Paese al mondo per numero di casi di covid-19. Secondo i dati della Johns Hopkins University negli Stati Uniti sono quasi 400.000 i contagi e più di 12.907 i morti.

Intanto le mascherine continuano a scarseggiare, dopo 4/5 mesi dallo scoppio del contagio. Perché scarseggiano in Italia e anche nel resto d’Europa? Forse perché, dice Franco Fracassi, chi gestisce la produzione di mascherine in questo momento ha più potere dei produttori di petrolio. Come chi realizza il materiale tecnologico di cui sono composte: il tessuto soffiato a fusione.

I Paesi chiave sono Cina, Stati Uniti, India e Taiwan. Ma ancora di più ci sono delle società chiave: la triade della finanza BlackRock, Vanguard e State Street.

Mentre Cina e Stati Uniti controllano la distribuzione delle mascherine nel mondo per acquisire maggior potere geopolitico, i tre colossi finanziari hanno tutto da guadagnare a rallentarne la distribuzione. Meno mascherine, maggiore difficoltà sanitarie, maggior durata del lockdown, maggiori danni economici, maggiori possibilità di acquistare a prezzi stracciati interi assets dei sistemi industriali dei Paesi.

Ma l’Italia non si scompone, è prontissima a raccogliere ora le briciole, ora i contagi, ora… il ritorno al futuro. Chi avrebbe immaginato che la Pearl Harbor del terzo millennio sarebbe stata così insipidamente imbarazzante?

 

Rosanna Spadini

08.04.2020

 

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