L’Italia sarebbe coinvolta nella guerra in ogni caso

Anche se la maggioranza di Governo cerca di rassicurare gli italiani buttando acqua sul fuoco, l'Italia sarebbe inevitabilmente coinvolta in un conflitto con la Federazione Russa a causa del grande numero di basi USA e NATO sul territorio italiano.

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Con i venti di guerra che attraversano l’Europa, l’Italia rischia di rimanere prigioniera dei vincoli (trattati internazionali) creati nei decenni successivi alla II Guerra Mondiale, e dai quali rischia di rimanere travolta.

Un problema su tutti, il numero di basi NATO sul suolo nazionale: ne abbiamo 120, a cui si aggiungono 20 basi segrete degli Stati Uniti, la cui posizione non è nota per ragioni di sicurezza. L’Italia ha firmato il Patto Atlantico, nell’aprile del 1949, che era nato con la scusa della necessità di creare un’organizzazione di sicurezza in caso di attacco da parte dell’Unione Sovietica. Inutile ricordare gli anni della Guerra fredda, e le effettive tensioni tra i due blocchi, probabilmente aderire all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord  poteva avere politicamente e strategicamente un suo senso.

Peccato che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, che dal 1989 ha segnato gli anni successivi e che di fatto ha chiuso il conflitto tra USA e Russia, le basi NATO in Italia abbiano perso di fatto la loro funzione primaria e il loro senso di esistere (almeno all’apparenza). Nonostante ciò, sono ancora tutte lì.

A ridargli senso, da due anni a questa parte, il conflitto russo-ucraino.

Le basi Nato e degli Stati Uniti su suolo italiano sono di quattro tipi.

  • Basi italiane ma sotto il controllo militare americano, erano state concesse dal Governo italiano agli USA durante gli anni 50; gli Stati Uniti ne mantengono il controllo militare (equipaggiamenti e operazioni).
  • Basi Nato gestite dall’alleanza, che ricordiamo, ha la sede principale a Bruxelles.
  • Basi italiane messe a disposizione della Nato.
  • Basi a comando condiviso tra Italia, Stati Uniti e Nato.

 

Le basi più importanti, da nord a sud, sono:

  • Solbiate Olona (Varese)
  • Ghedi (Brescia), dove si trovane delle bombe atomiche statunitensi
  • Vicenza e Motta di Livenza (Treviso)
  • Aviano (Pordenone), dove si trovano le bombe atomiche B61-3, B61-4 e B61-7.
  • Poggio Renatico (Ferrara)
  • La Spezia
  • Tombolo (Pisa), base italiana dove operano anche militari statunitensi
  • Cecchignola (Roma)
  • Gaeta (Latina)
  • Mondragone (Caserta)
  • Napoli, dove ha sede uno dei due centri di comando della Nato (mentre l’altro è nei Paesi Bassi) la base dei sommergibili statunitensi nel mediterraneo, così come il comando delle forze aeree e dei marines statunitensi. 
  • Taranto in Puglia
  • Sigonella (Siracusa), dove si trova il comando di monitoraggio in tempo reale delle truppe a terra e da qui partono i droni di sorveglianza che oggi monitorano i confini ucraini. 

Oltre a queste basi ci sono altre 105 strutture tra centri di ricerca, depositi, poligoni di addestramento, stazioni di telecomunicazione e antenne radar distribuite sul territorio, più le 20 basi segrete statunitensi. Queste basi, come quelle negli altri paesi Nato, godono di extraterritorialità e non sono soggette all’ordinamento giuridico della nazione in cui si trovano: le loro attività sono coperte da segreto, così come il numero delle forze presenti.

Sul suolo italiano abbiamo quindi delle strutture sulle quali non possiamo fare nulla né decidere nulla. Siamo nella situazione di uno Stato occupato. Forse, prima che la situazione degeneri completamente, sarebbe il caso di ridiscutere questo status quo, che se poteva avere un suo perché storicamente logico, ora non può più essere giustificato. Il rischio che corriamo è evidente: nella peggiore delle ipotesi, che speriamo possa essere scongiurata e neppure nominiamo per repulsione, le basi americane e Nato potrebbero diventare un obiettivo militare della Federazione Russa. E con loro, tutto il territorio italiano.

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