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L’intrigo al centro del triangolo Pechino-Riyad-Washington

strategic-culture.org

Saudi Aramco è la più grande compagnia petrolifera del mondo. È proprietaria di oltre 100 giacimenti di petrolio e gas in Arabia Saudita, con riserve di almeno 264 miliardi di barili di petrolio, circa un quarto di quelle conosciute al mondo. Le cifre della produzione dell’azienda non danno l’immagine completa, visto che i dati esistono solo da alcuni anni. Ma, per dare un’idea, nel 2013 Saudi Aramco ha prodotto 3,4 miliardi di barili di petrolio greggio. Gli analisti calcolano che ogni anno l’azienda saudita estrae circa il doppio di petrolio e gas, in termini di barili di petrolio equivalente, rispetto alla più grande società statunitense, la ExxonMobil. È interessante notare che Saudi Aramco non compare mai nelle classifiche dei più grandi produttori di petrolio, dato che non pubblica informazioni finanziarie quali profitto, vendite, beni o capitalizzazione di mercato. In cima alla classifica risultano dunque le americane ExxonMobil e Chevron, le cinesi Sinopec e PetroChina, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la britannica BP e la francese Total. Ma tutti sanno perfettamente che queste impallidiscono di fronte ai sauditi.

All’inizio del 2016 il management di Saudi Aramco ha innescato una vera bomba, quando ha annunciato il progetto di privatizzare una parte dell’azienda tramite IPO. La proposta era di vendere azioni pari a circa il 5% della società. È necessaria una stima del suo potenziale prezzo di mercato per capire quanto questo varrebbe in termini assoluti. Praticamente il giorno dopo questo annuncio (gennaio 2016), i media di tutto il mondo hanno pubblicato una straordinaria valutazione da parte dell’analista indipendente Mohammad Al Sabban, ex consigliere senior del ministero del petrolio Saudita. Ha stimato il valore della società a $10.000.000.000.000 (dieci trilioni di dollari USA). Per fare un paragone, nel 2016 la ExxonMobil ha superato appena i 350 miliardi di dollari di capitale sociale. È vero che poi sono stati riscontrati alcuni errori nella valutazione e la cifra si è ridotta a 2 trilioni. Ciò significava che l’Arabia Saudita avrebbe raccolto circa 100 miliardi di dollari dalla vendita del 5% della società. Ma la carta vincente di Saudi Aramco non sono i livelli record di produzione di petrolio, ma piuttosto le riserve di materie prime a base di idrocarburi a propria disposizione. E queste sono in numero neanche avvicinabile per le succitate concorrenti.

Al momento, Riyad aggiusta e verifica i dati sulle riserve di idrocarburi nei campi di proprietà di Saudi Aramco. Le relazioni finanziarie vengono elaborate con precisione nei formati necessari per un’offerta pubblica di azioni. La compagnia sta subendo un processo di ristrutturazione per ottimizzare il modo in cui viene organizzata e gestita. E infine, è stato fatto un passo importante per abbassare le imposte sui profitti della società. Il tasso d’imposta tradizionale era del 90%, ma quest’anno è stato fissato al 50%, che più o meno corrisponde al livello di tassazione delle principali compagnie petrolifere occidentali. L’abbassamento dell’aliquota aumenta i dividendi e rende l’azienda un obiettivo più attraente per gli investitori.

Ma dall’inizio del 2017, le stime del valore di mercato di Saudi Aramco sono inaspettatamente cominciate a diminuire. Sono cominciate a venir fuori stime secondo le quali il capitale sociale era di 1,5 trilioni di dollari, poi di 1 solo. La società di consulenza Wood Mackenzie ha stimato il valore di Saudi Aramco a 400 miliardi di dollari complessivi, non lontano da quella dell’americana ExxonMobil. Ed improvvisamente i consulenti occidentali hanno cominciato a parlare della necessità di “scontare” il valore della società saudita, in quanto di proprietà statale, e nei mercati dei titoli tutti i diritti governativi per convenzione sono venduti “scontati”. Saudi Aramco attualmente dedica il 50% dei propri profitti alle tasse, ma dato che il governo possiede l’azienda potrebbe comunque ripristinare domani il tasso d’imposta al 90% con un semplice colpo di penna. C’è anche il rischio che i prezzi del petrolio possano essere bassi per i prossimi anni, cosicché la compagnia potrebbe non essere in grado di generare grandi profitti. Niente di tutto ciò però spiega perché le valutazioni della società saudita siano così precipitate nell’ultimo anno.

Gli analisti danno la colpa alla pressione che Washington sta mettendo su Riyad, per ragioni che hanno a che fare sia col mercato valutario che con quello petrolifero. E la pressione proveniente da Washington è a propria volta una risposta a quella esercitata su Riyad dalla Cina, che vuole comprare petrolio da Saudi Aramco in renminbi e non in dollari. La Cina è attualmente il più grande importatore di petrolio al mondo, avendo scalzato gli Stati Uniti dal loro precedente primo posto. La Cina è anche il maggior cliente dell’industria petrolifera saudita, e Pechino non vuole pagare troppo per quell’oro nero usando la moneta americana. Alcuni esportatori di petrolio che vendono in Cina, tra cui Nigeria ed Iran, hanno già deciso di usare il renminbi. Anche la Russia ha recentemente iniziato a vendere petrolio in Cina in renminbi (anche se per ora solo una piccola percentuale).

L’Arabia Saudita, tuttavia, è fortemente dipendente dagli Stati Uniti e ha finora rifiutato di accettare renminbi. E questo rifiuto sta costando caro al paese: Pechino sta gradualmente individuando altri fornitori che prendano il posto di Riyad. I Sauditi erano il principale fornitore estero di petrolio per la Cina, ma recentemente la Russia li ha superati. Se la situazione dovesse andare avanti così, Saudi Aramco potrebbe perdere completamente il mercato cinese.

Riyad si trova ora tra l’incudine e il martello. È difficile immaginare cosa le reazioni atlantiche, dovesse l’Arabia vendere anche solo un barile di petrolio in cambio di moneta cinese. Dopo tutto, questa sarebbe una sfida diretta al petrodollaro, nato proprio in Arabia Saudita negli anni settanta, partorito dagli accordi tra Kissinger ed il re Faysal.

Washington ha consigliato caldamente Riyad di astenersi dalla mossa sconsiderata di sostituire il dollaro col renminbi nelle sue transazioni con la Cina, per timore che anche altri player seguano l’esempio (il petrolio potrebbe essere scambiato per rubli, rupie, riyal, ecc.). Ed un domani tale epidemia potrebbe infettare anche altri mercati di materie prime. A proposito, quest’anno Pechino inizierà a scambiare futures petroliferi valutati in renminbi sui propri mercati di materie prime. E sostiene che questo è solo il primo passo.

Voci nel governo americano suggeriscono di bloccare la quotazione delle azioni Saudi Aramco sulla borsa di New York. Il piano sarebbe quello di vendere allo scoperto i titoli della compagnia. Alla luce di questo sviluppo, Riyad ha annunciato che posticiperà la quotazione delle proprie azioni a data da destinarsi. Il problema però resta – l’Arabia Saudita dovrà ancora fare una scelta tra il dollaro ed i renminbi.

Anche se Pechino sta aumentando la pressione su Riyad, allo stesso tempo offre anche la possibilità di acquistare direttamente il 5% di Saudi Aramco, consentendo ai Sauditi di rinunciare al solito rituale di quotazione delle proprie azioni sui mercati occidentali. E la Cina è pronta a pagare un prezzo “giusto” (circa 100 miliardi di dollari). Il governo cinese ha già annunciato che sta formando un consorzio di imprese energetiche e finanziarie, con contributi dal proprio fondo sovrano, per acquistare un “pezzo” della società saudita. I media cinesi riferiscono che quel consorzio è pronto a diventare un investitore fondamentale in Saudi Aramco.

La mossa vincente di Pechino nel suo gioco di scacchi contro Washington ha neutralizzato la minaccia USA di interrompere la vendita di Saudi Aramco, contemporaneamente spingendo Riyad verso la decisione di vendere il proprio petrolio in renminbi.

E così la trama all’interno del triangolo degli intrighi Pechino-Riyad-Washington si infittisce.

Fonte: www.strategic-culture.org

Link: https://www.strategic-culture.org/news/2017/11/02/intrigue-heart-beijing-riyadh-washington-triangle.html

2.11.2017

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

Pubblicato da Davide

  • CarloBertani

    E’ uno dei tanti “sgambetti” fra una potenza calante (USA) ed una nascente (Cina).
    Pongo due domande:
    1) Tutto l’intrigo, non ha nulla a che vedere con la recente, colossale vendita di armi da parte USA ai sauditi?
    2) Ci rendiamo conto – viste le cifre in gioco – quanto poco valgono i nostri bilanci, le nostre Finanziarie e il nostro stato sociale?

    • Primadellesabbie

      2a) E perché gli Stati non contino quasi nulla, e che piccoli o grandi fa lo stesso?

    • Cataldo

      Le vendite di armi ai Saud va visto più come un pizzo da pagare alla “famiglia, che come una vendita di armi vera e propria.

  • deadkennedy

    e nessuno realmente sa cosa gazprom… in siberia le risorse sono multipli che nel golfo persico.

  • Vamos a la Muerte

    Ecco il punto: la “fine” del petrodollaro sarà la vera causa scatenante la Terza Guerra Mondiale.
    Ovviamente questi articoli ci aiutano a capire a che punto siamo sulla strada verso la Catastrofe: per adesso, sembra che siamo ancora in una fase interlocutoria ma gli Usa attaccheranno ben prima che il biglietto verde si riduca a carta straccia.
    La battaglia tutta interna agli Usa tra Deep State e Trump per adesso ci sta facendo “guadagnare tempo”…

  • Holodoc

    La Cina è destinata molto presto a scalzare la leadership americana per quanto riguarda il controllo del mercato globale, e lo fa con il silenzio dei media, impegnati a dare notizie non notizie, come quella che va per la maggiore in questi giorni, cioè gli abusi sessuali dei potenti in cambio di favori (o, vista dall’altro lato, la prostituzione di chi i favori vuole)..’ ma non era solo il Berlusca a fare il bunga bunga???

  • Nathan

    Due considerazioni sul l’articolo primo se in prima istanza valeva 10 e poi si sono corretti a 2 direi che un qualcosa che non va ci deve essere. Secondo la fornitura di armi ti permette di tenere per le pxxxxx il potente di turno in quanto, come smetti di dargli pezzi di ricambio, in poco tempo il sistema di difesa si blocca.Gli israeliani ne sanno qualcosa sopratutto in campo aeronautico. Mi chiedo solo che cacciato Saddam, quale sia il nemico che i Sauditi devono affrontare, non mi dite l’Iran perché gli americani non vedono l’ora di fargli un po’ di guerra.

  • raffaello nencioli

    Articolo illuminante! Per lo meno io lo interpreto così. Fino ad oggi gli USA, il deep state, sono stati i principali sostenitori della “lotta” al riscaldamento globale, cioè meno produzione/consumo di petrolio, prezzi in crescita, cioè meno petrolio più dollari. Ma avendo la Russia garantito alla Cina forniture di petrolio sufficienti a coprire eventuali distacchi sauditi e in più accettando in pagamento renminbi,che le ha consentito di stabilizzare il rublo in caduta, la povera monarchia si è trovata in difficoltà a sostenere l’immenso costo di mantenere la propria popolazione, i jihadisti, le guerre e la gigantesca rete di predicatori e comunità wahabite sparse nel mondo. Non essendo esperti finanzieri i poveri sauditi si son trovati costretti inizialmente ad aumentare la produzione e poi, con il crollo dei prezzi e il calo degli introiti, a vendere parte del loro tesoro che tenevano nella grotta di Alì Babà e che ritenevano immenso. Purtroppo per loro sono arrivati i 40 ladroni (occidentali), che hanno cominciato a svalutare quel tesoro, per comprarselo a due lire. Non più 10 (trilioni), ma 2, poi 1,5, poi 1 e infine 0,4 e così i sauditi si son trovati di nuovo con le pive nel sacco, senz’altra prospettiva che inviare a Mosca, il vecchio re Salman, che se ne è tornato a Ryadh con maggiori spese…in armamenti, ma anche con interessanti accordi di partnership nel settore dell’energia e, chi sa, forse con qualche accordo segreto nel settore delle valute, che se realizzato sarebbe l’ultimo chiodo fissato sulla bara del dollaro.