L'INFORMAZIONE E' NOI

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003


DI PAOLO BARNARD

Di chi è colpa? Non è colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini, di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao, Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili, né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani vogliamo.

Qui si potrebbe
concludere il mio saggio sullo stato dell’informazione in Italia.
Non ho altro da dire, in sostanza. Quello che posso aggiungere nelle
righe che seguono sono solo riflessioni a sostegno della mia tesi, per
chi avesse voglia di leggere un poco di più. E inizio di nuovo da noi
italiani.



Sono
le nostre ombre sul muro.

Ciò che la gente vuole. Lo scadimento dell’informazione in questo Paese riflette ciò che noi siamo, in tv particolarmente. Nulla meglio si adatta al caso Italia del sagace commento di Barnes Clive, nota firma del New York Post, che sull’odierne tendenze dei palinsesti televisivi ebbe a dire: “La televisione è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole”. E in effetti si rimane perplessi, se non un tantino delusi, dal semplicismo delle analisi di personaggi come Beppe Grillo e altri quando tuonano contro la legge Gasparri come il costrutto infernale che strozza il nostro diritto a essere decorosamente informati. Ci si chiede: c’è la Gasparri nei salotti di milioni di italiani di varie età che ogni sera, pomeriggio o mattina scelgono col loro telecomando le peggiori fregnacce televisive? E’ la Gasparri che impedisce a noi italiani di portare La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli a uno share visibile ad occhio nudo invece che al microscopio? O di portare Report al 25% invece di condannarlo a un cronico annaspamento per non affogare sotto il 10? Eppure il contenitore di Milena Gabanelli è in prima serata, mica occorre perdere il sonno, basterebbe un click del telecomando. E state certi che Report o C’era una Volta oltre il 20% di share avrebbero prodotto una mischia degli inserzionisti per piazzare lì gli spot, garantendoci di conseguenza una certa qualità in più nelle nostre case tutto l’anno. Potete immaginare quanto ci metterebbero a sparire i prodotti-spazzatura come Porta a Porta o Amici, oppure le ragliate di Sgarbi o altra robaccia del genere, se agonizzassero nella pigrizia dei nostri telecomandi? Meno di un minuto, Gasparri o non Gasparri.

Illuminante fu un episodio da me vissuto in Gran Bretagna nel corso di un reportage sull’Auditel inglese che svolgevo a fine anni ’90 per conto proprio di Report. Nel corso dell’intervista al responsabile dei palinsesti della maggior Tv commerciale britannica, ITV, mi fu rivelato che la prima serata di quel network era riservata in maggioranza a programmi di alta qualità informativa. Com’era possibile? “Perché il miglior consumatore di questo Paese” spiegò il funzionario, “è l’inglese della classe media, e quel tipo di ascoltatore premia immancabilmente con il telecomando la tv di qualità. Ed è lì che ovviamente si fiondano i nostri inserzionisti”. Semplice. Sono inglesi, tutto qui. Non per nulla la sera della vigilia di Natale del 1999 la BBC 2 trasmise in prime time e per un’ora e mezza uno special dedicato al suo cameraman Mohamed Amin, l’uomo che nel 1984 ebbe lo straordinario merito di noleggiare un bimotore privato a sue spese ( e nei tempi delle sue ferie) per volare in Etiopia a filmare l’immane tragedia della devastante carestia che stava decimando quel popolo, e che divenne grazie a quelle scioccanti immagini una causa celebre con l’intervento di Bob Geldof e della sua Live Aid l’anno successivo. Ve l’immaginate voi una prima serata natalizia di quel tipo alla RAI? Che share farebbe?

Ma poi, perdonate, c’è la legge Gasparri in edicola o su Internet? Lì l’informazione c’è, ma al chiosco dei giornali Sorrisi e Canzoni TV o CHI vendono cento volte Micromega o Limes. Su Youtube le pregnanti interviste a Giancarlo Caselli catturano poche centinaia di visitatori, mentre cinque minuti di bava alla bocca con Sgarbi e Mike Bongiorno ne registrano quasi mezzo milione.

Mi direte: tutto questo è proprio il frutto del bombardamento mediatico dell’uomo di Arcore e dei suoi vent’anni e più di avvelenamento dei nostri cervelli. E io rispondo: e se a partire dal 1979 cliccavate altro sul vostro telecomando, come fanno gli inglesi, dove finivano il Biscione e relativi scherani? Era semplice, perché non lo abbiamo fatto? Lo si vuole capire che non è lui che ha fatto noi ma noi che abbiamo fatto lui? Silvio Berlusconi non ci ha rimbecilliti, ci ha semplicemente rispecchiati. E allo specchio ci siamo perduti in noi stessi.

(Ultima ora: poco prima di divulgare questo articolo mi imbatto nel sito www.corriere.it e leggo sulla colonna di destra la classifica dei servizi più letti del Corriere online: al primo posto “L’invasione dei ragni giganti”, al secondo “Basta volgarità, non sono una pin up”, al terzo “Che fine ha fatto Boy George?Vende magliette in un mercato di Londra”. Come volevasi dimostrare…)

Rimanendo con la vituperata figura dell’attuale presidente del Consiglio, è di questi giorni l’intervento di Marco Travaglio in chiusura del V2-day di Torino, dove il giornalista ha perentoriamente affermato che il Cavaliere trionfa oggi alle urne poiché proprio le devianti leggi dell’assetto radio-televisivo italiano gli hanno dato i mezzi per obnubilare la mente degli elettori in quindici anni di strapotere mediatico: “Prima non eravamo così”, ha sentenziato poi il noto cronista. Forse Travaglio è troppo giovane, e non ricorda, ma si vorrebbe chiedergli: chi aveva lavato il cervello dei nostri connazionali quando in massa premiavano alle urne ceffi ignobili della posta di Cossiga, Gava, Cirino Pomicino, De Michelis, De Lorenzo, Andreotti, De Mita, e la loro accolita di vassalli laidi o criminali? Berlusconi a quei tempi era ancora alle prese con la sua Tv condominiale via cavo a Milano 2, non c’entra. Era un’Italia migliore quella? Per caso il Corriere o la RAI erano il Times e la BBC a quei tempi? L’Idra di Tangentopoli, col suo ventre molle di corruzioni endemiche in ogni anfratto del Paese, non fu il parto di “quindici anni berlusconiani”, ahimè no, non risulta. Le stragi, la svendita dei sindacati, dei servizi pubblici, della certezza del lavoro, e ancora l’Irpinia, l’IRI e le sue voragini, le devianze del sistema giudiziario, l’omertà a vuoto pneumatico di tutto il Sistema-potere pre e post P2 e cinquant’anni di cronica evasione a tappeto, dimostrano che obnubilati nel cervello e nel senso civico lo siamo sempre stati, prima di Berlusconi, durante, e lo saremo dopo purtroppo. E anzi: la cosa più onesta che possiamo fare è di affermare una volta per tutte che la famigerata Casta e le sue grottesche comparse sono solo un’ombra sul muro di ciò che noi italiani siamo e siamo sempre stati. Nulla di più.

I nuovi ‘paladini’ della controinformazione: poco utili, dannosi.

Ma purtroppo professionisti stimati e un po’ troppo acriticamente seguiti come appunto Marco Travaglio, Gianantonio Stella, Lorenzo Fazio o Gianni Barbacetto e molti altri, e capipopolo come Grillo o Piero Ricca hanno banalmente invertito l’ordine dei fattori, e sostengono che l’Italia è oggi vittima della Casta, quando è la Casta a essere il prodotto degli italiani.

Devo a questo punto della narrazione precisare un passaggio fondamentale, e invito il lettore a porvi attenzione. I nuovi ‘paladini’ della controinformazione che vanta l’Italia, di cui ho citato alcuni nomi qui sopra, denunciano cose sacrosante (quasi sempre): inciuci, corruttele, grottesche raccomandazioni, sprechi osceni, mafiosità e collusioni, decadenze del sistema democratico eccetra, perpetrate da parte soprattutto della cosiddetta Casta. Loro lo fanno, ma il fatto straordinario è che oggi in questo Paese il solo fatto di averlo fatto gli garantisce un plauso appassionato e febbricitante da parte di masse crescenti di cittadini. Un plauso cieco, ovvero un assegno in bianco di imperitura giustezza ed eroismo. Divengono degli intoccabili, incriticabili, e infatti Beppe Grillo tuona “I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciaccalli di regime, dai killer della parola. Nessuno tocchi il soldato Travaglio…” (1), e Michele Santoro si scaglia contro il Corriere e Repubblica per “aver aperto una campagna critica contro Anno Zero e contro lo stesso Travaglio” (2) – una campagna di critica, la più democratica delle iniziative, eppure. Chiunque osi infilare mezza osservazione nel loro agire viene immediatamente travolto dall’ira dei loro fans, il cui ragionamento è immancabilmente questo: ma come si fa a rompere le scatole a quei pochi ancora rimasti a dirci la verità in questo regime? E in effetti di fronte alla nauseabonda natura delle pratiche del ‘regime’ verrebbe proprio da gettarsi ciecamente dietro ai sopraccitati ‘paladini’. Ma la vita richiede saggezza, e in questi tumulti ne rimane ben poca. Infatti, la salute in democrazia impone che nessuno divenga intoccabile, neppure per il più sacrosanto dei motivi, proprio perché si corre il rischio che costui possa commettere malefatte o errori di grosso calibro protetto dal suo scudo di venerabilità, e che quelle malefatte o errori finiscano poi per far più danno del beneficio che il medesimo individuo procura alla società. E’ il caso proprio di Travaglio e compagni.

Sono oggi inutili. Hanno fondato negli ultimi anni un’Industria della Denuncia e della Indignazione che, come ho già avuto occasione di scrivere, “denuncia i misfatti politici a mezzo stampa o editoria a un ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo di libri fotocopia, blog e serate televisive serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato” (3). Infatti. Il loro lavoro, per quanto efficiente nello svelare il malaffare, è del tutto inutile se si spera che da esso derivi un miglioramento. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, e sono incontestabili: oggi l’Italia non è un Paese più civile, né più onesto, né più libero di quanto lo fosse sedici o trent’anni fa, in barba all’offensiva della sopraccitata industria nel denunciare compulsivamente il marcio. Gomez, Travaglio e Barbacetto lo hanno persino confermato nel loro libro Mani Sporche, la cui tesi centrale è proprio il recidivo peggioramento di ogni indicatore civico, politico e morale in Italia da Tangentopoli ad oggi, cioè precisamente nel periodo della massima attività della loro Industria della Denuncia e della Indignazione. Notate: hanno scritto di loro pugno che ciò che fanno non serve quasi a nulla, ma non se ne sono resi conto, meno che meno sono disposti a porsi qualche domanda difficile ma vitale, del tipo: e se fosse altro quello che si deve fare?

Le smentite che vengono loro dalla realtà dei fatti sono clamorose, ma non li smuovono dalla compulsività di ciò che fanno: hanno visto coi loro occhi Beppe Grillo celebrare un suo autoproclamato “successo pazzesco” di consenso l’8 settembre del 2007 per le 300.000 firme raccolte dal suo primo Vday, e quindi proclamare roboante che questi politici “non esistono più”. Ma con gli stessi occhi hanno visto poche settimane dopo 3.517.370 italiani fioccare entusiati al parto dell’ennesimo carrozzone della più rancida politica riciclata, il PD di Veltroni. Mettiamola così: l’Italia della Casta batte Grillo 10 a 1, e questo avvenne quando le sue ultime grida quasi ancora riecheggiavano in piazza Maggiore a Bologna, e all’apice del successo di libri come La Casta o Regime. Non suggerisce nulla questo?

E poi c’è il risultato elettorale dell’aprile scorso, che li ha travolti come mai nella storia republicana.

Possibile che a fronte di questa desolate Caporetto dell’Industria della Denuncia e della Indignazione a nessuno sorga il dubbio che forse è ben altro quello che si deve fare? Possibilissimo, infatti la reazione dei ‘paladini’ della controinformazione proprio in questi giorni è di rincarare la dose della loro inutilissima medicina. Questa recidività mi ricorda la vicenda della vegetariana inglese e delle sue carote, un fatto realmente avvenuto a metà degli anni ’90 a Londra e riportato dal quotidiano The Guardian: ella si era convinta che per proteggersi dai tumori era necessario divorare grandi quantità di carote, ma ne ingurgitò così tante da finire in ospedale con serissimi guai al fegato. Messa di fronte all’evidenza della sua patologia, la signora concluse quanto segue: se sto male è perché evidentemente non ho mangiato abbastanza carote. I dimise e corse a rincarare la dose della sua verdura salvifica. Cosa fu di lei non si sa, ma non si fatica a immaginarlo.

E sono dannosi. In realtà, e tristemente, il modo di agire dei sopraccitati ‘paladini’ serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori e la loro ipertrofica fama) l’auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che ci accade. Questo è il motivo per cui il nostro Paese rimane perennemente al palo della civiltà. La colpa non è mai nostra, ce lo confermano incessantemente quegli sventurati ‘paladini’ della controinformazione coi loro martellanti scritti e interventi, e questo è il danno tremendo che ci fanno. Assolti da ogni peccato, fervidamente impegnati a fustigare le nostre ombre sui muri, finiamo per non crescere mai, e le uniche speranze di ripulire questo Paese vanno perdute.

E allora, codesti ‘paladini’ piuttosto che celebrare processi in Tv, invece di fare i PR fanatizzanti di alcuni magistrati violando così le più basilari regole dei checks and balances della nostra professione, e invece di ossessionarci con i dettagli della mafiosità o corruttela del politico numero 847, dopo averci raccontato quelli del numero 846 e dopo che per le precedenti 846 volte nulla è cambiato, dovrebbero aiutarci a processare noi stessi, a metterci tutti davanti allo specchio per dirci: l’Italia siamo noi, i ladri siamo noi, i moralmente decomposti siamo tutti noi, coi nostri 270 miliardi di euro di evasione di sola IVA, con l’omertà endemica che ci tappa la bocca ovunque vediamo del marcio - al lavoro, per strada o nei pubblici uffici, con la nostra adulazione del potere, e col nostro amore per l’abuso del potere appena ne abbiamo un briciolo in pugno, dagli insegnanti ai vigili urbani, dai medici agli ispettori delle pubbliche amministrazioni. Noi italiani con il nostro individualismo ammalato che al massimo si espande in parrocchialismo, ma mai in capacità di fare gruppo civico aperto alla critica, e ciò neppure quando ci proclamiamo antagonisti. Questa Italietta sudicia, ipocrita, fregona e anche violenta siamo noi.

E allora cari ‘paladini’ è con noi che ve la dovete prendere per cambiare l’Italia, è su di noi che dovete scrivere fiumi di libri o articoli, perché lo ripeto: gli Schifani, Berlusconi o Ricucci sono le nostre ombre sul muro. E a che serve prendersela ossessivamente con delle ombre?

Il giornalismo investigativo in Italia deve esplodere, perché come ho appena dimostrato è un mito, poco utile e dannoso. Esso è certamente utile altrove, in Paesi come gli USA o la Francia o la Gran Bretagna, ma solo perché esso cade a pioggia su una società civile del tutto diversa dalla nostra. E allora di nuovo: la variabile determinante non è la denuncia, ma chi la recepisce. Se prima non educhiamo gli italiani a essere civici, cioè a partecipare, inutile denunciare compulsivamente.

Incomprensioni. Quando Beppe Grillo nel ricordarci le malefatte della Casta grida dal palco del V2 day di Torino che i manigoldi saranno annientati perché “noi li pigliamo per il culo”, io mi dispero. Lo stesso faccio quando Piero Ricca si arma di coraggio e telecamera e attende il momento buono per gridare a Silvio Berlusconi “buffone!”. E mi dispero ancor più se possibile quando vedo così tanta gente esultare sia nel primo che nel secondo caso. Perché entrambe quelle affermazioni sono messaggi (cioè informazione) falsi e pericolosissimi.

Grillo ignora (o vuole ignorare) cosa sia realmente il Sistema-potere, e cosa occorra per abbatterlo. Se la prende con una classe politica nazionale che “avendo abdicato tutti i suoi poteri ad organi sovranazionali come la Bce, la Commissione Europea, il WTO, la Banca Mondiale”, e io aggiungo alle lobby come il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD), il Liberalization of Trade in Services (LOTIS), l’Investmente Network (IN) o la International Chamber of Commerce (ICC), “non può fare assolutamente niente se non l’ordinaria amministrazione” (4). Egli non comprende che i grandi mali che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla precarietà, dal rilancio finanziario delle mafie all’informazione plastificata, e poi gli equilibri economici in disfacimento, il degrado ambientale e la pessima qualità dei servizi ecc., derivano ormai interamente da decisioni prese altrove. Da chi? Dai sopraccitati poteri, che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella vita quotidiana di 800 milioni di cittadini occidentali, che muovono più di 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, e che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale (inclusa quella di Grillo, moglie e figli). Costoro non stanno perdendo neppure un singolo minuto di sonno per lui e per i suoi colleghi ‘paladini’ dell’Antisistema italiano. Ma ha un’idea Grillo di come lavorano questi? Dovrebbe smettere di sbraitare e capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo: il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti; è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Crede Grillo che questa immensa macchina planetaria che regola ogni sospiro della vita italiana si preoccupi delle sue sceneggiate di piazza, o dell’incedere di un nugolo di personaggi e istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans persi nell’ingenua buona fede? E allora: cosa mai risolveranno i referendum di Beppe Grillo fanaticamente concentrato in una guerra contro una Casta nostrana che nella stanza dei bottoni ha a malapena il controllo del pulsante del citofono?

Silvio Berlusconi sarà tante cose spiacevoli, ma di sicuro una non lo è: un buffone. E’ invece uno dei più geniali interpreti del carattere nazionale che sia mai esistito, e certamente il più geniale in epoca contemporanea. La sua abilità sia come manager che come politico incute soggezione. Lasciate perdere per un attimo che il suo percorso sia intriso di corruttele e malaffare, lo è quello di ogni singolo magnate del pianeta; ciò che ci interessa qui, è capire che questo uomo tiene saldamente le leve di una macchina sofisticatissima e multimiliardaria di creazione del consenso, che per essere combattuta va presa estremamente sul serio, altro che buffone e prese per il sedere. E arrivo a dire che la cosa più demenziale e infausta che l’opposizione intellettuale e movimentista al Cavaliere potesse immaginare di fare in questi anni è quello che ha invece sempre fatto: sbeffeggiarlo, insultarlo, ridicolizzarlo, chiamarlo psiconano, e insistere compulsivamente nel denunciarne le malefatte già ultranote a ogni singolo italiano attraverso la cronaca quotidiana e il lavoro dei giudici, mentre lui intanto si mangiava il Paese col consenso. Andava invece attentamente studiato, andavano comprese e individuate le sinapsi della mentalità italiana su cui la sua comunicazione si allacciava con spaventosa efficacia, ed esclusivamente su quelle sinapsi bisognava lavorare, con una macchia comunicativa altrettanto fruibile e martellante quanto la sua, anche se portatrice di valori opposti, e che la sinistra intellettuale (snob) non ha saputo costruire. Altro che buffone e pernacchie.

Mafie, ‘parrocchie’ e informazione.

Guardiamoci. Siamo un popolo che si divide inesorabilmente in ‘parrocchie’ o ‘mafie’. Se non siamo mafiosi, siamo parrocchiali, una delle due, non si fugge. Cioè, se non ci aggreghiamo per colludere in affari criminosi di vario grado, col loro corredo di atrocità, truffe, omertà, insensibilità per la sofferenza altrui, adulazione del potente, piacere nell’abuso del potere (dall’associazione per delinquere di stampo narcomafioso o bancario, alla cordata assicurazione-pretura-avvocati-grande policlinico per tacitare un’operata di cancro nella mammella sbagliata; dal patto trasversale ipermercati-grossisti per fare cartello sui prezzi truffando i cittadini, al consapevole risucchio dei pensionati in difficoltà nelle più ignobili spirali di indebitamento da parte di finanziarie da galera ecc.), noi italiani ci raggruppiamo in parrocchiette di ‘compagni di merende’, litigiose, esclusive proprio nel senso di escludenti, solo formalmente aperte ma in realtà a strettissimo raggio, nemiche giurate della libertà di pensiero, insomma consociative ma sempre travestite da qualcos’altro (e questo dal Corriere della Sera al periodico universitario, passando per le redazioni televisive, per i centri sociali, ONG, blog più o meno noti, gruppi online, comitati civici, ONLUS ecc.). Come si può facilmente immaginare, il pensare liberamente e la facoltà di criticare a 360 gradi non sono compatibili con gli interessi né delle mafie né delle ‘parrocchie’. Ma sono proprio il libero pensiero e la critica senza barriere le componenti fondamentali della libera informazione al sevizio dei cittadini. E allora?

In altre parole, noi italiani la libertà di informare non la vogliamo, e quando si affaccia sulla soglia della nostra ‘mafia’ o ‘parrocchia’ la odiamo e la cacciamo con singolare ferocia.

E come fa un popolo così ad avere una libera informazione?

Già posso già udire la levata di scudi di quelli che “Io? Io proprio no! Io compro il Manifesto… io leggo Libero… io sono Padano mica italiano… io sono con Beppe, vaffa te Barnard… io sono stato in Afghanistan con Gino, figuriamoci… io dico viva Travaglio, che c’entro io?...” . E invece c’entrate, c’entriamo tutti, e soprattutto proprio quelli di noi che sono confluiti negli ultimi anni nel cortile dei nuovi antagonisti, altra ‘parrocchia’ che sta ahimè replicando molti dei tratti più meschini dei più trazionali conglomerati mediatici italiani.

In questo mio scritto dedicato all’informazione mi concentro proprio su questo cortile antagonista per una serissima ragione: perché esso dovrebbe essere la fucina delle uniche speranze rimaste in Italia di ottenere un’informazione libera, e se dunque al suo interno si replicano le meschinità del Sistema-potere, se anch’esso è divenuto ‘parrocchia’, è veramente una tragedia immane per tutti. Dell’altro cortile, quello del giornalismo regimentato, non dico nulla qui, tutto è già stato scritto fino alla nausea.

Vi snocciolo ora alcuni esempi a riprova di ciò che sostengo, fra i tantissimi possibili. Sono tutti frutto della mia esperienza personale, e non per protagonismo ma solo per la certezza di ciò che posso descrivere, avendoli vissuti in prima persona.

Nella primavera del 2007 inviavo agli amici di Peacereporter, sito portavoce dell’ONG Emergency, una critica all’operato di Gino Strada, che da settimane si scagliava con crescente acrimonia contro il governo Karzai in Afghanistan, reo, secondo il chirurgo e un ampio stuolo di intellettuali italiani, di violare tutte le più elementari regole del garantismo giuridico con la detenzione di Ramatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah e mediatore per l’Italia nel noto rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Un appello per la liberazione di Hanefi venne scritto e divulgato, con firme della posta di Claudio Magris, Enzo Biagi, Gherado Colombo e Maurizio Costanzo fra gli altri. Il testo cominciava con le parole “La Costituzione afghana…”. Ma quale Costituzione? Quella esportata laggiù a colpi di bombe cluster e di migliaia di morti? Quella solennemente varata a Kabul nel 2003 da Hamid Karzai e dalla sua Lloya Jirga, e cioè da un pupazzo del Dipartimento di Stato americano ex consulente del gigante pertrolifero USA UNOCAL, tenuto sotto la mira dei B52 della US Airforce, e in combutta con la peggior masnada di criminali di guerra e stupratori noti con l’appellativo di Alleanza del Nord? Quella contemplata con stupore dagli afghani nella speranza che qualunque cosa (anche un testo marziano venuto da chissà dove) fermasse le stragi della NATO e le inaudite violenze dei ceffi dell’Alleanza del Nord –responsabili di oltre 50.000 morti civili dal 1993 al 1998 di cui 24.000 solo nel 1994, e poi stupri, mutilazioni, spaccio di eroina? (5) Cioè la più classica “Constitution at gunpoint” per promuovere la “Democracy at gunpoint”? Quella? Sì, proprio quella. E il testo degli intellettuali italiani continuava così: “Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana… L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia”.

Diritti universali, dignità umana, e leggi eufemisticamente nate dalla collaborazione e dal denaro italiano. Risulta a qualcuno che i pastori tagiki, che i commercianti pashtun, o che le donne hazara se li siano mai scelti quei diritti? Sappiamo almeno se li condividono? Ha un senso per loro la nostra dignità? Si sono mai espressi su quella? Cosa hanno da spartire le regole delle democrazie parlamentari europee con duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche? Con che diritto l’Italia, Gino Strada e l’intellighenzia al suo seguito pretendono il rispetto di regole e di diritti che con secoli di vita afghana c’entrano come un intervento di laparoscopia robotica con le pratiche curative sciamaniche? Importa qualcosa che a magistrati, medici e giornalisti cresciuti su un altro pianeta certe regole afghane creino sgomento e riprovazione? Sono afghane, sono le loro regole. E il mio ragionamento continuava: se si sancisce il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le sue regole di “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” a suon di proteste (di insulti, di ricatti commerciali e di missili), allora sanciamo fin da ora il diritto degli afghani, dei talebani, o dei cinesi o di chiunque al mondo di gridare “tortura e pena di morte ora, subito!” se mai capiterà che un giorno siano loro ad avere abbastanza bombe per offrirci la loro Costituzione. E tornando dunque alla ferrea determinazione di Gino Strada e soci nell’avanzare quelle perentorie richieste, quale differenza c’è fra il loro modo di pretendere “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” in Afghanistan e quello tipico dell’imperialismo culturale dei neocons americani capitanati da Samuel Huntington con il loro “democrazia all’americana ora, subito!” esportato in mezzo mondo? L’uso delle bombe invece che una petizione scritta a Milano? I sordidi fini di sfruttamento degli americani invece del sentimento di giustizia dei nostri intellettuali? Davvero? Credete voi che la lettera di Strada, Colombo e soci sarebbe mai giunta a Kabul senza quel dettaglio degli 8.000 morti civili di questa orribile invasione, della coventrizzazione di interi villaggi, e della nova resa in schiavitù delle donne afghane che oggi si danno fuoco con disperazione senza precedenti? (6) Credete che le consulenze giuridiche discese da Roma su Kabul non servano proprio a spianare la strada agli avvocati delle solite note corporazioni o agli infausti ‘cooperatori’ internazionali?

La realtà, per chi vuole vederla, è che Gino Strada, proprio lui, si era accodato al più classico imperialismo culturale, e questo era sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Scrissi tutto ciò a Peacereporter, li invitai a una riflessione fondamentale, che va al cuore dell’intercultura, che è oggi di drammatica attualità. Sostenevo che non è in quel modo che si ottiene un avanzamento dei valori fondamentali dei popoli (ciascuno i suoi). Lo pubblicarono? Macché. Concessero ai loro lettori il beneficio del dissenso? Macché. La ‘parrocchia’ si chiuse a riccio, e fine del libero dibattito. Infatti su Peacereporter un libero dibattito su Emergency e sulle sue tante controversie è impossibile.

Se questa parrocchialità accade fra i ‘nuovi’, fra quelli che non hanno Confindustria o il Vaticano che gli soffia sul collo, immaginate al Corriere o al TG1 di Gianni Riotta.

E di seguito: si chiuse a riccio la ‘parrocchia’ del Manifesto quando, dopo vent’anni di collaborazione, mi negarono la pubblicazione di un editoriale dove gli chiedevo: “Se Calipari fosse morto nelle stesse identiche circostanze, ma per salvare Agliana, Quattrocchi, o Cupertino, voi cosa avreste scritto di lui? Avreste celebrato la morte di un eroe, o avreste scritto di uno ‘sbirro’ al servizio sciagurato dei contractors imperialisti?”. In altre parole, l’onestà intellettuale non andrebbe posta in cima al lavoro della storica testata senza padroni? Se non si fa chiarezza su questo punto in via Bargoni, come si procede? Si può procedere? Silenzio.

Spettacolare la parrocchialità di un gruppo No Tav della Val di Susa, e sto sempre nell’ambito dei cosiddetti ‘liberi battitori’, per gli essenziali motivi citati in precedenza. Il 14 febbraio 2008 ricevo da una loro attivista un invito a tenere un dibattito in valle: “Sia come associazione che come comitati No Tav saremmo felici di averti ospite a qualcuna delle serate informative che organizziamo, oppure di organizzarti alcune serate (nei vari paesi della Val di Susa e Sangone) sul tema della censura sull’informazione in Italia.” Notate che il fulcro della cosa è la censura. Rispondo il 27 dello stesso mese e fra le altre cose scrivo: “Possiamo parlare di informazione, società civile organizzata, cosa fare e come. Sappi che dico cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc.”. La solerte signora cinque giorni dopo specifica: “Nella riunione di comitato di giovedì scorso ho portato il nostro scambio di mail e ci siamo chiesti cosa intendi con ‘cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc’… vorremmo capire meglio, anche per non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo, visto che martedì avremo, per l’appunto, Marco Travaglio che presenterà il suo libro Mani sporche… Se riesci a mandarci uno spunto per fargli magari qualche domanda specifica che ci faccia capire te ne saremmo grati.”. La indirizzo alla lettura del mio Considerazioni sul V-day (7) e allego una precisa serie di domande critiche per Travaglio, poi attendo. Attendo, attendo. Dopo divesi giorni sollecito, e a metà marzo mi arriva una mail di centosette righe fitte, dove l’attivista No Tav si dilunga eternamente sulle sue lotte sociali, sul coraggio, sugli alti ideali. Poi, in fondo: “… Devo dirti in tutta onestà che non abbiamo sfidato Travaglio… gli siamo riconoscenti per essere venuto… grazie a questo fatto sono arrivati tantissimi cittadadini (uno stadio zeppo come da foto allegata, nda)”. Ed ecco la stoccata finale: “Tu sei un grande e coraggioso giornalista… all’interno del nostro comitato il dibattito è al punto che ci piacerebbe avere prima un incontro-confronto con te, per capire…”.

Ah sì?, rispondo. Lo avete fatto “l’incontro-confronto per capire” con Travaglio? Con Imposimato? Con Diego Novelli? Cioè con tutti gli altri ospiti delle vostre serate? E vi siete preoccupati anche con loro di “non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo”? Da quando si fanno i pre-esami agli intellettuali che si invitano a parlare alle serate? Risulta a qualcuno che questa sia la prassi? Non commento oltre, non credo ce ne sia bisogno. Censura, altro che libero dibattito in quel No Tav. La ‘parrocchia’ è chiusa in Val di Susa, e perdonate la rima.

La medesima cosa mi accade in un centro sociale di Bologna, l’XM24, forse ancora peggio. Questi sono gli antagonisti arrabbiati, i giovanissimi irriducibili, gli sfasciaSistema per eccellenza. Bene. L’invito che ricevo è a parlare di informazione, e tutti sanno che sono nel mezzo di un’aspra polemica con Report di Milena Gabanelli, che accuso di essere collusa con la RAI in Censura Legale (8) e impegnata in un’opera di censura a tappeto del dissenso nel forum della sua trasmissione (9). Tre giorni prima dell’incontro, un rappresentante del collettivo si presenta a casa mia: ha parlato con Bernardo Iovene, collaboratore stretto di Gabanelli ma soprattutto amico intimo del leader di XM24. Iovene sostiene che io vado raccontanto balle e diffamazioni sia su Censura Legale che sulla censura nel forum di Report, è vero? In via del tutto eccezionale, data la giovanissima età del ragazzo, gli perdono quello che non ho perdonato ai No Tav, e mi sottopongo a verifica preventiva. Mostro al giovane tutti i documenti processuali, le prove nero su bianco, rispondo a ogni domanda. Lui è soddisfatto. L’incontro si fa. Dopo 48 ore mi arriva una chiamata: Iovene è stato di nuovo al collettivo, c’è stata discussione, e allora “Barnard lei può venire, può parlare di informazione, ma non può parlare di Report (sic)”. Avete letto giusto: i giovani antagonisti, gli antiSistema duri e puri, vietano preventivamente all’ospite di parlare, gli mettono un guinzaglio affinché più in là di qualche metro non vada. Non credo sia mai capitato a Porta a Porta, non così spudoratamente. ‘Parrocchia’ anche qui.

E poi i meet up di Beppe Grillo, e Grillo in persona. Qui la ‘parrocchia’ ha veramente funzionato, soffocando un pezzo di informazione con la stessa efficienza di un Tg di Emilio Fede. Spiego i fatti. La eco della mia pubblica denuncia della collusione di Milena Gabanelli con RAI in Censura Legale ha toccato gli angoli più disparati della Rete, e naturalmente è approdata ai meet up. Alcuni membri di quei gruppi hanno d’istinto portato la vicenda nella pagine del blog di Grillo, visto che si parlava di censura e a pochi giorni dal V2 day sull’informazione. Ma a quel punto un fatto curioso ha iniziato ad accadere: i loro messaggi indirizzati al comico genovese sparivano. Strano. Vi lascio alla spettacolare sequenza di eventi così come sono accaduti al meet up di Napoli, per comprendere di cosa sto parlando:

“Posted mar 27, 2008 at 11:32 AM

Qualche giorno fa mi hanno passato questi due link: http://www.arcoiris.t... e http://www.arcoiris.t... Questi video non sono altro che l'intervista a Paolo Barnard: uno dei migliori giornalisti...scusatemi... EX giornalista di Report, la famosa trasmissione televisiva di rai tre condotta da Milena Gabanelli. Dovete - per favore - vedere i video perchè DOVETE aprire gli occhi. Milena Gabanelli come Pozio Pilanto se ne è lavata le mani, sul forum di Report sono stati bannati (censurati) tutti gli interventi su questo argomento (CESURA LEGALE).

Sul sito di Beppe Grillo è stata fatta la stessa cosa... Apriamo gli occhi.

Vittorio Emanuele”

“Posted mar 28, 2008 at 3:38 PM

Io scrivo sul forum di annozero e qualche volta su quello di report. Ho partecipato solo all'inizio alla lunghissima discussione che c'è stata e che poi è sparita. Conosco le persone bannate, sono persone civili, educate, acute, con un senso civico altissimo. Non hanno mai sforato nell'offesa o nella volgarità, ma hanno dato fastidio chiedendo, pretendendo chiarimenti.

Tutto questo può diventare improvvisamente non interessante perchè barnard ha fatto il nome di grillo?

Grillo sta organizzando un V-day sulla informazione, perchè non affrontare anche questa questione? E' importante o no per la democrazia, per il sistema informazione in italia....la gabanelli non ne parla.

Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 9:51 PM

Ho bisogno di una risposta a questo quesito: io e altri abbiamo ripetutamente postato la lettera aperta (su Censura Legale di Barnard, nda) sul blog di Grillo. Non è mai stata postata. Come mai? Qualcuno sa darmi una spiegazione? Grazie.

Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 10:03 PM

Prova a spezzettarla, il blog accetta 2000 caratteri per volta.

Mariano.”

“Posted mar 28, 2008 at 10:37 PM

...cmq è vero è da piu di mezzora che cerco di postare su blog di Grillo la lettera aperta su Censura Legale (di Barnard, nda), non riuscendoci... Non mi postano neanche le mie proteste in merito.........

non capisco...........

Mariano.”

“Posted mar 29, 2008 at 1:17 AM

non potevo, non volevo crederci... mi chiedo che senso abbia il v2day sull' INFORMAZIONE se Grillo sul suo blog applica la censura nei cfr. di determinati argomenti.... sono confuso....deluso...

pretendo chiarimenti...chiedo a Roberto Fico, Marco Savarese e Vittorio, e a tutti gli amici del meetup di napoli di pretendere altrettanto.... di chiedere chiarimenti a Grillo.... che questa discussione venga puntinata.”

La notizia che anche Grillo stia censurando sul suo blog rimbalza allarmante a diversi altri snodi italiani dove si raggruppano i seguaci del comico, come Milano, Roma, Bologna, Ladispoli, Carbonia, o Messina:

“Posted apr 13, 2008 at 5:07 PM

Sul BLOG di Grillo i post che contengono il nome di BARNARD vengono censurati. Provate voi stessi e vedrete. Io ho fatto alcune prove, anche camuffando il nome. Niente. Mi pare una questione molto seria. Ne vogliamo discutere?”

“Posted apr 9, 2008 at 9:09 PM

Se ci tappiamo gli occhi di fronte a questa vicenda; se non siamo in grado di rompere quelle che assomigliano alle vecchie regole di omertà e fedeltà alla linea di partito; se non facciamo questo, ora e subito, credo dobbiamo rinunciare ad ogni speranza di cambiamento e di battaglia per la verità. Voglio poter andare al prossimo V-Day con l'animo in pace e con la coscienza pulita

Stefano.”

“Fabio bergonzoni (cipputi) Commentatore certificato 01.04.08 11:09 |

quando mi capita di scrivere un commento non troppo "consono" al blog viene censurato... dio mio c'è del marcio anche qui? ho visto che non capita solo a me. è triste. è sconfortante. non si sa più dove girarsi... non c'è piu niente di pulito.”

Io stesso ricevo diverse mail che confermano puntualmente la censura sul blog di Grillo e di cui offro solo alcuni esempi:

Date: Mon, 07 Apr 2008 15:32:29 +0200

From: Stefano

To: [email protected]

Subject: Di nuovo su censura legale

“Ho provato a spedire un messaggio nel blog di Beppe Grillo, le cui uniche parole riconducibili al tuo caso erano RAI, Gabanelli, Report e Barnard: niente, il messaggio non è arrivato.

Ultimo tentativo, questa volta con le parole camuffate… Ne ho spediti un paio e sono rimasti là almeno una mezz'ora/un'ora (probabilmente erano un po' distratti). Stamattina i miei post erano spariti. Questa vicenda mi disgusta...”

Date: Tue, 11 Mar 2008 12:17:03 +0100

From: mariapiapil@****

To: [email protected]

Subject: Re: Report e Anno Zero

“Ho scritto quanto segue nel blog di Grillo. Non ne ho trovato traccia... Mp.

‘Vorrei esprimere il più totale rifiuto e indignazione verso la Censura Legale di cui è oggetto Paolo Barnard e tutte le persone che in diversi blog e forum....’”

Date: Fri, 21 Mar 2008 18:21:08 +0100

From: sapesci@****

To: [email protected]

Subject: Grillo censura...

“Avevo già segnalato il tuo caso sul sito di Beppe Grillo. Una delle due segnalazioni che ho inviato, quella nel commento più votato, è stata bannata!.... La Gabanelli anche lì evidentemente non si tocca! ma tu resisti... non sei solo!”

Tutto questo accade a meno di un mese dal V2 day di Torino. In sostanza: Beppe Grillo, che sta lanciando la più imponente crociata popolare contro l’informazione “di regime” della storia contemporanea, usa la censura nel suo stesso blog, da lui sventolato ai quattro venti come il futuro della libertà di espressione, come il salvagente della libertà di parola in Italia. Lo fa, aggiungo, perché notoriamente amico intimo di Milena Gabanelli, e fra compagni di ‘parrocchia’… Ma ciò che sarà ancor peggio, è come l'ondata di indignazione di tanti membri dei meet up si spegnerà docilmente al sopraggiungere dell’adrenalinica giornata del 25 aprile, con la sua cornucopia di emozioni, protagonismo per un giorno e trascinamento acritico di tanti da parte dell’istrionico genovese. Eppure non sarebbe stato difficile capire che in gioco vi era un fatto gravissimo, e cioè la scoperta che il grande inquisitore aveva replicato lo stesso odioso comportamento che si accingeva a castigare con feroce intransigenza in tanti altri. E se una frazione di rigore intellettuale e morale fosse riuscita a sopravvivere a quella festa di piazza, i seguaci di Beppe Grillo avrebbero dovuto imporre una riflessione all’intero evento: quella replica ipocrita lo aveva già corrotto fin nelle fondamenta prima ancora di iniziare, inaccettabile continuarlo così.

Ahimè rimane un fatto che da quella data è calato il silenzio su questo caso. Di nuovo, la ‘parrocchia’ dei meet up ha chiuso i portoni, e un libero dibattito sulla gravità del comportamento di Beppe Grillo è rimasto fuori.

Il caso Gabanelli. Il ‘litmus test’.

Quando il parroco chiama a raccolta. E sempre in tema, mi soffermo sulla reazione di alcuni dei più noti rapppresentanti dell’Antisistema italiano a quella parte della mia denuncia su Censura Legale che inevitabilmente ha gettato ombre sulla conduttrice di Report Milena Gabanelli. Essa si è rivelata un litmus test, per dirla all’inglese, e cioè un vero banco di prova. Infatti, nella ‘parrocchia’ che si è chiusa a riccio a protezione della nota giornalista si sono infilati alcuni dei nomi più celebri della compagine dell’informazione antagonista italiana. Non è loro bastata la schiacciante mole di prove documentali che inchiodavano Gabanelli e la RAI; non gli sono bastate le proteste per iscritto con nomi e cognomi dei tanti cittadini censurati brutalmente dalla Gabanelli per aver osato dissentire e chiedere spiegazioni; non è stato sufficiente spiegargli accoratamente che la replica al loro interno dei metodi del Sistema-potere è una bomba a orologeria moralmente inaccettabile e che finirà per delegittimarli danneggiando irreparabilmente tutti gli attivisti italiani. Nulla di tutto questo è servito, e così Marco Travaglio, Aldo Grasso, Lorenzo Fazio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo e persino Piero Ricca si sono schierati in difesa della propria ‘parrocchia’, ciascuno a modo suo.

Prima di continuare preciso e sottolineo: il fatto che il caso Gabanelli sia ricorrente lungo diverse parti di questa narrazione non è segno di un mio accanimento rancoroso, di una malcelata velleità vendicativa, di squilibrio professionale. Le ragioni sono quelle appena citate, e solo quelle: si è trattato di un punto di svolta clamoroso, un episodio che ha per la prima volta squarciato il velo su una dibattito soffocato anche se di fondamentale interesse pubblico: sono veramente diversi dal Sistema-potere i nuovi ‘paladini’ italiani della libertà di parola? Come reagiscono quando sono loro a essere colti in fallo? Possono centinaia di migliaia di italiani fidarsi ciecamente di loro? E in ogni caso, è giusto affidarsi?

Ecco perché quell’affaire ricorre così spesso qui. Mi ha scritto una lettrice: “Gent.le Dr. Barnard, sono rimasta colpita sia dalla vicenda in sé, sia dalle relative implicazioni sociali. Ritengo che quanto è avvenuto sia gravissimo: anche i programmi e le rubriche che (apparentemente) prendono posizione a favore di una cultura della legalità e dei diritti sono, dunque, "sepolcri imbiancati" (per usare un'espressione molto forte ma, credo, non fuori luogo)”.

Marco Travaglio.

La prima volta che portai all’attenzione del giovane cronista di giudiziaria le crepe che si stavano aprendo nel gruppo dei ‘paladini’ fu il 14 dicembre del 2006. Le risposte che mi arrivarono furono dei monosillabi inespressivi e seccati. Mai alcunché sui punti specifici. Fu uno dei primi a ricevere la mia denuncia su Censura Legale, di cui lui stesso è vittima fra l’altro, ma nulla. L’ho sollecitato di recente con una lettera aperta, nella quale gli chiedevo di esprimersi sia sul critico rapporto fra fama/potere e libertà d’espressione (Travaglio è un’idolo nazionale e corre seri rischi in questo), sia sul comportamento della collega Gabanelli. Nessuna replica. Poi ricevo da un lettore quello che Travaglio aveva a lui dichiarato in merito a ciò che gli avevo scritto: “Sono tutte balle (vicenda Gabanelli)” e “Non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet con processi alle intenzioni (le mie considerazioni su fama/potere e libertà)”. Replico a questo livello di tracotanza offensiva e di ignoranza dei fatti (Travaglio, che è un cronista, evidentemente non sa nulla delle prove documentali che ho fornito in Censura Legale) e fra le altre cose scrivo: “Nessun processo alle intenzioni. Travaglio si è già corrotto. Come fa lui, il censore morale, a stare fisso nel salotto Tv di uno che per prima cosa è un arcinoto raccomandato di lunga data della lottizzazione Tv dell’asse PCI-Sandro Curzi, ma che ha poi fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in televisione a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure sono fatti conclamati. Può? Lo ha fatto?

Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e di una fetta di magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?.

Può Travaglio spiegarci cosa ci stanno facendo lui e Milena Gabanelli in prima serata Tv dopo che lui stesso ha perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:

‘In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare... Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.

Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano disettori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra’?

E ora aggiungo: può Travaglio farci capire come è possibile che il direttore di RAI 3 Ruffini sia, secondo le sue lapidarie parole, un censuratore di professione “perché ha cancellato Raiot di Sabina Guzzanti”, quando lo stesso Ruffini lascia Report in prima serata da più di 4 anni? Lo è o non lo è un censuratore? Oppure è la Gabanelli che ha le spalle coperte? O è Travaglio che diffama a casaccio? Può chiarire?

Può questo giornalista dare conto della sua partigianeria manifesta per un partito politico con tanto di indicazione di voto pre elettorale (IDV e Di Pietro) e di come questo suo comportamento deturpi l’abc della nostra deontologia, che pretende una netta separazione del giornalista dalle fonti del potere che dovrebbe severamente monitorare?

Può infine avere la decenza di leggersi le carte processuali che così chiaramente espongono Milena Gabanelli come collusa con la RAI in uno dei più gravi casi di Cesura Legale, e le testimonianze dei cittadini censurati dalla condutrice di Report? E avrà la coerenza di prendere posizione contro quel malaffare nato nel cuore dell’informazione ‘pulita’, così come lo condannerebbe se praticato da chi non è suo amico personale? Insomma, avrà la forza di non finire a erigere muri attorno all’ennesima ‘parrocchia’?

La risposta a ciascuno di questi quesiti è no. Perché fra ‘parrocchiani’ non ci si tocca, e al diavolo la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e l’onestà personale.

Lorenzo Fazio e Aldo Grasso.

Editore di provenienza Rizzoli e patròn della casa editrice Chiarelettere – che pubblica Travaglio, Gomez, Corrias, Barbacetto, Beha ecc. – Lorenzo Fazio ha avuto fra le sue firme sia il sottoscritto che Milena Gabanelli. Da notare che questo editore ospita nel suo sito un blog dal titolo Tiro Libero, spazio dedicato al monitoraggio del giornalismo italiano. Sono ancora in attesa che quel ‘monitoraggio’ dedichi a Censura Legale qualcosa di meglio di tre righe vaghe e fuori tema. La Censura Legale non è cosa da poco, è a tutti gli effetti una minaccia serissima alla libertà di stampa italiana, come conferma mirabilmente un saggio di una delle nostre più rispettate giuriste, Giovanna Corrias Lucente, e che così riassume la serietà della questione: “Sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui – e il suo giornale – rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive. Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa.”. (10) Ma Lorenzo Fazio è della ‘parrocchia’, ha la conduttrice di Report in prima fila fra le firme Vip dei sostenitori della sua impresa editoriale, e dunque zitto, “con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”.

Aldo Grasso, il critico televisivo più caustico d’Italia, uno spirito libero, così dicono. Lo chiamo in febbraio, gli espongo la questione Censura Legale, e lui: “E’ grave, è capitato anche a me, un editore mi ha lasciato solo in tribunale a sorbirmi tutte le grane di ciò che mi aveva pubblicato...”. Bene, replico, allora sai di cosa parlo, ci scrivi due righe sul Corriere? Grasso: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio...

Notate bene che non ha detto ‘prima di attaccare un cittadino’, che sarebbe stato solo giusto. Ha detto “un’amica”, cioè il critico televisivo è ‘compagno di merende’ di chi dovrebbe scrutinare. Non demordo, gli mando ogni prova documentale, ogni riscontro nero su bianco, tutto. Lo richiamo dopo quasi un mese, e la solfa è la stessa: “Ma sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica…”.

Piero Ricca.

Il 2 aprile 2008 mi scrive: “Caro Barnard, vorrei capire meglio la vicenda che la riguarda. Vorrei farle un'intervista, magari video, ma non necessariamente, da far girare on line, a partire dal mio blog. Un cordiale saluto, Piero Ricca”. Ne sono felice, accetto. Lui ribadisce: “M’interessa anche il tuo punto di vista su leadership e responsabilità individuale nel campo della società civile ‘progressista’ o ‘antagonista’…”. Perfetto, ancora meglio. E ancora lui: “Confido in video-intervista sugli sviluppi e il signficato del caso non appena possibile per antrambi”.

Nel frattempo lo rendo edotto di ciò che penso dell’Industria della Denuncia e dell’Indignazione, e glielo dico chiaro, lui c’è dentro fino al collo. Parliamone. Inoltre gli manifesto il mio disagio di fronte a certi suoi, chiamiamoli, eccessi di provocatorietà nel corso dei suoi arrembaggi a Vip politici o finanziari. Il rischio, suggerisco, è proprio quello di replicare metodi violenti nel nome di una autoreferenziale giustezza civica. Piero si risente un poco, me lo comunica. Il tempo però passa, e dell’intervista che mi voleva fare si sono perse le tracce.

Sabina Guzzanti.

Stessa trafila di Ricca, anche lei mi contatta per una intervista, l’11 di febbraio: “Caro Paolo Barnard, dato che sto lavorando a un film documentario sull’informazione vorrei intervistarti e raccogliere la tua testimonianza (sperando che la parola non ti ricordi troppo i tribunali)”. Scottato come sono dall’effetto ‘parrocchia’, decido di mettere le mani avanti: cara Sabina, leggi prima quello che ho scritto di voi Vip alternativi e di ciò che state facendo, poi se ancora vorrai sentirmi… Lei replica: “Caro Paolo, grazie della risposta. Ho letto il tuo articolo e non mi è passata la voglia di intervistarti. Ti chiamerò un giorno di questi per prendere un appuntamento”. Sono ammirato, forse qui si respira aria nuova. Nelle settimane seguenti le mando via mail i dettagli della vicenda Censura Legale, e con essi una sintetica cronaca in diretta della censura che sta calando implacabile su molti utenti del forum di Report man mano che la cosa monta. Le segnalo anche quella del blog di Grillo. Sabina inizia a mandarmi messaggi interlocutori: “Su Grillo mi sono arrivate voci che sul blog ci sia censura, mi pare che la voce si stia spargendo, d’altra parte è pure una sua scelta parlare di quello che vuole…” Le rispondo: “No, scusa, ma hai preso un granchio. Non si tratta del suo diritto di postare ciò che lui vuole. Qui parliamo dei cittadini, i cui contributi lui non deve filtrare, se non in casi di palesi volgarità o illegalità. I post dei cittadini sul suo blog sono liberi, e lo sono sempre stati. Lui cancella quelli scomodi, li censura”.

Sabina di nuovo: “Mi sembra che il senso della tua battaglia debba essere protezione legale da parte degli editori per i giornalisti che si espongono, più che una guerra contro la Gabanelli”. Comprendo subito il pericolo del fraintendimento che talvolta mi accompagna, e cioè la convinzione di alcuni che io mi stia accanendo per un rancore personale contro una giornalista, piuttosto che sui principi di una battaglia per la libera informazione. Replico con fermezza: “Il senso della battaglia è sia contro gli editori che ci abbandonano sia contro chiunque censuri, se mi permetti. Gabanelli sta censurando a man bassa e partecipa a Censura Legale. Cosa devo fare? Il solito ‘compagno di merende’ alla Aldo Grasso o Grillo che con la censura di Mimun sbraitano furibondi ma con la loro amica no? Fammi capire Sabina, la censura puzza di meno se la fa una amica tua o mia? Dimmi come ti posizioni tu, perché qui veramente si fa fatica a capire. La guerra la si fa contro chiunque censuri e se si chiama Gabanelli chissenefrega. O sbaglio?”.

La Guzzanti non si convince, lo scoglio Gabanelli rimane nel mezzo. Poi, quando scrivo di Marco Travaglio ciò che avete letto sopra, Sabina cambia tono, ahimè. Mi premuro di ricapitolarle tutti i punti spinosi, le gravi contraddizioni e i rischi che accompagnano la celeberrima figura del cronista, e concludo: “Sabina, quando si diventa Star non si è più liberi. Perché la fama dà potere, e il potere diventa prioritario rispetto alla libertà. Rileggi i nomi che ho citato (Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie… Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato, nda), quelli non furono e non saranno mai in prima serata Tv. Va fatto altro, e l’ho scritto e credo che tu l’abbia letto”. Lei: “Caro Paolo, condivido la battaglia perché i giornalisti siano protetti legalmente dalle testate per cui lavorano, non condivido la battaglia anti Gabanelli. Non condivido la battaglia anti Travaglio di cui ho stima.” E di seguito, a proposito dell’impianto generale delle mie critiche ai ‘paladini’ antisistema, la Guzzanti sentenzia: “Francamente mi sembra un’analisi che nasconde frustrazione e rivalsa mal indirizzate”. Dunque, sarei in fondo proprio un rancoroso frustrato che fa battaglie anti qualcuno per rivalsa personale e invidia. Ci risiamo. La mia ultima replica alla Guzzanti sarà dura, le scrivo che in fondo anche lei, messa di fronte all’evidenza scritta nero su bianco della replica fra i suoi colleghi antagonisti della censura e dell’arroganza tipiche del Sistema-potere, sceglie di non prendere posizione, di non vedere. E’ facile, le dico, e soprattutto fruttuoso scendere in campo quando c’è da difendere i censurati Vip, dà visibilità mediatica; ma non vedo in lei lo stesso fervore di giustizia di fronte alla censura degli anonimi Marisetta, Salvo, Silvia, Francesco…, o di fronte alla palese violazione della coerenza morale da parte dei suoi amici Marco, Beppe, Milena, con il pericolo per tanti che ne consegue. Così, amica mia, si sceglie la propria appartenenza alla ‘parrocchia’, non l’interesse comune.

(Non mi ha più risposto. Anche l’intervista con la Guzzanti credo si andata a farsi benedire, ma tant’è)

Beppe Grillo.

Del suo essere ‘’compagno di merende’ della Gabanelli (ma anche di molti altri), e della censura che questa condizione ha generato nel suo blog ho già detto. Vi rivelo solo un ulteriore aneddoto assai significativo: una sua cara amica, di nome Valentina, ex studentessa dell’amico Carlo Belli dell’università di Perugia e attiva nel meet up di Losanna, si interessò a Censura Legale, di cui postò il testo integralmente. Ne seguì uno scambio di mail col sottoscritto e la sua iniziativa di sensibilizzare Grillo con una interpellanza personale. Il comico le rispose: “Dì a Barnard che faremo il V2 day anche per lui”. Di questa risposta faccio notare una sola parola: per piuttosto che con. Non con i temi che Barnard porta allo scoperto. In altre parole: se ne stiano a distanza Barnard e ciò che denuncia, che noi lavoriamo anche per lui (sic).

In conclusione, quanto sopra dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande. Ma tornando al punto di partenza, ne rimane una fondamentale: come fa un Paese così intriso nel Sistema e anche nell’Antisistema dalla perenne tendenza alla parrocchialità a difendere la libera espressione e ad esprimere una libera informazione?*

Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza. Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata. E allora diamo una breve occhiata a come è gestita la BBC e da chi. Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board. Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo. La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust. Riflettiamo: tutta l’emittente pubblica britannica, esempio mondiale di indipendenza e qualità, è gestita a cascata da un monarca e dai suoi ministri, attraverso lo strumento del BBC Trust che di fatto controlla tutto quanto è sotto di lui. Un monarca, e dei politici oltre tutto neppure di maggioranza e opposizione, ma solo di maggioranza. E dov’è dunque il tanto celebrato sbarramento alla potenziale lottizzazione e manipolazione della Tv pubblica inglese? Non c’è, o meglio, c’è e si chiama ‘sono inglesi’, tutto qui. Infatti, basta immaginare il trasferimento di un simile sistema di controllo nel sottobosco corrotto e bizantino della nostra Italia e capite benissimo perché in queste righe io insisto sul punto imprescindibile: non va cambiata l’informazione, vanno cambiati gli italiani.

* (e cosa sarà di Canale Zero di Giulietto Chiesa se prima non affronteranno il pericolo ‘parrocchia’?)

Cos’è informare. Cosa fa un giornalista.

Ve lo diciamo noi. Ogni pomeriggio dell’anno i direttori di testata, i caporedattori e giornalisti assortiti si riuniscono e decidono cosa raccontarci il giorno seguente (quotidiani), la settimana entrante (periodici), la sera stessa (Tg). Sul tavolo delle redazioni giacciono pile di notizie, principlamente sotto forma delle cosiddette ‘agenzie’ (dispacci delle agenzie di stampa), ma anche fatti raccolti in ogni modo immaginabile, gossip, segnalazioni, e di rado qualche inchiesta. Dopo alcune ore l’80% di tutta quella roba viene scartato, e il rimanente 20% viene eticchettato in ordine di importanza: titolo d’apertura per questo… questo in evidenza… quello meno… quell’altro solo un accenno, e così via. I criteri di questa selezione e attribuzione di visibilità li sapete bene, sono spessissimo vergognosi, inutile qui ricordarli o ricordare chi li detta (dall’esterno delle redazioni). Ma ciò che è assurdo in tutto questo non è tanto la vergogna dei criteri sopraccitati, quanto il fatto che si dia per scontato nel giornalismo attuale che informare significhi selezionare notizie e offrirle ai cittadini. Questo non è informare. Informare correttamente è invece solo questo: pubblicare, nei limiti degli spazi fisici delle testate, tutte le notizie possibili, il maggior numero possibile. Punto. La selezione di ciò che è importante, e dunque a cosa dare il titolo in evidenza, la farà il cittadino nella sua testa leggendo o guardando le notizie. Ciascuna persona, nella sua libertà di pensiero e facoltà di discernimento, cioè protagonista dell’informazione, farà i propri titoli a caratteri cubitali sul giornale o i propri titoli di apertura del Tg, che di conseguenza nei quotidiani e nei telegiornali dovrebbero scomparire. Ma per potere fare ciò, le persone devono poter avere tutte le notizie che è possibile dare nei limiti delle 24 ore, e non una striminzita cernita precotta e opportunamente enfatizzata rifilatagli ogni santo giorno come l’omogeinizzato al bambino.

I direttori e le redazioni dovrebbero solo verificare l’attendibilità delle fonti delle notizie, e scartare solo ciò che palesemente incita alla violenza, palesemente diffama o palesemente falsifica la realtà. E sottolineo palesemente. Lo spazio per le idee del direttore, delle firme di prestigio, o dell’editore (e dei loro refrerenti inevitabili) dovrebbe essere quello della pagina delle opinioni, o degli editoriali Tv. Parimenti, uno spazio va riservato alle inchieste, saggi ecc. Ma oltre a ciò, la discrezionalità dei giornalisti non dovrebbe esistere. Questi dovrebbero essere i limiti del mestiere di chi pubblica notizie.

Utopia? Mi interessa poco. Di fatto informare dovrebbe essere questo, cioè raccontare al cittadino quello che lui/lei non può conoscere, tutto quello che lui/lei non può conoscere. Non vedo l’alternativa.

Compagni di merende. Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino.

Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieu – esecutivo, legislativo e giudiziario – e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ‘parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza.

Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ‘parrocchia’ con altri ‘compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ‘compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornlismo.

Insomma, tutto ciò è grottesco. E nessuno lo nota più. E’ una mischia ormai fuori controllo.

Ma così, chi controlla più chi?

In concreto.

Per dare una pennellata di decenza all’informazione italiana occorre prima di ogni altra cosa puntare il dito sull’informazione che ogni giorno i cittadini di questo Paese si scelgono, e dire a gran voce che non vi è soluzione di continuità fra ciò che noi italiani siamo e i media che abbiamo.

Il lavoro è di ordine epocale, cioè dimenticarci per un attimo delle Caste e metterci davanti allo specchio con vergogna. E avere il coraggio di vedere nei contorni delle nostre fattezze quegli spicchi di Berlusconi, Mieli, Riotta, Lerner, Del Noce, Petruccioli, Ricci, Costanzo, Chiambretti e Sgarbi – e con essi anche tutte verruche nascoste della compagine dell’Antisistema – che emergono dal nostro derma.

Dobbiamo dunque recuperare il senso della nostra importanza di persone, la nostra autostima, e poiché importanti e dunque ciascuno di noi primo cittadino della vita pubblica, dobbiamo decretare inammissibile in noi stessi l’essere meschini, omertosi, disonesti, pigri, accomodanti, egoisti, qualunquisti, bugiardi, indifferenti. Inammisibile cioè che lasciamo scorrere il peggio sotto i nostri occhi senza intervenire, senza pretendere che ciò non accada. Intervenire e pretendere, tutti noi, indipendentemente dallo status sociale o dalla cultura, e dunque cambiare il nostro mondo, la politica e l’informazione.

Un percorso lungo e difficilissimo, lo so bene. Ma in Italia da qualche anno si era formata una Società Civile Organizzata che prometteva bene. Si trattava di una miriade di organizzazioni con al seguito schiere di cittadini attivi potenzialmente capaci di formare un esercito di creatori di consenso in grado proprio di aiutare gli italiani a fare ciò che ho appena descritto – aiutare, lo ripeto, chi non ha il tempo, il denaro, l’autostima per informarsi, per capire, per intervenire; aiutarli a fare quelle tre cose affiché un giorno si riescano a mettere al centro, a sentirsi imprescindibili e infine a cambiare questo Paese. Se questo esercito avesse lavorato diligentemente, pazientemente, capillarmente, e soprattutto orizzontalmente, avremmo visto in Italia un inizio di cambiamento verso una cittadinanza onesta, consapevole e capace di partecipare. Capace infine di spazzar via ogni Casta politica o mediatica, poiché le Caste sono solo il riflesso di una cittadinanza disonesta, inconsapevole e incapace di partecipare. Sarebbe stato il primo passo verso il goal di cui sopra. Era una promessa, l’unica rimasta.

Invece altro è accaduto, purtroppo. La Società Civile Organizzata si è voluta munire di Guru, Personaggi, Star, in tutto e per tutto replicando le strutture verticali e vippistiche del Sistema massmediatico commerciale. L’ipertrofismo di questi nuovi Guru, come ho già scritto in passato, ha finito per annullare ancor più la capacità di azione dei singoli cittadini attivi, rendendoli dipendenti dal carisma, dalle proposte, e dalla presenza di quelle Star. Infatti oggi in assenza del carisma, della presenza e delle indicazioni di quei Guru pochissimi cittadini agiscono, e all’indomani della feste di piazza, delle serate col personaggio o delle manifestazioni, poco o nulla accade.

Per cambiare questo stato di cose, per cioè riportare i cittadini attivi all’essenziale ruolo di formatori di consapevolezza nei milioni di cittadini passivi, dovrebbe idealmente accadere che i primi si scuotessero dal torpore e dall’adorazione acritica dei loro Guru. Lo auspico.

Nel frattempo però codesti divi dell’Antisistema potrebbero dare una mano compiendo un atto di responsabilità che sarebbe storico, in particolare nell’ambito proprio dell’informazione e di come essa va ottenuta da parte del cittadino. Lo sintetizzo in una battuta: devono sgonfiare se stessi e aiutare le persone a ingrandirsi.

La prima cosa che questi ipertrofici personaggi dovrebbero fare è di restituire alla gente il potere di informarsi. Lo si fa innanzi tutto incoraggiandoli a coltivare l’abitudine al dubbio, ovvero il dubbio che ciò che gli stessi Guru scrivono o proclamano possa essere parziale, miope, sbagliato, addirittura manipolatorio. Il messaggio di apertura nel rapporto col loro pubblico dovrebbe sempre essere: siamo solo fonti di notizie, non oracoli, ascoltateci, ma a debita distanza, fra le tante altre fonti che ascolterete. Così facendo restituirebbero al pubblico il suo ruolo di protagonista che deve farsi la verità da solo, e non apprenderla pedissequamente da un Personaggio visto come un Vate. Si comincia così. Poi ci si rifiuta di fare i Vday, di avere i megablog, di essere fissi in prima serata Tv come Guest Stars, di fare il club esclusivo dei divi antagonisti, di pavoneggiarsi nelle pagine delle opinioni di riviste patinate, e si dismette interamente quell’abito da eroi della nuova resistenza che così tanti vestono oggi con orgasmo. Gli odierni divi della controinformazione dovrebbero lavorare proprio per ottenere che il pubblico non si relazioni più col giornalista Personaggio/divo/esperto, ma che lo veda sempre come un suo piccolo consulente di informazioni fra i tanti. Per far comprendere a chi legge quale dovrebbe essere l’atteggiamento esteriore e interiore di una cittadinanza sana nei confronti di chi li informa, chiuque egli/ella sia, vi chiedo di immaginare come il top management di un gigante industriale – per es. la Microsoft Corporation – si relazionerebbe con un loro consulente. Lo convocherebbe, gli direbbe senza troppe storie “Prego si faccia avanti, ci dica”, lo ascolterebbe e poi “Bene, grazie, si accomodi”. Punto. E il consulente saluta e si mette da parte piccolo e secondario, per lasciare ai manager l’importante compito esecutivo. Ora, un pubblico di cittadini sani dovrebbe sentirsi come il management, cioè al centro del potere e delle decisioni, e gli odierni giornalisti/divi/esperti si dovrebbero ridurre al ruolo del consulente. Questo dovrebbero fare i Travaglio, Guzzanti, Grillo, Barbacetto o Gomez ecc.

Oggi purtroppo accade l’esatto contrario: il giornalista/divo/esperto troneggia, sentenzia e lancia il diktat, e il pubblico piccolo piccolo lo adora, lo ammira, e peggio, si raggruppa in fans club e ‘parrocchie’ dal seguito quasi sempre acritico. Ed è tristemente emblematico che l’immaginario colloquio che ho sopra descritto sia nella realtà di oggi esattamente il modo in cui, al termine della serata-dibattito con l’esperto/divo, viene invece accolto il pubblico quando chiede timidamente la parola: “Prego si faccia avanti, ci dica”, e poi “Bene, grazie, si accomodi”, cioè torni piccolo piccolo.

In questo modo la gente è solo sospinta a rimanere secondaria, cioè si annulla e non crescerà mai. Così l’Italia non cambierà mai. L’informazione italiana meno che meno.

Paolo Barnard

1) http://www.beppegrillo.it/2008/05/in_memoria_del_giornalista_beppe_alfano.html)

2) Corriere della Sera, venerdì 16/5/2008

3) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

4) Ripartire dal basso (subito). Centrofondi.it – L’economia per tutti. 21 sett. 2007

5) http://www.hrw.org/backgrounder/asia/afghan-bck1005.htm Military Assistance to the Afghan Opposition, Human Rights Watch, Ott. 2001

6) http://www.greenleft.org.au/2003/556/29437 John Pilger: Bush's `war on terror' is a cruel hoax, 1 Ott. 2003, Green Left Online

7) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

8) http://www.disinformazione.it/censura_legale.htm

9) http://polinux.altervista.org/index.php

10) Il business della diffamazione. Giovanna Corrias Lucente, Micromega, 29-06-2007

Commenti (34)

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    1. aritroso 8 luglio 2008

      Ho letto il tuo saggio sullo stato dell'informazione e seguito l'intervista su arcoiris in merito al v2 day. Ti ringrazio per aver fatto menzione delle contraddzioni e le forme di censura strisciante che accadono nel Regno Unito. Mi sembra che la censura legale di cui parli sia, in realtà diffusa in molti paesi occidentali che, in assenza di esempi di censura diciamo "diretta" od "autoritaria", diventano oggetto di un'ammirazione smisurata e, soprattuttto, disinformata da parte di noi Italiani. Io attualmente, studio giornalismo in Scozia e mi accorgo che, pur in assenza della "manleva", sono gli stessi giornali a fare un lavoro di scremazione pre-stampa che ha l'effetto di restringere e definire lo "scope" investigativo e di opinione dei giornalisti.
      Per quanto concerne la tua critica degli italici controinformatori; ho avuto anch'io il sentore che rappresentino una valvola di sfogo, un'opportunità per gli Italiani di demonizzare qualcuno di estraneo agli stessi ed, in particolare, de-responsabilizzarsi completamente delegando ai vari Ricca, Travaglio etc. la risoluzioni dei loro problemi. Credo che si respiri un'aria di subdolo neo-liberismo nella seconda proposta di Grillo, quella di cancellare i contributi pubblici ai giornali, dando ancora più potere agli inserzionisti con il rischio di fenomeni quali il "product-placement" o "status-placement" come avviene in tv. Anzi, sono proprio i contributi statali (mal direzionati, spesso immeritati, per carità) che consentono a talune pubblicazioni di godere di una condizione almeno semi-libertà. Se i giornali sopravvivessero soprattutto grazie ai contributi degli inserzionisti ed alle tasche dei loro padroni come si potrebbe esigere loro di criticare quest'ultimi. Un manigoldo che ti paga lo stipendio non è un manigoldo (per mal-parafrasare un detto di cui non ricordo l'autore).
      Farsesco che gli Italiani facciano il tifo per i giudici perché se non ce li mandano in prigione, certi politici, continueremo a votarli. Tristemente acritica l'abitudine di seguire determinati intellettuali e giornalisti, in maniera quasi religiosa con la consequenza che essi vengano esaltati come divi (in senso etimologico) e che si accetti tutto quanto dicano come veritiero, esatto, accurato, sacrosanto ovviamente il tutto finché non viene loro scoperto un qualche neo ed allora si butta tutto.
      Questa non è sete d'informazione.

      Con stima (mai acritica, però),
      a.ritroso

      http://incondivisibile.blogspot.com/

    1. sequenZattiva 28 maggio 2008

      Ho letto articolo e commenti.

      Non capisco che cosa c'entri se Barnard sia rancoroso o meno. Sono affari suoi del tutto personali e il rancore non è del resto una caratteristica negativa a priori, ma una reazione a un'ingiustizia che tutti nella vita abbiamo provato.

      Non mi pare proprio che l'autore sia ACCIECATO dal rancore come è stato scritto.

      Inoltre mi sono pure rotto le scatole di sentir dire che "è risaputo" che "si è scoperta l'acqua calda" che il mondo dell'informazione è corrotto e Barnard è un ingenuo.

      L'articolo è lucido e coglie nel segno.

    1. NerOscuro 22 maggio 2008

      Caro Barnard, ho appena iniziato a leggere "Perché Ci Odiano" data la positiva recensione che le ha fatto Cristiano Lovatelli Raverino ;-)e ho generalmente stima del suo lavoro. Anche questo articolo è bello, ma il suo punto di vista mi sembra quello di cercare di dividere e distinguire quel poco di antagonismo e controinformazione che esiste. Lei non gioca a chi è più puro, come qualcuno ha detto, ma al risveglio della coscienza di ogni singolo Italiano, che è persino peggio! Ci consiglia di essere dubbiosi, critici, netti ed anche attivi. Tutti appunti giustissimi e ben supportati, ma in definitiva le sembra un obiettivo fattibile? Gli uomini hanno bisogno di organizzarsi e costruirsi dei referenti che a loro volta sono imperfetti e soggetti alle stesse pecche di tutti gli altri, se non peggiori. Mi scuso per la banalità: è lapalissiano.
      Lo ha scritto: i leader rispecchiano come siamo. E per la maggior parte siamo mediocri. Una piccola minoranza di "virtuosi" (cui paradossalmente ognuno crede di appartenere) non cambierà nulla, nemmeno quando sarà pura come un diamante. Inoltre il potere, quello vero, ha già organizzato mille volte il dissenso per poterlo controllare e incanalare. Siamo in un immenso giardino d'infanzia, se guardiamo alla capacità di decidere le nostre vite. Quindi, se esiste una possibilità di cambiare le cose è in quel poco di organizzazione, magari fittizia, che riusciamo a darci con i leader migliori che riusciamo ad avere. Desacralizzarla può aiutare la dialettica, ma non è la soluzione, perché è sempre la massa l'unica forza delle idee alternative e nuove. Anzi, forse lei è più utile di quanto immagina al potere che vuole combattere. A volte si può solo coltivare la speranza di vivere abbastanza a lungo da vedere alcune di queste idee filtrare nelle stanze del potere, non dove sta il citofono. Ci conto, perché il mondo non è stato sempre così. Con stima

    1. Hassan 21 maggio 2008

      Quindi ricapitoliamo: i seguaci della Parrocchia Barnardiana contro i seguaci di tutte le altre Parrocchie (che ovviamente sono parrocchie "manovrate", e non sono Pure come quella Barnardiana).




      Aspetto impaziente il B-Day (Barnard-Day), così tutti i seguaci Barnardiani potranno riunirsi in grandi riti masturbatori per parlare male dei Grillini e dei Travaglisti, tutti "manovrati" e "gate-keepers".




      E tutto questo perchè Barnard non ha ricevuto "solidarietà incondizionata" quando ha avuto delle grane con la Gabbanelli.




      Se Grillo l'avesse invitato a parlare al V-Day (e quindi l'avesse tirato su nel carrozzone dei "Grillini"), probabilmente ora il Barnard (con i suoi scodinzolanti seguaci al seguito) non sarebbe su 'sto sito a scassare la minchia.




      Quelle che devono girare sono le informazioni non i "guru" o i "venerabili maestri" (come li chiama Blondet). Chiunque inizi ad accusare altri di essere "manovrati", o "massoni" o "gate-keepers", così a caso, senza portare prove (fatti documentati), ma solo per invidia (?), per me rientra nella categoria degli scassa-minchia. E di quelli della peggior specie, perchè con questo giochetto si rischia di finire nella trappola del "divide et impera", con conseguente immobilità di qualsiasi iniziativa solo perchè uno o più elementi si proclamano "più puri degli altri" e quindi creano fratture laddove potrebbero esserci delle alleanze elastiche, temporanee, utilizzabili di volta in volta per raggiungere determinati scopi.




      Mi ricorda un pò quella volta in cui, un paio d'anni fa, in una manifestazione contro la guerra organizzata da gruppi della sinistra (se la memoria non mi abbandona), cacciarono via dalla manifestazione il giornalista Massimo Fini e le persone al suo seguito nonostante questi stessero manifestando per lo stesso identico motivo.




      Erano stati cacciati perchè non erano "puri abbastanza".




      Ah... per chiudere, come diceva Antony Sutton, l'opposizione contro il NWO prenderà "un milione di forme differenti". Travaglio, Grillo, Giulietto Chiesa, Blondet, Fini... e altri, fanno parte di quel "milione di forme differenti". Barnard ci metta una pietra sopra, e se ne faccia una ragione.

    1. Hassan 21 maggio 2008

      Quindi ricapitoliamo: i seguaci della Parrocchia Barnardiana contro i seguaci di tutte le altre Parrocchie (che ovviamente sono parrocchie "manovrate", e non sono Pure come quella Barnardiana).




      Aspetto impaziente il B-Day (Barnard-Day), così tutti i seguaci Barnardiani potranno riunirsi in grandi riti masturbatori per parlare male dei Grillini e dei Travaglisti, tutti "manovrati" e "gate-keepers".




      E tutto questo perchè Barnard non ha ricevuto "solidarietà incondizionata" quando ha avuto delle grane con la Gabbanelli.




      Se Grillo l'avesse invitato a parlare al V-Day (e quindi l'avesse tirato su nel carrozzone dei "Grillini"), probabilmente ora il Barnard (con i suoi scodinzolanti seguaci al seguito) non sarebbe su 'sto sito a scassare la minchia.




      Quelle che devono girare sono le informazioni non i "guru" o i "venerabili maestri" (come li chiama Blondet). Chiunque inizi ad accusare altri di essere "manovrati", o "massoni" o "gate-keepers", così a caso, senza portare prove (fatti documentati), ma solo per invidia (?), per me rientra nella categoria degli scassa-minchia. E di quelli della peggior specie, perchè con questo giochetto si rischia di finire nella trappola del "divide et impera", con conseguente immobilità di qualsiasi iniziativa solo perchè uno o più elementi si proclamano "più puri degli altri" e quindi creano fratture laddove potrebbero esserci delle alleanze elastiche, temporanee, utilizzabili di volta in volta per raggiungere determinati scopi.




      Mi ricorda un pò quella volta in cui, un paio d'anni fa, in una manifestazione contro la guerra organizzata da gruppi della sinistra (se la memoria non mi abbandona), cacciarono via dalla manifestazione il giornalista Massimo Fini e le persone al suo seguito nonostante questi stessero manifestando per lo stesso identico motivo.




      Erano stati cacciati perchè non erano "puri abbastanza".




      Ah... per chiudere, come diceva Antony Sutton, l'opposizione contro il NWO prenderà "un milione di forme differenti". Travaglio, Grillo, Giulietto Chiesa, Blondet, Fini... e altri, fanno parte di quel "milione di forme differenti". Barnard ci metta una pietra sopra, e se ne faccia una ragione.

    1. cinthia 21 maggio 2008

      Caro Paolo,
      perdona la confidenza, ma sono due giorni che non faccio altro che prendere informazioni in rete sulla tua storia e ormai mi sembra quasi di conoscerti.
      Mi vergogno un po' del fatto che non sono mai venuta a conoscenza, fino alla pubblicazione di questo tuo articolo (meglio tardi che mai!), della tua storia pur seguendo assiduamente report e tanti altri siti d'informazione in rete. Ho letto ciò che hai scritto con profondo interesse e non ti nego di essere piuttosto sconvolta, non solo dai fatti in sé, ma soprattutto dall'atteggiamento delle persone con le quali sei venuto in contatto (vedi i vari travaglio, guzzanti, grillo ecc.). Ora, non sono certo così ingenua da pensare che questa gente sia pura come l'acqua sorgiva, ma sono ancora abbastanza idealista da sentirmi delusa e minacciata in prima persona, figuriamoci come potrai sentirti tu. Da quando ho saputo, ho già scritto diverse mail. La prima alla redazione di report, non mi frega se la pubblicano, voglio solo che la leggano. Un'altra a Dario Fò, forse penserai davvero che sia un'ingenua, ma giacché non lo hai citato nella schiera di quelli che ti hanno voltato le spalle, ci ho voluto provare. Inoltre ho fatto più di una segnalazione, inviando i link al tuo articolo e all'intervista di arcoiris, sull'unico blog in cui lascio commenti regolarmente perché unico (appunto!) nel suo stile di pacatezza, preparazione, ascolto e libertà d'intendimenti, e vale a dire quello del magistrato Felice Lima - Uguale per tutti.
      Non sono che una semplice cittadina, ma ti assicuro che m'impegnerò per fare qualsiasi cosa utile e ti offro la mia assoluta e incondizionata collaborazione, nonché il mio modesto appoggio.
      Certa che in una situazione come la tua qualsiasi forma di solidarietà può essere ristoratrice come il profumo di un fiore tra una montagna di letame, sono felice di potertela offrire riconoscendo in te e nel tuo percorso, tutta l'onestà etica ed intellettuale che amerei riscontrare in ogni giornalista.
      Sarei felice di mettermi in contatto diretto per offrirti attivamente appoggio, scelgi tu se e come sia opportuno.
      Con affetto e rinnovata stima.
      Cinzia Sbardella

    1. IVANOE 21 maggio 2008

      Ieri sera su teleambiente nell'editoriale di Mario Albanesi lo stesso ha criticato la trasmissione Report ( l'ultima in modo particolare ) e la sua conduttrice Gabanelli.
      Anche il sig. Albanesi che ritengo un'ottimo giornalista e soprattutto uno di quelli fuori dal coro e messo fuori gioco proprio per la sua abilità nel cogliere sempre il centro e dire le cose come stanno, si è accorto di qualche baco, anzi di puzza di bruciato che viene dalla trasmissione.
      Ossia una trasmissione che denuncia la facciata degli scandali ma non penetra all'interno del problema e di chi lo provoca e cioè è come se tale trasmissione fosse etero-diretta.
      Ritengo il sig. Albanesi sopra almeno una spanna ai vari Travaglio, Santoro ecc. ecc. e sarebbe interessante se P. Barnard si confrontasse con lui su certi temi.

    1. BarnardP 20 maggio 2008

      Cari amici, voglio solo dirvi che leggo scrupolosamente tutto quello che scrivete e vorrei tanto rispondere a tutti con le mille provocazioni che mi sorgono. Ma non ce la faccio, la mia giornata ha i limiti di tempo che tutti abbiamo. Grazie di scrivere, leggerò ogni commento finché arriveranno. Vostro B.

    1. Egon 20 maggio 2008

      grazie per il link ora vado subito a vederlo
      e per non essere da meno questo è l'indirizzo del mio sito
      e di molti altri giovani e non che amano la creazione, sopratutto letteraria, senza scopo di lucro: www.esseriumani.com

    1. GioCo 20 maggio 2008

      Caro Barnard,
      il tuo punto di vista mi sembra piuttosto chiaro, ma omette troppe cose troppo importanti, finendo per diventare semplicistico al pari di ciò che denunci.
      Affermo ciò non per partito preso ma perchè ben prima che tu denunciassi pubblicamente questa prospettiva, avevo un identico pensiero: gli italiani hanno l'italia che si meritano.

      Certo, non credo d'essere arrivato per strade equivalenti alle tue: è da quando ricordo di essere una persona che studio incessantemente gli umani e le loro dinamiche sociali, per i problemi che mi porto dietro che mi impongono tali analisi.

      Ma è da diversi anni ormai che ho cominciato a scavare molto più a fondo nella realtà globale e ho cessato di ragionare in quel modo perché mi sono reso conto che ci sono troppi e macroscopici limiti in quel ragionamento che non a caso viene percepito dalla maggioranza come ottuso (lo dico non riferito a te ma alle critiche che mi venivano rivolte a mia volta quando lo sostenevo).

      Cominciamo con un dato inequivocabile: la TV non c'è mai stata, la TV è un fenomeno di massa dalla portata inimmaginabile di cui non si ha nessuna notizia nella storia umana. Però non si tratta di un fenomeno casuale iniziato per caso in un momento qualunque, ma un fenomeno pilotato e diffuso a partire da un momento storico preciso: la fine della seconda guerra. Dico "preciso" ed ovviamente mi riferisco territorialmente all'europa e in specifico all'italia, perché la diffusione nel mondo è avvenuta a macchia di leopardo iniziando (non a caso) negli USA, dove permane la situazione caotica dal carattere sperimentale. Daltronde in america si usa così, bomba atomica inclusa: prima si sperimenta su suolo americano sulla pelle degli americani, quindi si sperimenta sulla pelle di tutti gli altri, con crescente capacità offensiva ed esperienza. Quindi bisogna stare molto attenti quando si parla oggi di tendenze di massa, perché non stiamo parlando di formaggini, ma dell'uso di armi e di strategie militari a fini economici.

      Ora veniamo in specifico all'italia: premesso che le divisioni mi urtano e che tendo a non dividere nulla a priori, dire che l'italia si riduce al popolo dei credenti cristiani e dei mafiosi è davvero miope. Le realtà spaziano da forti comunità laiche e dal forte senso civico, ad altrettante realtà combattive e antitetiche alla cultura mafiosa: essere oggi contro un sistema pervertito è un atto di coraggio che non può essere in alcun modo sminuito, da nessuno. Se esistono i Saviano e i Travaglio e hanno spazio per diventare famosi, ben venga la loro voce, anche sapendo che non cambieranno nulla.

      Però è anche vero che queste realtà controcorrente, che lottano da sempre per un italia migliore, hanno avuto e hanno tuttora poca e quasi nulla risonanza: dei cento alla volta che potevano emergere solo qualcuno gode di quella fortuna.

      Chi comanda e ha le leve per decidere, sa da ben prima di noi, che non occorre "costruire" la strada per "pilotare la ragione", basta prendere ciò che mai manca ad un popolo e selezionarlo. Se si tratta poi dell'inghilterra, un impero da poco (storicamente) ridimensionato (almeno nelle apparenze), non deve soprendere che "il meglio" stia lì: si seleziona qualcosa di meglio perché i vari "paolo barnard" possa no dire "guardate come fanno lì e rendetevi conto di quanto siamo inferiori".
      In sostanza Barnard, senza volerlo (te lo dico con l'affetto e la stima che si può avere per una persona buona, quale credo tu sia) suggelli un principio razzista.

      Torniamo all'italia: chi fu a permettere alla mafia in Sicilia di riaversi dopo la spettacolare batosta presa dal celeberrimo "prefetto di Ferro", il noto Cesare Mori?
      Anche questo è noto: Lucky Luciano, ben lontano dalle più sfortunate vicende di Al Capone e con la storia a raccontarci dei rapporti con la mafia e la CIA (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=14787) fu di fatto l'avanguardia ideologica che gettò le basi della particolare vitalità della criminalità organizzata nostrana e gli intrecci dei poteri più o meno occulti, di cui il paese è rimasto pregno per tutta la sua storia moderna e di cui innumervoli atti giudiziari parlano apertamente.

      Adesso caro Paolo ti chiedo: ma il piccolo italiano medio, che per lo più ha origini contadine e semplici, e in qualche caso medio borghesi ma non meno semplici nel pensiero (questa è una società che deriva dai lunghi periodi di dominazione straniera) che cavolo centra con tutto questo ?! Cosa può essere se non il prodotto di perpetue, schiaccianti e umilinati vessazioni da parte di chi ha sempre voluto "insegnarci la Cultura e la Democrazia" e che ha un animo nero come la notte e putrido come le fogne ? Non ti sovviene l'eco di miglioni di altre realtà nel mondo, dalla fine che fecero i popoli andini e dell'america centrale a quelli Africani ?
      Sempre lo stesso putridume, prodotto dallo stesso tipo di deformità mentali.

      Certo, a noi è andata un pochino meglio, vuoi perché a parte le miniere di carbone in Sicilia, non c'era gran che da spremere in questa terra del nulla, a parte il romantico ricordo di un passato glorioso (da spogliare come fu fatto per mille altre realtà storiche nel passato dai dominatori sui dominati), vuoi perché non eravamo particolarmente pericolosi (l'unità del paese fu una forzatura ideologica e culturale costruita a tavolino su basi puramente economiche e sulla pelle dei siciliani) vuoi perché un territorio colonico unico e compiacente era più controllabile di diversi territori storicamente più indipendenti.
      Ancora una volta giochi internazionali, ancora una volta l'ombra del potere e degli interessi alieni agli italiani. Come da secoli ormai, ma più che nel passato dove il papato era un almeno un prodotto diretto del nostro antico fasto. Non che mi manchi (ci tengo a precisarlo), ma era già quello solo un avanzo di fasti più antichi e ben più forti. Poi, gradatamente, più nulla.

      Allora torno a chiedere, cosa centrano in tutto questo gli italiani ? Perchè accanirsi a definire questo popolo per quello che è, se si tratta meramente di un prodotto storico di interessi criminali, come ogni altra parte del mondo civile conosciuto ? Perchè devo pensare che "qui" sia meglio che "lì" o viceversa, se si tratta di realtà costruite apposta per farmi pensare in questo modo, dalle stesse persone che hanno realizzato il "qui" e il "lì", per profitti, scopi e usi che non hanno niente a che fare con me, con il mio passato e i miei affetti e dove avrò forse, meno di un miliardesimo della compartecipazione ?

      Perché mi devo scaldare per battaglie che non sono le mie ?

      Con sentita Stima.
      LameFarmer

    1. Hassan 20 maggio 2008

      Da Megachip:




      http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5903

    1. Hassan 20 maggio 2008

      E' colpa di tutti noi.
      E quindi anche di Barnard.

      Oppure il sig. Barnard se ne tira fuori e si propone... come Leader ?

      Perchè le sue continue critiche a Travaglio, Grillo e altri sembrano più che altro lo sfogo di un invidioso. Invidia per le masse che quei due hanno dietro. Sicuramente, se Barnard riuscisse a riempire anche lui uno stadio con persone che lo ascoltano, farebbe anch'egli "parrocchia"... questo perchè "fare parrocchia" è insito nella natura degli esseri umani. Almeno Travaglio propone cose concrete per migliorare un pò la qualità della vita in Italia, Barnard invece è la solita persona iper-ideologizzata che ripropone la solita arietta fritta di utopie che mai e poi mai si realizzeranno in questo pianeta.

    1. Hassan 20 maggio 2008

      Ti sei iscritto oggi ? Strano hai solo due messaggi come commento agli articoli... e caso strano giusto per difendere barnard... mi sa che chi ha paura (delle critiche....) sei tu e Barnard...

    1. Hassan 20 maggio 2008

      Concordo al 100%.

    1. indopama 20 maggio 2008

      Caro Xeno,
      non sono certo qui a difendere Barnard che lo sa fare di sicuro meglio da solo ma e' ovvio che sono cose che lui avra' detto almeno cento volte.
      solo che per il popolo col cervello infilato dentro al tubo catodico ne servono almeno diecimila.... averne dei Barnard !!!
      e non stiamo a parlare delle sue rogne, quelle sono sue e se le sbriga lui.
      parliamo piuttosto, se ci sta a cuore, della sostanza del suo discorso.
      e' sempre colpa degli altri?
      ci sono 60 milioni di italiani e qualche migliaio di politici, e' sempre e solo colpa di quel migliaio?
      allora se gli altri milioni non contano niente vuol proprio dire che valgono poco, io e te compresi.
      ma ce lo abbiamo ancora un po' di orgoglio?
      cosa vogliamo lasciare ai nostri figli?

    1. marzian 20 maggio 2008

      Santoro...

      http://kelebek.splinder.com/post/15451885/L'abolizione+dell'Occidente

    1. marzian 20 maggio 2008

      Se per caso non c'eri già capitato, ti segnalo il mio blog:

      http://scuolalibera.blogspot.com/

    1. Marcusdardi 20 maggio 2008

      L'articolo è molto interessante e piendo di grandi riflessioni. certo per poter dire sono d'accordo oppure per far critiche bisognerebbere essere altrettanto preparati e anche del mestiere.
      In linea di principio trovo giuste le affermazioni di paolo Barnard.
      Viaggio all'estero per lavoro da 25 anni e sono d'accordo sul concetto di Italia delle parrochhie e delle mafie. Dobbiamo ancora crescere in senso collettivo di civiltà.
      Sono daccordo sulla condanna dei guru che diventano a loro volta membri dello star system.
      L'articolo è lunghissimo e forse sarebbe meglio farli molto brevi gli interventi o spezzettarli, anche per poterli meglio assorbire.
      Tante analisi mi trovano d'accordo.
      Più di tutto apprezzo il consiglio che dovremmo agire secondo coscienza, che raramente ci mente, e chiudere questa tv spazzatura.
      grazie
      Marcus

    1. Xeno 20 maggio 2008

      Finalmente lo hai capito anche tu Paolo Barnard come stanno le cose.
      (meglio tardi...)

    1. Lestaat 20 maggio 2008

      Sig. Barnard
      Sono oltre 30anni (giusto per rimanere a questa repubblica) che si tenta di "parlare a quel 99% di italiani" se non se n'è accorto.
      E ormai sappiamo bene quale è il risultato: il NULLA.
      La verità è strumento indispensabile per poter decidere, per essere coscienti, ma pur essendo necessaria, non è condizione sufficiente. Il rancore intelligibile nelle sue parole è condivisibile e comprensibile, ma, mi lasci dire, la acceca un po'. Il suo modo di generalizzare, di classificare così categoricamente i suoi colleghi e le persone in genere è tutt'altro che lucido e del tutto fuorviante rispetto ai reali problemi della società.
      Ci sono ruoli, posizioni, interpretazioni diverse nel desiderio di comunicare i fatti. Secondo lei, quali, tra i meraviglisi articoli di Antonella Randazzo o di Meyssan e le, se vogliamo unilaterali e monotematiche, relazioni di Travaglio o i servizi, a suo dire autofiltrati, di Target incidono di più nel risveglio delle coscienze? E i caciaroni discorsi di Grillo?
      Non che con questo si debba evitare ogni critica alla Gabanelli o a Grillo o a Travaglio, ovvio, ma che siano critiche non volte, come le sue, al fare di tutta un erba un fascio, perchè una volta sottolineati i loro limiti, diventa un esercizio di stile, un esame di "purezza" del tutto inutile e sciocco. Nessuno, tra chi è disposto a mettere in discussione la realtà che lo circonda, vede in Travaglio, o Grillo o ancor meno nella Gabanelli l'unica speranza di uscire da questa schiavitù alla demagogia, chi prende come "Guru" Grillo non è soltanto chi ha cambiato "padrone delle proprie idee", e non qualcuno che ha iniziato ad osservare il mondo in un altro modo. Chi invece ha un minimo di senso critico si rende perfettamente conto delle possibili influenze, dei possibili giochi di potere anche dietro a tali personaggi. Ma nessuno è immune a ciò, nemmeno lei, nè io, nè nessun altro. Tutti rispondiamo ad un idea di mondo che può essere anche profondamente diversa dalla sua o la mia. Non per questo quello che lei scrive, così come quello che scrive Travaglio, o ciò che divulga la Gabanelli, perdono di valore. Quello che lei sembra non capire, è l'inutilità e, anzi, l'essere controproducente alla verità, semplificare con etichette inutili un mondo che è molto più complesso e che chi è disposto a comprenderne il senso non ha bisogno delle sue ramanzine mentre chi non è disposto non lo farà mai e poi mai. Dopo l'11 Settembre 2001 dovremmo aver compreso questa realtà, e il suo agire in questo momento, sembra invece dimostrare che lei è il primo a non aver capito. Alla gente non interessa la realtà, quel che importa loro è trovare una spiegazione che plachi la sensazione di impotenza e ineluttabilità per un futuro difficile. E, visti i suoi toni e il suo evidente rancore, non faccio nemmeno fatica a comprendere la Gabanelli sinceramente. Non che lei abbia torto, ma l'ingenuo stupore con il quele lei sembra essersi reso conto della non-libertà del giornalismo italiano è, appunto, ingenuo, e lascia perplesso me, quanto credo la Gabanelli, la sua pretesa di poter fare qualcosa, e soprattutto la sua pretesa che la Gabanelli avrebbe dovuto "combattere al suo fianco per una libera informazione". E' un idea sciocca e ingenua del mondo del giornalismo italiano cui nessuno crede. Se la Gabanelli avesse preso le sue difese come lei avrebbe voluto, se Travaglio parlasse della massoneria come si vorrebbe, se Grillo battesse forte il chiodo delle banche....non saremmo più liberi noi e non sarebbero più liberi loro, semplicemente sarebbero meno incisivi anche loro, quando addirittura non trombati del tutto come sta accadendo a Travglio in questi giorni. Con questo non voglio dire che sono dei puri d'animo, ma semplicemente che quello che sono loro è del tutto irrilevante. Malafede o buonafede è irrilevante per la "verità". Fanno il loro mestiere in questo ambiente di merda che è il giornalismo italiano, ed è apprezzabile che lo facciano bene, per giudicare poi i fatti e darne una interpretazione giusta ho il mio senso critico, che non sposa nessuno, ne la Gabanelli, ne Grillo, ne Travaglio e, senza offesa, ma nemmeno lei e il suo rancoroso modo di etichettare e semplificare una realtà complessa.
      Con simpatia, Lestaat

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