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LIBANO DEL DOPOGUERRA: A CHI LA RESA DEI CONTI?

Fallita la “rivoluzione dei cedri”, le provocazioni dinamitarde, l’invasione israeliana, colonialisti e proconsolati ricominciano daccapo

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea

Subita la sconfitta a nome di tutto l’Occidente in
piena ola di revanche colonialista, Israele e i suoi complici, intimi o
dalemianamente “equivicini”, come è equivicino un leone a un ghepardo e a una
gazzella, hanno ricominciato da dove erano stati interrotti: dal terrorismo. Il
14 febbraio 2005, con la supertecnologica bomba che aveva polverizzato il boss
libanese Rafiq Hariri e il suo seguito, Israele e gli Usa avevano inteso
innescare quella “rivoluzione dei cedri” che, sul modello delle
destabilizzazioni finanziate dalla succursale Cia, NED (National Endowment for Democracy), in
Serbia, Ucraina, Georgia e fallite in Venezuela e in Uzbekistan, avrebbe
dovuto, a forza di pogrom confessionali, bloccare l’avanzata demografica e
politica delle formazioni scite e di sinistra e restaurare quell’avamposto libanese
del dominio euro-israelo-statunitense, funzionale al progetto neocon del “Nuovo
Medio Oriente”.

Dopo che questo complotto è stato sventato dalla risposta di
massa, sebbene sostenuto da una ONU che aveva incaricato delle indagini un
magistrato tedesco, Detmer Mehlis, già noto per la sua vicinanza alla Cia e del tutto
squalificato da testimoni antisiriani pagati dagli Hariri ma poi ravvedutisi,
si è passati alla maniere forti. Ed è stato l’assalto dei 33 giorni. Fallito
anche quello, le forze coalizzate di Israele, dei neocolonialisti europei
travestiti da Unifil e degli Usa, tentano di recuperare il terreno perduto
tornando al vecchio schema del terrorismo interno. L’uccisione, il 21 novembre
2006, dopo una serie di altri

misteriosi attentati omicidi in varie direzioni, di Pierre Gemayel,
ministro nel governo fantoccio di Fuad Sinora, capo della Falange, figlio
dell’ex-presidente Amin Gemayel, insediato dagli israeliani nel 1982 e nipote
del fondatore di quel partito neonazista, Pierre, avrebbe dovuto scatenare quel
conflitto interconfessionale – cristiani maroniti di destra, movimento “Futuro”
del clan Hariri, Drusi del feudatario Jumblatt, da una parte, Hezbollah, Amal,
nasseriani e cristiani patrioti del Generale Michel Aoun, dall’altra – che non
era scaturito dall’uccisione di Hariri e dall’aggressione israeliana.
L’ennesimo complotto antinazionale, al quale guardano con vorace speranza,
oltre a israeliani e statunitensi, i circoli dirigenti francesi, tedeschi e
italiani, è nuovamente bloccato dalla reazione popolare, questa volta di
dimensioni senza precedenti, imbattibile. Due milioni di hezbollah, affiancati
dagli alleati delle sinistre, vale a dire metà della popolazione del Libano,
affollano la piazza centrale ” dei martiri” e assediano l’illegittimo
governo Siniora sulle alture del
Gran Serraglio. E’ come se in Italia, contro l’occupazione statunitense di
Vicenza, arrivassero in piazza 24 milioni di italiani. Quale governo reggerebbe
non spalleggiato dalla VI Flotta?
Dal 1. dicembre 2006 a tutto gennaio dura il blocco. Alle forze occulte dello
stragismo non rimane che riprendere, a forza di attentati contro civili, la
strategia della tensione, tanto famigliare agli italiani Ma il leader
Hezbollah, Nasrallah, neanche stavolta cade nella provocazione: Ne potranno ammazzare mille di noi, ma non spareremo
mai contro i fratelli libanesi.

La legittima e logica richiesta delle opposizioni è
neanche un cambio di maggioranza, ma un governo di unità nazionale in vista di
nuove elezioni, giustificate, anzi esatte, dalla mutata situazione demografica
e politica. La richiesta è chiaramente nell’interesse del paese alla luce del
fatto che sono state le masse popolari guidate dall’opposizione a difendere,
nella totale inerzia dello Stato (anzi, nella sua complicità. Vedi il blocco
dei rifornimenti di armi ai resistenti bloccati da Sinora durante il
conflitto), il paese dalla rinnovata aggressione israeliana, e anche
considerando lo stato di drammatica emergenza in cui si trova un paese
totalmente da ricostruire e da riavviare a una normale vita politica,
economica, sociale. Di fronte a una richiesta basata su incontestabili
fondamenta democratiche e razionali, oltre a tutto sostenuta in piazza e con
scioperi generali dalla maggioranza della popolazione, il regime e i suoi
sponsor internazionali non hanno che la consueta risposta delinquenziale. A
metà febbraio riprendono gli attentati terroristici, questa volta rivolti,
all’irachena, contro civili uccisi nel mucchio, preferibilmente nel settore
cristiano, ovvia provocazione e tentativo di sobillare la società cristiana e
di richiamare all’ovile i cristiani schieratisi con le opposizioni
patriottiche, creando nel loro immaginario l’immagine di un mondo musulmano
inconciliabile, terrorista e barbarico. Succede intorno alla nuova
mobilitazione di massa che la coalizione di destra, “14 marzo”, allestisce per
contrastare la fortissima pressione del seguito di Hezbollah e dei suoi
alleati. Il confronto è tra due milioni di libanesi che chiedono unità e
sovranità nazionale e alcune centinaia di migliaia di “governativi” che,
istigati dai nemici del paese, si affannano a rinnovare una guerra civile in
cui la forza delle alleanze internazionali e l’armamento fornito alle milizie
di destra dagli Usa possano prevalere sulla volontà di massa dello schieramento
patriottico. La partita resta aperta.

Un governo
incostituzionale, ma legittimo per Bush, Chirac, Merkel, Ratzinger, D’Alema,
Prodi, salmerie varie

Intanto i governanti del centrosinistra italiano
continuano a sprofondarsi in riconoscimenti al “legittimo governo libanese”. Al
punto che, quando Sinora nella conferenza “Parigi 3”, nel febbraio 2007,
rimedia qualcosa come 8 miliardi di dollari dai paesi donatori, D’Alema non si
perita di proclamare che tali aiuti (prestiti) andranno esclusivamente al
governo Sinora, implicando che se Hezbollah dovesse arrivare al potere, il
Libano farebbe la fine della Palestina governata da Hamas: neanche un tozzo di
pane. Ma è legittimo l’attuale governo libanese? Sarebbe una buona domanda da porre da parte di qualcuno di quella
categoria che in Italia insiste a definirsi “di giornalisti”. Se l’è posta – e
ha risposto correttamente – il solo Stefano Chiarini. Da quando lo abbiamo
perduto, neanche “il manifesto” se la pone più. Nel 1932, sotto mandato
francese, si fece un censimento dal quale risultarono maggioritari i cristiani
e minoritari gli sciti e i sanniti. Fu l’ultimo censimento. Da allora
governanti e mallevadori esteri si guardarono bene dal rifarlo. Neanche
settant’anni dopo quando erano arrivati 400.000 “ospiti” sunniti palestinesi e
la bilancia demografica si era ampiamente spostata verso la prolifica
maggioranza musulmana e, particolarmente, scita calcolata in un 70%. Già questo
dato avrebbe dovuto far rivedere una costituzione che i francesi avevano
ritagliato sulla misura della classe proconsolare borghese e feudale. Ma a
rendere del tutto illegittimo l’attuale governo libanese concorrono fattori
ancora più concreti. Gli accordi di Taif che nel 1992 posero fine a 17 anni di guerra
civile, avevano prodotto una normativa per la quale ogni governo del paese
avrebbe dovuto includere le rappresentanze – per quanto, secondo l’antica
costituzione, inique numericamente ai danni degli sciti – di tutte le
componenti etnico-confessionali. Quando, all’indomani dell’aggressione
israeliana, il gruppo Hariri-Siniora, più capibastone sunniti e drusi, risolse
di votare a favore sia di un
tribunale Onu sull’assassinio Hariri, a evidente condizionamento
imperialista, che avrebbe dovuto rilanciare la già screditata pista siriana per creare la giustificazione a
una guerra a Damasco, sia di un piano economico ultraliberista imposto dai
paesi “donatori” e dagli organismi internazionali con la previsione della
privatizzazione di ogni servizio pubblico e garanzie di svendita ai
prestatori-investitori-ricostruttori multinazionali, l’opposizione parlamentare
si oppose. Anche perché con l’adozione dei precetti di Parigi,
ricattatoriamente imposti in cambio dei crediti, si sarebbe rafforzata la
polarizzazione tra un piccolo settore del paese ricchissimo e tutto il resto
ridotto a ulteriore povertà ed emarginazione. E si sarebbe predisposta una
perpetua insolvibilità dello Stato, alla maniera con cui si sistemano i paesi
del Terzo Mondo retti dal Fondo Monetario Internazionale. Vedendosi del tutto
ignorata da chi si accingeva a collaborare a nuovi conflitti e alla riduzione
del paese alla mercè dell’FMI, della Banca Mondiale, del neocon Wolfowitz e dei
capitalisti predatori europei, l’opposizione ritira la sua rappresentanza dal
governo e dal parlamento. Si dimettono i ministri hezbollah, quelli di Amal e
quello del generale Aoun. A quel punto il governo è costituzionalmente
illegittimo. Ma si manifesta in piena luce la schizofrenia dei nostri
governanti e relativa opposizione di centrodestra quando, avendo rifiutato di
relazionarsi con il governo legittimo palestinese di Hamas,
democraticissimamente eletto (non come in Occidente…), insistono per
riconoscere e appoggiare invece l’illegittimo governo libanese. Chi parla di
due pesi e due misure?

Neutrali verso
tutti, ma un po’ più neutrali verso gli uni

Con tutto ciò, in Italia le sinistre continuano ad
affiancare D’Alema e Prodi nel loro sostegno al governo Sinora e a sostenere il
ruolo pacificatore delle “forze di interposizione” Unifil, ora sotto comando
del Gen. Graziano (riecheggia sinistro un Graziani maresciallo: nomen omen?), veterano nientemeno che
dell’Afghanistan “pacificato”. E insistono a giurare sulla “neutralità” del
contingente italiano. Ma l’equazione non torna. Davanti ad alleati intimi come
gli Usa e Israele, legati all’Italia da patti e contratti militari, ora anche
all’interno della Nato, che non fanno che ripetere la necessità di eliminare i
“terroristi” di Hamas e a sostenere a spada tratta il Karzai libanese, Siniora
, abbiamo un governo, un presidente del Consiglio e un ministro degli esteri,
corredati del loro seguito fintosinistro, che non divergono di un millimetro
dal solco tracciato da Washington e Tel Aviv. Si ricorderà l’estrema umiliazione
nazionale di quel Romano Prodi che, beccato fuorionda da un veloce cameraman,
in privato si sprofonda davanti ai secchi ordini del capo israeliano. Olmert
gli ingiunge di esternare tre cose alla successiva conferenza stampa,
conclusiva della sua visita in Italia: ribadire che la questione palestinese è
solo una questione umanitaria (come quella del Kosovo e dell’Iraq. n.d.r.); non
parlare di profughi palestinesi (cioè di cinque milioni su otto e mezzo);
affermare il carattere ebraico dello Stato di Israele. Mezz’ora dopo, belando,
il nostro capo del governo ripete esattamente quelle cose, come fossero sue,
compresa l’aberrante riconoscimento, per la verità farfugliato con visibile
imbarazzo, del carattere razzista, cioè ebraico, di uno Stato in cui il 20% della popolazione è araba e
dalle cui terre è stato cacciato oltre metà del popolo palestinese. Contendendo
poi ai francesi il ruolo del secondo violino nella sinfonia del Nuovo Medio Oriente, con scelta di stile
berlusconiano da Bucarest, Prodi inietta nel già martoriato corpo del Bel Paese
l’ukaze “seconda base Usa a Vicenza”, con tanto di 173. Divisione
aerotrasportata pronta ad avventarsi su qualsiasi obiettivo-canaglia che la psicopatia criminalis occidentale gli
vorrà indicare.

Così, mentre ci si flagella con imposizioni demenziali
e del tutte strumentali, tipo appendersi al collo, negli aeroporti, buste
trasparenti con dentro la novalgina e il callifugo, e ci si impongono
telecamere onnipresenti e tintinnar di manette generale a difesa dal terrorista
dietro l’angolo, si regala al compare di genocidi una base che, a rigor di
vulgata terroristica tanto bushiana quanto manifestaiola, non potrebbe non
costituire per eventuali nemici bersaglio privilegiato, o causa di altri
bersagli, in mezzo ai nostri corpi e alle nostre case. Conclusione: Bush, Olmert e Chirac, i
tre grandi in commedia, si venderebbero madre e figli pur di mantenere in piedi
Fuad Siniora, garante della ricolonizzazione e della “normalizzazione” dei
territori contigui, e pur di liquidare Hezbollah e alleati. Come succede in
Iraq, a confessioni invertite, con i sunniti, cuore della Resistenza. Il
succedaneo di seconda classe dei Tre Grandi, ascaro italico sempre volenteroso
purchè lo accompagnino le vivandiere Ong, si professa neutrale e pacificatore,
ma abbracciato al grande partner, gli fa condurre la danza di Vicenza, Camp
Darby, Sigonella, Taranto, Aviano, Verona, Nato, Sardegna tutta e del trattato
di collaborazione militare con Israele.

Come si può soltanto immaginare che alle professioni
di neutralità, e quindi di divergenza netta dai maestri di ballo, si possa dar
credito? Il sillogismo è il solito: gli Usa e Israele sono nemici di Hezbollah,
noi siamo amici di Usa e Israele, Hezbollah è nostro nemico. Ora deve succedere
solo questo. A forza di complotti destabilizzatori, provocazioni attribuite
all’opposizione (e Israele ha già incominciato penetrando, impunito da Unifil,
in territorio libanese e “trovandovi” ordigni Hezbollah dei tempi della guerra,
ma definiti ” di adesso”, sorvolando e tentando di rapire dirigenti Hezbollah),
attentati terroristici assegnati un po’ siriani e un po’ agli iraniani, il governo delle destre,
incoraggiato dalla “comunità internazionale”, proclama un qualche stato
d’emergenza e chiama in soccorso alla “legalità istituzionale e
costituzionale”, oltre ai nuovissimi pretoriani del premier, addestrati e
armati dagli Usa, cioè dall’armiere e protettore dell’invasore storico, il
contingente Unifil, invocando la risoluzione 1701 che impone il disarmo di
Hezbollah e dei palestinesi. Date le premesse della nostra classica
“equidistanza” tra leone e gazzella (quando mai siamo stati dalla parte della
gazzella?), possiamo immaginare cosa faranno i nostri Arditi Incursori in
baschetto blu. Se riusciranno ad aprirsi la strada verso Siria e Iraq e magari
domani verso l’Arabia Saudita, in fibrillazione sunnita per il dilagare
irano-scita, è parecchio dubbio.

Non è in dubbio, invece, un bagno di sangue,
giustificato con la schematizzazione applicata dalla corporazione dei sicofanti
mediatici dei “filosiriani” contro gli “antisiriani”, contrapposizione del
tutto deformante e irrealistica visto che si tratta della più classica delle
lotti di classe. Come in tutti gli scenari di guerra e nei relativi riflessi
sulle politiche interne di repressione e militarizzazione. I collaudi sono in corso in Iraq e a
Gaza. Prolungherebbe l’attesa per
la miriade di Ong che, ancora non sazie del pasto kosovaro a base di bordelli e
traffico di donne, bambini e organi, si erano prenotate per il banchetto
libanese. Ne parla con benevolenza umanitaria Giuliana Sgrena del “manifesto”.
Le vorrei ricordare quello striscione, appeso da libanesi che tutto hanno
capito nella zona delle grandi banche internazionali: “Non uccideteci, non aiutateci”! Intanto tecnici e
scienziati del Comitato Europeo sul Rischio Radiazioni, analizzati campioni di
terra prelevati dai crateri delle bombe israeliane a Khiam e altrove, rivelano
“uranio radioattivo proveniente da un nuovo tipo sperimentale di arma utilizzato
dagli israeliani”. Come in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia (e attorno ai
poligoni sardi), si deve continuare a morire per secoli. Popoli di troppo.

Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
14.02.2007

Pubblicato da God

  • remo

    Forze sciite e di sinistra? Ma almeno quando uno scrive capisce quello che dice?

    Le forze cosiddette di opposizione sono di fatto due: gli sciiti di Hezbollah, musulmani e i cristiani maroniti del generale Aoun, cristiani appunto. Dove starebbe la sinistra? Questi commentatori vedono rosso dapperutto, soprattutto in funzione antimericana. Ma oggi la sinistra è del tutto collaterale agli USA e Israele facendo a gara di servilismo. In Libano invece si è sancita un’alleanza nazionalista fra musulmani e cristiani che costituisce un messaggio molto chiaro: non si faranno trascinare in una nuova guerra civile per gli interessi di lorsignori.

  • nello

    Kurtlar vadisi.
    film da vedere per capire .