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L’Europa, pur indifesa contro le crisi economiche, forzerà comunque la Brexit no-deal?

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Gli “Dei del ciclo economico globale” hanno cospirato per aiutare Boris Johnson.

Conseguenza della sua spiccata abilità politica, il “tanto peggio” equivale al “tanto meglio” per la sua leva negoziale.

Mentre Boris consegna a Bruxelles la sua proposta da “prendere o lasciare”, l’Eurozona ha le spalle al muro — la Germania è in recessione e la crisi industriale europea va approfondendosi.

La BCE, inoltre, è incerta ed esausta, qualsiasi siano le possibilità teoriche di uno stimolo monetario estremo.

L’importante svolta di questa settimana è il crollo dell’Indice Manifatturiero ISM negli Stati Uniti. A settembre, i nuovi ordini all’esportazione sono scesi al minimo da marzo 2009.

Le guerre commerciali di Donald Trump lo stanno improvvisamente raggiungendo.

La Federal Reserve ha peggiorato le cose riducendo troppo il suo QE — contro i veementi avvertimenti dei mercati: 2.200 miliardi/usd di “pronti contro termine” — e privando il sistema finanziario mondiale della liquidità in dollari.

Da luglio l’indice ponderato Nowcast della crescita globale è in calo, quasi ad ogni settimana.

A Wall Street e nelle borse europee c’è un’atmosfera molto brutta. Le linee cruciali del supporto tecnico stanno sgretolandosi.

Michael Wilson, il guru dei mercati azionari della Morgan Stanley, ha detto che il lancio fallito delle azioni WeWork potrebbe essere stato il proverbiale “campanello d’allarme”:

“Stiamo passando dalla percezione che si tratti della fase finale del ciclo rialzista, alla convinzione che siamo invece alla sua fine. Ma cos’è che sta finendo? I giorni del capitale infinito per le imprese non redditizie”.

L’eurozona è paralizzata. Il patto di stabilità, il patto fiscale e l’apparato della contrazione fiscale — scritti nei Trattati e nell’Acquis dell’UE — la rendono cronicamente incapace di generare una domanda interna.

Conta su quella anglosassone e cinese per restare a galla. Ma nessuno di questi due blocchi sta collaborando.

La domanda che i leader dell’UE dovrebbero porsi, piegati sulle mappe di “Fermanagh and Tyrone”, nel tentativo di comprendere la complessità dei “due confini” di Boris, è ovvia: “possiamo rischiare l’errore” — non forzato, anzi, scelto — “di una Brexit no-deal sullo sfondo di tutto il resto”?

Le recessioni colpiscono chi ha nuotato nudo sulle acque schiumose dell’alta marea facendo scattare la reazione della catena finanziaria, con i creditori che si fanno prendere dal panico e staccano la spina.

Il peggio, quindi, arriva prima che il triste processo di pulizia ciclica abbia fatto il suo corso. Le recessioni sono episodi notoriamente non lineari.

Contro questo pericolo incombente c’è l’ostinata illusione, fra le élite dell’UE, che l’Eurozona abbia lasciato alle sue spalle i travagli delle crisi dell’UEM dal 2008 al 2016 — l’età oscura della disoccupazione giovanile al 50% in tutto il Sud Europa, già dimenticata dagli ardenti sostenitori britannici dell’UE.

La depressione economica, complessivamente, è stata peggiore di quella degli anni ’30.

Questa settimana il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha affermato che gli euro-oppositori sono stati smentiti e i “sovranisti” sconfitti. Ma sarà la storia a deciderlo, Sig. Draghi!

Ashoka Mody — autore di EuroTragedy ed ex Responsabile dei “salvataggi” del FMI in Europa — ha affermato che l’eurozona è ancora bloccata nel suo pantano deflazionistico.

Ha scambiato lo stimolo cinese e il rimbalzo commerciale del 2016-2017 per una ripresa. Ma, non appena Pechino ha toccato i freni, l’Eurozona è ricaduta nelle sue abituali condizioni di sclerosi e giapponesizzazione.

Egli ha detto che: “Stiamo avvicinandoci ad un momento estremamente pericoloso per l’Eurozona. Le banche sono in gravi difficoltà e la vulnerabilità finanziaria è maggiore rispetto a quella del 2007-2008″.

I rapporti debito-pubblico/Pil sono più alti di 30-60 pp nel Club Med, rispetto a quelli della crisi Lehman.

Il debito italiano è stato appena rivisto al 135% e non è quindi in un equilibrio stabile. L’Italia ha bisogno di tassi inferiori al 2% per fermare l’aumento della traiettoria del debito.

Il Prof. Mody ha concluso che: “Si può sopravvivere, ma solo fino a quando ci sarà la resa dei conti”.

Oggi, nonostante le auto-congratulazioni, possiamo dire che sia stata la stessa BCE a causare la crisi del debito dell’Eurozona — assieme all’eccesso di austerità — aumentando i tassi per due volte, nel 2011, prima che la fragile ripresa avesse raggiunto una qualche solidità.

Lasciò che l’incendio si diffondesse, non potendo fungere da prestatore di ultima istanza. Quando reagì — vale a dire dopo che la Germania revocò il suo veto — la parte finanziaria della crisi si attenuò immediatamente.

Ma la crisi economica non si placò. Erano stati fatti troppi danni.

La BCE malgiudicò quest’aspetto e attese troppo a lungo per avviare il QE. Permise che la patologia deflazionistica prendesse piede.

E’ questa l’eredità tossica che Draghi lascia al suo successore.

Il suo “pacchetto di Ave Maria”, implementato il mese scorso (QE e riduzione dei tassi a meno 0,5%), è solo un’esibizione d’impotenza.

“È solo un agitarsi senza costrutto. Non farà alcuna differenza”, ha dichiarato Heiner Flassbeck, ex Ministro tedesco per l’Economia.

I tassi negativi hanno raggiunto la soglia d’”inversione”, passata la quale diventano controproducenti e fanno più male che bene.

In Germania stanno portando a maggiori risparmi precauzionali perché le persone mettono più soldi da parte per recuperare le entrate perse.

Inoltre, hanno ferito le banche erodendo i loro affari più redditizi, derivati dagli spread sugli interessi.

Draghi ha imposto il pacchetto nonostante la contrarietà di nove membri della BCE, che rappresentano oltre la metà dell’economia dell’Eurozona.

“Il vampiro Draghula”, è stato questo il verdetto della Bild Zeitung. Il consenso popolare tedesco per il progetto euro, comunque, sta sempre più diminuendo.

Dubito che la Commissione Europea comprenda appieno i pericoli tecnico-economici, o che veda dei rischi sul fatto che una Brexit mal riuscita possa cristallizzare i guai dell’UE.

È composta da avvocati e monaci dell’ideologia con ben scarsa esperienza dei mercati in rapida evoluzione. Non hanno idea di ciò che a New York e Londra è conosciuto come “global macro” [decisioni prese sulla base di analisi macroeconomiche].

Nel 2008 derisero le opinioni secondo le quali l’Europa era vulnerabile alla crisi del credito mondiale, fino a quando il sistema bancario europeo non crollò attorno a loro.

E’ ovvio, quindi, che la task force UE sulla Brexit dileggerà le proposte britanniche.

La teologia del Mercato Unico si basa esclusivamente su quello che conta per loro, anche se sono stati abbastanza furbi da confondere le acque con l’accordo del Venerdì Santo.

L’allarme economico è più palpabile in Germania e, alla fine, sarà il Consiglio Europeo e non la Commissione a decidere sulla Brexit.

L’ultima previsione di cinque grandi Istituti ha avvertito, oggi, che la minaccia globale per l’economia tedesca è diventata “acuta” e che una Brexit disordinata potrebbe avere gravissime conseguenze.

Comprende un’analisi economica della Brexit (incorporando i circuiti di feedback globali) e indica un danno più grave, per l’Europa, rispetto ai “modelli monodimensionali VAR” utilizzati dai funzionari dell’UE.

Avverte che potrebbe esserci qualsiasi tipo di “effetto indiretto”, diffuso attraverso i canali del contagio finanziario (ed uno shock di fiducia).

Uno studio precedente dell’”IWH Institute” aveva affermato che una Brexit secondo le regole dell’OMC potrebbe dimezzare le esportazioni tedesche nel Regno Unito a 82 miliardi di euro (con 45 miliardi/euro di  surplus), frantumare le interconnesse catene di approvvigionamento e portare alla perdita di 100.000 posti di lavoro.

L’effetto della Brexit è già il maggior singolo contributore al rallentamento delle esportazioni tedesche — e questo sta cominciando a manifestarsi nelle cifre del mondo del lavoro.

Nei prossimi sei mesi l’Opel metterà 2.600 lavoratori ad orario parziale, mentre Bosch, Schneider, Schaeffler e Continental stanno facendo la stessa cosa o la faranno a breve.

L’”IFO Institute” ha affermato che il 12,8% delle imprese prevede di spostare lavoratori dal tempo pieno a quello parziale nei prossimi tre mesi, in aumento rispetto al 3,8% di giugno.

Questo, di per sé, è un livello di stress ancora gestibile per la Germania. Ma l’accumulo di shock per l’industria automobilistica sta diventando esistenziale.

Un quinto delle esportazioni tedesche di automobili va nel Regno Unito, che è il mercato con i margini di profitto più elevati.

Il potenziale del “doppio colpo” — una hard-Brexit seguita due settimane dopo dai dazi doganali del 25% sulle automobili importate negli Stati Uniti — potrebbe rivelarsi sistemico.

Le case automobilistiche tedesche, in questo momento, stanno riprendendosi dallo scandalo del diesel e stanno lottando per recuperare il ritardo sui veicoli elettrici.

Herbert Diess, Amministratore Delegato della VW, ha affermato che è una domanda aperta se nei prossimi dieci anni l’industria automobilistica tedesca riuscirà a mantenere il suo primato globale, o se seguirà la strada di Coventry degli anni ’70.

Sono questi i pericoli che Berlino correrà nel prendere decisioni su come reagire a Boris. La paura fa ora parte dell’equazione diplomatica.

Joachin Lang, Capo della “Federazione Industriale Tedesca” (BDI), raramente perde l’occasione per denunciare la Brexit e chiedere il trattamento più duro possibile per gli eretici britannici.

Nel suo ultimo sfogo ha accusato il governo britannico di “comportamento irresponsabile” e di “giocare con il fuoco”.

Non dice mai che anche Bruxelles potrebbe star giocando con il fuoco, spingendo per un testo che spoglia la Gran Bretagna della sua sovranità e che vìola l’accordo del Venerdì Santo.

Il suo messaggio, a porte chiuse nella Cancelleria Federale, potrebbe essere diverso, ma ciò che pubblicamente sappiamo è che il principale organo dell’industria tedesca preferirebbe sopportare il dolore macroeconomico del no-deal, piuttosto che consentire qualsiasi modifica all’accordo di recesso.

Fate comunque attenzione a concludere che la Germania — per non parlare della Francia o della Spagna — eviterà l’accordo, perché le conseguenze sarebbero per loro davvero terribili.

L’UE potrebbe benissimo fare un passo di lato per evitare questo campo minato.

Il Sig. Draghi continua a lamentare che debba essere l’Unione Fiscale a sostenere il carico quando la recessione colpisce.

Se ciò dovesse accadere, concederei che i sostenitori dell’euro abbiano vinto, sconfiggendo i “sovranisti”. Ma questo non sta succedendo.

La Germania deve ancora accordarsi su un Tesoro comune dell’UE, su tasse comuni, sul pool dei debiti e su una completa Unione Bancaria con un’assicurazione condivisa sui depositi.

Né può farlo senza cambiare la Costituzione Tedesca, perché l’Unione Fiscale priverebbe il Bundestag dei suoi poteri sul bilancio e svuoterebbe di significato la democrazia tedesca.

In breve, L’Eurozona non ha difese monetarie o fiscali degne di questo nome.

Quindi, cari amici europei, portate avanti la Brexit no-deal, se ne avete il coraggio, e vedrete cosa succede.

Forza, fatemi divertire.

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Link Originale: https://www.telegraph.co.uk/business/2019/10/02/europe-defenceless-against-economic-crisis-will-force-no-deal/

Scelto e tradotto da Franco

 

via www.mittdolcino.com

Pubblicato da Davide

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