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LE FASCE COLORATE DELL'IRAN: ALTRA PROPAGANDA NEO-CON

DI KURT NIMMO
Another Day In The Empire

Non finisce mai con i neo-con: armi di distruzione di massa illusorie, tubi di alluminio, yellow cake, Mohammed Atta a Praga, argumentum ad nauseam, ab ovo usque ad mala. I neocon sono bugiardi consumati e patologici. “L’annuncio dell’Iran di costringere i non musulmani ad indossare una fascia identificativa sta inducendo molte persone a fare il paragone di Hitler e dei Nazisti, che costrinsero gli Ebrei ad indossare stemmi dalla forma di una Stelle di David”, dichiara il Pensatore Americano, o piuttosto non-pensatore, poiché c’è una buona probabilità che la storia sia un insensato e vistoso stratagemma da quattro soldi: altre scartoffie gettate sulla pila di documenti per attaccare l’Iran.John Howard, il neo-con australiano, “ha reagito con orrore ad una nuova legge iraniana che costringere gli Ebrei e i Cristiani ad indossare fasce colorate”, riferisce National Nine News. “Questa settimana il parlamento iraniano ha passato una legge che stabilisce un codice di abbigliamento per tutti gli Iraniani, richiedendo loro di indossare ‘indumenti islamici standard’ quasi identici’, riporta il giornale canadese National Post”, ma non si fa menzione che che il National Post sia sommerso da neo-con e posseduto dall’israeliano Harold “Izzy” Asper, un eminente membro della comunità ebraica canadese e un energico difensore del sionismo fino alla sua morte nell’ottobre 2003.

Come fa notare oggi Paleo nel blog di Daily Kos, l’autore dell’articolo sulla “fasce colorate” è Amir Taheri. Potrete constatare che i suoi scritti sono pubblicati da National Review, New York Post, Jerusalem Post e Weekly Standard. Ma ancor più significativo è che viene sponsorizzato dalla Benador Associates, precedentemente un’azienda di pubbliche relazioni il cui fondatore, Eleana Benador, ha importanti legami con la destra [o meglio con i neo-con]”. La lista di clienti della Benador è un veritiero “chi è chi” di criminali neo-con, tra cui, Richard “Principe delle Tenebre” Perle, James “Quarta Guerra Mondiale” Woolsey, Michael “Fascista Universale” Ledeen, Charles Krauthammer, Max Boot, Frank Gaffney, Michael Rubin, David Wurmser, Laurie Mylroie, e la propagandista di guerra del New York Times Judith Miller (l’unica neo-con finita dentro una cella – ma per la ragione sbagliata). [*]

Naturalmente, i soliti sospetti – tra cui il Jerusalem Post e lo Ynetnews in Israele; il New York Sun negli Stati Uniti ed il Judeoscope in Canada, solo per nominarne alcuni – si sono immediatamente e voracemente fiondati sull’articolo di Taheri.

Il dubbio “articolo” di Taheri è un invito a nozze per il paragone con il nazismo, tirato fuori con crescente frequenza mentre la campagna “colpisci e terrorizza” contro l’Iran cresce rigogliosa. Il direttore esecutivo del Consiglio del Congresso Ebraico per l’Ebraismo Mondiale, Neil Goldstein, semplicemente non è riuscito a trattenersi: “Il Presidente Iraniano Ahmadnejad nega che l’Olocausto sia mai avvenuto, ma segue da vicino la strada nazista mente costringe gli Ebrei ad indossare vestiti gialli e minaccia di distruggere Israele, proprio come i Nazisti costrinsero gli Ebrei ad indossare stelle gialle come preludio all’implementazione del loro programma genocida”.

“Questa è una reminiscenza dell’Olocausto”, ha detto alla United Press International il rabbino Marvin Hier, presidente del Centro Simon Weisenthal a Los Angeles.

Nel frattempo, il Reverendo Rob Scheneck, presidente del Consiglio Clericale Nazionale di Washington D,C, etichettato come “cristiano evangelico” (in altre parole, cristiano sionista) crede che la storia fasulla della fascia “prova che il peggio nella storia umana si ripete” (cioè, l’Iran sarebbe la Germania Nazista rinata) e raccomanda “Il Presidente Bush, la Segretaria Rice e il Congresso ad intraprendere un’azione rapida e severa contro l’Iran e a sostenere la più terribile delle conseguenze, se il paese dovesse approvare questo decreto supremamente inumano”.

Dovrebbe essere notato che la dubbia storia sulle fasce viene da “espatriati iraniani”, l’equivalente iraniano degli espatriati iracheni (che, per caso, hanno stretti legami con i neo-con ed il Pentagono) responsabili per aver raccontato le oltraggiose menzogne su Saddam, le armi di distruzione di massa e di altri orrori chimerici.

“Davanti all’improvvisa prospettiva di essere rilevanti, gli attivisti [iraniani] in esilio stanno lottando per essere riconosciuti dai politici statunitensi”, scrive Ronald Hilton. “Stanno prendendo contatti con la Casa Bianca, il Pentagono, il Dipartimento di Stato, la CIA. Si vantano di tete-a-tetes con membri dello staff del vice presidente Dick Cheney… Prevalentemente esibiscono le cartoline di Natale dal Kansans del senatore repubblicano Sam Brownback, un sostenitore di lunga data della legge che fornirà di supporto finanziario l’opposizione iraniana. A Washington, stanno girando come attori che cercano un agente… Alcuni esiliati iraniani ipotizzano che qualcuno tra loro potrebbe emergere come il prossimo Ahmad Chalabi, il leader dell’opposizione irachena che aiutò a sollecitare l’invasione statunitense dell’Iraq con le sue informazioni, ora screditate, le quali indicavano il possesso di armi chimiche e biologiche da parte del regime di Saddam Hussein”.

Infatti, tutta la faccenda suona come una ripresa neo-con, come se non ci fossero stati gli ultimi tre anni. Aggiungerci tetre memorie dell’Olocausto rende il tutto più ripugnante.

Ovviamente, non importa se la storia della Stella di David venga dimenticata o evapori sotto il severo sguardo della verità – l’impressione è lasciata indelebile nelle menti di milioni di persone, specialmente Statunitensi impressionabili: i mullah dell’Iran sono il Nuovo Hitler (dopo Osama e Saddam) e se non intraprendiamo “un’azione veloce e severa” contro il popolo dell’Iran – immaginatevi mini atomiche e missili anti-bunker che scoppiano su Tehran – questi mostri islamici “cancelleranno Israele dalla mappa”, non importa se Israele ha oltre 400 testate ed ha espresso il desiderio di usarle (e infatti le ha usate per ricattare gli Stati Uniti nel 1973).

Israele può prendersi cura di sé – e dovrebbe lasciarci fuori dal sordido casino con i suoi vicini.

Nota del traduttore:

[*] Judith Miller, dopo aver rivelato l’identità di un agente della CIA (Valerie Plame), finì in galera per essersi rifiutata di fornire il nome della sua fonte. Molto probabilmente si trattava di Karl Rove.

Kurt Nimmo
Fonte: http://kurtnimmo.com
Link: http://kurtnimmo.com/?p=371
20.05.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Pubblicato da God

3 Commenti

  1. Qualche settimana fa mi è capitato di accompagnare un amico iraniano a fare un acquisto in un negozio di abbigliamento in una nota via commerciale vicino al centro di Roma. Quando il padrone dell’esercizio ha capito che si trattava di un cliente iraniano, ha cambiato di colpo espressione; mentre il mio ospite era in camerino a provare il capo, il mio interlocutore mi ha spiegato il motivo del suo sgomento: “sai, io so dde religgione ‘bbraica, e questi se vojono fa a bomba atomica e radere ar suolo Israele; cioè, io nun so’ razzista, ma questo nun se po’ proprio tollerare”. Ho tentato di spiegargli che l’uso, la costruzione o lo stoccaggio di armi nucleari è stato dichiarato religiosamente illecito (haram) dalla guida suprema iraniana in persona, che non è stata rilevata alcuna violazione del Trattado di non Proliferazione, che Israele possiede qualche centianio di ordigni atomici e non ha mai dichiarato la sua dotrina rispetto al loro uso, e tante altre cose interessanti. Non c’è stato niente da fare, non solo il mio amico non ha cambiato idea, ma non ha nemmeno capito che io la pensavo diversamente da lui; mi ha manifestato la sua compassione, perché ero costretto a portare in giro un iraniano, povero me, e alla fine non ha fatto alcuno sconto, motivando il rifiuto con le dichiarazioni di Ahmadinejad

     

    Tutto questo spiega molto bene il modo in cui funziona la disinformazione nell’epoca delle comunicazioni di massa: per un commerciante romano medio, l’Iran sta per fare la bomba, e la userà: per distruggere Israele.

     

    Allo stesso modo, un’altra informazione è probabilmente ormai di dominio pubblico: la Repubblica Islamica obbligherà le minoranze religiose a circolare con dei distintivi di riconoscimento: giallo per gli ebrei, rosso per i cristiani e, più elegante, blu per i mazdei. Ora, chiunque sia sano di mente si accorgerà che si tratta di un’assurdità, e penserà che sto delirando. Ma questa notizia, “sconvolgente”, è stata comunicata ieri sera alle ore venti e dieci circa dal maggior telegiornale italiano; non ho visto gli altri telegiornali, né oggi ho comprato un solo giornale, ma sono sicuro che questa informazione sia stata ripetuta e commentata in abbondanza. Così, il nostro amico commerciante de religgione ‘bbraica adesso ha un elemento in più per odiare gli iraniani, e con lui migliaia di europei, americani, canadesi e australiani. Lo stesso giornale canadese che, per mezzo di un giornalista di origine iraniana, aveva diffuso la notizia, (1) ha rettificato, (2) naturalmente senza il rullar di tamburi che aveva accompagnato la bufala.

     

    C’è una seconda riflessione da fare: Amir Taheri, l’artefice dell’atto terroristico, deve conoscere perfettamente il persiano, almeno credo. E se ha letto il testo della stessa legge (3) che ho letto io, si deve essere inventato di sana pianta tutta la storia, perché la legge parla di tutt’altro. E con la sua piccola bugia ha corroborato nell’opinione pubblica di paesi che possiedono abbastanza armi atomiche da polverizzare qualche decina di mondi come il nostro l’idea che Ahmadinejad sia “il nuovo Hitler”, e che vada fermato con ogni mezzo prima che sia troppo tardi. Il signor Taheri, se Bush deciderà di lanciare la bomba atomica su Tehran, sarà uno dei responsabili di un crimine senza precedenti.

     

    Ora, che cosa ha stimolato la fantasia criminale di Taheri e la colpevole e beota credulità dei media occidentali? La settimana scorsa, il parlamento iraniano ha approvato una legge (qui una traduzione sommaria in inglese) che promuove, finanzia e incoraggia tutta l’industria tessile del Paese a utilizzare tessuti tradizionali e modelli autoctoni nella produzione e confezione degli abiti, sia maschili che femminili. Nel quadro della legge, si parla della conservazione del patrimonio culturale delle minoranze etniche e religiose anche attraverso la promozione e l’incoraggiamento all’uso dei costumi tradizionali. La legge prevede l’organizzazione di mostre, sfilate, manifestazioni culturali sia su base locale che nazionale; la ricerca di base per la ricostruzione filologica di antichi tessuti; e l’uso dei media per diffondere il gusto e l’attitudine alla moda nazionale.

    Si tratta senza dubbio di una, forse discutibile, reinvenzione della tradizione; dopo Hobsbawm, tutti sanno che il tartan non è il tradizionale tessuto degli antichi scozzesi, ma solo una vecchia coperta di lana che i banditi delle Highlands indossavano per proteggersi dal freddo durante i loro vagabondaggi. I più raffinati proprietari delle botteghe artigiane delle Lowlands, dapprima hanno cominciato a utilizzarlo come divisa per i propri operai, poi ne hanno fatto un antico costume tradizionale, modificandone i colori e lo stile. E’ possibile che in Iran accada qualcosa del genere: che si scopra l’antico mantello dei pastori dell’Alborz e lo si elegga a costume nazionale, come è accaduto con la shalwar qamiz in Pakistan. Ammesso (e non concesso) che gli iraniani accetteranno questi consigli, si tratta di una cosa, tutto sommato, innocua, e sicuramente meritoria nelle intenzioni: il legislatore ha preso atto dello sbilanciamento mondialista dei modi di vestire, che sbriciola le particolarità e le differenze, e ha provato a correre ai ripari, pensando a un ritorno a tessuti, colori e tagli tradizionali, con un occhio a tutte le minoranze.

    Niente stelle di David gialle, croci rosse, e foglie di Haoma blu, quindi. Ma i commercianti di via Candia, statene certi, continueranno a ignorarlo, e a immaginarsi i loro fratelli girare con distintivi gialli in via Vali Asr.

    safaviddoors
    Fonte: http://iran.splinder.com/
    20.05.06

    Note:

    1) http://www.canada.com/nationalpost/news/issuesideas/story.html?id=398274b5-9210-43e4-ba59-fa24f4c66ad4&p=1

    2) http://www.canada.com/nationalpost/news/story.html?id=6626a0fa-99de-4f1e-aebe-bb91af82abb3

    3) http://www.farsnews.com/newstext.php?nn=8502240286

  2. Il regime dell’Iran obbliga le persone di minoranza ebraica a circolare con un contrassegno giallo appuntato sugli abiti, e gli zoroastriani con un contrassegno azzurro?
    Molti lettori ci segnalano questa notizia; alcuni precisano di averla avuta per mail da qualche amico israelita.
    Tutto è possibile.
    Ma il dubbio che la «notizia» sia disinformazione e propaganda, in preparazione dell’attacco bellico all’Iran, ha qualche solido fondamento.
    La fonte originaria della notizia è il National Post, un oscuro giornale canadese di estrema destra (neoconservatrice), la cui redazione (basta cercare sul sito) è composta in schiacciante maggioranza di ebrei.
    Il National Post sostiene di aver ricevuto l’informazione da «esiliati iraniani», di cui non fa il nome. Ma non è difficile ricostruire l’identità dell’informatore.
    Un «esiliato iraniano» di nome Amir Taheri è collaboratore fisso del National Post.
    Questo prolifico Ta heri collabora assiduamente anche al Jerusalem Post, alla National Review e al Weekly Standard, che sono gli organi ufficiosi dei neoconservatori israelo-americani. Soprattutto, Taheri è cliente sponsorizzato dalla Benador Associates.

    Di che si tratta?
    Di un’agenzia di pubbliche relazioni la cui fondatrice Elana Benador, ebrea americana d’origine boliviana, «è nota per aver promosso note personalità neoconservatrici attraverso la sua ditta, che serve come la principale agenzia di marketing neocon» (1).
    Secondo il giornalista Jim Lobe (2), la Benador piazza su tutti i media che può gli articoli d’opinione stilati da «Richard Perle, Michael Leeden, Frank Gaffney, James Woolsey [ex capo della  CIA] e una decina di altri prominenti neocon le cui opinioni guerrafondaie sono molto difficili da evitare per chi segue i talk-show e gli editoriali dei maggiori giornali.
    Tra i suoi clienti appaiono altri importanti caldeggiatori di guerre, come  A.M. Rosenthal, l’ex direttore del New York Times e oggi editorialista del New York Daily News; l’editorialista del Washington Post Charles Krauthammer; l’i mperialista del Council on Foreign Relations Max Boot; e Victor David  Hanson, uno degli ospiti più assidui a casa di Dick Cheney». 
    Questi nomi possono dir poco ai lettori italiani, ma sono il Gotha del fanatismo likudnik.
    Hanno fortemente premuto per l’invasione dell’Iraq, ed ora stanno fortemente premendo per l’aggressione all’Iran.
    Di alcuni di loro ho raccontato il passato e la filiazione nel mio «Chi comanda in America», Effedieffe edizioni.
    Sono ovviamente tutti ebrei, alcuni con doppia cittadinanza.

    Un altro importante cliente della Benador Associates è Khidir Hamza, uno scienziato nucleare iracheno riparato in USA da anni, che ha scritto un libro per «provare» che Saddam Hussein aveva la bomba atomica.
    Prova oggi accertata come falsa, ma che servì per giustificare l’occupazione dell’Iraq.
    I nostri lettori, specie i più giovani, probabilmente non hanno una nozione chiara di quanto la disinformazione venga usata come parte integrante delle tattiche belliche.
    Nella prima guerra mondiale, la propaganda alleata diffuse la notizia che i soldati tedeschi tagliavano le mani ai bambini belgi.
    Falsa, ma tutti i giornali europei la fecero propria e la ripeterono all’infinito.
    Durante la prima guerra del Golfo, «fuoriusciti kuwaitiani» sparsero la notizia che i soldati di Saddam avevano gettato fuori dalle incubatrici decine di neonati nel Kuwait occupato;oggi è comprovato che questa falsa informazione fu montata da un’agenzia di pub bliche relazioni americana.
    Oggi una nube di disinformazione circonda la questione del nucleare iraniano.
    Israele ha comprato pagine dei giornali USA per gridare che l’Iran sta per farsi la bomba atomica; e che può lanciarla su Parigi e Roma, perché ha missili di 3 mila chilometri di gittata.

    A parte il fatto che non si vede per quale motivo Teheran dovrebbe sprecare una sua preziosa atomica contro Parigi, pare accertato che i missili iraniani di gettata massima hanno un raggio di 500 chilometri.
    Cerchiamo di fissare i punti di verità.
    Ahmadinejad ha annunciato in pompa magna, ad aprile, che i tecnici iraniani sono riusciti ad arricchire l’uranio al 4%.
    Ciò basta per far funzionare una centrale elettrica; ma per costruire una bomba, occorre disporre di uranio arricchito almeno al 93%, e in quantità notevole, tra i 15 e i 25 chili.
    Gli americani, premuti da Israele, sostengono che già oggi l’Iran sta violando i trattati di non-proliferazione (NPT), e si preparano alla punizione armata.
    «Sia chiaro che nulla di ciò che l’Iran sta facendo è illegale», ha ricordato Scott Ritter, l’ex ispettore ONU per gli armamenti, che negò che l’Iraq avesse armi atomiche (e per questo ha ricevuto l’accusa di essersi fatto pag are da Saddam).
    I trattati NPT consentono esplicitamente alle nazioni firmatarie di arricchire l’uranio per scopi civili, appunto fino al 4%.
    L’Iran ha sempre sostenuto che vuole dotarsi di nucleare esclusivamente civile.

    La questione è se Teheran mente.
    E soprattutto, se sia in grado rapidamente di dotarsi di venti chili di uranio al 93%.
    E ciò è escluso perché, come hanno determinato gli ispettori dell’ONU, ha in funzione solo 164 centrifughe a membrana, che servono a separare l’uranio 238 non fissile dall’U-235, fissile, che è presente nel materiale d’origine (esafluoruro di uranio, un gas) in proporzione dello 0,70 %. Per ottenere materiale militare, dovrebbe disporre di almeno 16 mila centrifughe, e meglio di 50 mila, collegate a cascata.
    La conferma dell’impossibilità attuale dell’Iran di dotarsi di bomba atomica è venuta da una personalità insospettabile di essere filo-iraniana: John Negroponte, l’uomo che Bush ha nominato direttore della National Intelligence, l’organo di controllo (politico) di tutte le entità di spionaggio americane.
    Il 20 aprile scorso, in un’intervista alla NBC, Negroponte ha detto: «secondo gli esperti che ho cons ultato, riuscire a far funzionare 164 centrifughe è ancora parecchio lontano dalla capacità di ottenere materiale fissile sufficiente per un’arma nucleare. La nostra valutazione è che l’atomica iraniana è ancora a parecchi anni di distanza, probabilmente una decina. E’ importante vederele cose nella giusta prospettiva» (3).
    Questa affermazione di Negroponte non ha avuto alcuna eco sui «grandi media».

    Ma Negroponte è stato attaccato verbalmente, con furia inaudita, da Frank Gaffney – uno dei «clienti» della Benador, ebreo e neocon incendiario, membro fondatore del pensatoio neocon Project for a New American Century – sul Washington Times.
    Gaffney ha invocato il licenziamento di Negroponte per quelle affermazioni, sostenendo che Negroponte «ha promosso a posti di responsabilità funzionari di Stato che sovvertono attivamente le direttive politiche del presidente» Bush.
    Costoro «hanno dato l’assurdo spettacolo di dichiarare che il regime iraniano è lontano dieci anni dal darsi un’arma nucleare».
    La furia si spiega: Negroponte stava mandando all’aria il concertato programma di disinformazione e propaganda che deve demonizzare l’Iran onde giustificare l’aggressione imminente.
    Il ogni caso, il direttore della National Intelligence si è subito zittito.
    Ma Negroponte ha perfettamente ragione.
    «Dubbi sulla capac ità nucleare iraniana» sono stati segnalati dalla BBC e dal Financial Times, e questi dubbi vengono da fonti d’intelligence, diplomatici ed esperti nucleari europei e americani (4).
    Il problema è con quanta rapidità l’Iran riesca a far funzionare un numero maggiore di centrifughe, dice David Albright, ebreo e presidente dell’Institute of Science and International Security.

    Forse riesce a metterne in funzione a cascata tra le 1500 e tremila dal 2007, dopo di che occorre almeno un altro anno per ricavarne abbastanza uranio fissile per la bomba, salvo problemi, aggiunge Albright.
    Perché le centrifughe iraniane, chiamate P-1 (perché la tecnologia è pakistana) sono macchine delicate, che devono girare a 500 giri al secondo nel vuoto pneumatico.
    Spesso si guastano.
    La URENCO, il consorzio europeo che ha concepito le P-1, le ha poi abbandonate per la loro difettosità.
    E poiché migliaia di centrifughe sono collegate a cascata, «il crash di una, provoca crash successivi delle altre», dice Pat Upson, capo della ricerca e sviluppo centrifughe della Urenco.
    «Se hai una cascata di 3 mila centrifughe, la qualità deve essere altissima».
    Ma la qualità dell’esafluoruro di uranio usato dagli iraniani è anch’essa dubbia.
    Il gas è altamente corrosivo, perché troppo ricco di contaminanti (mo libdeno) che guastano le centrifughe.
    Nel 2003 l’Iran ha ammesso di usare nel suo programma esafluoruro ottenuto dalla Cina.
    Benchè l’Iran abbia propri giacimenti di uranio, giudicati però troppo contaminati di molibdeno, i suoi tecnici hanno evidentemente dei gravi problemi con la tecnologia nucleare avanzata.

    Anche ammesso che riescano a produrre i 20 chili di uranio fortemente arricchito per una bomba, gli iraniani devono ancora essere capaci di progettare una testata nucleare, e di metterla in un missile a lunga gittata.
    Sono passi non facili, per un Paese sotto embargo, non assistito da competenze estere.
    Infine, secondo la AIEA, anche l’uranio al 4% di cui Teheran si è vantata di disporre va misurato «in grammi, e non in chilogrammi».
    Insomma, siamo vittime di una frenetica campagna di allarmismo, che ha l’evidente scopo di mostrare una «urgenza» immediata di «fermare la bomba iraniana» con un attacco aereo delle sue installazioni.
    Urgenza che i tecnici non confermano, e nemmeno Negroponte.
    La storia dei contrassegni gialli per gli ebrei iraniani s’inserisce troppo bene nella campagna di demonizzazione in atto, che è condotta primariamente da Israele.
    Lettori ci segnalano che a dare come certa la (probabilmente falsa) notizia è stato in Italia il TG di Mimun.
    Non credo che Mieli, Ferrara, Lerner e Mentana resteranno indietro; aspettiamoci una campagna in piena regola per la salvezza di Israele.
    A questo serve l’occupazione direttoriale dei grandi media.

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    21.05.06

    Note

    1) «The iranian badge story: neo-con propaganda?», Daily Kos, 19 maggio 2006.
    2) Jim Lobe, «The andean condor among the hawks», Asia Times, 15 agosto 2005. Il «condor delle Ande fra i falchi» neoconservatori è ovviamente Eleana Benador.
    3) Robert Parry, «Target: Negroponte & Iran», ConsortiumNews.com, 29 aprile 2006.
    4) «Doubts over Iran nuclear capability», BBC, 18 maggio 2006. Si veda anche  Daniel Dombey, «West set to bring forward date of iranian nuclear bomb»,  Financial Times, 19 maggio 2006.

  3. Esecrazione, biasimo, disgusto e persino orrore. Sono questi i sentimenti provocati dalla notizia che è stata diffusa nel pomeriggio di venerdì scorso, in base alla quale il Parlamento di Teheran avrebbe approvato una legge che prevederebbe l’obbligo per gli ebrei, i cristiani ed i zoroastriani di indossare obbligatoriamente una fascia di riconoscimento di diverso colore a seconda della propria fede religiosa. Tale codice di colori permetterebbe ai musulmani di riconoscere facilmente gli aderenti ad altre religioni evitando che possano stringere loro la mano per sbaglio, diventando così ”najis” (sporchi). Ciò che di gran lunga impressiona di più in questa notizia è però il colore giallo della fascia che sarebbero obbligati ad indossare gli ebrei, cosa che ricorda sin troppo da vicino uno dei principali provvedimenti presi dal governo nazista in Germania negli anni che hanno portato all’Olocausto. La notte tra il 9 ed il 10 novembre 1938, infatti, in seguito all’uccisione di un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi da parte di un ragazzo ebreo diciassettenne, in Germania furono incendiate o distrutte oltre 200 sinagoghe, profanati cimiteri, e distrutti oltre 7500 negozi di ebrei.
    Fu la famosa Kristallnacht (Notte dei Cristalli) ed alla fine di questa notte di follia sarebbero state un centinaio circa le vittime. Pochi giorni dopo, il 14 novembre, il governo nazista decise di imporre alla comunità ebraica un “Tributo espiatorio” di 1250 milioni di marchi per aver causato questi incidenti. Gli ebrei furono inoltre obbligati a portare sugli abiti una fascia raffigurante una “stella di Davide” gialla e venne imposto loro il divieto di partecipare a pubbliche manifestazioni e di frequentare luoghi pubblici (teatri, stazioni turistiche, giardini) e mezzi di trasporto pubblici. Fu interdetto loro persino l’accesso alle scuole superiori. E’ stato questo il via definitivo alla grande persecuzione che alla fine della guerra avrebbe portato ad oltre 6 milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento nazista.

    E’ facile quindi immaginare il sentimento che si è potuto provare da parte di chiunque avesse un minimo di coscienza storica di fronte alla notizia della legge discriminatoria approvata dal Parlamento di Teheran. Il problema è che siamo ancora una volta di fronte ad un ennesimo caso di falso clamoroso. Stavolta è stato un giornale canadese, il National Post, a pubblicare per prima questa notizia, sulla base di fonti dell’esilio iraniano in Canada, affermando che “una bozza della legge a tal proposito era già stata redatta nel 2004, durante la presidenza riformista di Mohammed Khatami, ma l’iter parlamentare era stato fermato. Il blocco è stato rimosso solo ora sotto le pressioni del nuovo leader Ahmadinejad”. Immediata è venuta la smentita da parte iraniana. Il presidente della Commissione Cultura del Parlamento iraniano, Emad Afroogh, ha infatti dichiarato che si tratta di “una menzogna pura e semplice” e un suo collega, il parlamentare di origine ebraica, Maurice Motammed, ha smentito ufficialmente la notizia in una dichiarazione all’agenzia di stampa France Presse: “Ero presente in aula quando il progetto di legge sulla moda islamica è stato votato. Non c’è alcun riferimento a fasce o fiocchi colorati per le minoranze religiose”.

    Esiste infatti davvero un progetto di legge in discussione al Parlamento iraniano, riguardo la moda islamica. Ma non fa alcun riferimento nel suo testo a discriminazioni di qualsiasi tipo nei confronti delle minoranze religiose. L’obiettivo del progetto di legge in questione è invece quello di scoraggiare le ragazze iraniane a vestire all’occidentale, alzando le tasse sull’importazione di vestiti dall’estero e finanziando una campagna stampa per incoraggiare i cittadini iraniani a vestire secondo i dettami della legge iraniana. Una legge quindi ben diversa da quella che il National Post voleva far passare come reale, per quanto condannabile possa comunque essere ad occhi occidentali. Ricordiamo comunque che nonostante le restrizioni in vigore in Iran, le donne iraniane hanno comunque di gran lunga molti più diritti che le loro colleghe in Arabia Saudita o in altri Paesi islamici della regione. In Iran infatti le donne possono guidare l’auto, votare e persino essere elette ad uffici pubblici.

    Nonostante le immediate smentite da parte iraniana, la notizia ha comunque fatto il giro del mondo e non sono mancati i primi commenti durissimi da parte di leader politici e opinionisti. Ad esempio Stephen Harper, primo ministro canadese, e John Howard, premier australiano in visita a Ottawa, hanno denunciato la legge come “ripugnante”. “E’ incredibile che un regime possa immaginare di applicare una direttiva che ricorda il Terzo Reich”, hanno commentato. Più sobrio è stato invece il commento del Dipartimento di Stato americano: il portavoce Sean McCormack era stato molto prudente. “Non è la prima volta che circolano notizie non confermate su questa legge”, anche se “sarebbe un ritorno alla politiche della Germania nazista dovessero tali notizie essere confermate”.

    Anche l’Italia ha dato il suo contributo alle polemiche sul nulla. Come riportato dal Corriere, che ad onor del vero, assieme a La Repubblica ha anche espresso sia pur flebili dubbi sulla veridicità della storia, un parlamentare dell’UDC, Luca Volontè, ha chiesto al neoministro degli esteri, Massimo D’Alema, di valutare l’ipotesi di porre in essere un embargo economico nei confronti della repubblica islamica iraniana. Su Il Giornale invece, Renzo Foa è partito all’attacco a spron battuto, parlando di abberrazione, razzismo e comportamenti di stampo nazista a cui va risposto con assoluto rigore da parte dell’Occidente. Alla fine si è mosso anche il Centro Simon Wiesenthal che ha addirittura scritto al segretario generale dell’Onu Kofi Annan per protestate contro l’inesistente misura.

    Il vero problema è che, molte volte, in casi come questo, se la notizia ha avuto subito le prime pagine dei giornali, non si può dire la stessa cosa della smentita. Il risultato è che per molte persone che sono venute a conoscenza solo in maniera superficiale della faccenda, la sensazione rimane quella di orrore e di sdegno per qualcosa che in realtà non è mai successo. Non è comunque certo la prima volta che accade.
    Le Psychological Operations (PSY-OP è l’acronimo inglese) sono infatti quelle operazioni che vengono pianificate al fine di fornire informazioni selezionate a un determinato pubblico straniero o anche interno ad uno specifico Paese, in modo tale da influenzare le emozioni, i motivi, i ragionamenti oggettivi ed in ultimo anche il comportamento dei governi, delle organizzazioni politiche, dei gruppi e degli individui. Il proposito di una PSY-OP è quindi quello di indurre o rinforzare attitudini e comportamenti che sono ritenuti favorevoli a quelli che sono gli obiettivi di chi ha posto in essere tali operazioni. Tale concetto è stato usato in larga parte dalle istituzioni militari e di intelligence in tutto il 20esimo secolo ed è usato su larga scala ancora oggi, come abbiamo potuto vedere.

    E’ attraverso le PSY-OP che si sviluppa quel meccanismo vizioso che ha già portato più volte alla trasformazione della stampa americana e mondiale in semplice cassa di risonanza per le menzogne dell’Amministrazione americana, che abbiamo visto all’opera nei mesi precedenti la guerra in Iraq. Il gioco è semplice: basta spararle sempre più grosse e la stampa viene subito dietro a queste menzogne, propagandandole per tutto il mondo. Eventuali smentite arriverebbero solo quando è troppo tardi e tale ‘non notizia’ ha già provocato sdegno e riprovazione ovunque, a tutto vantaggio di chi vuole propugnare una causa particolare attraverso le menzogne, come in questo caso l’intervento militare contro l’Iran. Il fatto è che dopo la vergogna delle armi di distruzione di massa inesistenti per l’Iraq, la stampa mondiale avrebbe il dovere di verificare più in dettaglio le proprie fonti prima di sparare a zero notizie di questa gravità che poi, puntualmente finiscono per risultare false. Ne va della credibilità dei giornalisti e del loro lavoro, già fin troppo infangata dai tanti scandali degli ultimi mesi.

    Daniele John Angrisani
    Fonte: http://www.altrenotizie.org
    Link:http://www.altrenotizie.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=554&mode=thread&order=0&thold=0&MDPROSID=0e30705567184033f669e242e814e998