La Svezia era in lockdown, altro che “alternativa”!!

SWORDFISH e ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Da più parti in questi mesi vi sono stati coloro che hanno parlato del protocollo svedese come un modello unico e vincente nel contrastare la diffusione del COVID -19, in opposizione con chi ha ripetutamente indicato la Svezia e la sua iniziale mancanza di restrizioni come un esempio da non imitare assolutamente. I vicini e goliardicamente rivali norvegesi addirittura, in alcuni casi estremi, se la ridono nel vedere gli Svedesi in difficoltà e nel dubbio tengono tuttora chiusi i confini, tranne che per alcune zone recentemente dichiarate “verdi”. Ma esattamente di cosa si parla quando ci si riferisce alla cosiddetta “strategia svedese”?

La Svezia è stata interessata dalla pandemia relativamente in ritardo rispetto ad altri paesi europei, con un primo caso confermato il 31 gennaio (una donna di ritorno dalla provincia cinese di Wuhan), ed un secondo caso quasi un mese dopo, il 27 febbraio (un uomo di ritorno dal nord Italia). Tra la fine di febbraio ed i primi di marzo si calcola che circa un milione di svedesi abbia viaggiato in paesi in cui l’epidemia si era già ampiamente diffusa esponendosi al rischio del contagio e riportandosi realisticamente il virus a casa, in particolare da Gran Bretagna, USA, Francia ed Olanda.

Il 10 marzo veniva dichiarato il livello di pericolo massimo di contagio ed il giorno dopo veniva registrato il primo decesso.

I dati reali con l’evolversi di contagi e decessi possono essere compresi dal grafico riportato qui sotto, dove vediamo che l’andamento dei decessi tocca il punto massimo a metà aprile per poi calare.

I dati sono disponibili al seguente sito web

Qui sotto è invece riportato Il numero dei deceduti distinti per fasce di età.

Qui sotto sono riportate le statistiche aggiornate in data odierna e riguardanti rispettivamente il numero di decessi totali, di contagiati totali, di deceduti nelle ultime 24 ore e di ricoverati attualmente in terapia intensiva.

 

Infine si riportano le statistiche per regione, dove salta all’occhio come quasi metà dei decessi sia avvenuta nella zona della capitale Stoccolma raggiungendo un’alta percentuale di morti per abitante.

 

Andiamo ora a vedere i provvedimenti presi dalle autorità nazionali. Inizialmente la gestione dell’epidemia è stata delegata completamente all’autorità sanitaria, escludendo qualsiasi interferenza politica. L’Agenzia Pubblica per la Sanità, rappresentata in particolare dall’ormai famoso epidemiologo di stato Anders Tegnell, ha ritenuto di agire in modo diametralmente opposto rispetto ai vicini paesi scandinavi che avevano imposto un lockdown soft, lasciando alla valutazione personale dei cittadini come attenersi a comportamenti di buon senso per evitare il diffondersi del contagio.

I risultati però non sono stati assolutamente incoraggianti. Il 13 maggio erano decedute in Svezia 3.529 persone e si contavano 28.582 contagiati, mentre nello stesso periodo in Norvegia si avevano rispettivamente 232 morti e 8.187 contagiati. Così come in Svezia la maggior parte dei casi era concentrata nella zona di Stoccolma, in Norvegia è stata la capitale Oslo la città più colpita.

La strategia dell’apertura totale di Tegnell ha attirato svariate critiche, sia in patria che dall’estero. Di fronte all’escalation dei decessi da molte parti in Svezia si sono chiesti provvedimenti più incisivi, soprattutto perché stava avvenendo una strage di anziani nelle case di riposo e al contempo la fornitura di dispositivi di protezione al personale sanitario faceva emergere, specialmente nel settore privato, gravi carenze.

Mentre infuriava il dibattito e Tegnell continuava a difendere la sua linea, il governo di Stoccolma iniziava a muoversi. Il 7 aprile veniva presentato un disegno di legge che prevedeva misure più restrittive da applicarsi dal 18 aprile al 30 giugno.

Le nuove disposizioni avvicinavano molto il protocollo svedese al soft lockdown norvegese: erano vietati i viaggi più lunghi di due ore dalla propria residenza, vietati gli eventi con più di 50 partecipanti, veniva imposto il distance learning per gli studenti di università e scuole superiori (in Norvegia anche per le elementari). Inoltre agli eventi sportivi erano ammessi fino a 50 partecipanti (20 in Norvegia), si invitava al telelavoro qualora possibile e ad assentarsi tramite permessi di ferie o malattia. Ristoranti e locali hanno potuto continuare la propria attività adottando però alcune precauzioni, esattamente come in Norvegia.

Alla fine di aprile le statistiche hanno visto metà degli svedesi impegnati nel telelavoro, calo del 50% dell’utenza del trasporto pubblico, con una diminuzione del 30% del traffico veicolare e del 70% dei pedoni nell’area di Stoccolma.

Gli abitanti di Stoccolma hanno ascoltato i consigli del Ministero della sanità evitando di muoversi nel periodo delle vacanze pasquali, e rinunciato alla settimana bianca in percentuali superiori al 90%. A titolo di esempio di quanto siano stati ridotti gli spostamenti rispetto alla mancanza di restrizioni iniziali, una compagnia di traghetti riferisce la cancellazione dell’85% delle prenotazioni nel periodo pasquale.

Osservando la curva dei decessi è evidente che ad un certo punto a metà aprile qualcosa sia cambiato. Il professor Steinar Westin dell’università di Trondheim ha osservato a metà maggio che “la Svezia ha avuto un momentaneo incidente di percorso, ma ora i provvedimenti si avvicinano ad essere stringenti quanto quelli della Norvegia“.

Contemporaneamente l’epidemiologo e leader dell’OMS Michael Ryan mostrava la Svezia come un modello da seguire, dichiarando però che si era “creata l’impressione che la Svezia non abbia preso provvedimenti, lasciando circolare il virus liberamente. Nulla è più lontano dalla realtà“.

Il che ribadisce che provvedimenti restrittivi in Svezia si sono presi eccome!

La situazione ad oggi è decisamente migliorata, tanto che già da metà giugno sono state ridimensionate alcune restrizioni, quali per esempio la possibilità di viaggiare senza limitazioni per le persone che non presentano sintomi. Alcune aree hanno ottenuto lo status di codice verde, così che sono oggi raggiungibili dalla Norvegia, anche se la gran parte dei confini fra i due stati restano chiusi. Si può fare sport in luoghi chiusi purché le attività siano adattate in modo da ridurre al minimo il rischio. Resta il consiglio di mantenere il distanziamento sociale e di utilizzare la mascherina nel caso ciò non sia possibile.

I dati mostrano che dopo l’iniziale ostinazione di Tegnell nel perseguire la sua politica del non-interventismo, il governo ha preso in mano la situazione adeguandosi al protocollo soft delle nazioni vicine, senza però voler sconfessare davanti a tutto il mondo il suo epidemiologo di stato, il quale continua a spacciare come vincente la propria strategia e a mantenere l’immagine di una Svezia “alternativa” al resto del pianeta. Il punto è che la Svezia, che inizialmente non aveva applicato restrizioni, lo ha poi fatto, e per rendersene conto basta consultare Google per mezz’ora e trovare i documenti ufficiali che lo dimostrano… ergo chi parla del modello alternativo Svedese a cosa si riferisce realmente?

Se vogliamo trovare nazioni che in Europa hanno fatto meglio della Svezia, e di cui però nessuno parla, basta consultare il sito del World Health Organization che mostra come nel mezzo dei Balcani stati come Ungheria e Slovenia abbiano saputo contenere efficacemente il virus. Analogamente vi è riuscita la Grecia che, pur avendo una popolazione ed una densità di popolazione superiore a quella Svedese, ha avuto finora solo 203 morti contro i 5.702 della Svezia. Strano non accorgersene.

 

SWORDFISH e ALESSANDRO GUARDAMAGNA

31.07.2020

Swordfish ha lavorato come impiegato pubblico in Italia e in Norvegia, con esperienza in campo legale, penale, e dell’immigrazione. Dal 2015 si è auto-confinato sul Mare del Nord per dedicarsi alla nautica, falegnameria, caccia e pesca.

Alessandro Guardamagna lavora come insegnante d’inglese e auditor qualità a Parma. In precedenza ha ottenuto un PhD in Storia e un Master in American Studies presso University College Dublin, in Irlanda, dove ha lavorato e vissuto per 10 anni. Da sempre sovranista, scrive articoli di politica e storia su ComeDonChisciotte dal 2017.

 

Pubblicato da Rosanna

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