Di Guido Cappelli
Qualcosa si muove nel mondo del dissenso.
Domenica scorsa si è svolto a Roma un incontro, convocato da Francesco Toscano, presidente di Democrazia sovrana e popolare, tra diverse componenti dell'"area del dissenso".
È stata una riunione lunga e partecipata, che mi ha suscitato alcune riflessioni ‒ tra il teorico e l'operativo ‒ che mi sembra utile condividere.
In questi anni mi sono intimamente persuaso, e così l'ho ripetuto in diversi contributi e in quella stessa sede, che l'auspicabile e possibile nascita di un soggetto politico di dissenso radicale nei confronti dell'attuale deriva para-totalitaria, tecnocratica e transumanista, l'opposizione reale, che rende manifesto il vasto dissenso prodottosi a partire dalla fase distopica di emergenza pandemica indotta, non può che risultare dalla saldatura virtuosa tra una struttura partitica (non necessariamente e immediatamente un partito) nazionale (compresi i suoi correlati: intellettuali "organici" e sindacato di riferimento) e i numerosi gruppi territoriali che ‒ con particolare intensità negli ultimi cinque anni ‒ animano in vari modi, talvolta creativi e originali, talaltra in forme più convenzionali, le piazze, fisiche e virtuali.
All'unitarietà e la coesione del progetto nazionale, riguardante gli assi portanti della politica e della geopolitica, l'Italia come soggetto sovrano e la sua proiezione esterna, dovrebbe corrispondere la massima varietà dei soggetti locali, cui va affidata interamente, con gesto di profonda fiducia politica (e in se stessi come istanza sovraordinata) la gestione della politica di prossimità e voce nelle proposte del soggetto unitario.
La svolta dell'emergenza pandemica indotta non è un ricordo nostalgico o un capriccio identitario ‒ non foss'altro in nome di quelle migliaia di persone che ne hanno sofferto le molteplici nefandezze.
No, il trauma psico-pandemico, e la reazione ad esso, minoritaria ma di popolo, è un momento periodizzatore, un potenziale punto di non ritorno che marca un prima e un dopo nella concezione della convivenza civile e politica e nel ruolo del cittadino nella comunità.
In quel frangente, mai più cancellato, il Potere chiese a tutti e a ciascuno (tranne, come poi si è palesato, pochi privilegiati) la disponibilità totale, l'ostensione del corpo fisico, la rinuncia alla sovranità su se stessi, il sacrificio dell'immolarsi, in una prova fideistica di adesione alla sue direttive ‒ malgrado inquietanti segnali, contraddizioni, aporie che rivelavano un dispositivo distopico come poche volte si è visto nella storia. Da allora, siamo tornati al credere, obbedire e, infine, combattere.
Il nuovo totalitarismo che si staglia davanti a noi ‒ totalitarismo "inverso", dei "democratici", dei "buoni" ‒ ha un inizio, un momento fondativo in cui si è manifestato in corpo presente, senza infingimenti.
La reazione a quel conato (riuscito) di totalitarismo ha dunque una data di nascita. Ha cementato un'identità politica che per essere ancora attraversata dalle tensioni novecentesche, dalle pulsioni identitarie e da vecchi tic ideologici, non è meno definita e propositiva, purché la si concepisca su un piano superiore, adeguata all'emergenza democratica del momento e capace di trascendere pur legittime differenze di approccio nel nome del ristabilimento, della rinascita della politica e della sovranità popolare (che per moltissimi versi ‒ Carlo Galli docet ‒ sono intimamente legate).
È chiaro che la polarità destra/sinistra, che ha caratterizzato e improntato la lotta politica negli ultimi due secoli, è ancora operante nel nostro tempo; e tuttavia, è anche vero che si tratta di categorie evolutesi negli ultimi decenni in modo tale da non rispecchiare più pienamente le sensibilità e i posizionamenti politici delle persone, messe di fronte a problemi e dilemmi che sfidano le categorie.
L'entrata in scena della biopolitica, la crisi profondissima della sovranità e della rappresentanza, la riduzione dei partiti da grandi collettori di idee e istanze popolari a comitati d'affari con legami opachi con poteri privati nazionali e transnazionali. E ancora: l'involuzione della sinistra verso la politica identitaria e la promozione dei cosiddetti diritti civili a scapito evidente di quelli sociali e del lavoro; la crisi dei corpi intermedi formali ‒ partiti, sindacati, istituzioni di garanzia ‒ e di quelli informali ‒ le figure d'autorità come l'intellettuale, ma anche il medico di prossimità o, al limite, il parroco; le gigantesche ondate migratorie di massa; la smaterializzazione della politica via reti sociali. Ci sarebbe un lungo eccetera: ma il punto è che le categorie generatesi dalla fine dell'Ottocento e trionfanti nell'immediato dopoguerra, non reggono più alle trasformazioni sistemiche che ci investono. Operano, sì, ma spesso lo fanno o come comodi rifugi nella confort zone, oppure come clave ideologiche da brandire propagandisticamente contro l'avversario, proprio per questo negato come tale e ridotto a Male assoluto, minaccia strutturale, nemico interno da eliminare; si pensi all'uso reciproco dell'etichetta fascista e comunista, al termine "sinistrati" o alla patente di "antifascismo" che sempre più spesso viene richiesta a chiunque susciti un minimo dubbio rispetto al politically correct.
Il tutto in un mondo in cui neanche la categoria, tutto sommato rassicurante per il pensiero, di "capitalismo" è più efficace: perché, da una parte, il supercapitalismo statale cinese (e orientale in genere), dall'altra le ipertrofiche corporations occidentali a trazione Usa che rivaleggiano in potenza con gli Stati e ne hanno alterato profondamente la natura, non hanno quasi più nulla a che fare con il capitalismo "classico" dell'accumulazione individuale basata sulla dialettica di rapporti di forza con sovranità statali a loro volta ben definite.
In realtà, tra contraddizioni, differenze, distinguo, è possibile già ora individuare una sintesi politica che trascenda l'impasse dovuta a questo gigantesco insieme di fattori, e individuare un conflitto politico che attraversa le appartenenze tradizionali.
In estrema sintesi, quello tra il cittadino, titolare di diritti e partecipe della vita collettiva, e un sistema di poteri pubblici e privati che tende a ridurlo a soggetto amministrato, manipolato e, forse (in una prospettiva a medio-lungo termine), depopolato.
Ai brandelli delle vecchie, ma ancora presenti, ideologie, è possibile contrapporre un orizzonte di massima che, in questa concreta fase storica, può riunire le anime o sensibilità dei resti della "destra" e della "sinistra" del mondo del dissenso sotto il segno di un nuovo umanesimo politico, che altro non sarebbe che rimettere al centro della politica l'uomo come essere libero, razionale e sociale: zoon politikón.
Riconoscere nella biopolitica e nella politicizzazione delle identità un terreno centrale del conflitto contemporaneo. Contrastare la frammentazione identitaria che sostituisce la solidarietà collettiva con una molteplicità di rivendicazioni particolari.
Difendere il libero arbitrio individuale della persona, la sovranità sul proprio corpo e la libertà della sfera intima.
Riaffermare i diritti come prerogative inerenti alla persona, non concessioni subordinate a prescrizioni comportamentali. Rifiutare, al contempo, la normalizzazione dell'emergenza, la società della paura e il disciplinamento tecnocratico delle esistenze, rivendicando, di contro, il ruolo delle istituzioni pubbliche rappresentative della volontà popolare.
Restituire dunque al dibattito razionale, al confronto e alla libera espressione il loro ruolo strutturante nella vita democratica.
Riabilitare lo Stato come garante del bene comune, della giustizia distributiva e dell'uguaglianza sostanziale.
Sottrarre le istituzioni alla subordinazione ai grandi interessi privati e alle oligarchie finanziarie e tecnologiche.
Recuperare la sovranità nazionale, gli asset strategici e l'autonomia geopolitica del Paese. Restituire centralità al lavoro, alla piena occupazione, al potere d'acquisto e alla libera iniziativa economica.
Rifondare i corpi intermedi, l'autonomia delle istituzioni, il sindacalismo e le forme della partecipazione collettiva.
Costruire una soggettività politica plurale, radicata nei territori, capace di elaborazione autonoma e di autentica rappresentanza.
Riscoprire nell'umanesimo, nella memoria storica e nella civitas le basi di una comunità politica fondata sul diritto, sulla solidarietà e su quella sorta di amicizia politica che, nelle differenze anche marcate tra distinte opzioni, si riconosca però, reciprocamente, in un'unica appartenenza di civiltà.
L'attuale evoluzione storica permette, d'altra parte, un'inedita trasversalità, un'obiettiva convergenza d'interessi tra lavoratori, ceti popolari e piccola e media impresa, ciò che costituisce una forza popolare potenzialmente molto vasta e molto influente.
Sicché ha poco senso la distinzione tra "piazza" e "istituzioni": il mondo del dissenso nasce nella piazze ma la sua naturale evoluzione deve portare alle istituzioni, pena l'irrilevanza. L'una dimensione è funzionale all'altra. Si lavora nella piazze e sui territori per articolare e forgiare una classe di cittadini coscienti disposti a prendere le istituzioni. Ma non si tratta di immaginare "comunità di eletti" autoreferenziali: al contrario, dalla consapevolezza delle centralità di quella battaglia è sorta una rete plurale di attivisti, un nucleo di cittadini coscienti della sfida mortale che minaccia le nostre società, e che a vario titolo hanno deciso, da allora e a tutt'oggi, di battersi per valori profondi, in una battaglia di civiltà che trascende ampiamente, in questa fase storica, le categorie politiche abituali.
Che vi sia un nucleo pulsante non significa che sia una comunità chiusa: al contrario, come dimostrano le cifre, in lenta ma costante crescita, di molti di questi gruppi territoriali e nazionali (si pensi al sindacato Fisi, ad Autonomia Napolitana a Napoli, a SìAmo a Roma, al Fronte del Dissenso in Umbria ‒ solo per fare pochi esempi) indicano che queste realtà, e la realtà del dissenso nel suo insieme, sono poli di attrazione imprescindibili per qualunque formazione che voglia ingaggiare una lotta radicale con l'attuale deriva sistemica globalista e transumanista ‒ che include, sia pure a diversi gradi di intensità pressoché tutte le forze politiche parlamentari.
Lo sanno bene forze nuove, dinamiche anche se non ancora ben definite, come Agorà, in costante dialogo con molteplici gruppi del dissenso, disposta a dichiarare apertamente la propria posizione sul grande problema biopolitico del 2020-22 (compresa la sofferta ma nobile ammissione di responsabilità per omissione, quanto al posizionamento in quei drammatici frangenti, del loro leader D'Orsi).
Non si fa, oggi, un soggetto politico radicale e non compromesso col Sistema se non si dialoga, con finezza pazienza e intelligenza, con la parte più strutturata di questo mondo.
Non credo sia immaginabile, in prima istanza, un partito in senso compiuto; piuttosto una confederazione, una confederazione di lealtà disposte a battersi sotto un'unica insegna, un soggetto che rimetta al centro la politica, cioè la decisione umana, oggi minacciata da un concetto totalitario di governance tecnocratica che sottrae ai poli e agli individui quanto di più prezioso: il libero arbitrio, nel privato e nel politico.
Non mi nascondo che anche questo è compito arduo, in generale e soprattutto in tempi come questi nostri postmoderni, dove soggettività ipertrofiche, individualismi esasperati, che si traducono in settarismi ottusi, sono la cifra antropologica dell'individuo. E dunque è necessaria una straordinaria capacità di dialogo, una grande dose di flessibilità e tolleranza, un'abilità comunicativa e direi caratteriale non comuni, evitando paletti, ultimatum e veti incrociati. Per questo ritengo che requisito previo sia recuperare, con sforzo anzitutto individuale e soggettivo, la generosità, la magnanimità aristotelica, quella grandezza di vedute che permette di superare il contingente per guardare al sostanziale. È uno sforzo tanto maggiore quanto maggiore è la responsabilità dell'organismo nazionale. È la capacità di parlare con una grande varietà di soggetti e di sigle e di saper governare questa complessità. Da lì, e solo da lì, verrà la linfa vitale capace di alimentare il soggetto confederale unitario che, accettando con intelligenza la varietà e ricchezza, a volte anche complessa da gestire, delle sigle e dei gruppi, sappia proporre una sintesi politica nazionale unitaria. Lavoro di cesellatura, di paziente e costante dialogo, che spetta a chi voglia contribuire a una sintesi nazionale.
Di fronte al tentativo di sigillare la vita politica del Paese, consacrando vere e proprie caste partitiche attraverso il meccanismo truffaldino della raccolta firme (resa impossibile da requisiti draconiani), c'è bisogno assoluto dell'apporto di tutte le forze di dissenso alla costruzione della forza unitaria che sappia riportare la politica, e il politico, sulla scena della storia.
Perché il discrimine ultimo, in questa fase, è tra Storia e Fine della Storia, tra Politico e Impolitico, tra decisione sovrana e governance autoritaria e tecnocratica. E contro questo pericolo mortale, un pericolo di civiltà, non semplice crisi politico-istituzionale, la altre differenze devono passare in secondo piano. Concentrarsi sul recupero del politico è la precondizione per ristabilire una normale dialettica politica, non so se ancora basata sulle categorie di destra e sinistra, ma certamente di nuovo incardinata su polarità che contraddistinguono la nostra storia: individuo/comunità, maggiore o minore libertà d'impresa, maggiore o minore ruolo dello Stato, e così via.
Ma per recuperare tutto questo, per riportare la dialettica politica a un orizzonte condiviso che smussi, se non elimini, la durezza dello scontro amico/nemico, la condizione imprescindibile è recuperare la Politica, la Sovranità, lo Stato.
Solo un nuovo Umanesimo può provarci.
Di Guido Cappelli
23.09.2026
Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
akel 24 settembre 2026
Umanesimo è concettualmente mettere l’essere umano al centro dell’universo e il risultato pratico (quello che l’autore del testo chiama “civiltà”) sono alcune migliaia di anni di guerre, genocidi, sterminio di animali e devastazione del territorio.
L’umanesimo e la «civiltà» hanno sostituito il rispetto delle necessità della vita con la sottomissione a valori che nonostante siano dichiarati «superiori», «eterni» si fondano in realtà solo e esclusivamente sul concetto di «beni materiali», di «patrimonio».
Non riesco proprio a capire come sia possibile aprire un nuovo futuro per l’umanità continuando a difendere aprioristicamente gli stessi valori che ci hanno offerto sotto il loro dominio soprattutto morte e distruzione.