Cosa fecero i cristiani ai romani

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Di F. Roger Devlin, Ph.D., theoccidentalobserver.net


Poche rivoluzioni nella storia della civiltà europea hanno avuto conseguenze più durature della cristianizzazione dell'Impero Romano nel IV secolo d.C., eppure poche presentano maggiori ostacoli a una valutazione obiettiva.

Si trattò di una vera e propria guerra di religione che oppose il cristianesimo ad una sconcertante varietà di pratiche religiose tradizionali, che gli stessi cristiani furono i primi a raggruppare sotto l'unica denominazione di «paganesimo».

La storia di questa guerra è stata scritta dai vincitori, per i quali rappresentava un semplice trionfo del bene sul male e della verità sull'errore.

Conosciamo i nomi degli scrittori anticristiani che esponevano le opinioni della parte sconfitta - Celso, Porfirio, Ierocle - ma gli storici moderni come Peter Brown e Ramsay MacMullen sono costretti a cercare di ricostruire il loro pensiero a partire da brevi passaggi citati dai loro nemici al solo scopo di confutarli.

L'opera di Laurent Guyénot, What the Christians Did to the Romans, integra il lavoro di tali studiosi e cerca di ampliarlo attraverso un'attenta riflessione sulla natura e sul significato della matrice ebraica del cristianesimo. Il grande mistero della cristianizzazione, secondo Guyénot, è infatti:


Come si può spiegare che Roma abbia adottato come fondamento spirituale una dottrina e un libro che affermavano che Dio avesse scelto gli ebrei, in un periodo di diffusa giudeofobia romana caratterizzato da infinite ribellioni ebraiche e dalla repressione romana? E com'è possibile che, meno di due secoli dopo aver distrutto l'unico tempio del Dio ebraico e aver trasformato Gerusalemme in una città greca alla quale agli ebrei era vietato l'accesso, Roma abbia adottato ufficialmente una religione che annunciava la caduta di Roma e una nuova Gerusalemme?


Una rivoluzione antropologica


Non è mai stata visione comune della Chiesa cristiana primitiva quella secondo cui gli dei tradizionali fossero immaginari e privi di qualsiasi esistenza oggettiva.

Piuttosto, i cristiani li consideravano demoni e interpretavano le pratiche religiose ereditate come una sorta di culto del diavolo. Ciò equivaleva a un rifiuto di quasi tutta l'esistenza sociale dei loro vicini non cristiani.

La vita civica antica, ad esempio, ruotava attorno ai culti templari, che erano meno una questione di fede che di coesione sociale e di assicurarsi il favore degli dei. Esistevano inoltre innumerevoli associazioni religiose private e volontarie:


Ogni comunità sociale, comprese le corporazioni di mestiere, aveva i propri dei e i propri culti. Non c'era un solo evento sociale che non fosse in onore di un dio o di una dea. Non c'era pasto comunitario a cui gli dei non fossero invitati.


Persino la vita familiare degli antichi europei era concepita come un servizio reso ai lares (spiriti della stirpe ancestrale e del focolare) e ai penati (spiriti che sovrintendevano al sostentamento della famiglia), con il paterfamilias che agiva in veste di sacerdote. In breve, la religione antica non era un ambito limitato che potesse essere sostituito lasciando intatto il resto della vita. Come scrive Guyénot: «Ciò che i cristiani condannavano come "paganesimo" era semplicemente "tradizione" per i non cristiani. La tradizione è la linfa vitale di una civiltà. Dà a ogni individuo il suo senso di appartenenza. Unisce le generazioni». La cristianizzazione rappresentò quindi una rivoluzione estremamente radicale.

Poiché la religione antica era intrecciata con l'intera esistenza umana, un cristiano pre-costantiniano determinato a evitare ogni forma di «idolatria» non aveva altra scelta che evitare la maggior parte dei tipi di interazione con la società che lo circondava.

Il cristianesimo allontanò così i propri aderenti dalle comunità e dalle identità a cui avevano precedentemente appartenuto. In cambio, offrì loro una nuova identità e una famiglia sostitutiva.

In The First Urban Christians (1983), Wayne Meeks spiega che tale «risocializzazione» fu un fattore importante che attirò alcune persone verso la Chiesa primitiva:

«La struttura naturale di parentela in cui la persona era nata e che in precedenza definiva il suo posto e il suo legame con la società [veniva] soppiantata da una nuova serie di relazioni». Ciò rese i primi cristiani una sorta di «popolo che vive da solo», sul modello della nazione ebraica.

La conquista riuscita dell'Impero da parte di una setta così separatista equivaleva, secondo le parole di Guyénot, a «una rivoluzione antropologica».

Le società tradizionali partono da quella che potremmo definire una visione «genealogica» dell'uomo, in cui la maggior parte dell'identità personale deriva dalla propria discendenza. In linea con questa visione, il pensatore cristiano primitivo Tertulliano sviluppò una teoria nota come «traducianismo», secondo la quale sia il corpo che l'anima sono generati da un processo genealogico a partire dal «seme» dei genitori.

Sant'Agostino, tuttavia, respinse la teoria di Tertulliano a favore dell'idea che Dio crei dal nulla un'anima nuova per ogni nuovo corpo. In questa visione, l'anima di una persona non deve nulla ai propri antenati se non il peccato originale, che è ovviamente qualcosa di strettamente negativo.

Per il resto, l'aspetto genealogico è limitato alla sfera materiale.

L'insegnamento di Agostino prevalse e divenne la dottrina ortodossa della Chiesa. Si nota immediatamente la compatibilità tra tale visione e la «risocializzazione» dei convertiti al momento dell'ingresso nella Chiesa. Guyénot ha indubbiamente ragione anche nel vedere nella nuova antropologia cristiana antigeenealogica la fonte remota del liberalismo moderno e della teoria del contratto sociale: «Il contrattualismo è il frutto troppo maturo del cristianesimo, una religione "dell'alleanza" che funziona teoricamente sulla base dell'adesione individuale volontaria».


Il Dio geloso del cristianesimo: un'eredità ebraica


Poiché il cristianesimo nacque come una ramificazione eretica del giudaismo, per comprendere la cristianizzazione è necessario cogliere le differenze essenziali tra le tradizioni europee ed ebraiche del pensiero religioso. Nel suo precedente libro Da Yahweh a Sion (2016), Guyénot racconta come Yahweh, il dio della tempesta dei Madianiti, sia diventato il dio nazionale di Israele, come i suoi sacerdoti e profeti siano gradualmente riusciti ad affermare un monopolio religioso a loro vantaggio attraverso la concezione di Yahweh come dio «geloso» che non tollera rivali, e come tale monolatria (culto esclusivo) si sia gradualmente evoluta nel monoteismo (negazione dell'esistenza di altri dei).

Come spiega Guyénot, sebbene gli ebrei concepiscano il loro dio come il creatore del mondo, comprese le nazioni gentili, il suo ruolo di dio nazionale rimane sempre in primo piano nelle loro menti. Nessun ebreo crede che Dio apprezzi gli Amaleciti tanto quanto il suo popolo eletto.

Il cristianesimo nacque come un'eresia universalizzante all'interno del giudaismo: «Ai loro occhi, gli ebrei che si convertivano al cristianesimo non si allontanavano dal giudaismo, e certamente non si convertivano a un altro dio, ma semplicemente a una nuova identità ebraica flessibile con una pretesa universalista». Tuttavia, anche dopo essere diventata una questione prevalentemente gentile, la nuova religione conservò una serie di aspetti ebraici. Il più importante di questi era la concezione di Dio come «geloso». Questo è ciò che portò i cristiani a considerare le pratiche religiose tradizionali dell'Impero come idolatria che richiedeva un'eradicazione sistematica.

Guyénot sottolinea che il monoteismo in quanto tale non era un'innovazione del giudaismo:


È un'idea errata ritenere che il monoteismo fosse un'idea rivoluzionaria: era un'idea sia antica che comune. John North scrive in One God: Pagan Monotheism in the Roman Empire: «Durante tutto il periodo classico e molto prima ancora nel Vicino Oriente, si riscontrano abbastanza comunemente presupposti monoteistici, senza che ciò sembrasse suscitare alcun timore di indebolire la pratica politeista». I romani potevano essere monoteisti quanto volevano, purché non fomentassero ostilità verso gli dei della città.


I filosofi pagani avevano da tempo sviluppato l'idea che una singola realtà spirituale fosse alla base della sconcertante varietà dei culti religiosi popolari. Secondo Russel Gmirkin, «il Timeo di Platone fu il primo testo a combinare un monoteismo cosmico basato sulla filosofia con un politeismo terrestre fondato sulla religione civica e sul mito popolare. Questa teologia duale ricevette un'approvazione quasi universale». Platone lasciò in eredità il suo compromesso pratico e tollerante non solo alla propria Accademia, ma anche alla scuola stoica, ancora più popolare.

Troviamo anche Cicerone, filosofo eclettico, che usa i termini «Dio» e «gli dei» in modo intercambiabile nel suo trattato De natura deorum. Solo i cinici e gli epicurei rifiutavano del tutto la religione popolare, ma queste scuole rimasero marginali.

Gli stessi cristiani riconoscevano la realtà di questo «monoteismo pagano» filosofico. Intorno al 175 d.C., Atenagora di Atene scrisse:

«Noi [cristiani] non siamo gli unici a limitare Dio a un unico essere; quasi tutti coloro che parlano razionalmente dei principi del mondo sono unanimi, anche se a malincuore, nel ritenere che il divino sia unico».

Dobbiamo tuttavia notare che il monoteismo pagano spesso considerava Dio immanente nel cosmo piuttosto che trascendente, e che di solito non veniva inteso come il creatore dell'universo, che gli antichi concepivano per lo più come esistente da sempre.

La novità del monoteismo cristiano stava nel suo rifiuto di tollerare le pratiche politeistiche popolari. Guyénot lo definisce un «monoteismo esclusivo», in contrapposizione al «monoteismo inclusivo» tollerante dei filosofi pagani. E questa esclusività è in gran parte un aspetto dell'eredità giudaica del cristianesimo, quella del dio geloso che approvò i massacri dei sacerdoti di Baal da parte di Elia e Jehu.

Alla vigilia del regno di Costantino, secondo Guyénot la fazione cristiana della popolazione romana si attestava intorno al due per cento, e nessun studioso la stima superiore al cinque per cento. È inoltre oggi generalmente riconosciuto che la violenza inflitta ai cristiani prima di Costantino sia stata enormemente esagerata dalla Chiesa successiva.

Le ricerche della Società dei Bollandisti e di altri, hanno chiarito che la maggior parte dei racconti di martirio sono finzioni prodotte molto tempo dopo l'epoca in cui si suppone che abbiano avuto luogo. L'ultima e più grave campagna di persecuzione fu avviata dal predecessore immediato di Costantino, Diocleziano, nel 303 d.C. e terminò in tutto l'Impero non oltre l'Editto di Milano di Costantino del 313.

È impossibile ricostruire con certezza le convinzioni personali di Costantino sulla base delle prove disponibili, ma Guyénot propende per l'idea che egli fosse stato educato come cristiano e che, fin dall'inizio, avesse favorito la fede nelle sue azioni pubbliche, nei limiti consentiti dalle circostanze. Egli fece ben poco per attaccare direttamente le pratiche pagane, a parte la conversione di alcuni templi in chiese. Man mano che il controllo cristiano sull'Impero si consolidava, tuttavia, le richieste di eliminare l'«idolatria» divennero più frequenti. Intorno al 345 d.C., un convertito al cristianesimo di nome Firmico Materno esortò gli eredi di Costantino:


A voi, Santissimi Imperatori, spetta l'imperativa necessità di punire e castigare questo male, e la legge della Divinità Suprema vi impone che la vostra severità si abbatta in ogni modo sul crimine dell'idolatria.


Il suo desiderio si sarebbe avverato nel 391 d.C., quando Teodosio avviò il processo di messa formalmente fuori legge delle pratiche religiose tradizionali. Molto prima di allora, tuttavia, bande di fanatici cristiani predoni invadevano i templi pagani per distruggere gli «idoli», certi che un governo cristiano non li avrebbe puniti troppo severamente. Tali resoconti non costituiscono una lettura edificante per i cristiani moderni, ma le testimonianze storiche lo dimostrano chiaramente.

Una volta che il paganesimo smise di rappresentare un pericolo, la Chiesa rivolse la propria attenzione alla lotta contro l'arianesimo, il pelagianesimo, il nestorianesimo, il monofisismo e altre presunte eresie. «Le guerre di religione sono geneticamente programmate nel cristianesimo, perché sono il tratto distintivo del Dio geloso», scrive Guyénot; «ecco perché, non appena i vescovi e gli imperatori cristiani rimasero senza nemici pagani, rivolsero la loro ira gli uni contro gli altri».


Una controrivoluzione epistemologica


Uno dei risultati di queste campagne «gelose» contro il paganesimo e l'eresia fu un nuovo modo di ricavare la verità dall'autorità. Funzionava così:


Alle fondamenta della conoscenza c'erano le Scritture. Dichiarate ispirate da Dio, erano «la verità» per definizione. Seguiva poi l'interpretazione delle Scritture da parte dei Padri della Chiesa, che doveva essere raccolta e sistematizzata. Le interpretazioni certificate come «ispirate dallo Spirito Santo» erano considerate autorevoli. Queste, a loro volta, dovevano essere distillate in formule dogmatiche, che venivano promulgate e dotate di forza di legge.


Guyénot cita l'osservazione di uno studioso secondo cui «il nuovo concetto paradigmatico e la nuova pratica della verità imposti dai letterati cristiani presentano una sorprendente somiglianza con la mentalità talmudica che si formò nel mondo ebraico nello stesso periodo».

Per spiegare questo cambiamento, egli ricorre all'opera di Jan Assman (Il prezzo del monoteismo, 2007), il quale ha contrapposto il «pensiero selvaggio» - le forme tradizionali di pensiero mitico e immaginativo originariamente proprie del genere umano - al pensiero razionale che si sottomette al principio di non contraddizione. Quest'ultimo può essere fatto risalire a Parmenide, sebbene sia esposto in modo più chiaro nei dialoghi socratici di Platone. La rivoluzione intellettuale avviata da Parmenide e Socrate «pone la cognizione, la convalida e la conoscenza su basi completamente nuove» e segna un progresso decisivo nel pensiero umano nel suo complesso.

La derivazione cristiana (e talmudica) della verità dall'autorità segna un ritorno al pensiero selvaggio o primitivo, come spiega Guyénot:


Nel pensiero selvaggio che precede la distinzione parmenideana, la verità è una questione di opinione - e quindi di credenza o fede: in breve, chi parla più forte dice la verità. Nel caso del monoteismo abramitico, il principio è lo stesso, ma in un mondo in cui la parola scritta ha soppiantato quella parlata: è allora chi riesce a conferire al proprio libro l'autorità della rivelazione divina e la forza della legge a definire ciò che è vero.


L'autorità della Chiesa rappresenta quindi la vittoria del dio geloso sulla tradizione filosofica e scientifica occidentale.


Il cristianesimo preserva l'eccezionalità ebraica


Molti autori, tra cui il dottor Kevin MacDonald, hanno sottolineato il carattere antiebraico del cristianesimo del IV secolo. Ci sono valide ragioni per questo, ma c'è anche un altro lato della medaglia. Guyénot spiega: «Poiché tutti i culti tradizionali erano stati banditi, i romani non potevano fare a meno di notare che una religione non cristiana rimaneva legale e tollerata: l'ebraismo». Infatti, già nel 321 d.C. troviamo Costantino che concede ai consiglieri comunali di Colonia il diritto di nominare ebrei nel consiglio, nonché di esonerarli dal servizio durante il sabato. A differenza del paganesimo, l'ebraismo rimase sempre una religio licita sotto il dominio cristiano.

Agli ebrei era in genere consentito di vivere all'interno delle società cristiane, ma erano considerati come coloro che avevano rifiutato Dio. La visione tradizionale era che il cristianesimo avesse sostituito l'Antico Testamento.

Inoltre, i cristiani accettavano l'insegnamento secondo cui l'unico Dio vero e universale si era rivelato in modo esclusivo al popolo ebraico prima della venuta di Cristo, un'idea che suonava bizzarra alla Roma precristiana. Come osserva Guyénot, nei tre quarti della Bibbia cristiana noti come Antico Testamento, «Israele è l'eroe e la vittima innocente di un impero malvagio dopo l'altro, indipendentemente da quanto questi rubino, distruggano, riducano in schiavitù, massacrino e sterminino». Conciliare i comandi genocidi di Yahweh con la dottrina specificamente cristiana dell'agape, espressa in modo memorabile da san Paolo in I Corinzi 13, presentava un'ovvia difficoltà. Esisteva, infatti, una variante primitiva del cristianesimo nota come marcionismo che rifiutava esplicitamente l'eredità ebraica e le Scritture ebraiche proprio per questo motivo, ma fu rapidamente respinta come eretica dalla Chiesa. La tensione rimane irrisolta ancora oggi.

In ogni caso, il cristianesimo riconobbe lo status «speciale» degli ebrei in un modo in cui la Roma pagana non fece mai. Si può quindi ritenere che il cristianesimo abbia contribuito alla conservazione sia dell'ebraismo che degli ebrei stessi. Come ha osservato Kevin MacDonald, non è nell'interesse dell'ebraismo, in quanto strategia evolutiva di gruppo, che l'«antisemitismo» scompaia del tutto, poiché l'ostilità esterna è un'importante fonte di coesione interna e di disciplina di gruppo. Guyénot suggerisce che «la soluzione ideale, in termini evolutivi, è una società gentile che faccia sentire gli ebrei esclusi, riducendo al minimo la violenza nei loro confronti. La cristianità ha fornito proprio questo». Per questo motivo, egli scrive:


Quando i cristiani antisionisti protestano contro il termine «giudeo-cristianesimo» con la motivazione che l'ebraismo rifiuta Gesù come Messia, mi permetto di dissentire. La nozione stessa di Messia è ebraica e presuppone che Israele sia la nazione eletta da Dio. Mi sembra perfettamente legittimo descrivere la cristianità come una civiltà giudeo-cristiana.


L'urgenza contemporanea di queste questioni


Laurent Guyénot è tutt'altro che un antiquario disinteressato. Quasi all'inizio del suo libro, afferma:


Ciò che mi sta a cuore è comprendere la civiltà a cui appartengo, come sia giunta all'attuale stadio di decadenza e cosa si possa fare al riguardo. È importante studiare la cristianizzazione dell'Impero Romano proprio perché stiamo vivendo la fase finale della scristianizzazione della nostra civiltà. Ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere alla scristianizzazione è scoprire ciò che il cristianesimo ci ha sottratto. Infatti, se la scristianizzazione ci lascia spiritualmente nudi e affamati, non è solo perché il cristianesimo è morto; è anche perché ha creato un deserto attorno a sé prima di morire. La nostra eredità greco-romana non è solo un tesoro di ispirazione profana, ma è anche un serbatoio inesplorato di saggezza spirituale e intuizione metafisica.


Secondo Guyénot, il cristianesimo può offrire scarso sostegno al progetto di ripristino dell'identità etnica europea «poiché i suoi principi universalisti e antigeenealogici hanno storicamente indebolito l'importanza dell'ascendenza e della solidarietà etnica». E vale la pena sottolineare che questo aspetto problematico del cristianesimo non deriva dall'ebraismo. Anzi, l'autore si meraviglia:


Come ha potuto un popolo, in cui ogni membro, secondo Martin Buber, fa del sangue «lo strato più profondo e potente del proprio essere», percepisce «quale confluenza di sangue lo abbia generato» e «avverte in questa immortalità delle generazioni una comunità di sangue», dare origine a una religione che considera i legami di sangue un ostacolo alla salvezza? Da questa prospettiva, il cristianesimo è la più anti-ebraica delle religioni.


Persino i nostri antenati pagani non hanno mai eguagliato gli ebrei nella centralità che attribuivano alla razza e alla discendenza e, alla fine, l'individualismo dell'Occidente ne causerà la fine. Ma l'indebolimento da parte della Chiesa della loro concezione genealogica dell'identità, basata sul buon senso, ha ora lasciato l'Occidente in una posizione pericolosa:


Se, come credevano i nostri lontani antenati e come credono ancora gli asiatici, l'identità generazionale è essenziale per costruire famiglie, comunità e nazioni dotate di un'anima, allora è altamente significativo che noi, eredi dei Romani, abbiamo ora l'identità generazionale più debole al mondo, mentre i nemici giurati di Roma possiedono quella più forte.


Di F. Roger Devlin, Ph.D., theoccidentalobserver.net

05.11.2026


Titolo originale: The Christian Revolution of Late Antiquity

Fonte:

https://www.theoccidentalobserver.net/2026/11/05/the-christian-revolution-of-late-antiquity/

Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org


Commenti (6)

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    1. alduccio 8 novembre 2026

      La leggenda del peccato originale ha ingrassato i santi parassiti (come Nietzsche chiama i preti) per molti secoli.

    1. Dario Lampa 8 novembre 2026

      La vera rivoluzione in seno ai cristiani e al decadente impero):si ebbe con la vicenda dei cosiddetti "Lapsi". E poi con l'imperatore Costantino, il quale aveva avuto bisogno di uomini (i cristiani) per le sue legioni nella battaglia del Ponte Milvio, con l' Editto di Milano, quando da perseguitati i cristiani diventerò persecutori. E poi i cristiani cominciarono ad assorbire tantissime credenze e tradizioni "pagane".

    2. Marchesi 8 novembre 2026

      Troppe imprevisti in quello che scrivi.

      Editto di Milano: libertà di culto per tutti, cristiani compresi, e beni restituiti, altro che cristiani che diventano persecutori. Il divieto dei sacrifici pagani arriva con Teodosio nel 391.
      I cristiani poi, erano il due, forse il cinque per cento della popolazione, lo scrive l'articolo che commenti, e per Ponte Milvio le fonti raccontano un sogno e un simbolo sugli scudi.

    1. oriundo2006 8 novembre 2026

      Vorrei a questo proposito indicare la violenza estrema dei cristiani, sia quelli dell'inizio sia quelli successivi.
      E vorrei far capire che questa trovava base nella stessa pretesa di Gesù di essere 're' degli ebrei: dunque un re temporale, assistito da un manipolo di seguaci a cui non era estranea la spada, come Pietro e tantopiù nei successivi.
      Dopo questo elemento 'regale', di origine costantinopolitana ma poi anche innervato successivamente nel medioevo crociato, fu nascosto nell'idea e nel dogma del Cristo 'pantocrator', in potenza ed in atto 're' sia pure in un dominio non direttamente temporale.
      Andando nell'alto dei cieli nel fumo degli incensieri questa mitologia divenne 'cattolica', cioè di tutti e per tutti in un domani ideale mentre nei fatti fu strettamente dogmatica ed assassina anche verso i cristiani che volevano un 'altro' 'cristo' ed un'altra 'realizzazione' delle sue parabole: sino ai miti politici 'comunistici' dell' 800 e le realizzazioni violente del '900.
      Anche qui la base antica prese il sopravvento sulle potenzialità 'alte' non-violente a cui la storia umana pareva potersi avviare sulla base di una lettura non dogmatica dei vangeli.
      I cristiani ufficiali, questi mendaci seguaci di una mitologia composta nei secoli, furono abili nel nascondere le origini spurie del mito cristico, ma non tanto da non farlo apparire nelle vestigia che sono sopravvissute: non più del 5% del mondo antico nel suo complesso ma ancora oggi potentissime.
      Queste vestigia definite come 'pagane' dunque locali ma universali nella loro origine, costituiscono ancora oggi la base del 'idealtipica' del 'sovranismo' odierno.
      Come vedete in passato non passa mai.
      E' sempre qui a tenerci compagnia...

    1. oriundo2006 8 novembre 2026

      I due elementi di metamorfizzarono nella imposizione manu militari di un nea-mitologia imperiale: la 'translatio imperii'.
      Questo terzo elemento, che fu più tardo, impose una nuova aristocrazia, nel frattempo la composizione di classe era fortemente mutata, nuova aristocrazia fondata su di una gerarchia ecclesiatica: nella tripartizione indoaria si potrebbe dire che i 'brahmani' hanno vinto sulle due altre concorrenti classi dei 'guerrieri' e del 'lavoratori'.
      Questa vittoria lentamente presero spunto dalla riforma di Diocleziano, curiosamente 'anticipatrice' di tempi paolini, quanto alla 'schiavitù' ad esempio per 'natura' e dunque alla necessaria e 'naturale' servitù della gleba fissa, come di altri mestieri, rompendo ed annullando le istanze rivoluzionarie, molto più immaginifiche che reali, del messaggio cristiano iniziale, 'comunistico' ma a fondamento elitario su base spirituale e legato alla persona trascendente e dunque rinviato ad un 'domani' 'aba aeterno'.
      Le 'eresie' presero vigore da questo, sia quelle coeve all' Impero come quelle 'medievali'.
      A proposito, l' idea dell' Imperium' è fondamentale per capire la polemica antipagana dei cristiani e la sua reviviscenza posteriore. Si voleva l' heredium pagano, la sua appropriazione e la sua conversione in termini 'spirituali' perchè se ne capiva il valore estremamente importante, decisivo ben oltre le idee 'separatiste' giudaiche.
      Era la struttura entro cui la totalità del 'mondo', ovvero il 'Kosmos' filosofico già prefigurato dai saggi pagani, trovava la sua compiuta realizzazione e poteva risiedere completamente 'in pace', senza lotte perchè 'totius'.
      Questo è l'elemento che diverrà fondamentale nella storia futura del nostro mondo.
      Questo elemento lo dobbiamo a Cesare: dunque alla spada e non al calamo.
      E questa origine 'alessandrina' nella ideazione ma romana nella sua realizzazione lo vincola alla violenza militare.
      Come oggi.
      Vedete come il passato si interseca nel presente ... e lo dirige.

    1. oriundo2006 8 novembre 2026

      Occorre separare due elementi che coincidono nel breve schizzo di storia antica.
      Il primo elemento fu una radicale lotta di classe: le masse si fecero cristiane per una esigenza di lotta condotta fino alle estreme conseguenze contro il mondo aristocratico pagano, la sua divisione in classi sociali fisse e gerarchizzate, con un 'ascensore sociale' praticamente unico, il mondo militare, che alla fine proprio perciò finì per assorbire l'intera società...che nel frattempo era divenuta 'cristiana' perchè antipagana cioè antiaristocratica. Le 'contraddizioni' storiche possono essere ricomposte in questa idea 'politica': siamo cristiani perchè nell'agape comunitaria, che prescinde di nuovo proprio perciò dalle singole origini 'etniche', ci ritroviamo come un unico 'popolo' creato 'a prescindere', cioè dal 'basso' ( anche se settori importanti delle classi 'alte' rapidamente si convertirono ).
      Secondariamente, il secondo fu una ricomposizione, completamente ignorata dopo, del messaggio cristiano sulla base delle mitologie all'epoca correnti in ambito mediterraneo ma non solo: furono notevoli gli imprestiti dal buddismo, seriore di almeno 6/7 cento anni, come il 'perdono' e molto altro, come anche con lo zoroastrismo, Shaoshiant e temi 'salvifici' connessi, e limitatamente ad alcuni aspetti ( tra cui proprio l'agape ) indo-shivaiti, che poi con il dogma trinitario divennero essenziali per la 'vittoria' del credo niceno.
      Mano a mano che questi imprestiti divennero fondamentali e si diluirono nella nascente religione, vennero dimenticati. Erano serviti a comporre il mito e dopo erano imbarazzanti testimonianze della costruzione dottrinale che prescindeva proprio per questa 'koinè' con l'ebraismo.
      Questi imprestiti vennero obliterati ma all'epoca furono fondamentali per la creazione del 'mito'.
      Perchè ? Perchè vennero 'collassati' intorno alla figura di un 'profeta' semita e non 'ariano' ?
      Semplice. Perchè alll'epoca 'ariano' significava ed importava una collocazione....

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