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La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito “liberal”

DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

I “liberals” sono in crisi. Il loro giornale-partito, anche

Il crepuscolo della Seconda Repubblica avanza minaccioso e non è certo casuale che sia accompagnato dalla crisi del quotidiano che, senza dubbio, ha dominato questo periodo della storia italiana, La Repubblica. Il quotidiano romano nasce, infatti, nel 1976 (vedremo, nel proseguo dell’articolo, in quali particolari “circostanze”) per affiancare L’Unità, quotidiano ufficiale del Partito Comunista e sensibilizzare Botteghe Oscure sulle tematiche “liberali”; cavalca nei primi anni ‘80 il caso P2; assiste l’assalto giudiziario che nel 1992-93 demolisce la Prima Repubblica; assume la funzione di mentore della sinistra post-comunista, traghettandola nella metamorfosi PCI-PDS-DS-PD; detta l’agenda al governo, se la sinistra vince le elezioni, guida l’opposizione antiberlusconiana, se le sinistra le perde. Assumendo la funzione di giornale-partito, Repubblica segue così le fortune dell’area politica di riferimento: patisce il governo Monti, si smarrisce con quello Letta, affonda, svelato il bluff iniziale, con l’esecutivo Renzi e si sfalda con quello Gentiloni.

La diffusione “cartaceo+digitale”, che nel 2011 si attesta ancora attorno alle 425.000 copie, cala così alle 315.000 dell’autunno 2015, quando Ezio Mauro, direttore sin dal 1996, cede la poltrona a Mario Calabresi, in arrivo da La Stampa. L’avvicendamento, prodromo del matrimonio tra L’Espresso ed un altro gruppo editoriale “liberal” per eccellenza, l’Itedi degli Agnelli-Elkann, non porta fortuna: la diffusione subisce un nuovo tracollo, calando sino alle 210.000 copie dello scorso autunno: in redazione sono forti i malumori nei confronti del neo-direttore, forse non del a ragione, considerato che Calabresi ha l’ingrato compito di “coprire” gli impopolari esecutivi Renzi e Gentiloni. Le tensioni accumulatosi dentro il quotidiano debordano in pubblico nel gennaio 2018, con il velenoso confronto a distanza tra “il Fondatore”, Eugenio Scalfari, e “l’Editore”, Carlo De Benedetti: una considerazione politica del primo (“Preferisco Berlusconi a Di Maio”) incendia le polveri, spingendo il secondo ad una velenosissima replica (“Scalfari? Un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte”). Il Fondatore mena l’ultimo fendente: “Credo che quell’accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore. (…) De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene1”.

Imputare l’emorragia di copie al direttore Calabresi, oppure alle più generalizzate difficoltà dell’editoria e della carta stampata, come fatto da Scalfari, o alla “perdita d’identità” di cui parla De Benedetti, è superficiale. Il Corriere delle Sera, concorrente per eccellenza, ha superato più brillantemente gli ultimi anni, perdendo solo un terzo della diffusione totale (dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno). La Repubblica vive una crisi strutturale perché la sua funzione storica, quella di essere il giornale-partito che inspira e guida la sinistra “liberal”, è esaurita, causa collasso della sinistra stessa: le prossime elezioni, infatti, certificheranno la caduta ai minimi storici del PD, incapace ormai di intercettare due categorie chiave dell’elettorato di sinistra, “giovani e lavoratori”, disperse tra Movimento 5 Stelle, astensionismo e partiti di destra. L’Ingegnere, cui non manca il senso per gli affari, ha probabilmente fiutato che il destino di Repubblica è segnato e perciò medita, nell’intimo, di sbarazzarsene.

Le rotative della Repubblica sono in funzione dal 1976: hanno egregiamente adempiuto al loro compito, forse sarà presto ora di spegnerle.

Ma come è nato questo giornale-partito che, affiancando l’Unità, ha progressivamente acquistato la guida della sinistra, spostandola dai valori marxisti a quelli liberali? Chi è Eugenio Scalfari, ormai considerato da tutti soltanto un vegliardo che ama vantare le sue conoscenze con papa Jorge Mario Bergoglio e col direttore della BCE, Mario Draghi? Chi ha messo i soldi per l’avvio del settimanale L’Espresso e poi de La Repubblica? Perché, alla fine negli anni ‘80, è entrato nell’azionariato del quotidiano il finanziere De Benedetti, che ha giocato un ruolo di primo piano nel saccheggio dell’economia nazionale? Perché, infine, La Repubblica è sempre stata la punta di lancia di tutte le operazioni euro-atlantiche contro il nostro Paese, da Tangentopoli agli attacchi all’ENI, dal Rubygate al caso Regeni? Per rispondere a questa domanda, bisogna scrivere una breve, ma puntuale, storia del quotidiano romano: una storia, ovviamente, non ortodossa. Per fare ciò, ci serviremo di una preziosa fonte di informazioni: “La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica, scritto dallo stesso Scalfari e edito da Mondadori nel 1986. È un libro che spiega “tutto”, purché si abbia la giusta chiave per decifrarlo.

La semi-autobiografia di Scalfari racconta le gesta, lunghe un quarantennio, del gruppo di “liberals”, alias “liberali”, alias “radicali” che, nell’immediato dopoguerra, si fa rappresentante degli interessi dell’establishment atlantico, quello basato sull’asse Londra-New York. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, infatti, è dominata dal bipolarismo DC-PCI: la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbliga l’establishment atlantico a sostenere la Democrazia Cristiana, ma è un’alleanza forzata. Questo partito cattolico di massa, un po’ terzomondista e molto statalista, non è certo in sintonia con l’oligarchia atlantica: ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali (divorzio, aborto, droghe, etc.). Il grande disegno dell’establishment liberal è quindi di insinuarsi nella sinistra italiana, fagocitare progressivamente il PCI e, una volta conquistato, spostarlo su valori “atlantici e liberali”: l’operazione, che parte nel 1955 con la nascita del Partito Radicale, si conclude con pieno successo nel 1991, con la nascita del Partito Democratico di Sinistra. In questa manovra, gioca un ruolo decisivo Eugenio Scalfari ed il suo gruppo di “liberals”: a loro va imputata la paternità del Partito Radicale, del settimanale l’Espresso, del quotidiano La Repubblica.

Chi sono quindi questi liberals, “spesso longilinei, spesso benestanti”, come li definisce Scalfari? Sono gli esponenti di quel milieu economico-finanziario-culturale, di chiara matrice massonica, che, soffocato o perlomeno domato sotto il regime fascista, rifiorisce con la conquista della penisola da parte degli alleati. Quelli del Partito d’Azione: Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Mario Paggi e Altiero Spinelli, etc. Quelli dell’alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockfeller ed i Lazard: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, etc. Quelli del “grande capitale”: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzegora, etc. Quelli del “Congresso per la libertà della cultura”, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6: Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicolò Carandini, etc. Il giovane Eugenio Scalfari, dimenticati i suoi esordi giovanili su “Roma fascista”, è, ovviamente, in contatto con tutti i membri del gruppo, assolvendo spesso alla funzione di cerniera tra il nucleo di Roma e quello di Milano. Perché proprio Scalfari? Perché rampollo di una benestante famiglia che frequenta da generazioni quell’ambiente (nel 1950, Scalfari sposa Simonetta De Benedetti, figlia di Arrigo, storico direttore de La Stampa).

La scalata alla sinistra italiana da parte dei “liberals” prevede, fin dal principio, la creazione di un giornale che possa evolversi in movimento politico: il 19 febbraio 1949, esce così il primo numero del settimanale “Mondo”, “laico ed anticlericale”, diretto da Mario Pannunzio. Scrive Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”. Nel 1955, germoglia dal seme del Mondo il Partito Radicale che, non a caso, è dominato dalle stesse personalità “laiche ed anglofile” del settimanale: Pannunzio, Scalfari e Paggi. Scopo del Partito Radicale italiano (in Francia si ripete l’esperimento con Pierre Mendès France) è quello di erodere lo spazio a sinistra occupato dal Partito Comunista, fedele a Mosca, facendo leva, più che sui diritti del lavoro, sui “diritti delle persona”, tanto cari al pensiero massonico. Il 1955, però, è soprattutto l’anno in cui al progetto del Mondo, troppo elitario e autoreferenziale per avere un impatto sulla politica, è affiancato un esperimento editoriale destinato ad avere ben altro successo: il settimanale l’Espresso.

Con la benevolenza del potente Raffaele Mattioli, allora direttore della Comit e massimo rappresentante in Italia della “finanza laica” connessa alle grandi piazze internazionali, Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti (già direttore de L’Europeo) ideano un settimanale (che in origine avrebbe dovuto essere un quotidiano) che non si rivolga più soltanto ai salotti degli intellettuali, ma al grande pubblico, sensibilizzandolo sulle tematiche “libertarie, progressiste, libertine” care ai liberals. Un settimanale nazionale, poi, che faccia molti “scoop” comodi ai poteri atlantici, colpendo ora la DC, ora l’ENI, ora qualche fazione avversa, ora lo Stato-imprenditore, ora pungolando il PCI.

Il progetto editoriale comporta però ingenti investimenti: a quale porta Mattioli consiglia loro di bussare? Don Raffaele indirizza Scalfari e Benedetti dal magnate di Ivrea, Andriano Olivetti. Nel capitolo “A Ivrea incontrammo Adriano il Mago”, leggiamo: “L’incontro tra noi e Adriano Olivetti fu uno di quei fatti del tutto occasionali, assolutamente non prevedibili nell’economia d’un destino di gruppo, eppure determinanti come pochi altri incontri sono stati nei 35 anni di questa vicenda. Se non fosse avvenuto in quel momento e in quelle circostanze, probabilmente l’Espresso non sarebbe mai nato e il viaggio dei liberali nel frastagliato arcipelago della vita italiana avrebbe dovuto inventarsi altri vascelli e forse seguire un diverso itinerario”.

Perchè proprio Adriano Olivetti, “il mago”? La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell’impreditore eporediese: in stretto contatto con i servizi segreti inglesi già durante la guerra (nome in codice “Brown”), vicino ad esponenti del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, sostenitore delle idee euro-federaliste di Altiero Spinelli, Olivetti è pienamente ascrivibile a quel milieu dell’alta borghesia “laica” (cioè iniziata alla massoneria) e anglofila. Di più. Scalfari lo definisce “il mago”, perché Olivetti, come Mattioli, appartiene a quel mondo occulto-esoterico (messianesimo ebraico, divinità femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, etc.) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell’establishment italiano “laico e liberale”. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, è sotto quest’aspetto l’ultimo prodotto dell’agente “Brown”, Andriano Olivetti.

La permanenza di Olivetti nell’azionariato dell’Espresso, dove ha investito l’ingente cifra di 125 milioni di lire, controllando così il 70% del capitale, è però breve. Trascorre a malapena un anno ed Olivetti decide di spossessarsi delle azioni a titolo gratuito, regalandone il 60% de L’Espresso a Carlo Caracciolo, il 5% ad Arrigo Benedetti ed il 5% ad Eugenio Scalfari. Sorge, a questo punto, un legittimo interrogativo: i 125 milioni erano effettivamente di Olivetti o questi è stato soltanto il prestanome di poteri “liberal” occulti, come la finanza internazionale o i servizi atlantici? Resta il fatto che, nel 1956, il principale azionista de l’Espresso è ora il principe Carlo Caracciolo. Scrive Scalfari: “Da quel momento l’azionista di maggioranza fu Carlo Caracciolo, un bel giovane biondo di trent’anni, di nobile famiglia napoletana, figlio di Filippo Caracciolo di Castagneto (diplomatico e amicissimo di La Malfa e di Parri con i quali aveva lavorato intensamente durante la Resistenza), cognato di Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella. Carlo era stato anche lui nella Resistenza e a 17 anni aveva combattuto in Val d’Ossola nelle brigate di Giustizia e Libertà”. Un aristocratico, il principe Carlo Caracciolo, nelle cui vene scorre il miglior sangue dell’alta società anglofila e liberal.

Subentrano gli anni ‘60 e l’Espresso conduce, ovviamente, battaglie dal marcato sapore atlantico: contro l’ENI di Enrico Mattei (“Avversò costantemente i liberali ed i repubblicani, in quanto partiti da lui considerati padronali e filoamericani”, “L’inquinamento dei partiti comincia da lui”) e di Eugenio Cefis (“il nostro gruppo cercò di fermare o quantomeno di rallentare la marcia verso il potere di Eugenio Cefis e del vasto sistema di alleanze che a lui facevano capo”), contro il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo”, contro Aldo Moro (“noi liberals vivemmo Moro, per tutti gli anni del centro-sinistra, dal ‘63 al ‘70 e anche oltre, come un avversario, il grande saponificatore”). I meriti de L’Espresso sono riconosciuti dall’establishment atlantico e, nel 1962, il settimanale può organizzare un convegno all’Eur, tema “la partnership atlantica”, potendo contare nientemeno che sulla partecipazione de The Economist: “Fu per noi un’occasione importante, perché l’Economist godeva del prestigio che si sa, e il fatto che il suo direttore e l’intera redazione fossero venuti a confrontarsi con noi dette la misura della stima di cui l’Espresso ormai godeva da parte del miglior giornalismo europeo”.

Il successo dell’Espresso, che cavalca l’inarrestabile laicizzazione della società (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, femminismo), è indiscutibile. Affinché, però, i “liberals” possano scalare la sinistra italiana, ancora occupata dal monolitico e filo-sovietico PCI, occorre fare il grande salto, dal settimanale al quotidiano: solo con un simile strumento, sarà possibile insidiare l’Unità e traghettare progressivamente Botteghe Oscure da Mosca verso Washington.

Scrive sempre Scalfari: I simpatizzanti o addirittura i militanti del PCI avevano il loro giornale di partito, ma i mutamenti in corso nella società e di riflesso nel partito rendevano quella sola lettura sempre più insufficiente e insoddisfacente. Infatti, la gente comunista non se ne accontentava e risultava chiaro dai sondaggi d’opinione che molti di loro erano disponibili ad acquistare un secondo giornale, oltre all’Unità”. Dove trovare i fondi per lanciare il quotidiano, 5 miliardi di lire, di cui l’Espresso può metterne al massimo la metà? Scalfari e Caracciolo trovano un socio della Mondadori di Mario Formenton, proprietaria del settimanale, anch’esso “progressista” a suo modo, Panorama: il 14 gennaio 1976 nasce così La Repubblica. Particolare degno di nota: alla neonata redazione si unisce, di lì a un anno, Pier Leone Mignanego, in arte Piero Ottone. Collaboratore dell’angloamericana Psychological Warfare Division (PWB) nel 1945, corrispondente da Londra per la Gazzetta del Popolo, corrispondente per il Corriere della Sera dalla Germania Occidentale e poi dall’URSS, Ottone, esponente come Scalfari e Pannunzio del giornalismo “anglofilo”, è chiamato alla direzione di Piazza Solferino nel 1972, quando Giulia Maria Crespi decide di rendere lo storico quotidiano milanese “meno conservatore e più liberale”.

Scalfari, poco prima del lancio di Repubblica, nel settembre 1975, incontra personalmente Enrico Berlinguer, illustrandogli i suoi piani verso il PCI: “nessun pregiudizio ideologico, rifiuto di ogni ghettizzazione e discriminazione, nostra propensione per un’ipotesi di alternativa di sinistra rispetto al suo programma di compromesso storico”. La Repubblica, insomma, deve allontanare il PCI sia dalla Democrazia Cristiana che da Mosca, per avvicinarlo a Washington: l’omicidio Moro (che avrebbe voluto pilotare l’ingresso dei comunisti al governo, sedendo al Quirinale) ed il quasi concomitante viaggio di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti (primavera dl 1978), completano la manovra. “A partire dal 1979, si può dire che il segretario del PCI avesse scelto Repubblica quale sede privilegiata per esporre il suo pensiero, a parte ovviamente l’ufficialità del giornale del PCI.” Eliminato Moro dalla corsa verso il Quirinale, rimane però ancora l’insidia di Giulio Andreotti: il caso Gelli-P2, ampiamente cavalcato dal Gruppo l’Espresso, spegne definitivamente i sogni presidenziali del Divo Giulio.

Nonostante la tiratura di Repubblica aumenti, i conti faticano a tornare, tanto che a metà degli anni ’80 il Gruppo l’Espresso è in una situazione tecnica di fallimento: entra così in scena Carlo De Benedetti, destinato, dopo la “guerra di Segrate” e la spartizione della Mondadori con Silvio Berlusconi, a diventare l’azionista di riferimento del gruppo, “l’Editore”. Perché interviene proprio De Benedetti a soccorre il quotidiano dell’establishment liberal ed anglofilo? Semplice: l’Ingegnere (cui si deve, ad esempio, la distruzione del settore informatica dell’Olivetti) è il rappresentante di quella finanza internazionale che, attraverso Don Raffaele Mattioli, aveva già patrocinato la nascita del settimanale Espresso.

Gli anni ‘80 sono dominati dalla figura di Bettino Craxi: socialista, filo-arabo, attento agli interessi nazionali e, perciò, “fascista” se non “nazional-socialista” tout court, La Repubblica, ovviamente, guida l’opposizione al segretario del PSI. È significativo quanto scrive Scalfari: I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, insieme ad alcuni esponenti dell’imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentini), e all’ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che però non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po’!) badogliano”. La definizione data dal PSI di Bettino Craxi e Rino Formica non potrebbe descrivere meglio “i liberals” che fanno capo al Gruppo l’Espresso.

Tangentopoli spazza via il Pentapartito: l’establishment euro-atlantico ha deciso che sarà la sinistra a guidare la stagione delle privatizzazioni e l’ingresso dell’Italia “in Europa”. La Repubblica ha dato il proprio determinante contributo al risultato, fagocitando progressivamente il PCI, ora PDS, sino a dettarne la linea. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi scatena, nel 1994, una guerra destinata a durare 25 anni: la Repubblica è il campione dell’antiberlusconismo e, di conseguenza, il campione della sinistra. La scalata al campo progressista, iniziata nel lontano 1976, ha ottenuto un tale successo che l’editore del giornale-partito, Carlo De Benedetti, è anche la “tessera numero 1” del Partito Democratico che nasce nel 2007: si tratta, proprio come sognato da Scalfari trent’anni prima, di un grande “partito radicale” che, accantonati i diritti del lavoro, difende soltanto più “le libertà personali” (femminismo, omosessualità, droga, aborto, immigrazione etc.).

La simbiosi tra il Gruppo l’Espresso ed il Partito Democratico è tale che le sfortune del secondo si ripercuotono anche sul primo: La Repubblica, sostenendo prima l’esecutivo Monti, poi quello Renzi ed infine quello Gentiloni, perde lettori alla stesso ritmo con cui la sinistra perde consensi. Giovani (ormai demograficamente marginali) e “lavoratori”, due colonne portanti della sinistra e del pubblico di Repubblica, non votano più PD, né leggono una rivista del Gruppo l’Espresso: l’enorme massa del disagio sociale si rifugia nell’astensionismo, nei partiti di destra o nel Movimento 5 Stelle, creato ad hoc dagli stessi poteri che nel 1955 avevano incoraggiato la nascita del settimanale l’Espresso. I valori “liberali”, inoltre, hanno talmente impregnato la società che persino il modernista Jorge Mario Bergoglio, intima conoscenza di Eugenio Scalfari, li promulga da San Pietro.

Non ha torto, l’Ingegnere De Benedetti, a volersi disfare della Repubblica: la sua funzione storica è, oggettivamente, esaurita.

 

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

Link: http://federicodezzani.altervista.org/la-repubblica-crisi-breve-storia-non-ortodossa-del-giornale-partito-liberal/

26.01.2018

 

1https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/01/18/news/scalfari_la_mia_non_e_vanita_e_de_benedetti_non_ha_fondato_questo_giornale_-186788208/

 

Pubblicato da Davide

35 Commenti

  1. Una delle poche volte in cui il titolo basta!
    Finalmente una buona notizia! Gli possiamo offrire un po’ di austerità e se piangono troppo possiamo sostituirli con giornalisti africani ad un terzo dello stipendio, tanto lo accetteranno con spirito liberal!

    • Si, proprio come è successo già con l’Unità e Il sole.
      Questi pennivendoli sono liberisti solo fin quando ci va di mezzo il culo degli altri! 😉

  2. Non ci si rende conto della assurdità.

    Secondo Dezzani:

    1) la Lega è un progetto dell’establishment euroatlantico (EEA)

    2) il M5S idem

    3) Repubblica idem

    4) il PD idem

    5) l’UE idem

    6) a suo tempo anche l’Uomo Qualunque

    7) mani Pulite idem

    8) il Partito Radicale idem

    Non “alcuni”…TUTTI…
    Ma chi sarebbe “l’altro” contro cui lotta l’EEA?
    Non esiste.
    Se qualcuno dice di esserlo…quella è la prova inconfutabile che è una nuova emanazione dell’ EEA…e sei preso nel double binding ossia legato mani e piedi senza altre alternative che affidarti al narratore di retroscena credendo a tutto quello che ti racconta…

    Se allora l’EEA ha vinto, cosa sta lí a tramare progetti complicatissimi?
    Allora ha ragione Fukuyama che la Storia è finita.

    Il narratore ha almeno un paio di rispostine standard già pronte e il seguace ci crede perché gli fornisce alla scusa per non impegnarsi.

    Le cospirazioni esistono ma quando le raccontano il criterio di verità è di dare retta solo a coloro che “propongono”, non a quelli che vengono a dire che tutto è già scritto.

    Dezzani chi vota?

    • Ottima osservazione.

      L'”altro”sarebbero, per esclusione, i comunisti e Berlusconi …..hahahaha.

      Il metodo di procedere di Dezzani mi pare essere sempre il solito. Si ha un idea di complotto, si prendono tanti dati, si fa un bel miscuglio e si conferma la tesi iniziale.
      Le analisi che compie sono anche molto interessanti ma la VERITÀ che ne scaturisce è sempre alquanto forzata.

    • Per me una linea di fondo sostanzialmente verosimile, e quindi credibile, c’è.
      Segui il denaro, diceva quello.
      E soprattutto in quanto c’è di mezzo la classe sociale dall’appetito più insaziabile, il quadro tratteggiato da Dezzani ha ottime probabilità di aver colto nel segno.
      Proprio perché le condizioni attuali collimano a perfezione con le premesse, il dipanarsi della trama e i metodi seguiti.
      Che sono quelli dei cacciatori di aziende, applicati però su proporzioni maggiori, quelle relative a interi stati, un tempo sovrani, proprio per via delle ambizioni smisurate di una certa fauna, che sconfinano nel patologico.

      Poi sinceramente chi voti o meno l’autore, non ce ne frega una cippa.

      • Cito:

        “Poi sinceramente chi voti o meno l’autore, non ce ne frega una cippa.”

        Con questa frase di gagliarda virilità dimostri di essere uno con le palle.

        • Ci puoi scommettere.
          Primo perché il chiedersi chi voti l’autore è un pretesto, plateale per giunta, di cui sarebbe interessante conoscere gli scopi.
          Secondo, perché ne ho dato più volte dimostrazione, quantomeno in termini di autonomia di pensiero.
          Del resto quando invece di ribattere sulle questioni concrete si pensa di cavarsela con frasi più o meno a effetto, volte soprattutto alla delegittimazione dell’interlocutore, si va a illustrare al meglio la ricchezza degli argomenti di cui si dispone.
          Paradigmatica a questo proposito è la posizione di Gianni Lannes: “etichettare l’Altro nel recinto di una definizione dispregiativa (complottista, dietrologo, esoterista, esaltato e altro ancora, in questo caso senza palle) denota soltanto malafede e scarsità di neuroni”.

          Per tacere sul significato del prendere di fatto le difese di gente come De Benedetti, Scalfari, Ottone e compagnia cantante.

          • Ahahah…non capisce…:D

            PS scusa, quello che prende le difese di De Benedetti sono io?
            Ti prego, dimmi di sí… 😀 😀 😀

          • Dal momento che cerchi tutti i pretesti, anche i più inverosimili per screditare le tesi dell’autore…
            Arrivando persino al punto di domandare chi voti, ma tralasciando minuziosamente di specificare cosa abbia a che fare con la credibilità del testo pubblicato. Dunque secondo una volontà dettata ancora una volta dall’urgenza di delegittimazione.
            Che si tratti del noto riflesso pavloviano dell’antifa?
            Il quale una volta di più si pone alla difesa risoluta dell’estrema destra finanziaria e degli strumenti, in questo caso mediatici, che ha utilizzato per i suoi scopi squisitamente criminali.
            Dev’essere per questo che oggi, giustamente, li si definisce sinistrati.

          • Vabbe’, mi spiace vedere lo stato in cui sei ridotto ma non posso farci niente, alla tua età non ti si recupera più.
            Ti blocco che sei inutile da leggere.
            Stammi bene.

    • Tesoro… “L’altro” è il popolo italiano.

    • Bell’articolo!
      L’accenno al M5s magari sarà anche discutibile (una mezza riga su Roberto Casaleggio e niente altro – un po’ poco). Comunque è del tutto marginale.
      Sulla lega, francamente mi è sfuggito dove se ne parlai in questo articolo.
      PER IL RESTO, e intendo:

      Repubblica, Gruppo Espresso,
      PCI-PDS-DS-PD, Partito radicale,
      Mani pulite
      filo conduttore: l’establishment “liberal” euro-atlantico,

      e altri “dettagli”, il quadro dell’articolo è COERENTE E ORGANICO e sicuramente informativo. Di assurdità non ne vedo traccia.
      Tra l’altro, riguardo al traghettamento del PCI e il ruolo di Mani Pulite, il quadro è sostanzialmente in accordo con quello che dice uno come G. La Grassa, di provenienza molto diversa dal Dezzani, ma soprattutto con buone entrature ai piani alti del PCI.

  3. Articolo molto interessante che ripercorre efficacemente la storia di questo quotidiano e delle sue strategie politiche. Ci sono poi aspetti che fanno riflettere sulla recente ed attuale fase politica.

  4. Conosco bene la direzione (e redazione) del Corriere… in quanto – prima dello sdoganamento delle royalty-free – ero solito collaborare con le testate del gruppo Rizzoli/RCS in qualità di fotografo (lifestyle & moda) così come con la Mondadori, Condé Nast, (ex)Rusconi, Gruner+Jahr ecc. ecc. – ma non mi risulta, almeno sino a una decina di anni fa, che per accedervi bisognava entrare da piazza Solferino ( che a Milano, per quanto mi è dato sapere, non esiste), ma dalla famigerata e storica entrata di via Solferino 28.

    Sarà un lapsus freudiano o un segno evidente della grossolana e farraginosa artificiosità dell’autore o dei suoi sodali e solerti informatori?

    • Chi in un discorso tanto complesso va a cercarsi un pelo nell’uovo con simile capziosità, dimostra da sé stesso quali sono i suoi scopi.

      • Se intendi che volessi inficiare la tesi dell’autore hai preso un granchio; ciò non esclude che l’articolo non sia intriso da una buona dose di pregiudizi modellati a favore dei suoi, di scopi (in primo luogo per denigrare il m5s).

  5. Un articolo veramente interessante e informativo. Dezzani ha fatto centro mettendo in parallelo le vicende di Repubblica e quelle del Paese anche se le cause del collasso della sinistra, italiana ed europea, non sono analizzate a fondo. Il cambio di valori di riferimento della sinistra, dal lavoro e i diritti dei lavoratori, all’individualismo edonista libertario, alle ‘lenzuolate’ di privatizzazioni, alla finanza internazionale e all’immigrazione costi quel che costi andava forse articolato meglio. Dopo tutto la sinistra, con questo cambio di valori rischia l’estinzione, vedere cosa succede in Germania, Francia, Svezia, Austria e prossimamente anche in Italia. Ha lasciato il blocco sociale di riferimento : i lavoratori, il ceto produttivo medio basso e i loro interessi per …il nulla : l’antirazzismo la lotta contro l’omofobia e l’islamofobia gli LGBT ecc. ecc. Sta ora raccogliendo quello che ha seminato.

  6. Ho capito che La Repubblica era un troll del capitalismo fin da ragazzo, quando, in pieno periodo Yuppie, lanciò per i suoi lettori il gioco “Portfolio”, una specie di fantacalcio legato alle quotazioni in borsa delle varie azioni.

  7. Noooo, vi prego ! Senza “Repubblica” no ! Dove andró a leggere le falsitá certificate ?

  8. Degna fine di rinnegati, doppiogiochisti e maggiordomi di poteri esterni al paese, determinati a minarne la sovranità a scopo estorsivo.

    Da che mondo è mondo, del resto, il destino della servitù è solo uno: una volta terminati i suoi compiti ci si libera di essa con un bel calcio nel didietro.

    Grazie a Dezzani, ancora una volta bene informato, efficace e illuminante.

  9. Ci sono delle considerazioni interessanti ma il tutto è immerso in un mare di complottismo di repertorio (massoneria magica) senza alcun riferimento.
    L’autore dovrebbe imparare a esporre meglio i suoi articoli eliminando a lunga premessa in cui ripete più volte lo stesso concetto.
    Moravia era un agente della Cia? Mi è nuova questa notizia.

    • Qualcuno impiega giorni e magari settimane del suo tempo per scriviere un articolo come questo.
      Peccato che per confutarlo ci voglia meno di un secondo, quanto necessario per digitale la parola magica che tutto delegittima e spedisce direttamente in discarica: complottismo.

      Riguardo al valore concreto di quella parola passepartout, basta riflettere solo un istante sulle sue origini.

      • Non sono il complottismo in quanto tale ma contro un certo complottismo che utilizza in modo gratuito un repertorio (Via, massoni ecc) facendone un collage pronto per ogni argomentazioni senza alcuna ricerca o riferimento. La storia del quotidiano è giusta ma chi gli ha detto c’era in mezzol a Cia, i massoni ecc.

        • Come sopra.
          Illazioni, e prese di posizione arbitrarie e pretestuose.
          “Senza alcuna ricerca”, poi, mi sembra davvero fuori luogo.
          E’ evidente che per scrivere un pezzo simile di ric erca se ne è fatta, e molta.
          Pretesti, pretesti e ancora pretesti.

      • Poi nel lungo preambolo ripete troppe volte gli stessi concetti prima di andare nell’esposizione della storia.

  10. La Repubblica in crisi ? E se chiude come accendo la stufa e con cosa incarto le uova ?

  11. Tutti i quotidiani sono in crisi! Ops
    Le cause sono molto più profonde di quelle citate dall’autore dell’articolo.

  12. Personalmente sono quasi 25 anni che non mi informo più da Repubblica. Cioè la continuo a leggere ma vedo tutte le fake, i depistaggi, le storture, insomma tutto l’armamentario del MSN.
    Tuttavia ai suoi tempi ci furono giornalisti illustri con le palle che hanno scritto e fatto reportage storici.
    Peccato la fine ingloriosa.

  13. e bravo Dezzani.

    una fine miserabile di miserabili traditori che, come nella miglior tradizione, sta terminando a pesci in faccia.

  14. Bisogna anche stare attenti a prendere per oro colato ciò che uno dice in una pseudo biografia.
    Mi pare strano che il giornale abbia ostacolato sia Mattei che Cefis. Ha ostacolato solo il primo, visto il ruolo che quest’ultimo sembra abbia avuto nella dipartita dell’allora capo dell’Eni. Se il primo era chiaramente anti-atlantista, non si può certo dire lo stesso del secondo.

  15. Italia, paese di pinocchietti e arlecchini al servizio di quaqquaraquà in doppiopetto che servono lo straniero.
    Arruolatevi e andate a votare.

  16. Poi non nota il grande treno che passa: tutti i quotidiani (e riviste tradizionali tipo l’Espresso) sono in crisi.

    • Mi sembra che Dezzani abbia presente questo fatto, visto che confronta Repubblica e Corsera: “Repubblica …nel 2011 si attesta ancora attorno alle 425.000 copie…
      cala così alle 315.000 dell’autunno 2015 … alle 210.000 copie dello scorso autunno
      [per confronto]
      Il Corriere delle Sera, …[passa] dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno”

  17. La Repubblica più che a un giornale somiglia a un volantino elettorale di un candidato di camorra !