Di Jacopo D'Alessio
A causa delle sanzioni contro la Russia e la conseguente perdita di energia a basso costo da parte dei paesi trasformatori, come Germania, Olanda, Austria, Francia e Italia, ormai, è sotto gli occhi di tutti: l'export europeo crolla inesorabilmente. Torniamo quindi un attimo indietro e tentiamo una sintesi di quello che è successo negli ultimi quindici anni.
1. LA PRECEDENTE CRISI BANCARIA DEI SUBPRIME
Nel 2008, la crisi fu finanziaria e venne innescata dai subprime americani: cioè, dai mutui concessi ad ampie fasce di controparti con inadeguata situazione reddituale. Per intenderci, si concedevano a quella fetta di settore privato i cui lavoratori erano sotto-occupati, o precarizzati, con redditi bassi e discontinui. Di conseguenza, si trattava di clienti che avevano una probabilità di insolvenza assai
maggiore di quanto considerato sostenibile in una sana attività creditizia. Così, lo scoppio della bolla speculativa distrusse la liquidità degli istituti di credito, travolgendo quelli più esposti alle cartolarizzazioni dei prodotti finanziari sugli immobili, primo fra i quali la Lehman Brothers, che venne lasciata fallire. Tuttavia, il pericolo di contagio del sistema bancario era diventato ormai così
grave che il governo statunitense fu costretto a varare un piano straordinario di fondi pubblici, superiore ai 700 miliardi di dollari, per evitare un domino di vaste proporzioni, tale da portare al collasso l’intera economia a stelle e strisce. Dunque, l’intervento riuscì ad evitare lo scenario peggiore ma non a scongiurare la diffusione della crisi su scala globale, tanto che il credito subì una
contrazione severa, dapprima negli USA, e poi anche in tutta Europa.
A questo punto, gli investitori istituzionali (istituti di credito e fondi finanziari), che acquistavano TDS (titoli di Stato) sul mercato primario, a fronte di una emissione di tali obbligazioni da parte dei Ministeri del Tesoro dei vari paesi, si persuasero che gli stati membri dell’Unione, causa le politiche di austerità, non fossero in grado di intervenire tempestivamente con efficaci iniezioni di spesa a compensare la mancanza di credito privato, come avevano appena fatto invece gli USA. E pertanto arrivarono a temere addirittura un'insolvenza nel pagamento delle obbligazioni pubbliche. Se a questo si aggiunge che alla BCE (Banca Centrale Europea) è vietato per statuto di acquistare direttamente i TDS, gli investitori ebbero modo di rendersi conto del formidabile affare speculativo di cui potevano cogliere l'opportunità. Quindi, fecero impennare i prezzi delle obbligazioni pubbliche senza trovare effettivamente nessun ostacolo alle loro scommesse che andarono a vantaggio dei bond tedeschi mentre avversarono quelli degli altri stati. Il resto è storia. Qualora, infatti, la Commissione non avesse permesso a Mario Draghi di aggirare i trattati, che regolano l’operato della stessa banca di Francoforte, e questa non avesse agito temporaneamente come un compratore di ultima istanza dei TDS, fornendo appunto quel “tetto” ai rendimenti che impediva di frenare la speculazione degli investitori, sarebbe stato il default assicurato, sia per l'Italia, ma anche per buona parte dei paesi dell'eurozona.
2. LA CRISI CONTINGENTE DELL'EXPORT
Quattordici anni dopo, la nuova crisi è di ordine commerciale e non più finanziaria. A provocarla adesso è l'aumento dei prezzi delle materie prime, ma la questione tuttavia rimane esattamente la stessa. E cioè che oggi, proprio come ieri, le crisi si presentano ciclicamente e chiedono il conto all'Europa, alla quale mancano da sempre le leve fiscali per porre rimedio, ogni volta, a degli shock
esogeni, di qualsiasi forma e grado essi siano. Ai tempi del 2008, a salvarsi era stata almeno la Germania, la quale, per l'occasione, aveva ottenuto, tra l'altro, la nomea di "locomotiva d'Europa". E lo faceva soprattutto in virtù del suo export che, nella circostanza di allora, rendeva i TDS tedeschi il rifugio più sicuro per gli investitori, come abbiamo accennato sopra.
Difatti, la solidità economica attribuita alla Germania, anche grazie al suo mastodontico e ricorrente surplus commerciale, faceva sì che la distanza dello SPREAD tra i TDS tedeschi e quelli italiani arrivasse a misurare - nella fase più calda della speculazione finanziaria - fino a 500 punti base: pari ad un rendimento differenziale che superava il 5%. Ciò significava che, se per caso in quello stesso anno, l'euro fosse deflagrato davvero, e i Paesi europei fossero tornati ciascuno alla rispettiva valuta, i creditori, che in quel momento non avessero detenuto nel loro portafoglio obbligazioni tedesche, si sarebbero ritrovati in mano con un patrimonio pesantemente svalutato, composto dai titoli delle altre monete oramai disgregate. È proprio per questa ragione che, un attimo prima del default (o presunto tale), i capitali fuggivano in Germania, provocando, in modo simmetrico e speculare, un costo eccessivo delle obbligazioni pubbliche italiane.
Ma la notizia di queste ultime settimane, appunto, scioglie improvvisamente, come neve al sole, anche il mito dell'economia più importante del continente che, diversamente dal 2008, sembra ormai non funzionare più.
Quindi, che cosa è successo nel 2022?
3. PER QUALE MOTIVO IL MERCATO ESTERO È PIÙ REDDITIZIO MA ANCHE PIÙ DESTABILIZZANTE DI QUELLO INTERNO
Stavolta, si tratta di un'inflazione importata da fuori ed è scaturita, come si è detto, dall'aumento dei prezzi di gas e idrocarburi (e non, come continuano a ripeterci i media, in ragione dell'aumento della spesa pubblica), che sta comprimendo il surplus commerciale dell'intera eurozona. Difatti, la domanda di beni proveniente da paesi stranieri si fa sempre oggetto di oscillazioni imprevedibili,
che sfuggono al controllo dei paesi esportatori, dal momento che non possiedono alcuna facoltà politica di influire sulle intenzioni di spesa altrui.
Tuttavia, la dipendenza cronica nei confronti del settore estero non era né naturale né obbligatoria. Si è voluta in questo modo perché, da circa 35 anni, la classe politica europea ha rinunciato scientemente al mercato domestico con lo scopo di promuovere un modello di sviluppo basato solo sugli scambi internazionali. Senz’altro, quest'ultimo appare più redditizio, nella misura in cui apre le aziende ad una maggiore concentrazione di capitali su scala globale. Inoltre, ad ogni compravendita, riesce a rendere la propria valuta più pregiata, effetto che, al contrario, non si otterrebbe commerciando limitatamente in patria.
D’altronde, in questa vicenda non è stata da meno neanche l'Italia, i cui gruppi dirigenti, nel '92, pensarono bene di svendere l’industria di stato, proprio per eliminare quella concorrenza interna di capitali pubblici che tanto ostacolava i ceti mercantili nostrani nell'imporre un tipo di crescita basata principalmente sull’export. È chiaro che, alla luce del conflitto russo-ucraino, tale impostazione si è rivelata piuttosto infelice.
Questo perché, se la domanda interna di beni fosse un'opzione ancora valida, e si trovasse in mano alla gestione diretta di paesi con la sovranità monetaria, rimarrebbe subordinata alla propria autonomia di spesa e non a quella proveniente dai paesi stranieri. Così che, nella mancanza di un approvvigionamento certo e costante di energia, riscontreremmo anche oggi, egualmente, diversi problemi per mandare avanti la produzione nazionale. D'altra parte, però, verrebbe meno la preoccupazione di piazzare le nostre merci sul mercato estero con il rischio poi che rimangano invendute, proprio come sta accadendo nella circostanza attuale.
Si dà il caso infatti che, nell'euro-zona, tale opzione sia svanita del tutto, visto che il deficit di bilancio dei singoli paesi venga tenuto sotto stretta sorveglianza dalla Commissione. Per cui, ogni anno se ne autorizza la crescita o meno, unicamente sulla base di una percentuale fissata al 3%, ottenuta dalla relazione che si instaura tra il PIL e il deficit pubblico. Ma ciò succede a prescindere da una qualsivoglia strategia di politica economica, discussa in sede democratica e parlamentare, pena le pesanti multe di Bruxelles contro gli stati membri. Detto in breve, nonostante la minaccia concreta di un pericolosissimo autunno ormai alle porte, a nessun Paese dell'Unione è dato di uscire dalla traiettoria mercantilista, se non si vuole incombere in un'altrettanto grave instabilità finanziaria.
4. OLTRE LE RESPONSABILITÀ DELL'EURO: GALLINO E L'IMPRESA IRRESPONSABILE
Eppure, le cose non sono così lisce, non vanno per tutti allo stesso modo e c'è sempre e comunque chi sta peggio degli altri. Tant'è che, durante la crisi dei subprime, il rifugio sicuro dalla speculazione erano i Bund tedeschi, non di certo quelli italiani o spagnoli. Così, potremmo domandarci perché l'Italia abbia sofferto più di altri paesi dopo il suo ingresso nella UE, nonostante il suo modello conclamato, altrettanto competitivo, di tipo mercantilista.
Il nostro paese infatti sconta, molto più della Germania, anche un altro tipo di problema che l'ha reso più fragile rispetto al suo rivale, al di là della crisi contingente: ovvero, l'assenza strutturale di grandi capitali privati che avrebbero potuto sostituirsi alle risorse pubbliche, venute meno dopo lo smantellamento dell'IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale) e l'esautorazione della CDP (Cassa dei Depositi e Prestiti), messi fuori gioco dalle rigide norme europee che, per evitare possibili distorsioni nelle dinamiche di mercato, vietano l'intervento di stato nell'economia.
Anzi, l'Italia (come è successo d'altronde in altri Paesi europei) ha visto incalzare un processo sempre più esteso di finanziarizzazione di settori industriali medi e grandi, che è scoppiato definitivamente all'inizio degli anni 2000, ma ha avuto origini molto più lontane.
La conseguenza è stata la perdita di una parte rilevante del tessuto manifatturiero nazionale (es. Fallimento di Cirio e Parmalat nel 2003), incluso quello ad alta concentrazione di capitali (es. Indebitamento Telecom nel 2007), le cui responsabilità, in questo caso, non si possono attribuire all'introduzione dell'euro.
Nonché, è venuto a sparire, insieme a quelle imprese, o al loro indebitamento cronico, un ingente risparmio privato, di cui un'illuminata classe di imprenditori, se mai ci fosse stata, avrebbe potuto far uso per rilanciare invece strategie industriali avanzate.
“Per le borse europee […] si stima che, nello stesso periodo (di quello USA), la distruzione di valore si sia aggirata sui 3000-3500 miliardi di euro. Per farsi un'idea concreta delle dimensioni raggiunte da tale distruzione di valore, si pensi che 8,4 trilioni di dollari corrispondevano a oltre l'85% del PIL statunitense del 2001, che era di 9,8 trilioni. Nella UE, 3 trilioni di euro o più equivalgono al PIL combinato di Francia e Italia, con alcune centinaia di milioni di avanzo. Detto altrimenti, la distruzione di valore azionario verificatasi tra il marzo 2000 e l'ottobre del 2002 (in Europa) è paragonabile a quella che si sarebbe osservata se Stati Uniti, Francia e Italia avessero avuto, per un intero anno, un PIL uguale a zero” (Gallino: 2005) [1]
Difatti, già a partire dagli anni '80, l'impresa, che Luciano Gallino definisce “irresponsabile", comincia a sottrarre, gradualmente, percentuali finanziarie sempre più significative alla produzione, nell'ossessiva ricerca della rendita. Non più valore aggiunto, quindi, da conseguire mediante il lavoro, la tecnologia, e la conoscenza, nell’ambito di una crescita lenta del fatturato, sia pure costante.
Piuttosto, si ripiega su di un'accumulazione drastica e rapidissima dei dividendi, rivenduti in borsa e gonfiati da proiezioni tanto esagerate quanto fuorvianti. Il paradosso venutosi a creare difatti è che tale sistema favorisca in misura maggiore il valore del capitale detenuto dagli azionisti, che rimangono esterni all'impresa, rispetto a quello del patrimonio industriale dell'azienda medesima.
Questo anche perché, continua a spiegare Gallino, la mancata coincidenza tra l'amministrazione e la nuda proprietà, che al contrario aveva caratterizzato il fordismo, aveva reso la moderna figura del manager delegato un lavoratore dipendente al pari di tutti gli altri. Ma, così facendo, quest’ultimo veniva messo sul libro paga degli investitori per tutelare il loro interesse piuttosto che le ragioni societarie di lungo periodo.
Pertanto, acquisizioni, fusioni, svendite di segmenti produttivi, pratiche manipolatorie di bilancio, e pesanti tagli della forza lavoro, avevano avuto il mero scopo di fare cassa per attirare l'acquisto immediato di nuove azioni a scapito però di strategie lungimiranti di sviluppo economico.
5. ARRIGHI E IL PASSAGGIO DAL MODELLO MERCANTILISTA A QUELLO DEI RENTIER
Ebbene, sembra che l'Italia stia già percorrendo una parabola discendente che potremmo descrivere prendendo a prestito lo schema di Giovanni Arrighi, estratto dal suo "Il lungo XX secolo” (1994) [2]. L'autore infatti sostiene che la propulsione allo sviluppo economico di una potenza mercantile si esaurisca a causa del suo passaggio di testimone ad un'altra (o ad una costellazione di altri paesi),
che cominci ad investire sull'economia reale (il lavoro) al posto di quella precedente.
Tutto questo nel momento in cui, va da sé, la prima ha smesso di farlo per soddisfare principalmente l'interesse speculativo di alcune classi particolari, all'interno del proprio alveo nazionale, che sono definiti rentier.
Ad esempio, spiega Arrighi, è ciò che accade nel '600, durante l'epoca d'oro delle Province Unite, quando la decadente classe mercantile olandese, pur di non rinunciare ad una parte dei suoi proventi, cede fette importanti di mercato delle Indie orientali all'Inghilterra, mentre si guarda bene dall'utilizzare il resto degli introiti per lo sviluppo di industrie sul territorio.
Tanto che Amsterdam sarà destinata a rimanere un centro di smistamento merci che vanno verso, o provengono, dall'Asia, per conto di paesi terzi europei, servendosi però, in tutto questo, di appalti manifatturieri inglesi. Come sarà noto, infatti, la prima rivoluzione industriale nascerà subito dopo, nel '700, in seno alle fabbriche tessili di Londra, e non certo presso la borsa di Anversa.
Insomma, la condizione attuale italiana sembra corrispondere a quella fase marxiana che, continua Arrighi, si ripresenta periodicamente, e che sussiste nel passaggio dallo schema DMD1 (Denaro- Merce-Denaro+1) a quello accelerato DD1 (Denaro-Denaro+1). Quest'ultimo, a partire dagli anni '80, permette così l'accumulazione immediata di capitale (tanto in Europa quanto in USA) a vantaggio più che altro, della rendita, mentre va a scapito, non solo dei mercanti, ma del lavoro in genere, sia delle piccole e medie imprese, sia di quello dipendente, nel loro insieme.
Come si può vedere, anche nel commercio globale, la deflazione salariale e il lavoro precarizzato contro una politica di investimenti, non aumenta tanto la produttività, come invece vorrebbe Confindustria, ma comporta, più che altro, la perdita di valore aggiunto così come del risparmio. Di modo che, nello scenario migliore, si viene assorbiti dai colossi più grandi; oppure, in quello peggiore, si chiude definitivamente o si delocalizza.
Si tratta, continua Arrighi, di un epigono tormentato, che segna la fine, ogni volta, di un lungo ciclo produttivo per inaugurarne un altro successivo, con il disfacimento graduale del vecchio ordine egemonico, a questo punto, possiamo dire, anche di tipo militare (la NATO), nel momento in cui ci sta conducendo, con sempre maggiore evidenza, entro quello che lo stesso autore avrebbe definito un "caos sistemico". In effetti, se sommiamo la guerra russo-ucraina a quella cino-taiwanese, viene fuori una crisi chiaramente mondiale, non solo economica, appunto, e dagli esiti ancora oggi imprevedibili, oltre che pericolosi.
6. L'EURO E IL COMPROMESSO MERCANTILISTICO TEDESCO TRA CAPITALE E LAVORO
Mi preme sottolineare tuttavia che l'attuale crisi del mercantilismo-industriale tedesco non è dettata, però, come in Italia, da una classe di speculatori che, come spiegava bene Gallino, hanno sostituito la rendita al profitto. Anzi, grazie ai lauti compensi degli operai altamente specializzati (al cui fianco coesistono certamente, e in numero immensamente maggiore, i famigerati mini-jobs), i capitani d'industria tedeschi hanno garantito finora alle loro classi medie un adeguato welfare.
Oppure, per i meno abbienti, ne hanno fornito uno di carattere meramente sussidiario ed assistenziale, che nonostante la sua esiguità rimane però presente e capillare. Diversamente da quanto proponga la tesi di Albero Bagnai (2012) [3] , infatti, tale beneficio non proviene soltanto dall'infrazione delle regole europee di bilancio pubblico, che pure c'è stata sia in Germania che in Francia tra il 2004 e il 2005. Ma nasce anche e principalmente dalla restituzione ai lavoratori di una parte del plus-valore, ricavato dai massicci utili commerciali, procurati, in questi ultimi 22 anni, grazie alla svalutazione dell'euro rispetto al marco.
Si è riusciti, in questa maniera, a concertare un patto tra capitale e lavoro. Sicuramente a perdere per il secondo ma migliore di qualsiasi tipo di soluzione profilata finora dalla grande borghesia italiana, che ha solo raccomandato ai giovani altamente qualificati di emigrare oppure si è servita di un sempre più folto bacino sotto occupato, dal quale attingere indiscriminatamente manodopera a basso costo, del tutto ricattabile, in grazia della sua condizione precaria permanente. Tutto questo, inoltre, per lasciare un settore industriale in sofferenza e spesso inadeguato, o svenduto senza nessuna remora al migliore offerente straniero.
Al contrario, l'aggressivo capitalismo germanico, realizzato ai danni dei suoi partner commerciali europei che, in seguito alla condivisione della moneta unica, sono stati messi in grado di acquistare a buon mercato le costosissime merci tedesche, riusciva ancora, fino al 24 febbraio scorso, a redistribuire i suoi utili tra vaste fasce di lavoratori. È in virtù di questo spostamento dei ricavi verso il basso, per quanto marginale, che il sistema SPD-CDU è riuscito ad ottenere in cambio il consenso egemonico da parte di un larghissimo strato della popolazione: un risultato strepitoso, senza il quale non si riuscirebbe a comprendere la rielezione, con ben tre mandati di seguito, del cancelliere Angela Merkel.
Ma adesso, a quanto pare, questo gioco non potranno permetterselo più. Per gli USA, infatti, la questione militare precede quella economica a prescindere. E le sue colonie europee devono rinunciare alle tradizionali pretese economicistiche, tipiche del secondo '900, per difendere invece a tutti i costi anche loro, in prima persona, l'impero.
Bisogna dire che, anche su questo versante, l'Italia non è stata da meno. Nel senso che il secondo governo Conte del 2019-2021 è stato sabotato dal presidente della Repubblica (anche, e non solo) per il suo tentativo di inserirsi nella "via della seta", che ovviamente infastidiva i piani di Washington, proiettata all'idea di plasmare un'Europa che si rendesse sempre di più commercialmente isolata dall'Asia.
Perciò, durante il governo tecnico immediatamente successivo (e, nello stesso modo di Scholz), anche Draghi ha coinvolto il nostro paese nel conflitto americano (condotto, come si dice, "su procura"), con la conseguente perdita di sicure provvigioni di energia, riforniteci dalla Russia. Di modo che, a causa della loro assenza, durante quest’inverno, verrà messa in ginocchio anche la piccola e media impresa italiana, già compromessa dal Covid: ovvero, quella "domestica", orientata alla domanda interna e rimasta indipendente finora dalle esportazioni.
7. IL NEMICO ESTERNO DELLA UE E QUELLO INTERNO DELLA RENDITA
Giunti fin qui, mi chiedo allora se, anche sul piano politico, si possano trarre almeno alcune considerazioni di carattere generale. Credo di sì.
A) Tanto per cominciare, rifacendosi al modello di Arrighi, l'Italia, nonostante la macro-area mercantilista del lombardo-veneto, sembra collocarsi tendenzialmente nella traiettoria storica della vecchia Olanda. Questo non solo a causa della tradizionale predilezione (anche pre-Maastricht) della nostra classe imprenditoriale nei confronti della rendita che, a quanto pare, avrebbe impedito la formazione di grandi capitali. Ma anche perché la regione più produttiva del paese si trova in realtà in una posizione economica subalterna rispetto alla Baviera e alle sue catene del valore, che rifornisce di semi-lavorati a basso valore aggiunto (Caracciolo: 2017) [4]. Insomma, anche il nord Italia, in assenza di un'industria pesante come la FIAT e con una filiera votata ancora all'export, ma priva di un progetto industriale indipendente, credo che possa essere considerata, nel suo complesso, in pieno declino.
B) Va da sé che, nello stesso schema, la Germania occupi invece la posizione dell'Inghilterra. Con, tuttavia, la grande differenza che anche la classe mercantile del nord Europa si trova ora, suo malgrado, egualmente spacciata, in quanto parte del blocco di Paesi che sono al seguito della nazione egemone decadente: gli Stati Uniti.
1 - Dunque, se di fatto, nel breve periodo, sarà impossibile sottrarsi militarmente al controllo di una super potenza come quella americana, con un cambio di governo in chiave neo-socialista e molto meno filo atlantista, per noi sarebbe auspicabile, nel giro dei prossimi dieci anni, scegliere una politica economica nazionale che si sottragga a quella di impronta europea.
Al contempo (nell'auspicio che sparisca anch'essa il prima possibile), si potrebbe assumere comunque un ruolo più attivo nella NATO, affinché si riesca, quanto meno, a rinegoziare condizioni migliori per il nostro Paese nelle circostanze di conflitto come quelle attuali. In prima istanza, smettendo, ad esempio, di inviare le nostre armi all'Ucraina, e poi insistendo sulla necessità di cercare degli accordi diplomatici, che finora si sono voluti evitare di proposito, con la Russia.
In altri termini, la riconquista della sovranità popolare (e con essa, quella democratica) sarebbe un obiettivo che ci permetterebbe la recessione dai trattati UE, così come dal suo sistema monetario, per ripristinare una forma di politica autonoma, che sia in grado di ri-orientare la nostra economia fuori appunto dall'Unione. Ciò favorirebbe una crescita della domanda aggregata (investimenti pubblici + privati), svincolata dai parametri di Bruxelles, col fine di rilanciare l'industria pubblica, unico vero motore della produzione domestica, che smetterebbe di rimanere, in questo modo, un oggetto in balia delle fluttuazioni della domanda altrui: ieri sotto il giogo finanziario; oggi a causa di una guerra; domani per l'emergenza ambientale e poi chissà per cos’altro ancora.
Ebbene, questo ordine di scelte comporta parimenti, sul piano del conflitto sociale, anche una risoluzione dei conti, altrettanto urgente, con la classe mercantilista italiana. Quest'ultima, come nel caso cinese di Alibaba, dovrebbe infatti, almeno in parte, scendere a compromessi con un parlamento sovrano nell'accettare la consistente riduzione di una fetta dei proventi del mercato estero; in parte, se di export vogliamo continuare a parlare, dovrebbe però disinnescare progressivamente il suo legame con il continente e proiettarsi invece verso il Mediterraneo, il quale, da sempre, è stato il naturale asset strategico della penisola [5].
2 - In seconda battuta, si vuole mettere in evidenza come la Germania possa giovarsi, al momento, di un evidente vantaggio antropologico e culturale rispetto al nostro paese. In questa dichiarazione non vi è, da parte di chi scrive, alcuna sensibilità filo-estera. Si vuole soltanto constatare che, in assenza degli attuali squilibri geo-politici, la Germania sarebbe ancora in grado di godere di una
prospettiva remunerativa, che invece mancherebbe sempre e comunque da noi. Nonostante i suoi contrasti interni, infatti, i tedeschi sono guidati da una classe alto borghese che è riuscita a mettere a frutto il potenziale dei suoi capitali, pur ancora all'interno di una visione organica nazionale del tutto diversa da quella servile e parcellizzata delle nostre classi dirigenti.
Mi spiego meglio. L'idea di sviluppo mercantilistico tedesco non sarebbe mai un orizzonte ideale da anelare in nessuna maniera, in quanto, diversamente dal modello socio-economico costituzionale italiano, si rivela aggressivo contro le altre nazioni e rapace nei confronti dei propri lavoratori meno abbienti. Inoltre, ne riscontriamo adesso tutta la vulnerabilità di fronte a degli shock esogeni come
quello della guerra, a causa della sua dipendenza patologica adall'estero. Ma, quanto meno, ha avuto più senso finora della decadenza autoctona nostrana, di gran lunga la peggiore cui potevamo assistere fin dall'inizio della Repubblica.
8. CONCLUSIONE: EURO-EXIT E LOTTA DI CLASSE
Allora, qualsiasi movimento, o partito politico in Italia, che ambisca ad invertire, insieme alla rotta mercantilista, anche quella di un capitale speculativo, foriero di destabilizzazioni sistemiche, dovrà tenere a mente come, a prescindere dal vincolo esterno, di cui occorre liberarsi sicuramente il prima possibile, ce ne sia sempre uno però anche interno, legato ad una spinosa lotta culturale, e di classe, nell'ambito del paese medesimo di cui si fa parte. Questa, difatti, checché se ne dica, non è mai cessata. Ne consegue che l'obiettivo principe da realizzare consisterà sempre nello scongiurare, contemporaneamente, insieme all'ingerenza del capitale apolide e transnazionale della UE, anche la minaccia proveniente da quei ceti fanatici e improduttivi della rendita, che sono del tutto italiani ma non, per questo, meno pericolosi degli altri.
Di Jacopo D'Alessio
02.09.2022
Jacopo D'Alessio. Laureato in lettere moderne, insegna Italiano nelle scuole medie di Roma. Autore di saggi brevi e articoli su politica, economia e cultura cinematografica.
NOTE
[1]Gallino L., L'impresa irresponsabile, i Torino: Einaudi 2005, cit. pg. 133-134.
[2] Arrighi G., Il lungo XX secolo, Milano: Il Saggiatore, 1994.
[3] Bagnai A., Il tramonto dell'euro, Imprimatur, Reggio Emilia, 2012.
[4] Caracciolo L., Perchè ci serve l’Italia, in Limes, n. 4/2017; http://www.limesonline.com/sommari-rivista/a-chi-serve-litalia.
[5] Id., L'Italia è il mare, in Limes, n. 10/2020.
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link fonte: https://proitalia.org/articoli/la-crisi-del-modello-mercantilista-europeo-e-il-suo-passaggio-progressivo-verso-la-rendita
Deheb 7 settembre 2022
Non mi torna la definizione di “export europeo crolla inesorabilmente”
https://tradingeconomics.com/euro-area/exports
Se guardo all’area euro nel suo complesso vedo un debito estero in aumento, un conto corrente in calo (negativo) dal 2021 che si riflette sulla bilancia dei pagamenti (negativa) ma le esportazioni sono in aumento e sta lentamente aumentando la posizione netta sull’estero (dal 2008 negativa e ora quasi azzerata).
Jacopo DAlessio 7 settembre 2022
sì, quello cui faccio riferimento è proprio la passività della bilancia commerciale che tiene conto di una parabola di lungo periodo. Magari, le esportazioni stanno accennando ad una ripresa in questo particolare momento. Di fatto, c'è stato un crollo fin dal 2021, che ad oggi se ne può parlare, appunto, come di una "tendenza". Pertanto, una leggera ripresa temporanea non può fare, almeno per ora, la differenza.
Deheb 7 settembre 2022
Non condivido questa visione.
Per semplicità si potrebbe dire che la dinamica dell’area euro corrisponda a quella tedesca.
Dopo il tonfo dovuto al covid c’è stato il recupero economico fino alla prima metà 2021. Da questo punto il veloce declino di conto corrente (e BoP).
Ma le esportazioni non sono diminuite di pari passo, anzi, sono aumentate come è aumentata la quota import, ovviamente, questo perché il blocco dell’attività economica è stato indotto artificialmente attraverso i vari lockdown. Poi tutto è di nuovo cambiato dalla seconda metà 2021.
Sto gran casotto credo sia dovuto all’aumento del costo energetico, voce fondamentale per paesi trasformatori come la Germania e l’Italia. Per produrre bisogna consumare energia, inevitabile (se non ricordo male le forniture energetiche sono intorno al 40-50% dalla Russia).
A questo si aggiunge la svalutazione dell’euro iniziata proprio da metà 2021, da 1,22 a 0,99, praticamente un 20% in più sui costi energetici già aumentati massicciamente. L’export ha in parte compensato questa doppia mazzata, che fra parentesi vale solo per noi europei, molto meno per USA e UK.
Prendo spunto da questa frase:
“D’altra parte, però, verrebbe meno la preoccupazione di piazzare le nostre merci sul mercato estero con il rischio poi che rimangano invendute, proprio come sta accadendo nella circostanza attuale.”
A parte che non vedo merci invendute (tranne le auto ma quello ha altre origini), il ragionamento è contrario, uno produce, di solito, in funzione della domanda, estera in queso caso, non viceversa. La domanda si è bloccata coi Lockdown non per motivi strani.
Per quanto riguarda questo aspetto (import/export), non penso sia una grande idea spingere sui consumi interni, almeno in questo momento ed in funzione delle caratteristiche dell’economia tedesca e italiana sopratutto (siamo paese trasformatore di materie grezze o poco lavorate).
Primo perchè più consumi significherebbe più importazioni, secondo perché l’econoimia di questi due paesi è basata sull’export (60% Germania e 30% Italia). E senza export diventerebbe difficile importare. Moneta sovrana o meno c’è sempre bisogno di dollari.
In più bisognerebbe convertire la struttura economica dei due paesi e non è cosa semplice ed immediata, senza contare che per far quadrare i conti bisognerebbe fare in modo che la domanda interna compensi quella estera, molto difficile.
Invece i geni di Bruxelles vanno sempre in leggera controtendenza, ai vincoli di bilancio (in tempo di crisi) aggiungono la transizione ecologica e rialzano i tassi, tanto per aiutare a cadere meglio.
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
no, assolutamente. i dati e i grafici ufficiali sono completamente differenti da quello che afferma lei. E attestano chiaramente una compressione della bilancia commerciale, la quale ovviamente è legata agli alti prezzi dell'energia, ma come, né più né meno, è stato scritto anche nell'articolo. Ovviamente la guerra è una delle cause degli aumenti dell'energia. Poi, sicuramente, c'è il mercato di Amsterdam che fa prezzi alti a prescindere. Ma il gas russo non ci viene più offerto, comunque, ai prezzi vantaggiosi precedenti.
Questo ad esempio è del Sole 24 ore:
"Il dato del saldo commerciale di gennaio 2022 della zona euro diffuso venerdì scorso da Eurostat è stato il peggiore in assoluto da quando esiste l’unione monetaria. Le esportazioni sono state pari a 199,5 miliardi di euro, in crescita del 18,9% rispetto a gennaio 2021. Le importazioni invece sono arrivate a 226,7 miliardi, in aumento del 44,3% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Il saldo di 27,2 miliardi di euro è, appunto, il livello mensile più basso mai raggiunto dal 1999 (fig.1)".
https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2022/03/23/saldo-commerciale-ue-cina/?refresh_ce=1
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
questo, ancora, è un altro esempio. e non ci si limita a parlare dell'area tedesca ma, appunto, dell'intera zona UE:
"Commercio estero UE: peggioramento del saldo commercialeNei primi cinque mesi del 2022 il saldo commerciale UE si è collocato in territorio negativo per la prima volta dalla Grande Recessione(Pubblicato da Marzia Moccia. 06 Luglio 2022) .
https://www.exportplanning.com/it/magazine/article/2022/07/06/commercio-estero-ue-peggioramento-del-saldo-commerciale-dellunione/
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
ciò significa, inoltre, che le esportazioni sono diminuite.
Viceversa, la questione dei lockdown riguarda la compressione della domanda interna, non quella estera.
Il lockdown blocca il consumo, e le politiche di austerità hanno impedito un'iniezione di spesa pubblica per compensare le perdite del commercio domestico. Pertanto i negozi al dettaglio spesso hanno chiuso i battenti.
Ma questo non ha a che fare con il crollo dell'export che, come si legge negli articoli che ho inserito nei commenti, invece c'è stato e come.
Deheb 8 settembre 2022
Sul deficit di c/a e di BoP siamo d’accordo (aumento dei prezzi e svalutazione dell'euro) ma non su queste affermazioni:
“ciò significa, inoltre, che le esportazioni sono diminuite.”
e
“il crollo dell’export che, come si legge negli articoli che ho inserito nei commenti, invece c’è stato e come.”
Invece dicono l’opposto gli articoli postati, cioè come dicevo all’inizio io:
“Le esportazioni sono state pari a 199,5 miliardi di euro, in crescita del 18,9% rispetto a gennaio 2021. Le importazioni invece sono arrivate a 226,7 miliardi, in aumento del 44,3% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.”
“A partire dal mese di novembre, infatti, la crescita delle esportazioni europee, pur positiva, non è stata tale da compensare gli aumenti evidenziati dal valore delle importazioni”
(Per la Cina) “Il valore delle importazioni europee dal Paese del Dragone è infatti sensibilmente cresciuto a partire dalla seconda metà del 2021, a fronte di un andamento stabile dell’export UE”
Lo dicono chiaramente, le esportazioni sono aumentate.
Sono peggiorati i rapporti commerciali tra EU e Russia per via delle sanzioni recenti, è il quarto partner commerciale per dimensioni ma conta soprattutto per le importazioni energetiche (la Germania sta patendo più di tutti queste sanzioni). La Cina è stazionaria come export visti i lockdown a singhiozzo che hanno praticato.
L’unico calo export avvenuto è riferibile solo alla Russia.
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
no.
" Con l’arrivo della pandemia questa dinamica è cambiata e la ripartenza dell’attività economica nello scorso anno, pur avendo visto un considerevole recupero delle esportazioni, ha visto aumentare le importazioni più che proporzionalmente".
C'è stato un incremento delle esportazioni ma le importazioni sono aumentate e la bilancia commerciale si conta sulla differenza tra questi due elementi. Non nel modo che si inventa lei.
Ovvero, se aumentano le esportazioni, ma nel frattempo aumentano le importazioni, anche se in termini assoluti, le prime sono aumentate, la bilancia commerciale va in passivo.
(la linea dei grafici letteralmente CROLLA senza sé e senza ma).
Ed è questo che conta. Oltre al fatto che non parla di una parabola intera ma di una fase.
Morale della favola, di cosa ha bisogno un modello mercantilista per funzionare?
1) che SI ESPORTI PIU' DI QUANTO SI IMPORTI E 2) CHE LA BILANCIA COMMERCIALE SIA ATTIVA.
Si stanno manifestando questi due fenomeni? NO.
Quindi, il modello mercantilista NON STA FUNZIONANDO ED E' IN CRSI, esattamente come sostiene il mio articolo.
3) Infine, la questione delle esportazioni mi sembra piuttosto controversa. Difatti, il secondo articolo che avevo postato (e che riposto) sostiene che il crollo si è verificato ANCHE SULLE ESPORTAZIONI.
https://www.exportplanning.com/it/magazine/article/2022/05/18/I-primi-effetti-delle-sanzioni-sui-flussi-commerciali-UE-Russia/
"I primi effetti delle sanzioni sui flussi commerciali UE-RussiaLe esportazioni UE verso la Russia crollano a marzo, mentre le importazioni continuano a crescere, trainate dalle materie prime".
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
"Dopo un preoccupante declino degli scambi internazionali osservato nella seconda parte del 2021, sincronizzato in tutte le principali macro-aree economiche e lungo tutta la catena del valore globale, la situazione si è stabilizzata ad inizio 2022. Nel primo trimestre dell'anno l'indice composito elaborato dagli economisti del WTO (WTOI, vedi Figura 1) FOTOGRAFA UNA """"CRESCITA MODESTA"""" del COMMERCIO MONDIALE, DESTINATA A STAZIONARE AL DI SOTTO DEL TREND STORICO.
Nei dati però si cominciano chiaramente a leggere L'IMPATTO NEGATIVO E LE DISTORSIONI CHE LA GUERRA RUSSO-UCRAINA STA AVENDO SUGLI SCAMBI INTERNAZIONALI.
Gli effetti sono correlati strettamente con la vicinanza geografica al teatro delle operazioni belliche.
La cartina di tornasole è ovviamente l’area Euro; in diversi continenti (Asia sud-orientale o America Latina) NON CI SONO STIME DI EFFETTI APPREZZABILI DEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO SUL COMMERCIO INTERNAIONALE E SULLE PROSPETTIVE DI CRESCITA".
Cioè, è un problema più che altro europeo perché, come sostiene la tesi dell'articolo, è la UE che si è auto-imposta storicamente un modello mercantilista. Ed è quest'ultimo che va in crisi quando ci sono, difatti, dei fattori esogeni che non vengono controllati dalla spesa pubblica dei paesi esportatori, ma da quella degli altri paesi che importano.
https://www.ilsole24ore.com/art/lo-stallo-commercio-internazionale-e-conseguenze-guerra-AEmjPzgB
Deheb 8 settembre 2022
Cerchiamo di capirci: non discuto della passività della bilancia dei pagamenti, discuto sulle affermazioni fatte relative all’export.
- Dov’è crollato l’export?
- Dove sono le merci invendute? (Al più e per certe tipologie, si potrebbe parlare di rallentamento della produzione dovuto al mancato approvvigionamento di materiali)
Il sistema mercantilista descritto è la versione moderna, più vicina ai desideri tedeschi con l’ossessione per la bilancia commerciale in attivo e l’inflazione. Ma loro possono permetterselo.
Quello originario invece era una sorta di protezionismo con dazi e tariffe maggiorate sulle importazioni per avvantaggiare le proprie esportazioni. Era lo STATO CHE INTERVENIVA A FAVORE della propria economia. Questo molto in sintesi dato che poi ci sarebbero delle sotto-teorie che si sono succedute nei vari periodi e ne vari paesi.
Adesso questo modello è in crisi perché E’ VOLUTA questa crisi, non per il modello in sé, non credo ci sarebbero stati questi problemi se l’EU avesse continuato a commerciare con la Russia. I prezzi energetici sono aumentati per diversi fattori, non solo la generica speculazione ma anche sanzioni, aspettative, guerra, domanda effettiva.
L’EU ha un comportamento ai limiti dell’autolesionismo (VOLUTO) in nome di chissà quali nobili principi.
Sul punto 3), cosa significa “piuttosto controversa”? Quel passaggio è riferito agli scambi EU-Russia non all’export EU-resto del mondo.
L’ho scritto già prima anche quello: “L’unico calo export avvenuto è riferibile solo alla Russia.”, ovviamente risultato di sanzioni e boicottaggio.
https://www.ecb.europa.eu/pub/economic-bulletin/focus/2022/html/ecb.ebbox202203_01~a3fe116ba1.en.html
In un altra forma qui si riprendono gli stessi concetti dell’articolo ri-postato.
Deheb 8 settembre 2022
Le esportazioni sono aumentate in valore monetario come le importazioni, ma queste ultime in misura maggiore per i due fattori detti, ovvero il costo aumentato e la svalutazione dell’euro, un doppio costo per l’Europa.
https://www.wto.org/english/res_e/statis_e/latest_trends_e.htm
Da qui nella parte bassa (MERCHANDISE TRADE PRICES) l’aumento QoQ del prezzo energetico mondiale, andrebbe contestualizzato alla nostra macroarea ma tanto per avere un’idea degli incrementi.
Quello mostrato dal sole24ore è un indice composito del WTO, poi scomposto per settori. Da informazioni sul tasso di variazione nell'arco dei semestri. Il forte incremento della crescita nel II semestre 2020 si è riflesso tra fine 2020 e inizio 2021, poi è calato. Quando dice: “Il settore automotive (barre azzurre) ha subito un vero e proprio tracollo nel secondo semestre 2021 (-14%)” bisogna intenderlo come il calo del tasso di crescita rispetto al semestre precedente, non al calo dell’export in toto. Stesso discorso per i grafici successivi, rappresentano le variazioni % nei 12 mesi.
Invece sono aumentati i costi che nell’altro grafico più sotto viengono indicati in miliardi di euro, specie verso la Russia. (Sbagliando anche i colori delle barre riferite ai paesi indicati nella legenda).
Jacopo DAlessio 8 settembre 2022
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Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
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Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
1.“Le esportazioni sono state pari a 199,5 miliardi di euro, in crescita del 18,9% rispetto a gennaio 2021. Le importazioni invece sono arrivate a 226,7 miliardi, in aumento del 44,3% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.”
esportazioni = 199,5
importazioni = 226,7
“A partire dal mese di novembre, infatti, la crescita delle esportazioni europee, pur positiva, NON E' STATA TALE DA COMPENSARE GLI AUMENTI EVIDENZIATI DAL VALORE DELLE IMPORTAZIONI”
quindi no. è esattamente come dico io. Le importazioni sono aumentate rispetto alle esportazioni.
2."Nel mese di maggio la Germania ha esportato per un totale di 125,8 mld €, ed importato per 126,7 mld €, con un deficit di circa 1 mld"
https://www.lafionda.org/2022/07/07/germania-bye-bye-surplus-commerciale/
Ovvero: le merci della Germania sono rimaste invendute dando luogo ad un deficit di 1 miliardo.
3.che vuol dire che il calo con la Russia non conta..? se domani gli USA smettono di acquistare le nostre merci non contano? e per quale motivo?
Cosa importa quale sia la ragione? stretta creditizia + austerità? oppure: Boicottaggio? e allora? se tu hai una struttura produttiva che dipende totalmente dalla domanda estera e questa smette di funzionare perché fai boicottaggio, o qualcuno lo fa per te, il problema è tuo.
Deheb 9 settembre 2022
Peccato, ci sarebbero state tante cose da discutere...
Deheb 9 settembre 2022
Qui stiamo parlando solo di I/E di merci quando ci sarebbero da considerare anche i servizi.
Punto 1
Come sarebbe possibile compensare l’aumento dei costi import in brevissimo tempo? Aumentando i volumi delll’export? O aumentando i costi dei prodotti export? Nei negozi può essere ma non con il commercio estero.
In aggiunta sono aumentate le richieste energetiche anche in funzione di una carenza futura (le famose riserve per l’inverno).
Punto 2
I numeri che dà l’articolo sono diversi dalla fonte ufficiale, forse perché nell’articolo hanno usato dati preliminari.
A maggio la Germania ha esportato per €128,6 mld ed importato per €127,7 mld (sui valori destagionalizzati).
https://www.destatis.de/EN/Press/2022/09/PE22_370_51.html;jsessionid=0076BEAC3177BDEB23B0520CA7CCE406.live742
Ma anche seguendo i dati dell’articolo, lo dice chiaramente:
“Vedendo i partner commerciali, si può vedere che il saldo rimane positivo rispetto ai paesi Ue, dove la Germania esporta per 46,8 mld ed importa per 42,4 mld, mentre verso il resto del mondo l’export è 58,3 mld e l’import 65. Perciò il problema risiede da qualche parte della bilancia commerciale con i paese extraeuropei.
L’unico partner rispetto a cui i conti tedeschi si sono deteriorati paiono essere gli Usa. La Germania è sempre in attivo, con un export di 13,4 mld rispetto ad un import di 9,7. Ma le importazione dal paese al di là dell’Atlantico sono aumentate da 7,4 a 9,7 mld.
Il motivo pare chiaro. L’unico settore cui può venir imputato un cambiamento strutturale è quello del gas e dell’energia.”
Se la BoP è negativa non significa necessariamente che ci sono merci invendute, è una supposizione dell’autore che andrebbe verificata sui volumi magari, non sul valore. Seguendo questa logica, se ci fossero merci invendute i motivi dovrebbero essere due: o volontariamente vogliono vendere meno o si è ridotta la domanda. Ci sono queste condizioni?
Sempre seguendo questa logica, se la quota delle importazioni supera quella delle esportazioni dovrebbe manifestarsi in un passivo della BoP giusto?
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_goods
Anno 2020 quota import superiore a quota export, deficit di bilancia dei pagamenti, merci destinate all’export rimaste invendute. OK.
E negli anni 2016-2018? Stessa situazione ma come si è riflesso il fenomeno sulla BoP?
Deheb 9 settembre 2022
Punto 3
Chi ha detto che non conta? Hanno però un peso differente
Da qua vai a vedere le quote di mercato dei vari partner europei
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_goods#The_three_largest_global_players_for_international_trade:_EU.2C_China_and_the_USA
Invece importa la ragione dei tuoi problemi. E la tua struttura produttiva non è una cosa intercambiabile. La Germania ha una quota export/PIL del 60%, l’Italia del 30%. Come fai a far assorbilre queste quote dalla domanda interna? E ad aumento di domanda corrisponde un aumento delle richieste dall’estero (energia e materie prime). E come ti procuri valuta se non con l’export?
(punto 1 e 2 in moderazione...)
Deheb 9 settembre 2022
Qui stiamo parlando solo di I/E di merci quando ci sarebbero da considerare anche i servizi.
Punto 1
Come sarebbe possibile compensare l’aumento dei costi import in brevissimo tempo? Aumentando l’export? O aumentando i costi dei prodotti export? Nei negozi può essere ma non con il commercio estero.
In aggiunta sono aumentate le richieste energetiche anche in funzione di una carenza futura (le famose riserve per l’inverno).
Punto 2
I numeri che dà l’articolo sono diversi dalla fonte ufficiale, forse perché nell’articolo hanno usato dati preliminari.
A maggio la Germania ha esportato per €128,6 mld ed importato per €127,7 mld (sui valori destagionalizzati).
https://www.destatis.de/EN/Press/2022/09/PE22_370_51.html;jsessionid=0076BEAC3177BDEB23B0520CA7CCE406.live742
Ma anche seguendo i dati dell’articolo, lo dice chiaramente:
“Vedendo i partner commerciali, si può vedere che il saldo rimane positivo rispetto ai paesi Ue, dove la Germania esporta per 46,8 mld ed importa per 42,4 mld, mentre verso il resto del mondo l’export è 58,3 mld e l’import 65. Perciò il problema risiede da qualche parte della bilancia commerciale con i paese extraeuropei.
L’unico partner rispetto a cui i conti tedeschi si sono deteriorati paiono essere gli Usa. La Germania è sempre in attivo, con un export di 13,4 mld rispetto ad un import di 9,7. Ma le importazione dal paese al di là dell’Atlantico sono aumentate da 7,4 a 9,7 mld.
Il motivo pare chiaro. L’unico settore cui può venir imputato un cambiamento strutturale è quello del gas e dell’energia.”
Se la BoP è negativa non significa necessariamente che ci sono merci invendute, è una supposizione dell’autore che andrebbe verificata sui volumi magari, non sul valore. Seguendo questa logica, se ci fossero merci invendute i motivi dovrebbero essere due: o volontariamente vogliono vendere meno o si è ridotta la domanda. Ci sono queste condizioni?
Sempre seguendo questa logica, se il quota delle importazioni supera quella delle esportazioni dovrebbe manifestarsi in un passivo della BoP giusto?
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_goods
Anno 2020 quota import superiore a quota export, deficit di bilancia dei pagamenti, merci destinate all’export rimaste invendute. OK vediamo.
E negli anni 2016-2018? Stessa situazione ma come si è riflesso il fenomeno sulla BoP?
Deheb 9 settembre 2022
(Mancano i link, arriveranno dopo la moderazione)
Qui stiamo parlando solo di I/E di merci quando ci sarebbero da considerare anche i servizi.
Punto 1
Come sarebbe possibile compensare l’aumento dei costi import in brevissimo tempo? Aumentando l’export? O aumentando i costi dei prodotti export? Nei negozi può essere ma non con il commercio estero.
In aggiunta sono aumentate le richieste energetiche anche in funzione di una carenza futura (le famose riserve per l’inverno).
Punto 2
I numeri che dà l’articolo sono diversi dalla fonte ufficiale, forse perché nell’articolo hanno usato dati preliminari.
A maggio la Germania ha esportato per €128,6 mld ed importato per €127,7 mld (sui valori destagionalizzati).
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Ma anche seguendo i dati dell’articolo, lo dice chiaramente:
“Vedendo i partner commerciali, si può vedere che il saldo rimane positivo rispetto ai paesi Ue, dove la Germania esporta per 46,8 mld ed importa per 42,4 mld, mentre verso il resto del mondo l’export è 58,3 mld e l’import 65. Perciò il problema risiede da qualche parte della bilancia commerciale con i paese extraeuropei.
L’unico partner rispetto a cui i conti tedeschi si sono deteriorati paiono essere gli Usa. La Germania è sempre in attivo, con un export di 13,4 mld rispetto ad un import di 9,7. Ma le importazione dal paese al di là dell’Atlantico sono aumentate da 7,4 a 9,7 mld.
Il motivo pare chiaro. L’unico settore cui può venir imputato un cambiamento strutturale è quello del gas e dell’energia.”
Se la BoP è negativa non significa necessariamente che ci sono merci invendute, è una supposizione dell’autore che andrebbe verificata sui volumi magari, non sul valore. Seguendo questa logica, se ci fossero merci invendute i motivi dovrebbero essere due: o volontariamente vogliono vendere meno o si è ridotta la domanda. Ci sono queste condizioni?
Sempre seguendo questa logica, se il quota delle importazioni supera quella delle esportazioni dovrebbe manifestarsi in un passivo della BoP giusto?
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Anno 2020 quota import superiore a quota export, deficit di bilancia dei pagamenti, merci destinate all’export rimaste invendute. OK vediamo.
E negli anni 2016-2018? Stessa situazione ma come si è riflesso il fenomeno sulla BoP?
Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
punto 3. NO, non conta assolutamente nulla.
Ed è questo uno dei nodi centrali dell'articolo.
Perché, semplicemente, I PAESI ESPORTATORI NON SONO IN GRADO DI CONTROLLARE POLITICAMENTE I PAESI A CUI ESPORTOANO (a meno che non facciano parte delle loro colonie, come facevano appunto gli UK con l'India e gli USA prima che diventassero entrambi indipendenti).
Questo fatto determina la fragilità del modello mercantilista IN SE' perché non diepende solo da te ma dalla decisione di altri o per ragioni di forza maggiore, che sono egualmente fuori il tuo potere.
Se domani, per ragioni interne ed imponderabili, i tuoi partner principali decidono di non importare più i tuoi prodotti, chiudendo dei mercati di sbocco per te fondamentali, e tu hai sclerotizzato il tuo profitto aggregato mediante, e quasi unicamente, la domanda estera, il problema è solo tuo.
Difatti, la Cina che, diversamente dalla Germania, ha compreso questo fenomeno, ha deciso ormai da decenni di diminuire il suo export (passando il testimone alla Germania) proprio per aumentare la domanda interna.
L'Italia è strettamente collegata alla Germania. Come non ho mancato di sottolineare nell'articolo, il Lombardo-Veneto è strettamente collegato alle catene del valore bavaresi, e pertanto una flessione del surplus commerciale tedesco incide anche su quello italiano.
Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
"Come fai a far assorbilre queste quote dalla domanda interna? E ad aumento di domanda corrisponde un aumento delle richieste dall’estero (energia e materie prime). E come ti procuri valuta se non con l’export?".
ATTRAVERSO LA DOMANDA INTERNA, alimentata dalla SPESA PUBBLICA.
Questo lo spiegava diverso tempo fa e molto bene Michail Kalecki.
Adesso non puoi farlo solo ed esclusivamente perché Bruxelles te lo impedisce per legge. Ma non per qualche altro motivo.
Difatti, non esiste un limite tecnico-economico intrinseco che vieti di farlo. Ed è proprio questo che permette di assorbire il ciclo produttivo AUTONOMAMENTE DALLA DOMANDA ESTERA la quale, appunto, non sei in grado di modificare a tuo piacimento.
Ma tu che articolo hai letto? No, perché queste informazioni le avevo già scritte tutte.
Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
Se la bilancia commerciale è in deficit il tuo modello non funziona perché smetti di realizzare surplus. Non guadagni e stai andando in crisi. Le tue industrie smettono di fare profitto.
Se hai esportato di più in USA perché:
1. è un paese che può fare più spesa pubblica rispetto all'Europa;
2 e perché, in questo momento l'euro è svalutato rispetto al dollaro;
questo non ti difende, tuttavia:
1. da un eventuale e successivo apprezzamento dell'euro;
2.Né ci si può assicurare del fatto che gli USA continuino ad aumentare la propria spesa pubblica all'infinito.
Tuttavia, nello stesso periodo (anche ora) le tue esportazioni sono crollate (soprattutto da un punto di vista quantitativo) sia in Russia che in Cina.
Ciò significa, esattamente come asserisce la visione di insieme dell'articolo, che il mercantilismo in questo modo, rivela delle grosse fragilità sistemiche che mettono a repentaglio il sistema economico.
E che possono essere risolte solo, come di nuovo sostiene la tesi dell'articolo, dalla domanda aggregata.
Insomma, il commentatore continua ad arrampicarsi sugli specchi scrivendo 1000 commenti ma senza mai centrare il punto.
Grazie per gli interventi
Jacopo DAlessio 9 settembre 2022
PS. Bello ignorare del tutto il fatto che l'export intra-europeo abbia egualmente smesso di funzionare.
Peccato però che la Germania abbia puntato grandisimamente anche su questo (non solo su quello internazionale) proprio grazie all'euro che svalutava il marco , nell'intento, d'altronde realizzato, di riuscire a rendere economiche le proprie merci ai suoi partner commerciali europei.
.
A quanto pare, anche in questo caso, non dipenderebbe dal modello.
Deheb 9 settembre 2022
Vero, condivido.
Deheb 9 settembre 2022
Per adesso aggiungo questo:
“Anno 2020 quota import superiore a quota export, deficit di bilancia dei pagamenti, merci destinate all’export rimaste invendute. OK vediamo.
E negli anni 2016-2018? Stessa situazione ma come si è riflesso il fenomeno sulla BoP?”
In questo caso ho detto un’ostiata sbagliando il paragone tra la BoP (in valore) e il grafico linkato (quando arriverà) che rappresentava la variazione YoY in %.
Chiedo scusa per questo.
Se come la Germania hai alle spalle 50 anni di surplus non è un grosso problema, dipende dai motivi e da quanto dura la congiuntura negativa.
Deheb 10 settembre 2022
Certo che l’ho letto l’articolo ma mancavano le premesse per arrivare a questo punto.
La linea logica dell’articolo è: il modello mercantilista è in crisi (ha fallito lo scopo) - la bilancia dei pagamenti lo dimostra nei numeri - i numeri sono basati sul crollo dell’export - la prova dei numeri sta nelle merci invendute - si può e bisogna cambiare modello.
Mi aspetto di vedere questo crollo nei numeri e i magazzini pieni di invenduto.
In realtà l’export è aumentato. Contemporaneamente è aumentato (in maniera superiore all’export) l’import. Questo vale per i paesi area euro nel suo complesso, tuttavia la bilancia dei pagamenti ha registrato un passivo importante solo negli ultimi mesi e nel post crisi 2008 in un arco temporale di 20aa.
Per avvalorare la tesi iniziale, parlando di Germania, si diceva “Ovvero: le merci della Germania sono rimaste invendute dando luogo ad un deficit di 1 miliardo.” riferito al mese di maggio 2022.
Sarebbe comunque stato il primo mese in deficit dopo 30 di surplus, da questo è sicuramente un modello in crisi. In realtà il bilancio del commercio estero a maggio è stato positivo (128,6/127,7).
Ma il modello è in crisi e io mi arrampico sugli specchi.
“I PAESI ESPORTATORI NON SONO IN GRADO DI CONTROLLARE POLITICAMENTE I PAESI A CUI ESPORTOANO”
Bella scoperta. E’ una banalità questa affermazione, fa parte del rischio insito nel modello economico, se un paese sceglie di puntare sull’export sa benissimo questa cosa, anche ad uscire di casa si rischia e allora?. Ma è un rischio ponderato e a giudicare dai risultati è andata bene, abbastanza per l’europa, bene per l’Italia e ottimamente per la Germania. Un paese esportatore produce se c’è domanda non a sentimento degli imprenditori e conosce anche il rischio cambio, non per niente ci sono derivati di copertura.
Per cui com’è possibile dichiarare che un sistema economico è in crisi senza valutarne la dinamica le cause specifiche? Sono cause interne, quindi porterebbero comunque un fallimento, o sono cause esterne senza le quali il modello continuerebbe? In questo momento le cause sono esterne e particolari (cambio, import e relativo costo aumentato). Quanto dureranno queste cause non è dato saperlo al momento ma sono determinate da scelte politiche non di mercato. Parlare di generiche cause per avvalorare una tesi mi pare abbia più a che fare con l’ideologia.
Se mi parli di follia nelle politiche europee siamo d’accordo.
Se mi parli di sostenere l’economia (ma non solo) attraverso l’intervento pubblico in determinati periodi va bene.
Se invece parliamo di una economia basata su:“…. LA DOMANDA INTERNA, alimentata dalla SPESA PUBBLICA” da cui la domanda estera la sostituisco con quella interna (esportazione interna credo direbbe Kalacki) allora qualche perplessità mi viene.
Anche una struttura economica de genere non è priva di rischi:
- Funziona se hai domanda
- Funziona se le stesse cose esportate sono richieste all’interno
- Funziona se hai domanda e le produci tu stesso, non se comprate all’estero
- Funziona se hai valuta per energia e materie prime (dollari)
- Funziona se hai possibilità e tempi per una riconversione di un modello economico
Queste le prime cose che mi vengono in mente, niente di particolarmente complesso.
Il Giappone o la Cina (ma potrebbe teoricamente anche la Germania) possono permettersi di puntare sui consumi interni perché hanno alle spalle 20/30 anni di export e grazie a questo quei mille e passa miliardi di dollari di riserve. E’ un bel vantaggio, non tutti sono in queste condizioni.
Niente di male nel puntare alla domanda interna, ma è una affermazione un pò sui generis, come le varie teorie economiche, nei principi generali potrebbero andare bene per tutti, ma una volta contestualizzate la cosa diventa più complicata, tempi, modi, fattibilità, operatività costo/beneficio.
Grazie per la chiacchierata.
Ps: nulla contro la persona, critico, dal mio punto di vista, le idee (alcune) della persona.
Deheb 10 settembre 2022
Scusa dimenticavo, se parliamo di sistema italiano:
Tanto per dare un ordine di grandezza
“nel 2017 si contavano circa 5,3 milioni di PMI che davano occupazione a oltre 15 milioni di persone e generavano un fatturato complessivo di 2.000 miliardi di euro.” (Prometeia) (Tralasciando la collocazione geografica).
Aggiungo:
“l’80% delle aziende esportatrici sono di piccole e medie dimensioni. Sono poche: solo 136mila imprese vendono all’estero, eppure l’export da loro generato pesa per oltre il 30% sul Pil.” (Sole24)
E:
“Focalizzandoci sul caso italiano, i dati Eurostat (2019) mostrano che il 48% delle nostre esportazioni sono state registrate dalle PMI, quota che sale al 55% considerando anche le micro imprese. Confrontando i dati riferiti al 2019 con quelli dell’anno precedente, notiamo inoltre come la quota italiana di export in mano alle micro imprese sia andata ad aumentare, passando dal 5% (20 miliardi di euro) al 7% (27 miliardi di euro), a fronte di una sostanziale stabilità per le piccole e medie.” (Eurostat)
Dando per buoni i dati che arrivano da sole24ore ICE Prometeia ed Eurostat, queste sarebbero le pericolose classi mercantiliste italiane?
Abbiamo una Ferrari fatta guidare da un neopatentato (ovvero le decisioni politiche contrarie agli interessi della categoria e le inefficenze varie e assortite, non perché non siano capaci di lavorare ma perché potrebbero essere meglio utilizzate con le adeguate “protezioni”), ci bucano una gomma (euro) e la soluzione è…..cambiarla con una panda! Geniale. Chissenefrega delle cause, la panda la regalano (non subito magari).
…e ma, dice, non esiste un limite teorico-economico-intrinseco (???) e che assorba autonomamente (???)….e poi lo spiegava Kalecki….beh se lo dice lui…sti cazzi.
Prova a dire queste cose a qualcuno delle PMI (sarebbero loro “la minaccia proveniente da quei ceti fanatici e improduttivi della rendita”?) e poi vediamo l’effetto che fa.
Ma sono io che non leggo l’articolo, mi arrampico sugli specchi e non centro il punto, ecco queste cose che mi mettono leggermente a disagio.